Le piante carnivore

Cominciamo con il capire perché le piante carnivore sono diventate specializzate nel nutrirsi di insetti e di altri piccoli animali: vivono su substrati poverissimi che non contengono nutrimenti sufficienti. Questi substrati sono spesso costituiti da torba, sfagno, acqua, sabbia e/o rocce.

Si sono evolute a partire dalle cosiddette piante protocarnivore: specie che, per qualche motivo, trattenevano sulle loro foglie alcuni piccoli animali. Poteva accadere perché le foglie erano leggermente viscose o perché le spine trattenevano topi e lucertole. Qualcosa di simile a quanto accade ancor oggi con le foglie di Nicotiana e Martinia e con le spine uncinate di Puya mirabilis e di alcune specie del genere Mammillaria. Le prede, durante la loro decomposizione, vanno a fertilizzare il terreno sotto le piante oppure rilasciano nutrimenti che vengono assimilati dalle foglie.

Le piante che avevano foglie dalla morfologia leggermente diversa e più utili a questo scopo si sono trovate avvantaggiate ed in alcuni habitat si sono evolute in foglie tubolari o vischiose o addirittura capaci di chiudersi a scatto.

L’evoluzione non si ferma mai e forse un giorno anche quelle che oggi sono le attuali protocarnivore diventeranno delle vere carnivore che utilizzeranno chissà quale strana strategia di cattura. Questo potrà forse avvenire solo se non distruggeremo prima questo pianeta.

Vediamo ora quali sono i principali generi di piante carnivore.

Heliamphora (Sarraceniaceae): piante con foglie tubulari in cui resta un po’ di acqua ed in cui annegano insetti che vengono poi assorbiti. Si vede bene come queste foglie abbiano semplicemente i loro margini saldati assieme. I fiori sono a 4-5 petali appuntiti, bianchi o rosa ed hanno un diametro di circa6 cm. Crescono sui tepui, i famosi altopiani rocciosi dalle pareti a strapiombo delle foreste pluviali sudamericane, come il Monte Roraima.

Heliamphora chimantensis

Sarracenia (Sarraceniaceae): sono il passo successivo. Qui le foglie sono a forma di lungo imbuto con delle finestre più chiare che lasciano passare la luce e che rappresentano una falsa via di fuga per gli insetti. Al loro apice si trova un opercolo che impedisce che le foglie si riempano d’acqua (tranne che in S. purpurea in cui l’opercolo è verticale). I fiori, a cinque petali e rivolti verso il basso, sono sorretti da peduncoli di 30-50 cm, hanno un diametro di circa 6 cm e posseggono uno stigma molto grande che occupa quasi tutta la superfici fiorale. Lo stigma è recettivo sul suo lato posteriore. Il colore del fiore va dal giallastro al rossastro. Si trovano nelle torbiere del Nord America.

Sarracenia leucophylla (Foto info)

Darlingtonia (Sarraceniaceae): genere monotipico rappresentato esclusivamente da Darlingtonia californica. Simile a Sarracenia ma con gli ascidii dotati di apertura rivolta verso il basso e terminanti con due appendici rivolte anch’esse verso il basso. Anche il fiore è simile, ma il suo stigma non è enorme. I petali restano inizialmente chiusi ed appressati al grande ovario; sono rivolti verso il basso e tra uno e l’altro si apre un buco (ogni petalo ha mezzo buco su entrambi i lati) per lasciar passare gli impollinatori che raggiungono il polline sulle antere. In seguito si aprono normalmente per gli impollinatori che raggiungono lo stigma. Meccanismi simili esistono per favorire l’impollinazione incrociata ed evitare l’autoimpollinazione.

Darlingtonia californica (Info foto)

Drosera (Droseraceae): un genere quasi cosmopolita e con numerose specie le cui foglie sono coperte da grandi peli ghiandolari la cui ghiandola apicale secerne un liquido vischioso. Qui restano appiccicati piccoli insetti che poi vengono assorbiti dalle foglie. Interessante notare come i peli vicini si pieghino anch’essi verso la preda e come la foglia possa talvolta quasi avvolgerla. I fiori sono regolari, a cinque petali, bianchi, rosa, o arancioni ed hanno un diametro di circa 1-3,5 cm, portati numerosi in infiorescenze.

Drosera rotundifolia (Info foto)

Dionaea (Droseraceae): la più famosa delle piante carnivore. Il genere è monotipico ed annovera solo Dionaea muscipula. Le foglie hanno un’appendice le cui due metà si chiudono a scatto sopra gli insetti che abbiano toccato per tre volte i peli sensibili che si trovano al centro. I margini sono “a rastrello” e impediscono la fuga della preda. La pagina superiore della “trappola” è rossa ed attrae gli insetti. I fiori sono di forma regolare, bianchi, di circa 3 cm di diametro, prodotti in piccoli gruppi apicali su scapi di circa 20-30 cm.

Dionaea muscipula (Info foto)

Nepenthes (Nepenthaceae): sono specie dioiche (ogni individuo produce solo fiori maschili o solo fiori femminili) del Sud-Est Asiatico e le foglie presentano una grande appendice “a sacco” coperta da un opercolo. Qui piccoli animali vengono digeriti dai liquidi ricchi di enzimi. Sono molto finemente specializzate ed evolute. Ogni specie ha vari particolari morfologici che la aiutano a trattenere le prede. In questo genere esistono anche diverse simbiosi con alcuni animali che lasciano i loro escrementi negli ascidii senza essere catturati. Il genere Nepenthes ha moltissime specie e molte devono probabilmente ancora essere scoperte. Alcune sono molto localizzate e di queste qualcuna si sarà sicuramente estinta nella continua deforestazione dell’Indonesia. I fiori appaiono in lunghe infiorescenze a spiga, hanno un diametro di pochi millimetri, una forma regolare a quattro petali e colori non sgargianti. Una bellissima collezione si trova nelle serre del MUSE di Trento (Museo delle Scienze), curata dal mio amico Andrea L. Bianchi.

Nepenthes villosa

Pinguicula (Lentibulariaceae): piante con rosette di foglie dal diametro di 5-10 cm. Le foglie sono appiccicose e catturano piccolissimi insetti. I fiori sono solitamente blu o rosa e vistosi, zigomorfi, dotati di sperone. Crescono soprattutto in Sud America, ma anche in Nord America, Europa e Siberia. Gli habitat preferiti sono torbiere e rocce stillicidiose sempre umide.

Pinguicula moranensis (Info foto)

Cephalotus (Cephalotaceae): questo genere ha solo una specie: Cephalotus follicularis. Si tratta di una piccola pianta con ascidii a sacco coperti da un opercolo parapioggia, molto simili a quelli del genere Nepenthes. Gli insetti restano negli ascidii e vengono digeriti dai liquidi ricchi di enzimi. Questa specie vive in Australia del Sud-Ovest su sabbie umide. I fiori sono raggruppati in piccole infiorescenze, hanno sei petali biancastri, regolari ed un diametro di pochi millimetri.

Cephalotus follicularis

Utricularia (Lentibulariaceae): circa 220 specie diffuse in tutto il mondo tranne in Antartide. Sono piante acquatiche galleggianti oppure immerse in terreni fangosi. Non hanno organi differenziati in radici, fusti e foglie (alcune specie hanno però anche vere foglie) ma presentano delle strutture molto ramificate, verde-giallastro chiaro, dotate di utricoli. Questi sono organi molto specializzati, a forma di sacco, costantemente in pressione più bassa di quella dell’ambiente circostante, dotati di peli ramificati sensibili che li fanno aprire a scatto facendo loro risucchiare l’acqua davanti ad essi insieme alle sue piccole prede per poi richiudersi in soli 10-15 millisecondi. I fiori sono zigomorfi, bianchi, gialli, rosa od azzurri, grandi pochi centimetri, portati sovente in infiorescenze. Gli utricoli variano da 0,2 mm a 1,2 cm a seconda delle specie e catturano piccoli animali acquatici come dafnie, larve di zanzara, piccoli girini, ecc. Le specie terrestri catturano invece i microorganismi che vivono nel fango, come rotiferi e protozoi. Alcune specie sudamericane vivono su rami e su muschi umidissimi ed alcune anche nelle rosette delle bromeliacee riempite d’acqua.

Utricularia vulgaris

Aldrovanda (Droseraceae): Un genere monotipico che comprende la sola specie Aldrovanda vesiculosa, ma che in passato era ben più ricco di specie. La pianta è senza radici, acquatica e liberamente flottante. I suoi fusti sono lunghi circa una quindicina di centimetri ed hanno dei verticilli formati da 6-8 foglie per metà quasi lineari e per metà formate da lacinie filiformi e da una trappola simile a quella di Dionaea muscipula. Questa scatta velocissima su dafnie, larve di zanzara e altri piccoli animali alla propria portata. Il fiore è regolare, a coppa, a cinque petali, bianco-verdastro e dal diametro di 1 cm scarso. La specie vive in circa cinquanta popolazioni suddivise in Europa, Asia, Africa ed Australia. La variabilità genetica è molto bassa a causa della sua capacità di propagarsi soprattutto per via vegetativa (raramente e solo in clima tropicale si riproduce da seme). In inverno nei climi temperati si riduce a dei turioni che riprendono a svilupparsi in primavera.

Aldrovanda vesiculosa (Info foto)

Genlisea (Lentibulariaceae): Piccole piante erbacee di terreni molto umidi, prive di radici. Hanno foglie normali a rosetta, solitamente obovate, e foglie sotterranee, bianche, estramamente modificate e a forma di forcella. I due rami terminali della forcella sono tubolari, spiralati e dotati di aperture laterali in cui entrano piccole prede che vivono nel terreno. A causa di peli interni rivolti in una sola direzione queste prede possono proseguire solo verso una vescicola presente alla base della forcella in cui vengono digerite. I fiori sono zigomorfi, pentalobati, grandi circa 1 cm, gialli, malva e/o bianchi.

Genlisea subglabra (Info foto)

Brocchinia (Bromeliaceae): un genere di bromeliacee con diverse specie ma di cui solo due sono carnivore: Brocchinia reducta e Brocchinia hechtioides. Come molte altre specie della famiglia hanno una raccolta d’acqua al centro della rosetta, ma in queste due specie le foglie sono verticali e strette l’una contro l’altra a formare un tubo in cui vengono attratte vespe e formiche per mezzo di odori dolci. L’acqua all’interno è resa molto acida (pH 3) e ricca di un enzima digestivo (fosfatase) per l’assimilazione delle prede. Vive nella regione dei tepui, come Heliamphora, nel nord del Sud America.

Brocchinia reducta (Info foto)

Drosophyllum (Drosophyllaceae): genere monotipico con la sola specie Drosophyllum lusitanicum. Si tratta di una specie erbosa, alta circa 20 cm. Ha foglie filiformi, con ghiandole viscose che catturano e digeriscono gli insetti attratti dall’odore dolce della pianta. I fiori appaiono in infiorescenze ramificate, sono regolari, gialli, vistosi e di circa 4 cm di diametro. La specie è diffusa in Marocco, Portogallo e Spagna ed è una delle poche carnivore che vivono in un ambiente arido.

Drosophyllum lusitanicum (Info foto)

Ci sarebbe molto altro da approfondire per ogni genere, magari ve ne parlerò a voce in un corso di orticoltura botanica che sto lentamente ed accuratamente preparando, ma questo è un inizio per conoscere le piante carnivore e per capire il loro funzionamento.

Vi lascio dei link interessanti: Genlisea che preda un anellide, Aldrovanda contro larve di zanzara, Il MUSE.

Amaryllis

È un genere di piante bulbose appartenente alla famiglia delle Amaryllidaceae, a cui dà il nome. Contiene due specie: Amaryllis belladonna ed Amaryllis paradisicola. La prima è molto comune mentre la seconda è rarissima ed “evanescente”.

Con il nome di Amaryllis vengono spesso ed erroneamente chiamate le specie del genere Hippeastrum: un genere simile, anche cariologicamente (cioè per quanto riguarda i cromosomi), ma con alcune ben definite differenze morfologiche e geobotaniche. Amaryllis è diffuso nell’Africa meridionale, mentre Hippeastrum è diffuso in America meridionale con due centri di diffusione: uno nel Brasile meridionale ed uno in Bolivia. Amaryllis ha lo scapo fiorale pieno; Hippeastrum lo ha cavo. Amaryllis produce semi carnosi, sferici e che germinano in poche settimane anche se non interrati; Hippeastrum ha semi piatti, nerastri, dotati di un’ala cartacea che ne favorisce la dispersione ad opera del vento.

Amaryllis belladonna cresce spontaneo nelle zone a clima mediterraneo dell’Africa meridionale occidentale ed è una specie decidua, a riposo estivo asciutto ed a crescita invernale. I bulbi sono piriformi, di circa 8 x 10 cm, accestenti e piuttosto superficiali, talvolta anche parzialmente esposti all’aria nella loro parte superiore. I fiori, in numero di circa 5-10, sono portati su scapi fiorali alti circa 50 cm e sono imbutiformi, larghi circa 8 cm e lunghi circa 10 cm. Nelle popolazioni selvatiche i singoli cloni possono avere foglie più o meno larghe (da 2 a 6 cm) e la colorazione dei fiori più o meno scura (da bianca a fuchsia), con molte varianti intermedie.

Approfitto dell’occasione e dell’argomento per raccontarti che queste varianti, come in diversi caratteri presenti in molte specie diversissime, sono regolate da QTL (Quantitative Trait Loci). Questi sono diversi “posti” (loci) nel DNA in cui può essere attivato o meno un gene che, insieme ad altri, porta un contributo alla gradazione di un carattere (trait). È un po’ come se avessimo diversi interruttori, ognuno dei quali collegato ad una singola lampada, e potessimo così variare la luminosità di una stanza accendendo tutte le lampade, nessuna o solo alcune. Ogni gene può poi avere uguali entrambi gli alleli (cioè la parte ereditata dal padre e la parte ereditata dalla madre), ed allora può replicarsi uguale nella discendenza o non averli uguali ed allora nella discendenza si avranno diverse combinazioni che rispetteranno le dominanze. Tutto questo moltiplicato per il numero di geni che regolano il solito carattere. Ecco come si spiegano diverse sfumature di carattere negli esseri viventi.

Tornando al nostro Amaryllis belladonna e per quanto riguarda la coltivazione bisogna raccomandare un distinto riposo estivo, un inverno umido, mite (a -4°C si “bruciano” le foglie) e luminoso; un terreno ben drenato ma non abbondante dove lasciare i bulbi indisturbati per molti anni (le Amaryllidaceae spesso non amano essere trapiantate) ed una concimazione poco azotata. Le piante iniziano a fiorire a fine estate o, se la siccità estiva è forte e prolungata, anche in autunno inoltrato. La specie è autofertile ed i fiori possono essere facilmente impollinati, cosa che consiglio di fare manualmente se si desidera ottenere molti semi.

La semina deve essere effettuata subito o comunque entro poche settimane dalla raccolta dei semi. Si pongono i semi in terra da succulente ma tenuta umida avendo cura di sotterrarli appena o di lasciarli anche leggermente esposti. Le foglie emergeranno in poche settimane ed i bulbetti ottenuti saranno pronti a fine primavera ad affrontare la loro prima siccità estiva. Fioriranno dopo circa 5-8 anni.

Amaryllis paradisicola è invece una specie descritta nel 1998 e già ricercatissima da chi arriva a sapere della sua esistenza. Speriamo che diventi disponibile in coltivazione e che non vengano danneggiate con la raccolta le scarse popolazione selvatiche. Anzi speriamo che le piante coltivate diventino una “scorta” delle popolazioni selvatiche (conservazione ex-situ).

Questa specie ha foglie più linguiformi ed obovate, più ottuse all’apice, meno scanalate e più appressate al suolo. I fiori presentano una tinta rosa più uniforme sulle varie zone dei tepali, lo stigma è trifido con lobi più lunghi e la specie è adattata ad un clima montano arido e più tropicale.

Ibridi

Un ibrido è ciò che deriva da un incrocio tra due individui di due taxa diversi, cioè tra due esemplari di due specie, di due generi o di due varietà (o altro) differenti. Possono avvenire per impollinazione incrociata casuale e naturale o per impollinazione incrociata artificiale effettuata volutamente dall’uomo.

Affinché un ibrido possa originarsi bisogna che tra i due genitori esista una compatibilità genetica. Più i due soggetti sono distanti tassonomicamente e più è improbabile che generino un ibrido. Così è praticamente sicuro che si originino all’interno della specie, più incerto che si abbiano tra specie diverse all’interno dello stesso genere ed ancor più improbabile ottenerne tra due generi della stessa famiglia.

Alcuni ibridi sono sterili: più sono distanti tassonomicamente i genitori e più è probabile che gli ibridi risultanti siano sterili; cioè non riescano a riprodursi perché non producono polline oppure perché i frutti non allegano o perché alla fine i semi non germinano o per altri motivi. Solitamente, però, gli ibridi sono più vigorosi, soprattutto alle prime generazioni (se fertili) dopo l’incrocio. Questo si nota soprattutto negli ibridi tra cultivars diverse della stessa specie. Anch’io lo ho notato creando nuove varietà di ortaggi attraverso l’ibridazione tra cultivars e la successiva fissazione dei caratteri che mi interessavano per mezzo della semplice selezione delle piante da cui prendere poi i semi per l’anno successivo. Infatti più diversità genetica c’è tra i due genitori e più vigorose sono le piante (ma anche gli animali!). Il fenomeno è noto come hybrid vigor ed il suo contrario è la inbreeding depression. Alcune specie sono più sensibili di altre; così, ad esempio, si possono impollinare addirittura con sé stesse per molte generazioni di seguito diverse cucurbitacee senza che la progenie ne risenta, mentre invece il mais ha bisogno di ricevere polline da molte piante diverse (almeno 200), pur se della stessa cultivar. Addirittura pare che le cultivars antiche, che hanno più biodiversità, siano un po’ meno sensibili alla inbreeding depression rispetto alle nuove cultivars originatesi da un numero più ristretto di piante (e quindi con un pool genetico meno variato).

Spesso, ho già detto, gli ibridi sono sterili e questo avviene perché durante la fecondazione i cromosomi non riescono a riformarsi correttamente, essendo le loro due metà presenti nei due gameti (maschile e femminile) troppo diverse tra loro e non riunibili.

Se un ibrido tra due specie è fertile può esserlo perché i cromosomi sono riusciti comunque a riformarsi o perché si sono uniti due gameti che insolitamente non abbiano fatto la meiosi, cioè non si è unito metà DNA del padre e metà DNA della madre, ma tutto il DNA del padre e tutto il DNA della madre. In questo ultimo caso si è originato un allotetraploide: quattro metà di DNA di due specie diverse.

Da un ibrido tra due specie, se la progenie è stabile, si può anche generare una nuova specie, descrivibile come tutte le altre attraverso la pubblicazione di un articolo scientifico, anche nel caso in cui l’ibrido sia artificiale. Questa specie di origine ibrida può talvolta venire denominata con un segno “x” tra il nome del genere e l’epiteto specifico. Se invece l’ibrido è formato da due specie di due generi diversi il segno “x” verrà posto all’inizio del nome botanico, prima del genere.

Gli ibridi all’interno della specie non hanno generalmente difficoltà riproduttive; alla prima generazione (detta F1) verranno semplicemente a manifestarsi tutti gli eventuali caratteri dominanti presenti nei genitori, dalla seconda generazione (F2) in poi si avrà il manifestarsi di tutte le combinazioni possibili. Se da queste combinazioni andremo a selezionarne una e la riprodurremo per diverse generazioni sempre scartando tutte le piante che non avranno le caratteristiche scelte potremmo arrivare ad un punto in cui non appariranno più individui con caratteri diversi. A quel punto avremo creato una nuova cultivar stabile originata da un ibrido intraspecifico e successiva selezione.

Le cultivars possono essere registrate e se ne possono anche ottenere i diritti in modo che nessun altro possa venderle, propagarle, ecc. Operazione da diverse migliaia di euro, solitamente intrapresa da grandi aziende e che a me non piace molto per motivi etici.

Gli ibridi di prima generazione (F1) vengono spesso commercializzati per il loro (talvolta solo presunto) hybrid vigor di cui ho già parlato più sopra. Se riseminati non daranno risultati omogenei, daranno invece una variata seconda generazione (F2), anche se ci sarà stata impollinazione tra piante del solito ibrido o addirittura anche nel caso di autoimpollinazione. Io alcune volte li ho riseminati ugualmente ed in alcuni casi la F2 non è stata affatto variata ma bella stabile. Così ho scoperto che alcune piante o sementi sono false F1, un po’ per pubblicizzare una qualità che non esiste ed un po’ per dissuadere il coltivatore dalla risemina e portarlo piuttosto ad acquistare nuovamente.

Quando invece sono vere F1 si possono comunque disibridare. Basterà selezionare, nelle successive generazioni, solo le piante che presentano le stesse caratteristiche delle originali F1 fino a quando nasceranno solo piante con quelle caratteristiche. Si può però anche scegliere di selezionare una caratteristica diversa dall’originale F1.

Gli ibridi vengono spesso indotti dall’uomo nelle piante in coltivazione, ma esistono anche in natura: i cosiddetti ibridi naturali.

Di questi ultimi alcuni sono sterili e fine a sé stessi, altri risultano fertili. Quelli fertili partecipano all’evoluzione in vario modo (introgressione tra due specie) e, tra questi, quelli allotetraploidi, ormai non più in grado di reincrociarsi nemmeno con le specie che li hanno originati perché il loro numero di cromosomi è troppo diverso, sono un mezzo di speciazione relativamente comune. Le piante ad un livello più alto di ploidìa possono avere caratteristiche diverse dai loro progenitori diploidi in quanto possono essere più resistenti in alcuni ambienti e risultare quindi avvantaggiate. Tipicamente, più è alto il numero di cromosomi e più una specie è mediamente resistente al freddo. Le specie tropicali infatti hanno generalmente meno cromosomi di quelle rustiche, anche se la rusticità dipende pure da altri fattori.

L’uomo ha iniziato a “capire” gli ibridi solo da due o tre secoli, ma ne ha ben presto sfruttato il loro potenziale, talvolta in maniera poco etica, mescolando il lavoro dei biologi con quello dei giuristi.

Il pomodoro

Pianta alimentare comunissima il pomodoro (Solanum lycopersicum) ha comunque ancora alcuni aspetti spesso sconosciuti ai più.

La sua variabilità genetica è molto elevata e questo ci porta anche ad avere un grande numero di cultivars (= varietà coltivate): si tratta di diverse migliaia sparse in tutto il mondo di cui la maggior parte diffuse solo localmente o comunque su piccola scala. Le variazioni interessano le dimensioni dei frutti, la loro forma ed il loro colore; la forma, la tomentosità ed il colore delle foglie; la resistenza a diversi patogeni e stress ambientali; lo sviluppo apicale delle piante; il sapore.

Vediamo ora di analizzare uno ad uno questi aspetti:

Frutti: il loro peso varia da meno di un grammo ad oltre un chilo. Per quanto riguarda la forma si spazia da quelli sferici a quelli allungati a quelli depressi a quelli piriformi a quelli cuoriformi, tutti più o meno costoluti, più o meno cavi all’interno, più o meno ricchi di semi. Il colore è forse ciò che più colpisce ed ai tradizionali rossi si affiancano gli arancioni, i rosa, i viola, i bianchi, i gialli, i neri, i marroni ed i verdi (verdi anche da maturi). Inoltre ne esistono anche di striati esternamente e di striati sia esternamente che internamente. In alcune cultivars la buccia dei frutti può essere anche tomentosa o comunque non lucida ed in alcune altre risulta più spessa ed in grado di proteggere i frutti dal freddo (entro un certo limite). I frutti di colore bianco e giallo sono generalmente più aciduli, mentre quelli di colore viola o marrone sono più dolciastri.

Foglie: esistono cultivars “a foglia di patata”, cioè a foglia meno divisa in foglioline. Altre hanno invece foglie più glauche o più pelose. Ne esistono anche con foglie variegate di bianco. La cosa che però mi ha meravigliato maggiormente nelle foglie è stata quella delle foglie prolifiche: dalla loro nervatura centrale spuntano dei fusti che cresconono verso l’alto e che, se staccati e fatti radicare, formano delle nuove piantine. Questo ho potuto osservarlo in una pianta che stavo coltivando per ottenere un frutto da gara di grandi dimensioni e che quindi era stata messa in un terreno molto fertile, molto arieggiato e molto organico. Non ho mai più assistito a questo fenomeno nelle piante della stessa cultivar tenute in terra normale, né ho mai sentito altri parlarne.

Resistenze: molte cultivars antiche, ma non solo, sono resistenti a patogeni (virus, batteri, funghi) ed a stress ambientali (siccità, calore, freddo, umidità, composizione del terreno). Purtroppo oggi chi produce sementi su grande scala produce anche i prodotti fitosanitari per proteggere le piante dalle loro malattie e quindi ha tutto l’interesse a diffondere cultivars delicate che necessitino di trattamenti.

Sviluppo: la crescita apicale delle piante di pomodoro può essere determinata od indeterminata. Le cultivars determinate sono quelle che dopo aver prodotto un certo numero di foglie producono un’infiorescenza apicale e le loro piante cessano di crescere. Le indeterminate sono invece quelle le cui infiorescenze sono solo laterali ed apicalmente le piante crescono sempre finché vivono.

Sapore dei frutti: questo è un aspetto genotipico e fenotipico, cioè in parte dipende dai geni ed in parte dall’ambiente in cui le piante crescono. Per quanto riguarda la genetica ne ho già parlato qui sopra (pomodori chiari generalmente aciduli, pomodori scuri generalmente dolciastri) ma per quanto riguarda l’ambiente di crescita è interessante notare che in terreni più asciutti e più arieggiati si hanno frutti più saporiti che in suoli umidi e compatti. Probabilmente perché in terreni asciutti le radici devono svilupparsi maggiormente per ottenere l’acqua necessaria e quindi assorbono più sali minerali dal suolo.

Sai che non è così difficile creare una nuova cultivar di pomodoro? Puoi usare la stessa tecnica che uso io e che ho descritto nell’articolo sulla melanzana: http://www.gianlucacorazza.com/2019/01/19/la-melanzana/

Infine, vuoi sapere qual è, secondo me, il pomodoro più buono? La risposta è ‘Cherokee Purple’, una cultivar coltivata in America già in epoca precolombiana.

‘Cherokee Chocolate’, ancora più scuro di ‘Cherokee Purple’
‘Vintage Wine’
‘Canestrino Antico’
‘Chocolate Stripes’
‘Ananas’
‘Orange Russian’
‘Ciliegino Rosa’
‘Délice D’Or’
‘Purple Ukraine’
‘Pêche Rose’, a buccia rosa e vellutata.
‘Pink Ponderosa’

Le piante impossibili

Càpita spesso che qualcuno mi contatti per un aiuto nella coltivazione di una specie un po’ “rognosa”. Talvolta posso aiutare e talvolta posso solo sperare di far capire che, date le condizioni ambientali che ognuno ha, non tutto è coltivabile. Basta. Non è questione di “bravura”. Anzi, sono proprio la conoscenza e l’esperienza che ci fanno sapere che alcune (moltissime!) specie non sono proprio mantenibili nel nostro ambiente.

Così ci sono quelli che si sentono ai tropici e, siccome abitano in una zona a clima mite, si mettono a piantare cocchi in giardino; tanto non va mai sottozero. Ma avete presente di quanto calore continuo ha bisogno il cocco? Di quanta intensità di luce? Di quanta durata minima del dì rispetto alla notte? Non si può essere soddisfatti, poi, se a giugno il cocco piantato a novembre emette una nuova foglia ed è sopravvissuto, almeno all’inverno passato. Sarà sempre una pianta sofferente, che si rovinerà ogni anno, finché un inverno “eccezionale” la farà fuori.

Oltre alle piante tropicali, che eventualmente si possono coltivare abbastanza facilmente in una serra riscaldata durante l’inverno, esistono quelle ben più difficili che il caldo proprio non lo vogliono.

Piante di montagna o di alte latitudini, che non hanno problemi a passare l’inverno, ma che durante l’estate avrebbero bisogno di temperature molto più fresche di quelle che chi abita a basse quote può garantir loro. Stelle alpine a Roma? Crescono alte e molli, poi collassano. I loro tessuti non riescono a raffreddarsi traspirando, si surriscaldano e cuociono a temperature che invece sono tollerate, ad esempio, dalle piante mediterranee. Lo stesso vale, naturalmente, per molte specie della flora montana. Qualcuna può comunque essere più adattabile di altre.

Un’altro gruppo di piante qui in Italia spesso incoltivabili e che, tra l’altro, annovera specie molto interessanti, è quello delle piante tropicali di montagna. Queste sono doppiamente rognose. Hanno bisogno di fresco perché in natura crescono ad alte quote, ma non tollerano nemmeno temperature troppo basse perché ai tropici la differenza di temperature che abbiamo qui tra estate ed inverno non esiste per il fatto che il sole non cala mai più di tanto sull’orizzonte e quindi si ha poca variabilità stagionale. Queste sono specie che starebbero bene a Catania in inverno e a Courmayeur in estate. In questo gruppo ci sarebbero piante come molte fuchsie, come alcune impatiens delle montagne africane, come diversi cactus delle Ande, come Ullucus tuberosus, come Oxalis tuberosa, come Gunnera manicata, come la mitica Worsleya procera, come i rododendri della Nuova Guinea.

Oltre al problema della temperatura si ha quello legato al fotoperiodo, cioè del rapporto tra ore di luce ed ore di buio giornaliere che si ha durante l’anno. Questo fattore può influenzare la sopravvivenza stessa della pianta (alcune piante tropicali non sopportano le nostre lunghe giornate estive e/o le nostre lunghe notti invernali) ma soprattutto regola la fioritura, la fruttificazione e l’entrata in riposo di molte specie con conseguente formazione di tuberi. Ricordo, ad esempio, i miei tentativi di coltivazione di Oxalis tuberosa, conosciuta anche come “oca”, che in estate aveva la parte interrata dei fusti che cuoceva perché la terra era troppo calda, mentre in autunno-inverno, quando l’accorciarsi del dì avrebbe dovuto stimolare la formazione dei deliziosi tuberi, questi si formavano ma rimanevano piccoli perché le temperature erano troppo basse per farli crescere a sufficienza. Stessa cosa con Ullucus tuberosus e con alcune patate interessanti (e buonissime!) che portai da un viaggio in Perù.

Morale della favola: bisogna capire serenamente ciò che si può coltivare e ciò che non può dare buoni risultati. Bisogna sì provare e sperimentare (non si sa mai!) ma bisogna anche rinunciare ad alcune cose che risultino impossibili o che si prevede che siano tali alla luce della nostra conoscenza. Non è che se si è esperti si può coltivare tutto; anzi, è proprio quando si è esperti che si sa anche cosa non si può coltivare.

Certamente sapere ciò di cui una specie ha bisogno ci potrebbe anche rendere in grado di ricreare in maniera artificiale tutte le condizioni ambientali adatte, ma… conviene? Va bene una serra riscaldata in inverno, va bene un ombrario per l’estate, ma sarebbe folle un ambiente condizionato, con molta luce durante il giorno ma sempre buio dalle 18.00 alle 6.00, sempre umido al punto giusto. Si può fare in piccolo per condurre esperimenti limitati nel tempo e nello spazio (ad esempio in un box per qualche mese), ma non si può fare per mantenere una collezione di rododendri ad Agrigento o per produrre ananas a Cortina, seppur tecnicamente possibile.

Conviene piuttosto rendersi conto delle condizioni ambientali che abbiamo, o che comunque possiamo ricreare, e concentrarsi sul cercare le specie interessanti che possiamo mantenere senza troppi problemi. Il mondo è grande e può comunque permetterci di trovare, di coltivare, di osservare e di studiare un grande numero di piante senza aver continuamente a che fare con stragi invernali ed ecatombi estive.

Haworthia

Il genere Haworthia presenta una tassonomia piuttosto complessa e resa ancor più nebulosa dal fatto che alcune specie sfumino gradualmente una dentro l’altra. Le specie scoperte sono attualmente circa 165, alcune delle quali sono a loro volta suddivise in taxa inferiori. I loro fiori sono quasi uguali nelle varie specie e le poche differenze fiorali le suddividono in tre sottogeneri: Haworthia, Hexangulares e Robustipedunculares. Generalmente i fiori appaiono in spighe poco dense e sono bianchi con righe longitudinali verdi o grigio-brunastre, zigomorfi, a base tubulare e lunghi circa 2 cm.

La loro grandissima diversità è data dalle foglie che possono essere più o meno succulente, scabre, pelose e trasparenti. Alcune hanno infatti la caratteristica di possedere finestre apicali trasparenti che permettono alla luce di diffondersi al loro interno anche quando siano semisommerse nel terreno.

Il loro habitat varia da una specie all’altra, così come varia la distribuzione geografica delle specie, e questo si capisce anche dalle diverse morfologie che si sono evolute, ma quasi tutte crescono riparate dal sole diretto. Si trovano sotto cespugli, all’ombra di massi o in fessure delle rocce. Raramente alcuni esemplari ben stabiliti riescono a sopravvivere al pieno sole e quando questo accade i loro colori sono più accesi. Le specie di Haworthia sono essenzialmente a crescita invernale, ma si adattano a diversi regimi pluviometrici e di fotoperiodo ed in coltivazione i loro manutentori più esperti sapranno cogliere le loro necessità. La cosa più importante è che il terreno di coltivazione sia effettivamente con un buon drenaggio, anche se non sempre in natura lo è, e piuttosto minerale. Senza un buon drenaggio si andrà spesso incontro a marciumi radicali, nonostante le specie di questo genere siano abbastanza facili in coltivazione.

Sono specie autosterili e proterandriche, ciò significa che non possono autoimpollinarsi e che nei fiori viene prima prodotto il polline e solo in seguito lo stigma diventa recettivo quando il polline ormai non sarà più vitale o presente sullo stesso fiore. Inoltre le varie specie possono ibridarsi facilmente. Da ciò deriva il fatto che in coltivazione, dove spesso sono presenti diverse specie e pochi cloni della stessa specie, ben raramente si otterranno semi in purezza specifica. Per poterne ottenere bisogna impollinare manualmente incrociando fiori di diversi cloni della stessa specie mantenuti chiusi in sacchetti di tulle. Risulta quindi preferibile la propagazione agamica, soprattutto nelle specie e negli esemplari proliferi, cioè che producono numerose rosette basali che basterà staccare e far radicare a parte. Per gli esemplari non proliferi consiglio la talea di foglia alla quale sia però rimasta attaccata una piccolissima porzione di fusto. Sarà infatti dalle gemme dormienti presenti sul fusto all’attacco della foglia che si svilupperanno le nuove piantine.

Se comunque si vogliono seminare, i semi andranno prima sparsi su terreno da succulente, in seguito leggermente coperti con sabbia (basta uno strato di 1-2 mm) ed infine coperti con uno strato di 7-9 mm di ghiaietto da acquario. In circa un mese nasceranno e le plantule saranno inizialmente lente per poi accellerare notevolmente la crescita nell’anno successivo. Se i semi non saranno germinati due mesi dopo la semina è inutile sperare che nascano poi.

Infine voglio parlarti un po’ della loro rusticità. In effetti molte specie sono resistenti a qualche grado sotto lo zero (-4°C) ed alle piogge invernali, purché sia garantito un ottimo drenaggio del terreno.

Fiori di Haworthia koelmaniorum
Haworthia koelmaniorum
Haworthia limifolia var. striata
Haworthia limifolia
Haworthia truncata, Est di Oudtshoorn, Sud Africa
Haworthia retusa var. acuminata
Haworthia cooperi var. pilifera
Haworthia venosa var. tessellata
Semenzale di un anno di Haworthia × mantelii, una specie incerta
Pianta di Haworthia attenuata che da anni vive senza problemi in un muretto a secco in Versilia.

Asarum, stranezze in ombra

Un genere diffuso in Europa, Asia e Nord America che ama le zone ombrose, umide, fertili ma drenate è Asarum, spesso sconosciuto ma molto interessante. Comprende oltre 120 specie e fa parte dell’altrettanto insolita famiglia delle Aristolochiaceae.

Si tratta di piante a rizoma strisciante e sotterraneo, con foglie cordate ed ad apice più o meno ottuso, piuttosto coriacee, talvolta pelose, talvolta lucide e in molte specie variamente maculate di bianco o di verde più chiaro. I fiori sono trilobati a base urceolata, cuoiosi, di colori non vistosi e solitamente sui toni del bruno, del verde e del bianco, eventualmente compresenti. Ricordano vagamente quelli delle Stapeliae, ma a tre lobi. Da esperimenti fatti su Asarum europaeum (Kugler, 1934) e Asarum canadense (Wildman, 1950) risulta che almeno queste due specie si autoimpollinano quasi sempre. Le dimensioni dei fiori variano molto e, insieme alla colorazione, li rendono più o meno vistosi nelle varie specie.

Alcune hanno fiori molto attraenti per la loro forma e per i loro colori insoliti, mentre altre presentano piccoli fiori bruni e quasi invisibili.

La fioritura avviene a livello del terreno, spesso sotto le foglie. Tra le specie a fiori più strani e vistosi posso citare Asarum maximum, Asarum sieboldii, Asarum splendens, Asarum speciosum, Asarum asaroides, Asarum hatsushimae, Asarum fudsinoi, Asarum kiusianum, Asarum insigne, Asarum megacalyx, Asarum minamitanianum, Asarum yaeyamense, Asarum macranthum. Non dimentichiamo che anche le foglie fanno la loro bella presenza anche quando i fiori non risultino molto attraenti. Alcune specie possono comportarsi da tappezzanti, mentre altre risultano di estrema lentezza nella crescita e nell’accestimento.

Si trovano molto raramente in commercio e quando la bellezza sta insieme alla rarità ed alla lentezza il prezzo può essere piuttosto alto, anche per un piccolo pezzo di rizoma.

I semi sono dotati di eleosoma, una struttura accessoria ad essi attaccata che attira molto le formiche e che le porta ad agire come insetti dispersori. Sono quindi piante mirmecocore, cioè i cui semi sono dispersi dalle formiche. La loro germinazione avviene in superficie ed in presenza di luce (la pur scarsa luce che può esserci in una zona comunque ombreggiata).

Le foglie, se stropicciate, emettono un odore particolare e sono molto appetite dalle lumache per cui è opportuno provvedere a difendere le piante dall’essere smangiucchiate da questi gasteropodi.

Alcune specie sono sempreverdi, mentre altre hanno una certa stagionalità e possono restare senza foglie in estate od in inverno, a seconda delle temperature.

Alcuni cloni di alcune specie possono essere meno ricchi di pigmenti ed i loro fiori risultano biancastri o verdastri. Questi possono essere selezionati e coltivati come cultivars atipiche. Uno di questi è Asarum sieboldii ‘Jade Dragon’, ma esiste anche Asarum maximum nei cui fiori il nero è sostituito dal verde ed altri esempi ancora.

Se quindi qualcuno avesse una zona ombrosa in cui non sapesse cosa coltivare, una bella collezione di asari potrebbe risultare un’interessante soluzione.

Asarum maximum in coltivazione. Una pianta di oltre 10 anni.
Ambiente in cui cresce Asarum europaeum

Attenzione alle piante “pompate”

Nel gergo dei vivaisti si dicono “pompate” quelle piante che hanno subito dei trattamenti per raggiungere una bellezza artificiale. Si tratta di una pratica scorretta, sia per la salute delle piante (nonostante sembrino in gran forma) sia commercialmente. Una mezza truffa. Vediamo insieme come riconoscerle e, se proprio vogliamo acquistarle, come recuperarle.

Si riconoscono per diversi fattori che possono anche non apparire contemporaneamente: fioritura molto vistosa e fuori stagione, altezza insolita per la specie (nanizzata o ingigantita), foglie verdissime in tutte le posizioni (sia alla base che all’apice dei rami), vegetazione eccessivamente tenera.

Dopo poche settimane dall’acquisto inizia la crisi “post-pompatura” e le piante, prima così belle, diventano inspiegabilmente sofferenti, nonostante tutte le cure adatte alle varie specie.

Probabilmente il terreno di coltura sarà torba pura o quasi pura. Leggera e poco costosa è ideale per diminuire le spese di trasporto, ma nella torba il nutrimento per le piante è pari a zero. Ci vivono perché è torba concimata. Dopo alcune annaffiature il fertilizzante se ne va e le piante si ritrovano senza nutrimento in un terreno in cui, in natura, vivono solo le piante carnivore e poco altro. Infatti le piante carnivore lo sono proprio perché nel terreno trovano scarsissimi nutrienti e devono recuperarli a spese degli insetti.

Bisogna anche controllare che nel vaso sia presente una sola pianta; questo perché spesso ne vengono inserite diverse per dare un aspetto più folto.

Quindi la prima cosa da fare è cercare di rimuovere la torba e sostituirla con un terreno adatto alla specie; questa è un’operazione basilare. Inoltre consiglio di separare eventuali piantine aggiuntive. Una pianta per vaso va solitamente benissimo se si vuole vederla crescere ben formata. Fanno naturalmente eccezione le specie accestenti.

Dopo il rinvaso le piante vanno tenute in ambiente senza correnti di aria asciutta e con luce filtrata, in modo da attecchire facilmente. Per le succulente bisogna anche evitare le annaffiature dopo il trapianto perché potrebbero portare a marciumi che partirebbero proprio dalle ferite sulle radici causate dal rinvaso.

In secondo luogo bisognerà controllare se la pianta è esageratamente alta e rigogliosa (spesso alcune specie erbacee vengono trattate con auxina per aumentarne l’altezza) o esageratamente compatta (questo càpita invece alle specie arbustive trattate con nanizzanti). Per questi trattamenti l’unica cura è il tempo e la pazienza. Bisogna attendere la fine degli effetti degli squilibri ormonali: servono almeno una ventina di mesi.

La cosa più pericolosa è la fioritura fuori stagione. Le piante vengono indotte con ormoni a fiorire quando invece i segnali ambientali (durata della notte e del dì, temperature, intensità della luce solare, ecc.) le porterebbero naturalmente a non fiorire in quel momento. Questi trattamenti causano uno stress fisiologico enorme che può portare anche alla morte della pianta. L’unica cosa che si può fare è attendere, ponendo la pianta in condizioni non estreme (evitare luce eccessiva, ombra eccessiva, carenze di acqua, carenze di concimazioni, eccessi di concimazioni, ristagni d’acqua, ecc.). Forse sarebbe opportuno anche rimuovere i fiori, o almeno impedire lo sviluppo dei frutti che ne derivano. Nel caso di fioritura fuori stagione consiglio di non procedere al rinvaso, anche se il terreno è inadatto, oppure di effettuarlo senza disfare eccessivamente il pane di terra intorno alle radici. Questo perché aggiungere uno stress da rinvaso a quello per la fioritura forzata sarebbe micidiale. Il rinvaso sarà fatto l’anno successivo o alla ripresa vegetativa dopo un periodo di riposo.

Un’altra cosa a cui bisogna prestare attenzione è la quantità di luce solare a cui le piante sono state sottoposte nell’ultimo periodo. Può facilmente accadere che una pianta, nelle ultime due o tre settimane sia stata esposta in un edificio, lontano dalla luce solare oppure che sia appena stata tolta da un container o da una scatola. Queste piante, abituate al buio, possono facilmente bruciarsi se immediatamente esposte al sole diretto. Consiglio quindi una settimana di luce morbida e filtrata prima di passare all’eventuale sole diretto o ad un’illuminazione comunque più intensa. L’illuminazione necessaria varia molto da una specie all’altra ed alcune non necessitano mai di sole diretto o di luce troppo forte. Nessuna pianta può però vivere a lungo al buio o sullo scaffale di un supermercato dove può sostare solo per qualche giorno.

Sansevieria

Un genere con molte incertezze tassonomiche, quello delle sansevierie. Infatti non si può dire con certezza da quante specie sia composto, se alcune entità siano ibridi o specie nuove o solo varianti di specie già descritte. Bisogna farsene una ragione.

Pare che servirebbero almeno sette anni di studi sul campo per finalmente poter scrivere una monografia che rivedesse e ordinasse tutto il genere.

Vediamo quindi di parlare di cosa è certo, evitando di discutere di argomenti ancora non chiariti scientificamente.

Esistono sansevierie a foglie piatte e sansevierie a foglie a sezione circolare o ellittica. Tra quelle a foglie piatte alcune lo sono solo nella parte superiore, avendo una forma a cucchiaio.

Un’altra variabile è la crescita del rizoma e dell’eventuale fusto eretto. Il rizoma può essere sotterraneo o aereo. Se aereo le radici sono a trampolo, robuste e verticali nella parte emersa. Si diramano solo una volta raggiunto il suolo. Il fusto eretto è presente in poche specie, come S. arborescens, S. frutescens e S. powellii.

Le infiorescenze possono essere a spiga, a racemo o capitate ed i fiori sono sempre tubulari e di colore biancastro. Il frutto è una bacca vagamente sferica, ruvida e di colore arancione a maturità.

Le foglie appaiono in rosette e, anche con il passare del tempo, non aumentano di numero all’interno della singola rosetta. Crescendo si formeranno semplicemente altre rosette che, fin dall’inizio avranno un numero determinato di foglie.

Se coltivate in vaso, una volta che questo sarà pieno di rosette la crescita si fermerà, oppure il vaso si romperà. Inutile aspettare foglie nuove. Bisognerà dividere la pianta o almeno metterla in un vaso di dimensioni maggiori. Se i rizomi dovranno essere tagliati sarà bene attendere che il taglio si asciughi bene e si cicatrizzi prima di interrarli di nuovo.

Durante l’inverno necessitano di quanta più luce possibile ed una siccità completa per resistere meglio alle temperature più basse, mentre in estate amano annaffiature abbondanti ma ben distanziate in modo che il terreno si asciughi completamente fino in profondità prima di effettuare una nuova irrigazione. Sempre in estate sarà meglio tenerle in luce filtrata per evitare bruciature. In natura crescono anche in pieno sole, risultando però un po’ giallognole.

Per molte specie la fioritura avviene in occasione del riposo asciutto invernale o subito dopo, ma alcune fioriscono in estate.

La concimazione è consigliabile durante la stagione di crescita (estate), annaffiandole con una soluzione di fertilizzante per succulente ogni due-tre irrigazioni.

Si adattano facilmente alla coltivazione come “piante da appartamento” riuscendo a vivere in ambienti con poca luce ed aria secca. Durante l’estate è però consigliabile far loro prendere un po’ di luce solare abituandole gradualmente (e sottolineo “gradualmente”) ad una situazione di mezz’ombra o, meglio, di luce filtrata.

Il terreno deve essere di tipo adatto alle succulente e, se acquistate in un supermercato o in un vivaio “commerciale”, saranno spesso da rinvasare subito togliendo completamente la torba in cui vengono distribuite e sostituendola con un substrato giusto, come spiego nel minicorso sui terreni.

Tra le specie più insolite e mirabili voglio citare S. masoniana, a foglie enormi, larghe fino a 25 cm ed alte fino a 60 cm; S. singularis, con le rosette, se così si possono ancora chiamare, composte da una sola foglia cilindrica, eretta e rigidissima; S. aubrytiana, con foglie piatte, molto lunghe, fino quasi ad un metro, e meravigliosamente maculate; S. kirkii, con una bellissima fioritura e foglie che nella cultivar ‘Coppertone’ della var. pulchra sono maculate di bianco, verde e rosa-arancio; S. pinguicula, con rosette piccole ma estremamente succulente; S. eilensis, le cui piante sembrano ventagli di banane a bande sfumate verdi e biancastre.

La propagazione è facilissima per divisione, l’importante è lasciare asciugare bene i tagli effettuati sui rizomi, come già detto sopra. La talea di foglia è possibile, con risultati variabili: le piante che se ne originano potrebbero essere diverse dalla pianta madre, a seconda delle caratteristiche dei tessuti fogliari nel punto in cui si formano le nuove piantine. Un fenomeno, questo, conosciuto come “sport”. La semina è ovviamente sempre fattibile, ma bisogna prestare attenzione all’impollinazione per non avere ibridi indesiderati. Quando si hanno diverse specie l’ibridazione è piuttosto frequente. I semi si interrano a inizio estate in un terreno da succulente alla profondità di circa 1 cm e si trattano come le piante adulte, solo annaffiando un po’ più frequentemente finché non avviene la germinazione.

È bene ricordare che le sansevierie da seme hanno una loro forma giovanile e che prenderanno l’aspetto definitivo solo dopo aver prodotto diverse rosette. Questo è soprattutto evidente nelle specie con foglia a sezione circolare od ellittica, che inizialmente hanno rosette di foglie piatte.

Sansevieria concinna
Sansevieria kirchii var. pulchra ‘Coppertone’
Sansevieria trifasciata ‘Moonshine’
Fiori a livello del suolo di Sansevieria singularis
Sansevieria aubrytiana

Tephrocactus

Il nome deriva da tephra, che in greco significa cenere, a causa del loro colore spesso grigiastro o forse perché crescono anche sulle ceneri di alcuni vulcani. 

La storia tassonomica ha visto Tephrocactus come sottogenere del genere Opuntia e come genere a sé stante. Anticamente alcune specie erano addirittura incluse nel genere Cereus. Recentemente si è comunque avuto un generale consenso nel riconoscere Tephrocactus come genere.

Si tratta di piccoli arbusti a fusto succulento e fotosintetizzante, privi di foglie, formati da diversi articoli generalmente brevi, cilindrici, ovoidali, ovati, sferici o a botte. Sono dotati di glochidi e spesso anche di spine di forma e dimensione variabili. Si va dalle spine aghiformi lunghe pochi centimetri alle spine piatte, papiracee e flessibili di Tephrocactus articulatus var. papyracanthus a quelle lunghe 15 cm di Tephrocactus aoracanthus var. paediophilus. Gli articoli crescono uno sull’altro, formando masse sempre più grandi. Spesso qualche articolo si stacca (basta un piccolo urto), cade e radica altrove. La fioritura avviene quando sono presenti almeno due o tre articoli ed è apicale. I fiori, a corolla gialla, bianca, rosa e fino a rossa, sono simili a quelli di Opuntia, ma il frutto che ne deriva è privo di polpa, rivestito della sola epidermide, contenente i soli semi pressati tra di loro. I semi sono di circa 5-7 mm, di forma irregolare, dotati di un arillo spugnoso ma molto duro. La loro germinazione è erratica e può avvenire anche dopo molti anni dalla fuoriuscita dal frutto. Questo lungo periodo può essere utile affinché i semi si disperdano, nel frattempo, su una superficie maggiore.

Crescono sulle Ande centro-meridionali, più frequentemente sul versante orientale, in ambienti come i deserti di alta quota e le steppe di montagna. La loro esposizione è in pieno sole o comunque sempre molto luminosa.

Il clima dei loro ambienti ha un’ampia escursione termica, sia annuale che giornaliera. Per questo alcune specie possono resistere anche a temperature sotto lo zero, ma quando questo avviene il terreno e l’aria sono sempre molto asciutti. Le piogge sono esclusivamente estive in quei luoghi. Li ho visti in natura e questo mi ha fatto capire, in un linguaggio senza parole, ciò di cui queste piante affascinanti hanno bisogno.

In orticoltura queste specie sono coltivate per le loro forme e per i loro fiori, oltre che come piante di interesse botanico. Inoltre coltivandole si contribuisce alla loro conservazione ex-situ, specialmente se si mantengono i dati di località. Càpita spesso, infatti, che alcune stazioni naturali vengano distrutte durante la costruzione di opere o la lavorazione dei terreni.

Si coltivano facilmente in terreni da succulente (vedi minicorso sui terreni), in pieno sole o, meglio, in luce un po’ filtrata (le piante più esposte sono un po’ bruciacchiate anche in natura). Le annaffiature si effettuano solamente durante la stagione calda e devono essere abbondanti (il terreno deve essere bagnato fino in fondo) ma rade (non prima che il substrato sia rimasto completamente asciutto per almeno una settimana). Quindi più o meno ogni 15-20 giorni in estate e mai in inverno. Ogni anno io le bagno per la prima volta a fine marzo e per l’ultima volta a metà settembre. Per la concimazione si procede con un fertilizzante liquido per succulente (NPK circa 1-3-5 o multipli + microelementi), a metà della dose consigliata, durante la stagione di maggior crescita e subito prima.

La semina è una vera sfida alla pazienza ed alla capacità di sapersi accontentare delle poche piante che presumibilmente otterremo. Consiglio di seminare a primavera, nel solito terreno adatto alla crescita delle piante adulte, affondando i semi nel substrato (pressandoli) e coprendoli poi con uno strato di 8-10 mm di lapillo puro o ghiaietto da acquario. Questo a differenza di quanto si fa con i semi di molte Cactaceae, che invece non si coprono ma si pressano soltanto. Annaffiare molto delicatamente a doccia (senza far venire all’aria i semi) o per immersione parziale del contenitore (con l’acqua a circa 2 cm sotto il livello del terreno). I primi semi possono nascere entro un mese, ma altri potrebbero farlo anche negli anni successivi, dopo diversi cicli di umido e di asciutto. Germinazioni del 5-10% sono già un successo e ti potrai accontentare, anche perché poi sarà facilissimo propagarli agamicamente staccandone gli articoli e ponendoli a radicare.

Tephrocactus alexanderi
Tephrocactus aoracanthus var. paediophilus
Tephrocactus curvispinus
Tephrocactus sphaericus
Tephrocactus fauxianus
Tephrocactus reicheanus
Tephrocactus articulatus var. papyracanthus
Tephrocactus aoracanthus var. paediophilus
Tephrocactus aoracanthus var. paediophilus
Tephrocactus sphaericus
Tephrocactus weberi
Tephrocactus molinensis
Tephrocactus atroviridis
Tephrocactus alexanderi
Tephrocactus geometricus, forma scura. Un semenzale di circa 6 mesi.