La patata dolce

In Italia la patata dolce, nota anche come patata americana, è conosciuta quasi esclusivamente per la sua cultivar completamente bianco-avorio coltivata in Veneto, ma ultimamente si stanno affacciando alcune delle numerose forme e colorazioni di questa variabilissima specie. I tuberi possono essere più o meno allungati, la loro pasta varia dal bianco all’arancione, al rosa per arrivare fino al viola scuro. La “buccia” può avere le stesse colorazioni, ma queste sono indipendenti dal colore della pasta. Anche il sapore varia e può andare dal sapore di zucca, tipico di molte cultivars a pasta arancione, a quello di castagna.

In cucina può essere impiegata sia in piatti salati che in pasticceria, ad esempio andando a sostituire le castagne nel famoso dolce Montebianco.

È una specie che si trova solamente in coltivazione e che probabilmente deriva dalla selvatica Ipomoea trifida, di cui la patata dolce sarebbe un’esaploide. Si tratta di un’erbacea perenne tuberosa (i tuberi si formano dall’ingrossamento di segmenti di radice e quindi possono trovarsi anche distanti dalla base delle piante) con fusti solitamente striscianti e raramente rampicanti. La crescita è molto vigorosa. Le foglie sono di circa 10 cm e variabili nelle numerose cultivars. Possono essere intere cuoriformi, lobate o palmatopartite. La fioritura può dipendere dalle condizioni ambientali e può non manifestarsi in alcuni cloni. Se l’infiorescenza è presente è costituita da pochi fiori. Ha sepali di 8-15 mm, leggermente cartacei, oblunghi od ovati, con apice solitamente acuminato. La corolla è di 4-7 cm, lilla, più scura alla base ma talvolta bianca. La fioritura è più probabile in posizione assolata e asciutta e con fotoperiodo non molto lungo (da agosto in poi). Il frutto è ovoidale, di circa 1 cm, deiscente e viene prodotto molto raramente perché per svilupparsi è necessaria l’impollinazione incrociata tra diversi cloni.

All’inizio della primavera, in casa o in serra, si mettono i tuberi per metà in acqua (o in terriccio o sabbia umidi) e si attende che producano cacciate di circa 20-30 cm. Nell’occasione bisogna prestare attenzione a non mettere i tuberi capovolti perché altrimenti potrebbero germogliare dalla parte immersa. Quando le cacciate saranno state prodotte ed avranno raggiunto una sufficiente lunghezza si tagliano alla base, si tolgono le foglie più in basso e si dimezzano quelle più in alto, poi si mettono a radicare le talee così ottenute direttamente nell’orto, non in vaso. Si interrano almeno 3 nodi e si annaffiando abbondantemente nei primi giorni, possibilmente ombreggiandole con cassette rovesciate, con telo ombreggiante o con altri metodi. Durante l’estate cresceranno moltissimo fino a ricoprire il terreno intorno a loro. Non serviranno nemmeno lavori per togliere le erbacce, tranne all’inizio, poiché queste verranno praticamente soffocate dalle patate dolci.

A fine estate o in autunno, a seconda della precocità delle cultivars che si hanno in coltivazione e di quando le talee sono state piantate, si procede alla raccolta dei tuberi appena le foglie iniziano ad ingiallire. Per la raccolta è bene preferire giornate arieggiate e asciutte, fare attenzione a non danneggiare molto i tuberi e cercare di far asciugare rapidamente le eventuali ferite dovute alla lavorazione. Una vanga-forca sarà l’attrezzo da preferire in quest’occasione. In condizioni di umidità, attraverso ferite e sbucciature possono svilupparsi marciumi. Appena i tuberi siano leggermente asciutti e disidratati (dopo circa una settimana dalla raccolta) si potranno conservare molto facilmente per diversi mesi, sempre in luogo asciutto. Con controlli periodici si potranno eliminare subito eventuali tuberi che inizino a marcire o ad ammuffire, in modo di tenere sempre sane le proprie scorte. Inoltre ricordiamoci di lasciare alcuni tuberi per la propagazione nell’anno successivo.

Questa specie necessita di terreno sciolto, profondo e non sassoso per un buono sviluppo dei tuberi. Solitamente non necessita di grandi concimazioni e in un buon terreno da orto queste possono anche essere evitate. Un eccesso di azoto produce solo una grande crescita di foglie a discapito dei tuberi. L’irrigazione sarà da effettuarsi quasi esclusivamente nel periodo di attecchimento delle talee, in cui bisogna annaffiare frequentemente per 10-15 giorni. In seguito non ha bisogno di irrigazioni, a meno che non si verifichino forti siccità o che venga coltivata in terreni troppo drenati.

Si tratta di una pianta tropicale che, in pieno sole, può essere coltivata anche in climi temperato-caldi e temperati, poiché riesce a produrre tuberi prima dell’arrivo dell’inverno. La durata della coltura varia da una cultivar all’altra e si va da 90 a 160 giorni. Occorre quindi fare un po’ di calcoli con la durata delle temperature accettabili. Può vivere anche come perenne se le si fornisce calore costante. Almeno una cultivar, la ‘Okinawan Purple’, non ricaccia dai tuberi e deve essere fatta svernare mantenendola in vegetazione, anche facendo talee autunnali da far radicare in serra. Da queste talee autunnali, una volta attecchite ed allungatesi, si potranno prendere altre talee da piantare nell’orto a primavera, entro aprile.

Originatasi in coltivazione nel Sudamerica occidentale si è diffusa nelle isole del Pacifico già in epoca precolombiana e da lì in Cina e in Giappone. Da questi luoghi è stata poi portata in tutti i paesi tropicali e temperati in tempi relativamente recenti.

La variabilità specifica è molto elevata ed esistono cultivars adatte a diverse condizioni ambientali, con diversi sapori, di diversi colori e a rese più o meno elevate. Alcune cultivars sono puramente ornamentali poiché producono tuberi piccoli e fibrosi, ma foglie e fiori notevoli.

Ho avuto il piacere di introdurre in Europa alcune cultivars a pasta viola come la ‘Purple’, la ‘Speckled Purple’ e la ‘Okinawan Purple’ e dopo averle diffuse tramite Vivaio Corazza mi ha fatto altrettanto piacere vederle in vendita tra le verdure di un supermercato di cibo biologico. Tra l’altro le varietà violacee, oltre che belle, sono ricche di antocianine, ottime come antiossidanti.

Attualmente sto tentando di ottenere, attraverso incroci e selezioni, una varietà che oltre a tuberi violacei e commestibili abbia anche foglie dello stesso interessante colore. Vedremo cosa riuscirò eventualmente a fare…

Per approfondimenti su botanica, coltivazione ed utilizzi (anche ricette) consiglio il libro, di cui sono coautore, “Piante alimentari insolite”, Edizioni Il Campano, Pisa. Ordinabile in tutte le librerie ed acquistabile direttamente dall’editore o qui a prezzo scontato.

Ipomoea batatas ‘Kotobuki’
Ipomoea batatas ‘Purple’
Ipomoea batatas ‘Okinawan Purple’
Ipomoea batatas ‘Radiosa’, cultivar che ho creato attraverso incroci.

Hippeastrum

Ancora troppo spesso queste meravigliose bulbose sono erroneamente chiamate Amaryllis. Hippeastrum è invece un genere tutto sudamericano che si differenzia dal sudafricano Amaryllis soprattutto per i propri semi che sono piatti, papiracei, neri ed alati. Inoltre Hippeastrum ha gli scapi fiorali cavi, mentre Amaryllis li ha pieni.

L’etimologia del nome di questo genere è da ricercarsi in hippeus (= cavaliere) e astron (= stella). Quindi il significato della parola Hippeastrum è “stella del cavaliere”, ma il motivo di tale scelta non è ben chiaro.

Si tratta di geofite a bulbo poco profondo o parzialmente esposto le cui specie sono solitamente diffuse in ambienti semiaridi e con un perfetto drenaggio, come, ad esempio, su pendii erbosi con alcune rocce e sul ciglio di scarpate. Esistono però alcune specie originarie di ambienti molto diversi che vanno dalle paludi alle rupi assolate, dalle foreste e ai bordi dei torrenti.

 Nonostante questo genere sia diffuso dal Messico all’Argentina esistono due centri di biodiversità, cioè due zone in cui vivono un gran numero di specie: il Brasile sud-orientale e la regione degli Yungas, intorno al confine tra Bolivia e Perù.

Trovo molto affascinante che, nonostante la plurisecolare esplorazione botanica e, purtroppo, la forte distruzione degli habitat, si continuino ancora a trovare specie nuove mai descritte. Proprio in questi giorni è stato pubblicato Hippeastrum verdianum ad opera di un mio amico di Facebook.

Per non trattare dei comuni ibridi commerciali dei quali si è spesso persa ogni genealogia e che trovo molto poco interessanti da un punto di vista naturalistico, ti parlerò di alcune delle circa novanta specie botaniche, vere bellezze naturali.

In coltivazione è sempre utile cercare di ricreare le condizioni ambientali dei luoghi di distribuzione naturale, come sempre, ed allora ti indico qui di seguito un substrato adatto alla maggioranza delle specie, cioè a quelle che vivono in aree semiaride, più o meno luminose e ben drenate: 50% lapillo vulcanico a granulometria di circa 3-5 mm, 30% terriccio universale contenente anche compost, 20% sabbia ventilata (cioè senza polvere).

Questi che seguono sono invece alcuni degli habitat “insoliti” e le loro specie.

Paludi: Hippeastrum angustifolium, H. santacatarina, H. breviflorum.

Lungo i bordi di corsi d’acqua e cascate, talvolta temporaneamente inondati: Hippeastrum ramboi.

Rupi assolate: Hippeastrum mollevillquense

Foreste: Hippeastrum striatum, H. vittatum (margini di foreste), H. aulicum (epifita), H. papilio (epifita), H. calyptratum (epifita), H. arboricola (epifita).

Le specie epifite hanno bisogno di un substrato molto arieggiato e per le quali consiglio un 80% lapillo vulcanico e un 20% terriccio universale o anche un 100% lapillo vulcanico.

Per quanto riguarda la stagionalità bisogna dire che hanno generalmente bisogno di un riposo invernale piuttosto asciutto e a temperature minime di almeno 5°C ma alcune specie sopportano (ma non amano) un po’ di pioggia invernale e temperature minime fino a circa -2°C (Hippeastrum papilio, sempreverde, e H. aulicum, a vegetazione e fioritura invernali in clima mediterraneo).

Hippeastrum reginae pare (ma non lo ho testato) che resista fino a -7°C ed incrociato con H. vittatum ha dato origine a H. x johnsonii, ibrido abbastanza rustico creato nel 1799 da un orologiaio inglese di nome Arthur Johnson.

La coltivazione in vaso è meno problematica se il contenitore è piuttosto stretto e viene presto riempito dalle radici. Cosa, questa, comune a molte Amaryllidaceae.

Le specie del genere Hippeastrum si possono incrociare anche con il genere Sprekelia dando origine all’ibrido intergenerico ed apomittico x Hippeastrelia.

Per quanto riguarda l’impollinazione questa avviene generalmente ad opera di insetti e di colibrì ma in Hippeastrum calyptratum sono i pipistrelli a portare il polline da un fiore all’altro. Il pipistrello si appoggia al fiore che deve sostenerne il peso. Per questo i suoi peduncoli sono particolarmente robusti. I pipistrelli non hanno una buona vista ed i fiori, verdi e dall’odore di “plastica nuova”, possono fotosintetizzare piuttosto che attrarre impollinatori con colori vivaci.

Poche specie sono autofertili ed alcune lo sono solo in qualche individuo. L’impollinazione incrociata è sempre favorita con vari meccanismi e anche le specie autofertili si autoimpollinano solo come “ultima chance”.

I semi vengono dispersi dal vento, come si può facilmente immaginare data la loro forma. In coltivazione vengono spesso seminati facendoli galleggiare sull’acqua in un contenitore per poi trapiantare le plantule appena saranno maneggiabili. Alcuni affondano ma germinano ugualmente. Io preferisco seminarli su un substrato solido, uguale a quello adatto alla crescita delle piante adulte, poiché la crescita iniziale in acqua avviene utilizzando esclusivamente le riserve del seme e non anche i nutrienti prelevabili dal terreno. Inoltre il trapianto potrebbe causare alcune perdite e disturbare le piantine che dovrebbero abituarsi al substrato solido dopo essersi inizialmente sviluppate in acqua.

Alcune specie producono bulbi laterali (alcuni individui più di altri) ed altre invece no. Quando presenti, i bulbi laterali possono essere impiegati nella propagazione agamica, ma, ovviamente, costituiranno sempre un solito clone non autoimpollinabile nel caso di specie o di individui autosterili.

Nel caso ti servissero altre informazioni ti invito a contattarmi attraverso il modulo di contatto di questo sito, mentre per informazioni sui substrati in generale puoi scaricare il minicorso da qui.  

Qui di seguito ti metto alcune mie foto.

Hippeastrum papilio in piena terra, nonostante sia epifita.
Hippeastrum papilio
Hippeastrum puniceum
Hippeastrum roseum
Hippeastrum calyptratum
Hippeastrum calyptratum
Hippeastrum machupijchense in natura
Esempio di substrato adatto alla maggior parte delle specie del genere Hippeastrum

L’evoluzione delle Cactaceae

Fino ad oggi non è stato trovato nessun cactus fossile. I processi di sedimentazione, che portano alla formazione dei fossili, richiedono un rapido seppellimento e la circolazione all’interno di questo di acqua, in modo da permettere la sostituzione del materiale organico con materiale minerale.

La maggior parte dei cactus però vive nei deserti o in ambienti subdesertici dove l’acqua è scarsa e piove di rado.

Per tali motivi, al giorno d’oggi, non sono ancora stati rinvenuti cactus fossili.

Non conoscendo esemplari fossili, ossia antichi, per determinare le relazioni esistenti tra i vari cactus si deve ricorrere alla morfologia esterna delle piante e a dati biochimici e cromosomici (DNA).

Da alcuni studi molto recenti sulla variabilità del DNA e sull’anatomia vascolare dei cactus, è risultato che la famiglia delle Angiospermae più vicina sistematicamente alle Cactaceae è quella delle Portulacaceae (e non quella delle Mesembryanthemaceae come si pensava precedentemente).

Dalle Portulacaceae si originò, nel Cenozoico, quando il grande continente del Gondwana (costituito da Africa, Sud America, Antartide, Madagascar e India) iniziò a frammentarsi, una stirpe xerofitica, (amante dei luoghi aridi), dotata di un metabolismo CAM/C4, presenza di cellule acquifere (capaci di accumulare acqua), riduzione delle foglie, trasferimento della fotosintesi ai fusti e riduzione della superficie esterna, che fu capace di diffondersi e di dare origine a molte specie. Questi antenati possedevano anche i 2 principali caratteri distintivi delle Cactaceae: le areole (strutture pubescenti da cui si sviluppano le gemme ascellari) e le gemme ascellari (particolari gemme che possono dare origine a fiori o a spine).

Il centro esatto dell’origine dei cactus è stato discusso per molti anni e oggi persistono ancora 2 centri dei speciazione più probabili: le isole caraibiche e il Sud America meridionale. La seconda ipotesi è quella più accreditata.

 

Oggi la grande famiglia delle Cactaceae (la seconda famiglia più grande del Nuovo Mondo dopo le Bromeliaceae) comprende approssimativamente 1500-2200 specie ed è diffusa esclusivamente nelle Americhe (dal Canada centrale alla Patagonia). Una sola specie è presente in Africa: Rhipsalis baccifera.

In base ai caratteri morfologici la maggior parte dei botanici distingue 3 sottofamigie, che si pensa si siano distinte circa 20 milioni di anni fa, qui indicate in ordine evolutivo: Pereskioideae, Opuntioideae e Cactoideae.

Andiamo a scoprirle una per una…

SOTTOFAMIGLIA Pereskioideae

È la più piccola famiglia delle Cactaceae comprendendo solo 18 specie ed è l’unica i cui componenti possiedono foglie ben distinte e persistenti oltre a grandi semi neri e lucidi e semenzali con cotiledoni carnosi.

Ci sono solo 2 generi: Pereskia (16 specie) e Maihuenia (2 specie) e sono diffuse maggiormente in Sud America.

Le Pereskia, originarie dell’America centrale e dei Caraibi, sono piante generalmente arbustive o arboree, legnose e scarsamente succulente; solo una specie (P. aculeata) ha portamento sarmentoso. Alcune specie hanno fiori grandi ed appariscenti (P. aculeata, P. sacharosa), mentre altre hanno fiori minuti (P. humboldtii).

Maihuenia vive a quote relativamente elevate sulle Ande argentine e cilene. Sono piante di alta montagna con un portamento a cuscinetto aggrovigliato ed hanno una crescita molto lenta. Il loro aspetto è estremamente diverso dalle loro cugine Pereskia e per questo originariamente erano state poste vicino al genere Opuntia (o in alcuni casi all’interno).

Entrambi questi generi si trovano su una linea evolutiva indipendente dagli altri cactus, ma non hanno avuto lo stesso successo in termini di speciazione e di diffusione geografica che hanno invece avuto le altre 2 sottofamiglie. Sono probabilmente un gruppo relitto molto simile alle “Protocactaceae” ancestrali.

Pereskia aculeata. Pereskioideae. Una specie sarmentosa.

Pereskia sacharosa. Pereskioideae. Una specie arbustiva.

SOTTOFAMIGLIA Opuntioideae

È una sottofamiglia molto vasta i cui componenti posseggono tutti una struttura morfologica esclusiva: i glochidi.

I glochidi sono delle areole (strutture da cui si sviluppano delle gemme che possono dare origine a spine o a fiori) costituite da piccolissime e finissime spine simili a setole che si distaccano al minimo contatto.

Molte specie inoltre hanno foglie decidue che si disseccano precocemente e cadono.

Altra caratteristica sono i semi neri racchiusi in un involucro funicolare grigio-avorio costituito da tessuti accessori che in alcune specie si induriscono divenendo simili a sassolini.

Infine i semenzali hanno cotiledoni carnosi simili a quelli delle Pereskioideae.

La sottofamiglia è costituita da 13 generi e circa 300 specie: Opuntia (con più di 200 specie), Cylindropuntia (42 specie), Austrocylindropuntia (12 specie), Brasiliopuntia (1 specie), Tephrocactus (10 specie), Pterocactus (9 specie), Corynopuntia (15 specie), Salmonopuntia (1 specie), Puna (2 specie), Pereskiopsis (con circa 9 specie), Quiabentia (con 2-4 specie), Tacinga (con 2 specie) e Maihueniopsis (con 5 specie).

Questa sottofamiglia è la più diffusa sul territorio delle altre 2 essendo presente sia in Nord che in Sud America (dal Canada centrale fino alla Patagonia). Si è inoltre diffusa abbondantemente in Sud Africa e in Australia (dove sta diventando infestate).

Ha inoltre un valore economico molto importante poiché alcune specie (come Opuntia ficus-indica) sono coltivate, soprattutto nell’area mediterranea, per la produzione di frutti, mentre in Sud America, in Messico, in Egitto e in Sicilia vengono usate come supporto per le cocciniglie dalle quali si ricava un colorante rosso impiegato per tingere i tessuti.

Quiabentia pflanzii. Opuntioideae. Una specie arborescente.

Cylindropuntia tunicata. Opuntioideae. Una specie arbustiva.

SOTTOFAMIGLIA Cactoideae

Questa sottofamiglia concentra circa l’86% della biodiversità di tutte le Cactaceae.

I suoi componenti caratterizzano, nella maggior parte dei casi, fino al 99% delle collezioni di Cactus.

Questa sottofamiglia è abbondantemente diffusa sia in Nord che in Sud America e mostra un’incredibile variabilità morfologica: si va da cactus globosi o allungati coperti di spine a forme arboree di notevoli dimensioni a piccoli cactus a rosetta privi di spine, fino ad arrivare a forme epifite con fusti piatti ed allungati che crescono nelle umide foreste pluviali.

Non possiedono foglie, che non si sviluppano mai nel corso del loro ciclo biologico.

I fiori sono generalmente imbutiformi. Le spine, quando presenti, variano nella struttura, nel colore, nella densità e nella disposizione.

I cotiledoni sono microscopici nei semi, in quanto non crescono in proporzione alla crescita dell’embrione.

Data la notevole variabilità, oggi si riconoscono da 8 a 10 linee evolutive indipendenti dette tribù che contano complessivamente da 1000 a 2000 specie.

4 tribù si sono sviluppate in Nord America e sono:

  1. Cacteae: la più grande caratterizzata da cactus globosi con molte costolature, areole ovali e fiori subapicali, originari di USA, Messico, Canada, Caraibi, Venezuela e Colombia. Comprende i seguenti generi: Ariocarpus, Astrophytum, Aztekium, Coryphantha, Echinocactus, Echinofossolocactus, Epithelantha, Escobaria, Ferocactus, Geohintonia, Leuchtembergia, Lophophora, Mammillaria, Neolloydia, Obregonia, Ortegocactus, Pediocactus, Peleciphora, Sclerocactus, Stenocereus, Strombocactus, Thelocactus.
  2. Pachycereeae: cactus colonnari con fiori generalmente notturni, dell’America Centrale, Messico, Stati Uniti sud-occidentali, Caraibi e Sud America (fino al Venezuela). Comprende i seguenti generi: Bergerocactus, Carnegia, Cephalocereus, Escontria, Myrtillocactus, Neobuxbaumia, Pachycereus, Polaskia e Stenocereus.
  3. Echinocereeae: Cactus cilindrici dotati di numerose coste spinose, originari del Sud America. Comprende i seguenti generi: Acanthocereus, Echinocereus, Harrisia, Leptocereus e Peniocereus.
  4. Hylocereeae: cactus epifiti, striscianti o rampicanti dotati di radici avventizie, originari di luoghi umidi e scarsamente soleggiati dell’America centrale e meridionale. Comprende i seguenti generi: Disocactus, Epiphyllum, Hylocereus, Selenicereus e Weberocereus.

5 tribù si sono sviluppate in Sud America e mostrano gli stessi adattamenti morfologici dei loro consimili nord-americani:

  1. Notocacteae: cactus cilindrici o globosi dotati di numerose coste con areole setolose e fiori apicali, originari del Sud America e delle Galápagos. Comprende i seguenti generi: Austrocactus, Blossfeldia, Copiapoa, Corryocactus, Eriosyce, Eulychnia, Frailea, Parodia, Ubelmannia e Yavia.
  2. Thrichocereeae: cactus colonnari, cilindrici o globosi con molte coste , originari del Sud America e delle Galápagos. Comprende i generi: Acanthocalycium, Brachycereus, Cintia, Cleistocactus, Deincoza, Discocactus, Echinopsis, Espostoa, Facheiroa, Gymnocalycium, Harrisia, Lasiocereus, Leocereus, Lobivia, Matucana, Mila, Neowerdermannia, Oreocerus, Oroya, Pygmoeocereues, Rebutia, Samaipaticereus e Weberbauerocereus.
  3. Browningieae: cactus colonnari fortemente spinosi con fiori notturni, originari del Sud America (Ande) e delle Galápagos. Comprende i seguenti generi: Amatocereus, Browningia, Calymnanthium, Jasminocereus, Pseudoacanthocereus e Stetsonia.
  4. Cereeae: cactus con fusti colonnari, spine robuste, poco costolati, originari del Sud America orientale (Brasile, Uruguay, Argentina). Comprende i seguenti generi: Arrojadia, Austrocephalocereus, Brasioliocereus, Cereus, Cipocereus, Coleocephalocereus, Micranthocereus, Pilosocereus e Stephanocereus.
  5. Rhipsalideae: specie epifite con fusti allungati penduli o striscianti e fiori diurni, ma che restano aperti anche di notte. Comprende i seguenti generi: Hatiora, Lepismium, Rhipsalis, Rhipsalidopsis e Schlumbergera.

In questa ultima tribù vi è una specie originaria dell’Africa tropicale. Non si sa esattamente come il progenitore di questa specie vi sia arrivato e quindi diversificato, ma si pensa che ciò possa essere dovuto al trasporto di semi da parte di uccelli migratori o da parte di correnti oceaniche.

Alcuni pensano che potrebbero essere stati anche antichi navigatori partiti dall’Africa alla volta delle Americhe e poi tornati indietro; oppure antichi navigatori partiti dalle Americhe e arrivati in Africa portando con essi i semi di questa pianta.

Echinocactus grusonii. Cactoideae, Cacteae. Una specie globosa.

Rhipsalis puniceodiscus. Cactoideae, Rhipsalideae. Una specie epifita.

Epiphyllum oxypetalum. Cactoideae, Hylocereeae. Una specie epifita.

Eopuntia douglasii: il mito del cactus fossile

 Nel 1944 venne ritrovato, in depositi eocenici provenienti dalle formazioni del Green River nello stato dello Utah (USA), un fossile molto particolare che venne ritenuto inizialmente un cactus e fu denominato Eopuntia douglasii.

Ci furono in seguito molte controversie sul fatto che questo fossile fosse indubbiamente un cactus. Oggi si ritiene infatti più probabile che non si tratti di una cactacea, ma di un Cyperus (un’erbacea palustre).

A causa dei rizomi tuberosi la specie è stata determinata come Cyperus filiferus, una monocotiledone con fusti dicotomici alla cui biforcazione si trovano dei lobi, allargati in una massa globosa, dotati di una fossetta sulle appendici distali.

Il fossile di Cyperus filiferus classificato erroneamente come Eopuntia douglasii

LE TEORIE ALTERNATIVE

 La teoria delle Maihuenia

Alcuni considerano il genere Maihuenia come il cactus più primitivo, cioè quello più simile all’antenato delle Cactaceae.

Ci sono in effetti delle somiglianze tra Maihuenia e Portulaca e molti caratteri di Maihuenia sono ritenuti primitivi nella famiglia delle Cactaceae, per cui alcuni pensano che le tre sottofamiglie attuali si siano evolute da un antenato simile alle specie di questo genere.

I cactus della sottofamiglia Opuntioideae sud-americani (Austrocylindropuntia e Maihueniopsis) sono probabilmente gli opuntioidi più primitivi: essi non sono molto diversi morfologicamente da Maihuenia, ma hanno in più i glochidi e gli arilli ossei nei semi.

Tra i cactus della sottofamiglia Cactoideae, le Copiapoa sono probabilmente le più primitive, producendo semi neri la cui morfologia si avvicina a quella delle Pereskioideae.

La teoria delle Pereskia

Il genere Pereskia è generalmente considerato il più primitivo a causa della sua scarsità di succulenza e la presenza di foglie che la fanno somigliare ad una pianta “ordinaria”, ma con in più le areole e le gemme ascellari tipiche delle Cactaceae.

Secondo questa teoria le prime Cactaceae erano piante fogliose che in risposta a un maggior inaridimento dell’habitat divennero più succulente, trasformando le loro foglie in spine.

Secondo alcuni scienziati invece le Pereskia possono rappresentare una devoluzione: cioè si possono essere separate precocemente durante l’evoluzione dei cactus, adattandosi a vivere in un ambiente meno arido e più piovoso, divenendo così piante fogliose. Esse avrebbero scelto cioè la “via più facile”.

La teoria dei Rhipsalis

 Rhipsalis è l’unico cactus rinvenuto naturalmente in Africa, al di fuori delle Americhe.

Alcuni pensano che possa essere stato introdotto in questo continente dall’uomo: antichi navigatori Africani arrivarono fino in America e poi ritornarono indietro portando con sé questa pianta; o, al contrario, alcuni antichi navigatori americani arrivarono fino in Africa e portarono con loro questa pianta che per essi poteva avere un qualche utilizzo etnobotanico.

Poiché la distanza tra Africa e America è notevole i semi di tale pianta possono anche essere stati introdotti dagli uccelli migratori, oppure dalle correnti oceaniche.

Un’altra teoria è invece quella che si basa sul fatto che i cactus si possano essere evoluti a partire proprio dai Rhipsalis prima della frammentazione del Gondwana. Per cui i Rhipsalis rimasti in Africa non si sarebbero evoluti ulteriormente a differenza dei loro cugini americani che si sarebbero dovuti adattare a condizioni climatiche sempre più avverse. I Rhipsalis quindi potrebbero essere gli antenati di tutti i cactus.

 

Hoya

Fino all’inizio del nuovo millennio era difficile trovare molte specie del genere Hoya in coltivazione, tranne Hoya carnosa e Hoya bella.

Ne esistono circa 300 specie, ma la loro tassonomia è piuttosto complicata, incompleta e talvolta anche errata, nel senso che alcune specie sono state descritte più di una volta ed alcune sono state pubblicate come specie nuove ma senza seguire metodi scientifici. Oggi possiamo basare gli studi sia sulla tradizionale morfologia che sulle nuove tecniche genomiche. Questo potrebbe portare molti cambiamenti, ma la cosa più auspicabile sarebbe una completa revisione di questo gruppo di piante che potrebbe anche finire con il riconoscimento di alcuni nuovi generi nei quali rientrerebbero alcune specie dalla morfologia e dal comportamento anomali per il genere Hoya. Ugualmente andrebbe verificato se alcuni generi affini oggi esistenti sarebbero da confermare come separati o se andrebbero fatti ricadere anch’essi nel genere Hoya.

Ad esempio Hoya multiflora ha fiori sufficientemente diversi per poter essere classificata in un nuovo genere, Centrostemma, secondo alcuni. Al contrario si discute se i generi Absolmia, Madangia e Micholitzia debbano invece essere inseriti nel genere Hoya. Il genere Dischidia è invece sufficientemente e chiaramente diverso e può senza dubbio essere tenuto separato.

Molte piante vengono introdotte in coltivazione facilmente come talee, ma non sempre si riesce a determinarne la specie esatta. Così se ne indica solo il nome del raccoglitore ed il fieldnumber o la località di raccolta (es.: Hoya sp. IML 1036, oppure Hoya sp. Doi Inthanon, Thailandia).

Il loro areale va dal Pakistan all’Australia del Nord Est e questo si ripercuote anche sulle necessità da soddisfare alle diverse specie in coltivazione.

Si possono tracciare due grandi gruppi per quanto concerne la loro orticoltura: le equatoriali e le tropicali. Pur se coltivabili tutte dello stesso substrato, più o meno, che più avanti vedremo, le tropicali possono sopportare minime intorno ai 5-10°C mentre le equatoriali necessitano di temperature sempre sopra i 15-20°C e non hanno mai una stasi vegetativa. Le tropicali possono svernare in una serra mediamente riscaldata, mentre le equatoriali necessitano di ambienti con le temperature di un’abitazione ma con l’umidità di una foresta. Tra le equatoriali si trovano però alcune delle specie dai fiori più grandi e vistosi: Hoya macgillivrayii, H. imperialis, H. campanulata, H. onychoides, H. archboldiana e H. megalaster.

In coltivazione può essere utile osservare le foglie in quanto le specie di ambienti più aridi hanno foglie più succulente che ci fanno capire di distanziare maggiormente le annaffiature in modo da lasciare il substrato asciutto più a lungo tra un’irrigazione e l’altra.

Le specie di questo genere vengono impollinate dagli insetti. I fiori offrono nettare, talvolta in copiose gocce, incolori o colorate. Il profumo è variabile ed appare soprattutto quando gli impollinatori sono in giro, soprattutto durante la notte. Il polline non è in granuli ma in pollinii che restano attaccati agli insetti e che vengono poi involontariamente depositati dagli stessi nelle apposite aree della corona presente al centro dei fiori.

Crescono facilmente e bene in un substrato poroso che può essere ottenuto mescolando un 50% di terriccio universale torboso, un 40% di lapillo in granulometria di 3-6 mm e un 10% di sabbia ventilata da intonaci (cioè senza polvere). Questa formula potrà poi essere variata a seconda del gradimento delle varie specie. Aggiungere sabbia porta ad una più rapida asciugatura e aggiungere lapillo porta ad una maggiore aerazione.

Tutte amano la luce filtrata dalle foglie di un albero, da una tenda o da un apposito telo ombreggiante.

Si consiglia di non tagliare le infiorescenze sfiorite, poiché dallo stesso peduncolo potranno formarsi nuovi pedicelli con nuovi fiori durante gli anni successivi. Ovviamente sono piante in grado di produrre semi, ma in coltivazione raramente vengono prodotti i frutti a causa della loro particolare strategia impollinatoria.

Un ultimo consiglio: evitare di far morire parte delle radici poiché difficilmente saranno rigenerate prima della disidratazione della pianta. Le radici possono morire dall’eccesso di acqua, dalla scarsità di acqua o dalla poca aerazione del terreno. Se dovesse succedere consiglio di fare talee con la parte aerea e di porle a radicare in un substrato molto aerato, leggermente umido ed in atmosfera molto umida.

Hoya wayetii, fiori con gocce di nettare.

Hoya carnosa

Hoya arnottiana

Hoya obovata

 

Hoya kerrii

Hoya kerrii, foglie obcordate.

Hoya fraterna, foglie lunghe fino a 20 cm.

Iris sezione Iris

Fino al 2015 il genere Iris era vastissimo, troppo vasto, e comprendeva diverse specie che ora, dopo una profonda e motivata revisione, fanno parte di altri generi. In Iris sono ora rimaste solo le sezioni Oncocyclus, Hexapogon, Regelia, Iris, Pseudoregelia e Psammiris, caratterizzate dai fiori dotati di “barbe”. Se ti interessa approfondire la nuova classificazione del 2015 non esitare a contattarmi attraverso il modulo di contatto di questo sito. In questo articolo ti parlerò della sezione Iris che comprende le specie volgarmente conosciute in italiano come “giaggioli”. Mi occuperò qui delle specie botaniche e non dei numerosissimi ibridi artificiali.

Sono diffusi naturalmente in un areale che va dalla Cina occidentale al Portogallo e dalla Bielorussia allo Yemen, in ambienti molto diversi ma spesso caratterizzati da suolo ben drenato, calcareo e con scarsa vegetazione. Ho notato che spesso crescono su pendii, preferendo l’esposizione ad est. L’areale che vede il maggior numero di specie è rappresentato dalle tre penisole italiana, balcanica ed anatolica.

Sono geofite rizomatose, con rizoma scarsamente interrato o superficiale su cui sono inserite le foglie, distiche, cioè disposte su un unico piano, a formare un ventaglio. Le foglie sono formate quasi esclusivamente dalla loro pagina inferiore alla quale si sono saldati i due margini unendosi verso l’alto. La pagina superiore è ridotta alla breve scanalatura presente alla base e che avvolge il rizoma.

I loro fiori, caratterizzati da ali (tepali rivolti verso il basso) e vessilli (tepali rivolti verso l’alto), sono sorretti da fusti che vanno da 0 a 170 cm, più o meno ramificati a seconda delle specie. Possono essere blu, gialli e/o bianchi, con moltissime combinazioni e tonalità.

La loro determinazione non è sempre immediata ed agevole. Per riconoscere le varie specie bisogna infatti far riferimento alla proporzione tra il tubo fiorale e l’ovario, alla lunghezza delle brattee ed alla loro colorazione e consistenza, alle dimensioni delle foglie e del fusto, alla ramificazione eventuale del fusto, alle dimensioni delle varie parti del fiore. In molti casi si può avere una conferma solo dall’analisi del cariotipo, cioè della forma e dimensione di tutti i cromosomi.

In particolare in Italia negli ultimi cinquant’anni sono state scoperte nuove specie grazie al lavoro di Maretta Colasante che, sulla base di segnalazioni interessanti basate sulla morfologia, ha visto conferma delle sue ipotesi dalle analisi dei cariotipi. Così oggi sappiamo che l’Italia annovera tra le sue specie anche Iris marsica, Iris setina, Iris relicta, Iris revoluta, Iris bicapitata e Iris benacensis. Quest’ultima confermata come specie valida dopo esser stata ritenuta sinonimo di Iris aphylla per molti anni.  Inoltre, ciò che si riteneva una popolazione calabrese di Iris relicta è stato scoperto essere un’altra nuova specie: Iris calabra.

La ricerca è andata avanti anche in altre zone e così in Croazia è stata scoperta Iris adriatica, in Montenegro Iris orjenii e in Grecia Iris hellenica.

Purtroppo negli stessi anni ci siamo lasciati estinguere una specie: la siciliana Iris statellae. Ritenuta sinonimo di Iris lutescens è stata riconosciuta come specie a sé ma non è più stata trovata. Fu coltivata da Maretta Colasante per alcuni anni, ma poi morì e ci si accorse che quello era probabilmente l’ultimo esemplare.

Qui voglio spezzare una lancia in favore della conservazione ex situ (cioè fuori dalle popolazioni naturali, in coltivazione) da alcuni ritenuta inutile o dannosa senza che però nessuno mi abbia ancora validamente spiegato il perché. Certamente è una pratica che va fatta con tutte le dovute attenzioni per mantenere la massima biodiversità e la purezza specifica, tenendo anche memoria dei dati di località dei vari cloni coltivati.

Per questo io utilizzo il metodo dell’impollinazione manuale sotto rete. Lascio sbocciare i fiori dentro sacchetti di rete finissima, li tolgo solo nel momento in cui li impollino manualmente (con altri cloni della medesima specie e località o, in mancanza, con sé stessi) e li ricopro subito con gli stessi sacchetti senza che nessun insetto partecipi all’impollinazione. La sola impollinazione manuale che taluni operano non garantisce affatto che i fiori non vengano impollinati anche da insetti con il polline di chissà quale altra specie/clone compatibile.

La coltivazione ex situ è importante perché ho visto come alcune delle specie più rare e con distribuzione puntiforme siano fortemente minacciate (uso di diserbanti, pascolo eccessivo, ecc.). Bisogna che orti botanici e custodi privati qualificati la adottino ogni qual volta sia possibile. Ad essa può eventualmente essere affiancata anche la reintroduzione in natura di individui puri, qualora se ne verificasse la necessità.

In coltivazione amano i terreni calcarei (ma in natura crescono talvolta, soffrendo un po’, anche su terreni acidi e su serpentini), ben drenati (soprattutto le specie asiatiche), con poco materiale organico, sabbiosi e sassosi. Non gradiscono i terricci commerciali a base di torba e compost. Risulta preferibile la coltivazione in piena terra, meglio se in pendio, poiché nei vasi sono troppo suscettibili alle variazioni di temperatura ed umidità, soprattutto nei vasi di plastica lasciati al sole per ore durante l’estate.

Evitare gli afidi significa soprattutto evitare che questi trasmettano dei virus che possono indebolire le piante e per i quali non esiste alcun rimedio se non la distruzione immediata delle piante con virosi. La virosi si riconosce nelle iris per la presenza, soprattutto in primavera, di striature longitudinali biancastre e traslucide sulle foglie. L’unica cosa che si può fare è utilizzare i semi delle piante virotiche poiché è difficile che il virus si trasmetta alla discendenza (meglio comunque bagnare i semi in una blanda soluzione di candeggina per pochi minuti, poi sciacquarli e seminarli).

Puoi provvedere alla concimazione con un fertilizzante per succulente, quindi poco azotato e ricco in potassio, da somministrare in autunno ed un mese prima della fioritura.

La propagazione è facilissima da divisione dei rizomi, come potrai ben immaginare e come sicuramente già saprai. Meno facile è la propagazione per seme. Per questa occorre raccogliere i semi alla fine della primavera o all’inizio dell’estate e conservarli fino all’autunno, quando saranno seminati all’aperto, preferibilmente sotto una rete a maglia fine (ombreggiante) che nebulizzi gli acquazzoni e in vaso. I semi andranno affondati parzialmente nel substrato, coperti con uno strato di circa 5-10 mm di ghiaietto fine, annaffiati e lasciati al freddo ed alla pioggia invernali. Nasceranno la primavera successiva, ma qualcuno potrebbe nascere anche subito, in autunno, o con un anno di ritardo.

Iris cengialti, in natura.

Iris relicta

Iris setina

Iris pumila

Iris lutescens, in natura.

Iris lutescens, in natura.

Iris sicula, l’iris più grande.

Iris pallida subsp. dalmatica

Iris pallida subsp. illyrica

Lithops. Come si coltivano?

Piacciono a molti e molti le evitano. Perché? Perché quasi sempre finisce che in coltivazione marciscono.

Ecco che allora ti dico come vanno coltivate. Ancora una volta bisogna tenere presenti le caratteristiche ambientali che tali specie incontrano in natura e nelle quali si sono evolute.

Crescono in Africa meridionale, in suoli quasi completamente minerali, dove non cresce quasi nient’altro, sfuggendo dall’essere mangiate da vari animali per mezzo delle loro indiscusse doti mimetiche che le fanno sembrare dei sassi (da qui il nome del loro genere). Bisogna sapere che in tali luoghi piove pochissimo e quando piove avviene in estate. In alcuni anni può anche non piovere affatto. Per questo se diamo loro un regime di annaffiature simile a quello di molte altre succulente rischiamo di dar loro troppa acqua. Hanno inoltre bisogno di molta luce, anche di sole diretto.

Ti indico qui di seguito due semplici indicazioni per farle vivere e crescere bene:

  1. usa questo terriccio: 60% lapillo vulcanico, 20% sabbia ventilata da intonaci, 20% terriccio universale con poca torba.
  2. Annaffia all’incirca con questa cadenza: 1 volta a maggio, 2 volte a giugno, 1 volta a luglio. Poi basta! Quando lo fai bagna bene il terreno fino in fondo ed ogni anno aggiungi eventualmente un concime da succulente alla seconda annaffiatura (la prima serve solo a stimolare la ricrescita delle radici capillari).

Se le tieni in luce troppo filtrata o all’ombra otterrai l’allungamento eccessivo delle loro foglie e di sicuro non somiglieranno più a dei sassi; mentre se le annaffierai troppo spesso si gonfieranno e potranno anche giungere a scoppiare. Dalle crepe entreranno poi dei patogeni e facilmente marciranno.

Se poi un anno vorrai provare a non annaffiarle affatto potrai anche farlo. Sono capaci di travasare l’acqua dalle foglie vecchie a quelle nuove che lentamente crescono sotto alle precedenti fino ad arrivare a sostituirle. Le foglie dell’anno precedente alla fine saranno ridotte ad una “buccia” secca destinata a staccarsi. Si parla di tale fenomeno come di “muta” delle foglie.

Ma vediamo ora come sono fatte. Il loro fusto è brevissimo, sotterraneo, più o meno ramificato a seconda delle specie: in alcuni casi possono formare dei cespi notevoli. Sui fusti, al loro apice, sono attaccate due foglie opposte, succulente, unite tra di loro e trasparenti al loro interno. Sulla loro pagina superiore è spesso presente una zona trasparente, detta finestra, sulla quale appaiono disegni di varie forme e colori a parziale copertura. In natura crescono affondate nel terreno ed emerge solo la finestra e poco più (dovrebbero essere così anche in coltivazione, se tenute bene), la luce solare entra dalla finestra e si diffonde dentro la foglia fino a colpire l’interno delle sue pareti, dove avviene la fotosintesi. La fioritura avviene nella seconda metà dell’estate o durante l’inizio dell’autunno. Il fiore appare tra le due foglie e ad esso segue il frutto, pentagonale o esagonale, legnoso e capace di liberare i semi solo in caso di pioggia. L’acqua causa l’apertura del frutto e le gocce della pioggia fanno saltar via i semi che sono contenuti al suo interno. I semi restano vitali per otto anni e la loro germinabilità aumenta addirittura durante i primi tre. Anche da questo si capisce come questo genere si sia evoluto per resistere a lunghi periodi senza precipitazioni.

Il genere è diviso in due sottogeneri: Xantholithops, a fiori gialli e con foglie quasi completamente saldate tra loro, e Leucolithops, a fiori bianchi ed a foglie più separate, a Y.

Sono propagabili facilmente da seme, provvedendo a tenere molto umido il terreno per circa una settimana (vasi immersi fino a 2 cm dal livello del terreno) e seminando in superficie i piccoli semi che si insinueranno tra gli anfratti del substrato. Anche in questo modo simulerai ciò che avviene in natura, quando i semi vengono sparsi e si trovano a germinare dopo un’abbondante e rara pioggia. I semenzali gradiscono annaffiature leggermente più frequenti.

Per quanto riguarda la rusticità posso dire che, se in inverno sono asciuttissime da agosto e un po’ raggrinzite dalla siccità, resistono anche a -4°C. Alcune specie ad areale più settentrionale, come Lithops ruschiorum, è bene che non vadano sottozero.

Esistono molte specie e moltissime varianti locali, importanti per i collezionisti, e, se posso permettermi di suggerirti le specie per me più affascinanti, ti consiglio Lithops optica f.ma rubra, con le finestre che sembrano due lenti rosse; Lithops ruschiorum, simile a ciottoli di marmo bianco con solo qualche variegatura; Lithops lesliei var. venteri, grigia e con finestre piatte con molti disegni dendritici, cioè ramificati, nerastri.

Le specie sono circa 37 e qualcuna potrebbe ancora celarsi nelle zone più impervie e meno esplorate dell’Africa meridionale (sarai tu ad andarle a scoprire?). Ogni specie è spesso legata e ristretta ad un tipo di roccia e, come già detto, di ognuna ne esistono numerose forme locali. Se imparerai a conoscere le loro esigenze e a trattenerti dalla voglia di annaffiarle potrai ottenere una bella collezione.

Parlando di Lithops noterai come spesso il loro nome sia seguito da un fieldnumber, un numero dato dal raccoglitore e che si riferisce alla specifica stazione in cui fu raccolto il materiale iniziale per l’introduzione in coltivazione e/o in erbario. Ad esempio C103, in cui la C indica Desmond Cole, grandissimo studioso di Lithops, e 103 indica la centotreesima stazione in cui egli raccolse dei semi o qualche pianta da cui deriva tutto il materiale così etichettato.

Un’ultima raccomandazione. Seminale tu, oppure acquistale solo se non sono eziolate (allungate dalla scarsità di luce solare), se sono coltivate in un terreno adatto e possibilmente se hanno i dati di località o il fieldnumber per dare anche un valore scientifico e conservazionistico alla tua raccolta.

Lithops localis

Lithops aucampiae

Lithops terricolor C345, da alcuni anni senz’acqua e per questo rimpicciolita

Come si dà il nome ad una specie botanica?

La scoperta di una nuova specie può avvenire in diversi modi e spesso è un processo lento.

Non sempre, anzi, quasi mai, si trova botanizzando in giro e riconoscendola immediatamente come specie nuova. Questo avveniva per gli esploratori che dopo le grandi scoperte geografiche visitavano le “nuove” terre e quasi tutto ciò che incontravano era una specie nuova.  Esperienza romantica, ma ormai rara.

Spesso la si scopre in un erbario anche decenni dopo la raccolta del campione oppure si capisce che una parte degli individui di ciò che si riteneva un’unica specie ne costituisce un’altra.

Il concetto stesso di specie è qualcosa che non trova tutti d’accordo e questo è una delle varie ragioni per cui spesso esistono diversi sinonimi nei nomi botanici.

Poi ti serviranno degli studi per avere la certezza che si tratti veramente di una specie mai descritta prima. Dovrai controllare in diversi erbari, su diversi testi, fare studi morfologici e talvolta anche molecolari.

Comunque, una volta appurato che ti trovi davanti ad una nuova specie, cosa devi fare?

Per prima cosa ti serve un campione d’erbario di riferimento, detto olotipo. Questo rappresenterà la specie e saranno della stessa specie tutti gli individui con le stesse caratteristiche peculiari. Puoi nominare olotipo un campione già esistente ma fino ad ora ritenuto appartenente ad un’altra specie oppure puoi preparare un campione nuovo. Potrai nominare o preparare anche degli isotipi, cioè dei campioni di “scorta” o “alternativi” da depositare, solitamente, in erbari diversi e distanti per sicurezza e/o per comodità future. Potrebbe infatti accadere che l’olotipo vada distrutto o che, per vari motivi, diventi irraggiungibile.

Se si dovesse mai scoprire in seguito che, in un caso, l’olotipo e un isotipo sono due specie diverse farà fede l’olotipo perché solo esso è il riferimento univoco.

Dovrai poi preparare un articolo, da pubblicare su una rivista scientifica con il quale “annuncerai” la scoperta.

Già, ma quando è che una rivista è “scientifica”? Quando gli articoli in essa pubblicati vengono sottoposti a “peer reviewing”, cioè vengono controllati ed esaminati da altri esperti del settore, eventualmente corretti o modificati con l’assenso dell’autore ed infine approvati. Si approvano quando si fanno asserzioni basate sul metodo scientifico, vale a dire basate su esperimenti provanti e raccontati nel dettaglio in modo che possano essere ripetuti da chi eventualmente avesse dubbi. Sarà necessario che la rivista possegga il proprio codice ISBN (International Standard Book Number), una specie di “numero di targa” delle pubblicazioni (puoi trovarlo su ogni rivista o libro “registrato”, sia elettronico che cartaceo). Se la pubblicazione sarà elettronica l’articolo dovrà essere in formato pdf.

Nell’articolo la parte essenziale è la “diagnosi” in cui dovrai descrivere le caratteristiche peculiari che distinguono la nuova specie botanica da altre più o meno simili. Questa dai tempi di Linneo e fino al 2012 doveva essere rigorosamente in latino, ma da allora in poi si può optare anche per l’inglese. È necessario che la diagnosi riporti all’inizio il nome scientifico completo seguito dall’autore della stessa, dalla dicitura “species nova” (questa è rimasta in latino), spesso abbreviata in “sp. n.” o in “sp. nov.” e dal rimando alle indispensabili immagini, per esempio: “(Fig. 1)”.

Dovrà essere indicato l’olotipo, gli eventuali isotipi, il loro luogo di raccolta, gli erbari in cui essi sono custoditi e il loro raccoglitore (spesso si indica anche il “field number” personale del raccoglitore).  Solitamente si indica la sigla dellIndex Herbariorum, che identifica ogni erbario del mondo, seguita dal numero attribuito ad ogni campione dal singolo erbario in cui è depositato.

Come ti ho già accennato è indispensabile pubblicare anche una o più immagini (foto e/o disegni) che illustrino le caratteristiche tipiche e diagnostiche della specie, eventualmente confrontandole con quelle di specie simili, magari con l’aiuto di una tabella.

Sarà opportuno che tu aggiunga una descrizione completa, più ampia dell’obbligatoria diagnosi. Inoltre potrai anche impostare l’articolo suddividendolo nei classici “riassunto”, “parole chiave”, “introduzione”, “materiali e metodi”, “discussione”, “risultati”, “ringraziamenti” (eventuali) e “bibliografia”. In questo modo spiegherai scientificamente come hai fatto ad arrivare alla certezza che si tratta di una specie nuova alla scienza.

Per approfondimenti ti metto il link di qualche esempio (1, 2, 3, 4) e del Codice Internazionale di Nomenclatura Botanica.

 

Le Begoniaceae

Le Begoniaceae sono una famiglia che annovera solo due generi: Begonia e Hillebrandia. Begonia è un genere enorme: contiene oltre 1900 specie ed è il quinto più numeroso tra le angiosperme (il primo è Astragalus, con oltre 3000 specie). Hillebrandia ha invece una sola specie: Hillebrandia sandwicense. Questa si distingue per avere i fiori a simmetria radiale e rappresenta una morfologia più antica rispetto al genere Begonia.

Il genere Begonia ha una variabiltà vastissima, favorita dallo scarso scambio genico tra le diverse popolazioni, e nuove specie vengono scoperte in continuazione, soprattutto in Indonesia, ma non solo. Molte, purtroppo, si saranno estinte senza mai essere state scoperte, divorate dalla deforestazione insieme al loro ambiente e a tutto ciò che conteneva.

All’interno del genere Begonia esistono oltre sessanta sezioni in cui il genere è diviso e molte specie non facenti parte di nessuna sezione. Queste suddivisioni sono basate, più o meno, sulle differenze che si trovano nelle specie dei vari continenti. Ogni continente ha le proprie sezioni.

In base alla loro morfologia possiamo dividerle nei seguenti gruppi: rizomatose, a canna, tuberose, pachicauli, rampicanti, erbacee, arbustive.

Se invece vogliamo basarci sul loro areale di distribuzione possiamo raggrupparle come segue: americane, sino-himalayane, indonesiane, indocinesi e africane.

In coltivazione le americane sono tra le più facili, pur non essendo rustiche. Tra queste esistono alcune specie che sfidano il sole diretto (delle “eccezioni” tra le begonie) e riconoscibili dalle foglie rigide e coperte di peluria bianca.

Le sino-himalayane invece sono spesso tra le più rustiche poiché comprendono specie di montagna e specie extratropicali, ma alcune specie, soprattutto quelle montane, non amano le nostre estati mediterranee per cui da giugno a settembre vanno tenute nei luoghi più freschi ed ombrosi. In inverno alcune resistono anche all’aperto, se tenute relativamente asciutte e perdendo la parte aerea.

Le specie indonesiane sono molto belle e interessanti ma possono vivere solo in un’atmosfera molto umida ed in ambienti che non siano mai freddi. Praticamente possono essere coltivate solo in un terrario umido, luminoso ma non esposto al sole diretto, magari con un fondale coperto di sfagno vivo. Può bastare anche un semplice barattolo di vetro tenuto tappato, ma fuori dalle umide foreste equatoriali non vivono. Senza terrario e fuori dalla foresta non vivono neanche in Indonesia. A me sono cresciute benissimo in laboratorio, in un germinatoio chiuso, umidissimo all’interno, a fondo riscaldato e con la parte superiore trasparente su cui avevo appoggiato tre lampade fluorescenti accese dalla mattina alla sera e regolate da un timer. Le ho viste anche nelle serre chiuse al pubblico dell’Orto Botanico di Lione, tenute all’incirca con le mie stesse modalità. Alcune sono rarissime e ad areale molto limitato: molto vulnerabili e minacciate di estinzione.

Il gruppo delle indocinesi ha esigenze intermedie tra le indonesiane e le sino-himalayane e rispecchia il variare dei climi dall’equatoriale al temperato.

Le africane sono poco numerose, rispetto a quelle degli altri continenti, ma sono molto variabili. Si va da specie pachicauli come B. dregei ad altre malgasce o dell’Africa centro-occidentale che hanno anch’esse bisogno di terrario. Le pachicauli africane sono piuttosto rognose in coltivazione e spesso si ammalano di oidio se non sufficientemente arieggiate.

In coltivazione due punti fermi sono: terreno fresco ma ben drenato e ombreggiatura. In natura spesso crescono nel sottobosco su terreni in pendenza che non soffrono di ristagni d’acqua pur trovandosi in climi generalmente umidi.

Quindi niente sottovasi, niente terricci asfittici né pesanti o pressati e niente sole diretto. Io le coltivo in terriccio per succulente, pur annaffiandole molto più spesso di tali piante: 40% terriccio universale con compost, 40% lava tritata (granulometria 3-5 mm), 20% sabbia ventilata da intonaci.

Concimazione da effettuarsi durante la stagione di crescita con un concime bilanciato addizionato di microelementi.

Le aggressioni da parte di parassiti sono generalmente molto rare e di scarsa entità.

La propagazione può avvenire, oltre che da seme, anche da talea di fusto e da talea di foglia (vedi “La propagazione agamica“).

Esistono importanti collezioni private e pubbliche e se deciderai di iniziarne una sarà senz’altro un’opera interessante. Cerca però di evitare i venditori (comunque pochi) che vendono piante continuamente prelevate direttamente in natura, non propagate in coltivazione. Questi operano quasi esclusivamente in Indonesia dove le specie, numerose e rare, hanno areali molto ristretti e che sono già spesso distrutti per far spazio alle coltivazioni di palme da olio. Acquistare da essi sarebbe incentivare insostenibili prelievi in natura, contribuire alla distruzione e non alla conservazione. Dico questo nella speranza che i loro ambienti naturali non vengano mai distrutti, altrimenti è inutile e insensato proteggere una specie singolarmente se poi si consente di distruggerla con tutto ciò che gli sta intorno.

La tua collezione sarà ovviamente interessante solo se composta da specie botaniche, magari con dati di località, non da ibridi commerciali dei quali si è persino persa ogni genealogia. Ma questo so che lo hai già capito.

Le Araceae mediterranee

Le Araceae sono diffuse in quasi tutto il mondo e quelle che vivono intorno al bacino del Mediterraneo rappresentano un gruppo di specie piuttosto vario ed interessante. Hanno però un aspetto ecologico in comune: la dormienza estiva.

Questa è dettata dal clima mediterraneo, anche se si manifesta pure in specie che raggiungono areali distanti dal nostro mare.

I generi sono:

  1. Ambrosina: 1 specie
  2. Arisarum: 3 specie
  3. Arum: 31 specie
  4. Biarum: 22 specie
  5. Dracunculus: 2 specie
  6. Eminium: 9 specie
  7. Helicodiceros: 1 specie

Ambrosina è un genere monotipico che annovera solo la specie Ambrosina bassii. Questa è caratterizzata da una delle infiorescenze più complesse di tutte le Araceae: ha la forma di una “barchetta” divisa internamente in due piani. Uno con qualche fiore maschile ed uno con un solo fiore femminile. Lo spadice è fuso con la spata e costituisce la parete di separazione tra i due piani. Il colore della spata è bruno-porpora con variegature che vanno dal nero al verde e le sue dimensioni sono di circa 2 cm. L’apice della spata è acuminato ed è ripiegato sopra il resto dell’infiorescenza. Le foglie sono ellittiche e possono essere variamente variegate di porpora, verde scuro o bianco. Esistono anche alcune forme a foglie lineari o completamente porpora. Preferisce i luoghi semiombreggiati e ben drenati. Fiorisce in inverno.

Ambrosina bassii

Arisarum è un genere rizomatoso e contiene la specie A. vulgare che è una pianta molto comune intorno al Mediterraneo. Le sue foglie sono variabili nella forma e nell’eventuale maculatura bianco-argentea. La spata è tubulare, eretta ma con l’apice ricurvo ed aperto verso il basso da cui fuoriesce l’appendice dello spadice. Esistono esemplari più o meno scuri nei colori della spata: da striata di verde e bianco con apice completamente verde a striata di marrone scurissimo e bianco con apice marrone scurissimo, talvolta con sfumature purpuree. Una specie (per qualcuno solo una sottospecie) simile ma più adatta ai climi più aridi e caldi del Mediterraneo è Arisarum simorrhinum, ha piccioli e peduncoli più corti ed un portamento più compatto. L’infiorescenza è simile a quella di A. vulgare, ma più breve, più scura e con l’appendice dello spadice molto clavato ed allargato verso l’apice. Un’altra specie del genere è Arisarum proboscideum, con una spata bianca alla base e quasi nera all’apice, lungamente caudata e molto tipica. Quest’ultima vive nei boschi freschi e ombrosi dell’Italia ed è una rarità. A. vulgare e A. simorrhinum fioriscono dall’autunno alla primavera, mentre A. proboscideum fiorisce in primavera.

Arisarum vulgare

Variabilità nelle foglie di Arisarum vulgare

Arisarum proboscideum

Arum è il genere più comune in Europa e quello che ha dato il nome alla famiglia. Contiene circa 31 specie, alcune a diffusione ristretta ed altre con ampi areali. Il genere si ritrova dalla Svezia meridionale all’Asia centrale, al Nord Africa ed alle Canarie ed ingloba completamente il Mediterraneo. alcune specie hanno tuberi discoidali, altre hanno rizomi tuberosi orizzontali. Nelle varie specie le spate sono vistose, dal bianco, al verde chiaro, al giallo, al quasi nero, passando per alcune specie con colori rossastri. In lunghezza si va da quelle di meno di 10 cm di Arum idaeum a quelle di quasi 40 cm di Arum purpureospathum. Le appendici degli spadici variano da circa 4 cm come in alcuni individui di Arum maculatum agli oltre 30 cm di alcuni individui di Arum rupicola. Fioriscono tutti da fine inverno a primavera, tranne A. pictum che fiorisce in autunno.

Il genere potrebbe probabilmente celare qualche nuova specie ancora non scoperta. Infatti, ad esempio, un mio amico di Facebook ha postato una foto di una specie mai vista che anche agli occhi di un tassonomista di fama mondiale pareva una nuova specie. Spero che qualcuno ci stia lavorando.

Clicca qui per una mia descrizione di tutte le specie del genere Arum (in inglese).

Arum purpureospathum

Arum purpureospathum

Arum apulum

Arum hygrophilum

Arum sintenisii

Arum palaestinum

Arum rupicola

Arum cylindraceum

Arum italicum

Arum idaeum

Arum idaeum

Arum idaeum, rara forma ad appendice dello spadice bianca

Arum concinnatum

Arum megobrebi

Arum orientale

Arum creticum

Arum cyrenaicum

Biarum è il secondo genere delle Araceae mediterranee come numero di specie. Comprende la specie B. tenuifolium che, con qualche sottospecie, è diffuso in quasi tutto il Mediterraneo meridionale. Le altre specie sono concentrate nel Mediterraneo orientale e nel Medio Oriente. Si tratta di specie più piccole di quelle del genere Arum. Le infiorescenze hanno spate la cui base si trova in posizione ipogea e variano da quelle a lembo disteso e acuto (solitamente bruno-nerastro e giallo solo in B. auraniticum) a quelle a lembo biancastro, avvolgente lo spadice e aperto solo lateralmente nella parte alta, a quella di B. ditschianum la cui spata è praticamente tutta sottoterra mentre la funzione attrattiva nei confronti degli impollinatori è svolta dall’appendice dello spadice, epigeo, che è un cono arrotondato di circa 3 cm di altezza per 2 cm di diametro basale, giallo uovo e molto vistoso.

Fioriscono dall’autunno alla primavera, a seconda delle specie.

Probabilmente in questo genere esistono specie non ancora scoperte, mentre una già scoperta deve ancora avere un nome.

Dracunculus ha solo due specie: D. vulgaris e D. canariensis. Il primo è diffuso un po’ in tutta l’area Mediterranea, ma probabilmente spontaneo solo intorno al Mar Egeo, ha un tubero verticale che cresce verso il basso, talvolta sbulbillante, ha foglie palmato-partite, spesso con macchie bianche; le infiorescenze sono costituite da un lembo della spata che può superare gli 80 cm di lunghezza, a forma triangolare, rosso scuro, con un’appendice dello spadice appuntita e quasi altrettanto lunga, rosso-nerastra. Può superare il metro di altezza ed è l’Aracea più grande del Mediterraneo. A Creta, in località piuttosto remote, esiste qualche popolazione con qualche esemplare a spata bianca e qualche esemplare con appendice gialla. Esistono anche individui intermedi, ma anche qui la maggioranza ha colorazioni normali.

Dracunculus canariensis è leggermente più piccolo, simile ma a spata candida, ad appendice gialla e a differenza dell’altra specie ha un odore gradevole.

Entrambe le specie fioriscono a primavera.

Dracunculus vulgaris, forma tipica

Dracunculus vulgaris, forma a spata bianca

Dracunculus vulgaris, forma a spata bianca ed appendice dello spadice gialla

Dracunculus vulgaris, forma rosea ed appendice dello spadice gialla

Dracunculus vulgaris, forma rosea

Dracunculus vulgaris, forma a spata quasi tutta bianca ed appendice dello spadice giallo-bronzea

Dracunculus vulgaris, forma a spata verdognola

Dracunculus vulgaris, forma a spata rosso-chiaro

Dracunculus vulgaris, forma verdognola ad appendice dello spadice giallo-verdastra

Eminium è un genere che cresce nelle steppe semidesertiche dal Medio Oriente all’Asia Centrale. Le specie, tutte tuberose, sono nove, le spate sono nerastre e in alcune specie le foglie hanno due orecchiette basali piegate perpendicolari rispetto al resto della lamina fogliare-, in altre sono ellittiche. Le foglie e le spate sono spesse o leggermente succulente.

Le spate hanno la loro base a livello del terreno ed i frutti si formeranno in tale posizione, come in Biarum.

In E. spiculatum il lembo della spata è tipicamente corrugato.

Helicodicerus è un genere monotipico e la sua unica specie, Helicodiceros muscivorus, è un endemismo di Sardegna, Corsica e Baleari. Forma un tubero che cresce verso il basso, le foglie sono glauche e possono essere con due orecchiette basali erette o lanceolate. La spata ha il lembo piuttosto rotondeggiante, di circa 15-20 cm, ripiegato in avanti e verso il basso, rosso-porpora-brunastro, peloso. L’appendice dello spadice è rosso-grigiastra ed anch’essa pelosa. Viene impollinato dalle mosche, poiché, come molte altre Araceae emette un odore di carne in putrefazione. Fiorisce a primavera.

Helicodiceros muscivorus

In coltivazione rappresentano un gruppo interessante e non sono generalmente molto difficili, purché tu dia loro un terreno ben drenato, un riposo estivo asciutto ed umidità invernale. Se le coltivi in vaso evita che esso sia colpito dal sole diretto durante la dormienza estiva poiché potrebbe scaldarsi troppo e, a inizio autunno, con le prime annaffiature potrebbero insorgere dei marciumi. Come rusticità ho sperimentato che anche a -4°C non subiscono danni, nemmeno in vaso, in cui prendono freddo da ogni lato. Durante le notti più fredde le foglie possono afflosciarsi, come se fossero state “lessate” dal gelo, per poi riprendersi e tornare come prima nel giro di poche ore. Nei climi più freddi potrai tenere le specie meno rustiche in serra. Mi piace la soluzione (nordica) di coltivarle in serra in vasi di terracotta immersi in letti di sabbia umida e pacciamate in superficie con della ghiaia fine: si attenuano così le variazioni di umidità e di temperatura nel suolo. Se vivi sul Mediterraneo ed hai un terreno non argilloso e ben drenato, anche se sassoso, potrai coltivarli senza problemi in piena terra limitandoti a tenere la zona priva di erbacce.

Alcune specie sono rare e se le coltivi, soprattutto se tenendone anche i dati di località, contribuirai a mantenere più elevato il numero di individui esistenti. Ho visto già troppe volte come diverse specie a distribuzione ridotta o puntiforme stiano rischiando l’estinzione per le attività umane.

Arum species list

Arum alpinariae

Tuber vertically arranged, discoid, about 5 cm in diameter and 2 cm in thickness. Petiole up to 45 cm in length. Leaves up to about 30 × 15 cm in size, hastate or oblong-hastate, pointed at the apex. Spathe about 15-25 cm in length, greenish-white to purplish outside, crimson red on the interior part of its limb. Spadix about as long as the spathe limb. Spadix appendix dark red, slender, clavate, stipitate, about ⅓ of the limb length. Staminodes and pistillodes white. The whole plant is about 30 cm in height. Endemic to an area in NW Turkey.

 

Arum apulum

Tuber discoid, vertical, up to 6 cm in diameter and 2.5 cm thick. Petioles about 15-30 cm long, purple at their base. Leaves hastate-sagittate, up to 16 × 13 cm. Peduncle about 5-10 cm long, purple. Spathe up to 18 cm long, greenish-purple to light brown outside; dark pink to purple on the inner limb, lighter at its base and sometimes at its margin too. Spadix with staminodes and pistillodes, slightly longer than the half of the limb. Appendix cylindrical-clavate, long stipitate, up to 4 cm in length, purple to brown, darker on the stipe. The inflorescence has a light odour of urine and horse dung. This species is endemic to central Apulia, Italy.

 

Arum balansanum

Tuber discoid, vertical, up to 6 cm in diameter and 2.5 cm in thickness. Petiole about 15-25 cm long. Leaves oblong-hastate, about 8-14 cm × 4-10 cm. Peduncle, about 15-25 cm. Spathe 9-14 cm in total length. Spathe limb lanceolate, acuminate, up to 10 × 3.5 cm in size, erect, greenish outside and greenish to purple inside. Spadix with staminodes and pistillodes, up to 7 cm long, with a clavate-subcylindrical appendix that is beige-pinkish to purple-brownish in colour and unclearly stipitate. The inflorescence has a smell of horse dung. W Turkey.

 

Arum besserianum

Tuber discoid. Petiole about 18-25 cm in length. Leaves sagittate or sagittate-hastate. Peduncle about 15 cm long, slightly shorter than the petiole. Spathe about 12 cm long, with a lanceolate-oblong, subacuminate limb. Spadix about 5-6 cm long, with 4 dense whorls of staminodes and with scarce pistillodes. Spadix appendix clavate-ellipsoid, with a long stipe. S Poland and NW Ukraine.

 

Arum byzantinum

Tuber horizontal, cylindrical, rhizomatous, about 2 cm in diameter and up to 7 cm long. Petiole about 15-50 cm long, purple at the base. Leaves hastate, variable in width/length ratio, rarely spotted with dark purple.

Peduncle 6-20 cm, usually more or less shorter than the leaves. Spathe 9-25 cm long, with an elliptic-lanceolate limb that is typically rather narrow, acute, 7-20 cm long and 2-8 cm wide. The limb is greenish stained with brownish-purple towards the margins, especially on the inner page, and its apex bends with age. Spadix up to 10 cm in length, never exceeding the half of the limb length, with pistillodes. Spadix appendix clavate rather slender, purple, with a long darker stipe. The inflorescence is slightly urine-smelling. Crete and E Balkans.

 

Arum concinnatum

This species has a horizontally oriented rhizomatous tuber that is 7-15 cm long and 1.5-3.5 cm in diameter. Petioles 20-45 cm long. Leaves sagittate-hastate or oblong-sagittate, up to 55 × 32 cm in size, with some silver-grey blotches above. Spathe carried by a short peduncle (never reaching 15 cm), with a strong urine scent. Spathe limb green edged with purple outside, while internally it is greenish-white, more or less flushed with pink towards the edge (rarely fully greenish or fully pink). Spadix 9-27 cm long, bearing staminodes and pistillodes, with a shortly stipitate, conic-cylindrical, large appendix (7-23 cm × 0.9-1.5 cm) that can vary in colour from pale to dull yellow and rarely to purple. It grows wild in the Aegean islands, the southernmost part of the Peloponnese, Crete and Cyprus.

 

Arum creticum

Tuber discoid, vertical. Leaves sagittate, variable, up to 25 × 18 cm. Total height up to about 55 cm. Spathe 15-25 cm, typically facing upwards, whitish to yellow. Spadix appendix yellow, tapered, often exceeding the recurved spathe. The inflorescence is scented and rarely contains a few sterile flowers, if any. This species grows wild in Crete, Karpathos and SW Turkey. A form from the Marmaris peninsula, Turkey has a dark red tint in the lower part of petioles and peduncles.

 

Arum cylindraceum

Tuber vertical, discoid, up to 5 cm in diameter and 2 cm in thickness. Petiole about 12-20 cm, sometimes purple at the base. Leaves sagittate or hastate-sagittate, about 9-13 × 3-7 cm in size, uniformly green. Peduncle reaching the leaf level or exceeding it, 12-18 cm long, sometimes purplish at the base. Spathe about 10-15 cm long. Spathe limb about 8 × 4 cm in size, elliptic-lanceolate, acuminate to almost caudate, completely greenish-white or with some purple shades towards the margins. Spadix slightly shorter than the spathe limb, with pistillodes and staminodes. Spadix appendix whitish-yellow to pinkish-yellow to purple, up to 5 × 0.4 cm, long stipitate, subcylindrical to clavate. This species has an unscented inflorescence. S Sweden to Crete and Portugal to Turkey.

 

Arum cyrenaicum

Tuberous species with a vertically orientated discoid tuber that can reach 5 cm in diameter and 2.5 cm in thickness. Petioles 5-27 cm long. Leaves broadly sagittate, up to 20 × 12 cm in size. Peduncle up to 11 cm long, never exceeding the leaves. Spathe up to 16 cm long, with an elliptic acuminate limb up to 12 × 5.5 cm that is interiorly pinkish to purple and paler towards its apex and towards its base, while externally it’s greenish shaded with purple near the margin. Spadix with staminodes and pistillodes, up to about 9 cm in length. Spadix appendix long stipitate and clavate-cylindrical, purple-brownish to olive green-yellow with a darker stipe, up to 6.5 cm long. The inflorescence has a light scent of horse dung. Its natural distribution ranges from SW Crete to NE Libya.

 

Arum dioscoridis

Tuber discoid, vertical, up to 10 cm in diameter. Petiole ranging from about 15 to 50 cm long. Leaves up to about 45 × 27 cm, hastate-sagittate. Peduncle 4-10 (42) cm long. Spathe 11-40 cm long (including the tube that can be up to 8 cm in length), whitish-green to purple, often with purple-black spots of variable diameter, especially towards its base. Spadix with staminodes and pistillodes, equaling or exceeding the half length of the spathe, 12-28 cm, with a massive, cylindrical, purple (rarely dull yellow) appendix that can be short- to long-stipitate. The inflorescence has a strong bad smell of carrion and dung and appears in late spring. Turkey, Cyprus to Iraq. Var. cyprium: spathe limb greenish-white, with blackish blotches that are gradually larger towards the base; var. philistaeum: spathe limb uniformly purple-red, sometimes with some darker blotches; var. syriacum: spathe limb pale green, with small light purple-brownish spots (sometimes with no spots).

 

Arum elongatum

Tuber discoid, vertical, about 5 cm in diameter and 2 cm in thickness. Petiole up to 45 cm in length. Leaves up to 32 × 21 cm in size, hastate, pointed at the apex. Spathe 15-27 cm in length, brownish-red, sometimes with a whitish spot in the centre. Spadix appendix about ⅔ of the limb length, purple-brown. Staminodes and pistillodes yellow, tinged with purple towards their tips. Spadix appendix cylindrical or slightly clavate, stipitate, massive. The whole plant is about 30 cm in height. The inflorescence is strongly smelling of urine and horse dung. It is distributed around the Black Sea where it grows in partially shaded forest edges and in full sun.

 

Arum euxinum

Similar to Arum hygrophilum but generally smaller. Petioles up to 45 cm long. Leaves up to 11 × 6 cm in size. Spadix with staminodes (ca. 4 whorls) and pistillodes (0-1 whorls). It mostly differs from Arum hygrophilum for the different quantity of staminodes and pistillodes whorls. It is distributed in the mountains of northern Turkey, along the Black Sea coast.

 

Arum gratum

Tuber discoid, vertical. Petiole 18-30 cm long, green. Leaves oblong-hastate to sagittate-hastate, up to 18 × 12 cm in size, rarely with some purplish-black spot. Peduncle fully underground or just 2-3 cm above soil. Spathe up to 18 cm long, whose tube is sometimes partially underground. Limb ovate-elliptic, up to 15 × 7 cm, acute-acuminate, greenish stained with pink outside and olive-green with some pinkish-purplish staining inside (sometimes with some additional blackish dot). Spadix about 6 cm long, with pistillodes and staminodes. Spadix appendix clavate and stipitate, about 4 cm in length, reddish to greenish, shaded with purple; stipe purple. The inflorescence in this species has a sweet odour. Mediterranean Asia.

 

Arum hainesii

Tuber discoid, vertical, up to 6 cm in diameter and 2.5 cm in thickness. Petiole about 50 cm long, typically paler at its base. Leaves distinctly hastate, up to about 30 × 22 cm in size. Peduncle not exceeding 10 cm in length. Spathe 15-25 cm long. Spathe limb up to 21 cm long, fully pale green in color, acuminate and erect. Spadix with staminodes and pistillodes, not reaching the half of the limb, with a cylindrical stipitate appendix that is about 5 cm long and light brown in colour. This species is native to Iraq.

 

Arum hygrophilum

Tuberous species. Tuber usually vertically orientated, discoid. Petioles up to 75 cm long. Leaves lanceolate-hastate, up to 45 × 15 cm in size. Spathe up to 14 cm in length, greenish, sometimes with purple edges, bent forwards at apex. Spadix 7.5-9.5 cm long, with staminodes (in 2-3 whorls) and pistillodes (in 2-3 whorls). Spadix appendix up to 3 mm in diameter, dark purple. It has a disjunct distribution, growing wild in Cyprus, Syria, Lebanon, Jordan, Israel and Morocco.

 

Arum idaeum

Tuber discoid, horizontally orientated, up to 5 cm in diameter and 2.5 cm in thickness, starting to sprout at the winter beginning. Leaves oblong-sagittate, up to 22 × 17 cm, dark green. Petiole about 10-20 cm long, strongly tinged with purple, especially towards its base. Peduncle shorter than the leaves or just equaling them, green-purplish. Spathe 8-13 cm long. Spathe limb lanceolate to elliptic, 5-9 cm long, acute to acuminate, erect, greenish-white outside and white with translucent blotches inside, thinly margined with purple. Spadix 8-9 cm long, without staminodes and pistillodes. Spadix appendix spindle-shaped, with a short and thick stipe, 6-7 cm long, dark purple, sometime marbled with lilac (rarely yellowish or white, sometimes marbled with pink). The inflorescence has no scent. Cretan mountains.

 

Arum italicum

Horizontal rhizomatous tuber, up to about 8 cm long and 3 cm in diameter. Petioles 15-40 cm long. Leaves 15-35 cm × 10-24 cm, hastate to sagittate, dark green, often with lighter markings, sometimes with white venation and/or with blackish-purple spots. Peduncle shorter than petioles. Spathe 15-40 cm long, green-yellowish to white; sometimes with a very thin purple margin, flushed with purple or purple-spotted. Spadix with staminodes and pistillodes, about 7-13 cm long, yellow (rarely purplish), stipitate, slightly clavate. Each fruit contains 3-4 seeds. S and W Europe, Canary Islands to Cyprus to S England. Subsp. neglectum: leaves plain green or with dark spots. Basal leaf lobes convergent or overlapping. Each fruit contains 1-2 seeds. W Europe. Subsp. albispathum: similar to subsp. neglectum but spathe white internally and green externally. Crimea and SW Asia.

 

Arum jacquemontii

Tuber discoid, vertical, up to 5 cm in diameter and 2.5 cm in thickness. Petiole 11-28 cm long, green tinged with purple. Leaves sagittate or sagittate-hastate, up to 30 × 12 cm. Peduncle up to 32 cm, longer than the leaves. Spathe about 15-20 cm in length. Limb elongated and acuminate, about 10-18 cm long, erect just after opening, then bent forwards, purplish-green outside, dark purple inside (still darker in the central area). Spadix almost as long as the limb, with purple-based staminodes and pistillodes. Appendix cylindrical, tapering at both ends, about 6 to 14 cm in length, brownish-yellow to brownish-purple and to purple, lighter in colour towards its base. The inflorescence has no scent. Southern central Asia to W China.

 

Arum korolkowii

Tuber discoid, vertical, sprouting at the winter beginning, up to 7 cm in diameter and 3 cm in thickness. Petiole 12-35 cm long, striped with brownish-green. Leaves sagittate-hastate to oblong sagittate, up to 16 × 13 cm in size. Peduncle longer than the leaves, 16-46 (60) cm long. Spathe up to 20 cm in length. Limb lanceolate, acuminate, elongated, fully green but sometimes lighter and/or flushed with purple internally. Spadix as long as the half to ⅔ of the limb, with green-based pistillodes and staminodes. Appendix spindle-shaped to clavate, with a short and broad stipe, cream to light reddish-brown, 9-10 cm in length, darkening towards its base. The inflorescence has no scent. Southern central Asia.

 

Arum lucanum

Tuber discoid, vertically arranged, up to 4 cm in diameter and 2.5 cm in thickness. Petioles up to 12 cm in length, green. Leaves ovate cordate to slightly hastate, acute, up to 12 × 5cm in size. Peduncle up to 12 cm long, shorter than the leaves. Spathe about 8-13 cm long, with an oblong-lanceolate, erect, acuminate limb that is light yellowish-green, sometimes with purple shadings internally, especially in proximity of the margin. Spadix 4-5 cm long, with staminodes and pistillodes. Spadix appendix up to 2.5 cm long, cylindrical or slightly thinner towards its base, brownish-purple in colour. Inflorescence slightly dung-scented. Growing wild in mountains (around 1500 m a.s.l.) of eastern and southern Italy.

 

Arum maculatum

Species with a horizontal rhizomatous tuber that can reach the maximum size of 6 cm long and 2.5 cm in diameter. Petioles 10-50 cm in length. Leaves sagittate-hastate to oblong-lanceolate-hastate, up to 27 × 19 cm in size and often more or less covered with blackish-purple markings that sometimes are bullate too.

Peduncle not exceeding the leaves and often much shorter, up to 25 cm. Spathe up to about 25 cm in length, green outside and greenish-yellowish-white inside, often with blackish-purple spots on the limb. Additional pink or purple flushes may be present on the limb, both internally and externally, and in rare specimens the whole limb is purple. The shape of the limb can range from elliptic-ovate to lanceolate, always with an acute or acuminate tip. Spadix 4-14 cm in length, with pistillodes and staminodes. Spadix appendix long stipitate, more or less clavate, up to 9 cm long, purple to yellow, sometimes brown, often darker on its stipe. This species breaks its dormancy in late winter or in early spring. Europe.

 

Arum megobrebi

Species with a horizontal, unbranched, rhizomatous tuber up to 5 × 2 cm in size. Petioles up to 30-40 cm in length, green to red. Leaves two, hastate-sagittate, about 10-15 cm long and about 5-10 cm wide. Peduncle about 10 cm in length, shorter than petioles, reddish, carrying a foul-smelling inflorescence. Spathe about 12-25 cm long and 8 cm wide, light greenish, whose margins are often purple-reddish. Some rare specimen has the whole spathe tinged purplish. Spadix with staminodes and pistillodes, much shorter than the spathe, up to 10 cm long, with an elongate-cylindrical or slightly clavate, purple appendix. The appendix is never stipitate. This species breaks its dormancy period in late winter. NE Turkey to Georgia. Probably just a form of A. orientale.

 

Arum nigrum

Tuberous species. Petioles 10-25 cm long. Leaves sagittate-hastate, about 10-20 × 8-18 cm in size. Peduncle much shorter than petioles, not exceeding 10 cm, carrying a purple-blackish spathe that can reach 20 cm in length. Spadix with pistillodes and staminodes, reaching the middle of the spathe. Spadix appendix stipitate, cylindrical to clavate, purplish to purplish-beige. The inflorescence emits a horse-dung odour. This species grows wild along the western Balkan coast, in rocky and scrubby habitats.

 

Arum orientale

Horizontally growing discoid tuber that can reach 2.5 cm in thickness and 6 cm in diameter. Petioles 20-45 cm long, often purplish at the base. Leaves hastate, up to about 25 × 15 cm in size. Peduncle about 10-20 cm long, generally shorter than the leaves. Spathe 15-30 cm, ovate or slightly lanceolate. Spathe limb greenish outside, with some purple shading, rather darker inside but often whitish-green in the middle and at the apex. The limb apex bents forwards soon with age. Spadix about 6-15 cm in length, with a cylindrical to slightly clavate appendix. The appendix can be with or without stipe and is 4-12 cm long and some 10 mm in diameter, purple. The stipe is rather long when present. Staminodes and pistillodes are present. The inflorescence of this species smells like horse dung. Eastern Europe, Turkey to Sweden and Balkans to Caucasus. Subsp. longispathum: Spathe caudate, spadix appendix yellow.

 

Arum palaestinum

Tuberous species. Leaves sagittate-hastate, about 20 cm long. The whole plant can reach 50 cm in height. The spathe is dark purple-brown inside and green outside, up to 20 cm in length, bent backwards at maturity. The spadix appendix is slightly spindle-shaped, almost black. This species has a band of staminodes in its inflorescence. It usually has an odour of fermented fruits, but a dung-scented form with different pollinators also exists.

 

Arum pictum

Tuberous species. Leaves ovate-lanceolate, cordate or sagittate at the base, strongly white veined, about 30 cm in length. Spathe 10-25 cm in length, dark red-brown to almost black, dark pink with an ivory-yellowish tip in some populations. Spadix slightly shorter than the spathe, with a black appendix. The whole plant can reach 50 cm in height. It grows wild in open shrubby or rocky habitats in Sardinia, Corsica, Montecristo Island and Balearic Islands and is the only autumn flowering species in the genus.

 

Arum purpureospathum

Tuber discoid and vertical, up to 7 cm in diameter and 3 cm in thickness. Petioles up to 20 cm long, D-shaped in section. Leaves hastate-sagittate, up to 22 × 17 cm, glossy and not very dark in colour. Peduncle around 12-15 cm long, always shorter than the petioles. Spathe up to 30 cm in length, with a lanceolate caudate limb that can reach the size of 23 × 9 cm and varies in colour from dark red to a blackish dark purple. Spadix with staminodes and pistillodes, 6-13 cm long, with a long-stipitate appendix that is cylindrical-clavate in shape and brownish-orange to black-purple in colour. The inflorescence has a slight smell of horse-dung. This species is vulnerable in the wild and only grows in five locations in SW Crete.

 

Arum rupicola

Tuberous species. This is a rather variable species. Leaves up to 25 × 18 cm, hastate-sagittate carried on longer petioles. Inflorescence with a narrow purple-brown spathe and a spadix appendix that can varies from purple to grey-lilac to yellow or brown. The spadix appendix can be rather stout and exceed 30 cm in length. The total height can attain 1 m. It grows wild from Iran to eastern Mediterranean countries. Var. virescens has a purple-edged whitish spathe and a grey-lilac appendix. It has the same distribution than the typical variety but lacking in Jordan, Lesbos and Cyprus.

 

Arum sintenisii

Tuber discoid but irregular, up to 8 cm in diameter and 4 cm in thickness. Leaves hastate. Spathe rather narrow, about 25-30 cm long and 7 cm wide, reddish-brown inside and green outside; sometimes slightly tinged outside too. Spadix dark purple-red, about 20 cm long, clavate. Flowers, staminodes and pistillodes purple. Cyprus and Turkey.

 

Arum × sooi

A stable hybrid between A. cylindraceum and A. maculatum. Leaves slightly hastate, medium green. Spathe limb pink, greenish in the middle. Spadix appendix thinly stipitate, purple-pink, rather short (about 4-5 cm long). Hungary.