Le piante e la formazione

Mi chiedo spesso perché mai molti dei professionisti che hanno a che fare con le piante non abbiano praticamente nessuna formazione personale relativa ad esse. In questo modo, oltre a lavorare male, si perdono molte soddisfazioni personali e risultano limitatamente utili agli altri: non danno valore.

Vivaisti che vendono alocasie e dicono che “sono della famiglia del banano”, giardinieri che scortecciano la base degli alberi con i decespugliatori, poi dichiarano “eh… si deve essere ammalato”, per non parlare dell'”esperto di roccaglie” ingaggiato dall’Orto Botanico di Catania e che “ripulì” tutti gli interstizi tra le rocce togliendo tutte le erbacce ma anche tutte le piante endemiche che facevano parte della collezione coltivata nel giardino roccioso, così, senza neanche pensare a cosa potesse mai servire una roccaglia in un orto botanico. Fa parte di questa disgrazia nazionale anche il fatto che un mio amico, grande esperto di piante, di coltivazione e di conservazione non fu nemmeno ammesso ad un concorso per l’assegnazione di un posto di giardiniere all’Orto Botanico di Pisa perché non era abbastanza povero. Fare il giardiniere, soprattutto in un orto botanico, è una professione per la quale in altri paesi si studia per diversi anni e che comporta la responsabilità conservativa e la gestione di piante grandi e piccole delle quali bisogna conoscere moltissime cose. Potrei continuare con molti altri esempi tristi… Probabilmente ne avresti da raccontare alcuni anche tu che stai leggendo.

Oggi che l’informazione è raggiungibilissima da tutti, viene schivata, come se non fosse fonte di crescita personale, come se la conoscenza non fosse un bagaglio utile. Così il sapere viene snobbato e la società non progredisce come potrebbe. Proprio oggi che in ogni campo servono eccellenze.

Anche a livello di cultura personale e dell’interessarsi di piante per hobby vedo poca voglia di approfondire argomenti come botanica, ecologia e coltivazione di piante un po’ più difficili ed inusuali delle solite cose proposte dal grande mercato del “giardinaggio”.

C’è un mondo da scoprire, da imparare e da provare per chi voglia approfondire, anche solo per hobby. Un mondo che può dare grandi soddisfazioni.

Il primo passo da fare è rendersi conto che esistono diverse cose molto complesse e molto articolate che, semplicemente, non si sanno. È normale che non si sappiano. Molti però non arrivano nemmeno a fare questo passo: sono i tuttologi.

Poi ognuno dovrebbe scegliersi un campo ed approfondire i vari argomenti che lo compongono, diventando uno specialista ed acquisendo valore.

A me è venuto spontaneo di voler approfondire il mondo delle piante e di desiderare di essere utile in questo campo. Una cosa che mi è utile è la conoscenza di alcune lingue e soprattutto la conoscenza dell’inglese, così, leggendo libri ed altri testi, posso trasportare verso il mio pubblico italiano diverse conoscenze sparse per il mondo.

Immagino di rivolgermi ad un mio avatar ideale, una persona giovane che inizia a lavorare in un orto botanico e che desidera una formazione per realizzarsi e per dare la propria eccellenza a quell’orto botanico, naturalmente… divertendosi! Poi ciò di cui parlo nel blog, nei corsi o sul mio canale YouTube può tornare benissimo utile anche a chi ha una collezione privata di piante o gestisce un’azienda agricola o si occupa di verde pubblico o cura il giardino di un hotel, ad esempio.

Già quando fondai il vivaio, oltre all’inevitabile lato economico, il mio sogno era quello di far conoscere al pubblico alcune piante insolite ed affascinanti, facendo appassionare le persone, condividendo con loro emozioni positive e mostrando quanto varie e degne di attenzione e di conservazione le piante possano essere.

Se ti interessa il mondo delle piante leggi dei libri sull’argomento, ti affascineranno e ti faranno crescere. Se lo desideri puoi specializzarti in una nicchia tutta tua: piante succulente, carnivore, orchidee, bromeliacee, piante di una determinata zona, piante alimentari, piante tropicali, ecc. Tutto ciò che ti viene spontaneo approfondire. Ma approfondiscilo! Spesso dovrai leggere libri in inglese, perché non conviene stampare libri specialistici in centinaia di lingue diverse ed in pochi numeri per ogni lingua.

Chissà che un giorno la tua conoscenza del mondo delle piante insieme alla tua fantasia ed imprenditorialità non ti facciano inventare un nuovo lavoro, per te o per altri.

Piantiamola!

In tutto il mondo si stanno moltiplicando le iniziative per piantare alberi contro la deforestazione; ma sono queste azioni ecologicamente corrette?

Solo se si intende creare uno spazio alberato artificiale, come un parco urbano, un giardino o un arboreto. Se invece lo scopo è contribuire a ricreare una foresta distrutta la risposta è: “No!”

Vi spiego perché.

Una foresta è frutto dell’evoluzione di un luogo e delle specie che la abitano e la formano. La sua presenza non è dovuta al fatto che qualcuno ce l’avesse “piantata”. Non è composta di soli alberi, ma è un ecosistema complesso, fatto di relazioni tra specie, di geni che competono da milioni di anni, di mutazioni vincenti e perdenti, di risultati di selezioni naturali che ancora stanno avvenendo. Pretendere di ricrearla, dopo averla distrutta, sostituendola con alberi qualsiasi sarà solo un’opera riduttiva, un inquinamento genetico permanente; anche se gli alberi piantati saranno delle stesse specie che c’erano in precedenza. Già, perché ogni specie, anche noi, ha delle piccole differenze da luogo a luogo e all’interno dello stesso luogo. Magari tra un milione di anni queste differenze sarebbero aumentate e avrebbero portato a specie diverse, oppure si sarebbero estinte o rimescolate. Sono gli ecotipi locali.

Anche le piante coltivate nelle collezioni botaniche hanno più valore se se ne conoscono i dati di località.

Quindi piantiamola di piantare! Piantiamola di piantare nei boschi i nostri alberi di Natale. Piantiamola di piantare alberi nel deserto, magari dove è naturale che ci sia il deserto. Piantiamola di piantare alberi a caso dove le foreste sono state distrutte. Piantiamola di piantare specie alloctone.

E allora cosa dobbiamo fare?

Dobbiamo lasciar fare alla natura. Lasciare che gli alberi (e non solo) ricrescano spontaneamente da semi pervenuti dalle zone limitrofe ancora intatte. Dobbiamo evitare che si insedino specie alloctone. Se proprio si vuole piantare qualcosa, che si piantino gli ecotipi locali, se disponibili, e se ne consenta poi la disseminazione spontanea.

Teniamo poi bene a mente, che non tutto ciò che abbiamo distrutto potrà essere restaurato; quindi smettiamo di distruggere e di fare troppi figli che poi distruggeranno. Cerchiamo di proteggere ciò che di naturale è rimasto e lasciamo che le ferite ambientali si risarciscano spontaneamente, per quanto possibile. Se si interviene facciamolo fare a naturalisti competenti. Cerchiamo di promuovere la conoscenza e la scoperta della natura in quanto attività indispensabili per poterla poi proteggere e continuare a vivere su questo pianeta.

Foresta primaria nella Riserva Nazionale di Tambopata, Perù.

La serra personale

Avere la disponibilità di una serra può fare una grandissima differenza per una persona che sia interessata alla coltivazione e alla conoscenza delle piante. Vediamo insieme diverse soluzioni ed alcuni consigli per costruire e gestire una serra personale che ci permetta di ottenere i risultati che sogniamo.

Per prima cosa bisogna tener presente che è bene abbondare il più possibile nelle dimensioni perché “una serra non è mai grande abbastanza” e prima o poi sarà strapiena. Ognuno saprà regolarsi in base alle proprie possibilità.

Esistono diversi tipi di serra: a tunnel, a pareti verticali arrotolabili e tetto in polietilene, rigide a casetta in vetro o in policarbonato, appoggiate ad una costruzione come una veranda, ecc.

A prescindere dal tipo che sceglierete vi consiglio di optare sempre per delle coperture a doppio strato poiché consentono il mantenimento di temperature più alte con consumi minori: doppie lastre o doppio tetto in polietilene gonfiabile.

A meno che non vogliamo coltivare direttamente nel terreno sarà molto più comodo dotare la propria serra di bancali su cui posare i vasi delle nostre preziose collezioni. In questo modo le piante saranno più facilmente osservabili e avremo libero ulteriore spazio sotto di esse per riporre materiale vario o piante ombrofile. Per le semine invernali esiste anche la possibilità di provvedere al riscaldamento di fondo di una parte dei bancali attraverso dei cavi-resistenza che, interrati nella sabbia, scalderanno il letto su cui saranno posati o affondati i vasi (“letto caldo”). Anche senza i cavi-resistenza alcuni collezionisti preferiscono avere comunque i bancali riempiti di sabbia umida (attento che pesa!) in cui affondare i vasi in terracotta porosa. Questo consente che le piante ospitate nei vasi non risentano degli sbalzi di umidità e di temperatura che subiscono invece le piante cresciute in contenitori dalle pareti esposte. Il metodo è particolarmente utile per le geofite che non amino la siccità invernale ma che nemmeno gradiscano essere fradice a momenti alterni.

L’inserimento nella propria serra di un apparecchio riscaldante permetterà di coltivare un maggior numero di specie. Bisognerà però valutare le temperature da impostare perché da queste dipenderanno le collezioni coltivabili ed i costi energetici. All’aumentare della temperatura diventeranno coltivabili piante più sensibili al freddo ma diventeranno non più coltivabili specie che invece necessitano di un po’ di freddo invernale.

Per una piccola serra da mantenere semplicemente senza gelo o a pochi gradi sopra zero si potrà optare per un termoventilatore con protezione antigoccia collegato ad un buon termostato digitale (non fidarti dei termostati meccanici incorporati nel termoventilatore, ti faranno solo spendere inutilmente perché hanno un elevato scarto termico tra lo spengere per il troppo calore e l’accendere per il troppo freddo).

Se la serra sarà invece più grande sarà opportuno un metodo più “professionale” come un generatore di aria calda a gasolio, a GPL o a metano. Ne esistono anche di portatili da collegare ad una bombola di gas, acquistabili per poche centinaia di euro. Un altro metodo è quello dei tubi riscaldanti provvisti di alette irradianti che passano sotto i bancali e tutto intorno alla serra: funzionano come dei termosifoni e vanno collegati ad una caldaia a loro dedicata.

L’aumento dei consumi all’aumento delle temperature impostate sarà esponenziale rispetto alla differenza tra la temperatura interna e quella esterna, anche perché maggiore sarà il calore desiderato più numerose saranno le occasioni in cui l’impianto dovrà accendersi. Cioè l’impianto non dovrà solo colmare una differenza termica maggiore, ma saranno anche più frequenti le occasioni in cui dovrà accendersi.

Un altro fenomeno di cui tener conto è che se di giorno, col sole, la serra si riscalda abbastanza e c’è una buona luce, di notte le piante saranno in grado di sopportare una temperatura leggermente inferiore. Col calore e con la luce le piante metabolizzano e si difendono dagli attacchi di muffe e marciumi, mentre se durante il giorno le temperature sono poco maggiori che di notte le piante possono non arrivare mai a riuscire a difendersi dai patogeni. Per questo, da febbraio in poi si può abbassare un po’ la temperatura minima di una serra.

L’umidità ambientale è un altro fattore importante: alcune piante la amano, altre la detestano. Se si vuole diminuire si può pavimentare la serra con materiale non traspirante, basta anche un semplice telo di polietilene, se non si vuole optare per un pavimento vero e proprio.

Ricordati sempre di arieggiare la serra durante le ore più luminose perché un ricambio d’aria è sempre salutare e previene i marciumi, a meno che tu non opti per una serra che imiti un clima equatoriale sempre caldo e sempre umido.

Per le aperture e le chiusure ci possiamo ormai affidare alla domotica e chiedere ad un installatore che ci ponga in essere porte e finestre chiudibili automaticamente o, tramite un’app, anche a distanza.

L’impianto di irrigazione dovrà essere diviso a settori, in modo da poter annaffiare contemporaneamente solo specie con esigenze simili.

Durante la primavera e l’estate la serrà dovrà essere ombreggiata ed aperta al massimo tutti i giorni per evitare surriscaldamenti letali e bruciatore da sole. Alcuni fornitori possono cucire i teli ombreggianti su misura per ogni serra, spendendo poco di più del prezzo del solo telo. Abbi cura di fissare bene il telo ombreggiante perché con il vento può “fare vela” e tirare parecchio.

Se installerai un impianto di illuminazione fallo con materiali “da esterno” perché in una serra sono sempre possibili gocciolamenti vari ed inoltre usalo solo quando ti serve: lasciarlo acceso tutte le notti non fa bene alle piante.

Ultimo consiglio: làsciati uno spazio per lavorare all’interno della serra. Ti permetterà di curare le tue piante anche in giornate grigie e piovose.

Le piante impossibili

Càpita spesso che qualcuno mi contatti per un aiuto nella coltivazione di una specie un po’ “rognosa”. Talvolta posso aiutare e talvolta posso solo sperare di far capire che, date le condizioni ambientali che ognuno ha, non tutto è coltivabile. Basta. Non è questione di “bravura”. Anzi, sono proprio la conoscenza e l’esperienza che ci fanno sapere che alcune (moltissime!) specie non sono proprio mantenibili nel nostro ambiente.

Così ci sono quelli che si sentono ai tropici e, siccome abitano in una zona a clima mite, si mettono a piantare cocchi in giardino; tanto non va mai sottozero. Ma avete presente di quanto calore continuo ha bisogno il cocco? Di quanta intensità di luce? Di quanta durata minima del dì rispetto alla notte? Non si può essere soddisfatti, poi, se a giugno il cocco piantato a novembre emette una nuova foglia ed è sopravvissuto, almeno all’inverno passato. Sarà sempre una pianta sofferente, che si rovinerà ogni anno, finché un inverno “eccezionale” la farà fuori.

Oltre alle piante tropicali, che eventualmente si possono coltivare abbastanza facilmente in una serra riscaldata durante l’inverno, esistono quelle ben più difficili che il caldo proprio non lo vogliono.

Piante di montagna o di alte latitudini, che non hanno problemi a passare l’inverno, ma che durante l’estate avrebbero bisogno di temperature molto più fresche di quelle che chi abita a basse quote può garantir loro. Stelle alpine a Roma? Crescono alte e molli, poi collassano. I loro tessuti non riescono a raffreddarsi traspirando, si surriscaldano e cuociono a temperature che invece sono tollerate, ad esempio, dalle piante mediterranee. Lo stesso vale, naturalmente, per molte specie della flora montana. Qualcuna può comunque essere più adattabile di altre.

Un’altro gruppo di piante qui in Italia spesso incoltivabili e che, tra l’altro, annovera specie molto interessanti, è quello delle piante tropicali di montagna. Queste sono doppiamente rognose. Hanno bisogno di fresco perché in natura crescono ad alte quote, ma non tollerano nemmeno temperature troppo basse perché ai tropici la differenza di temperature che abbiamo qui tra estate ed inverno non esiste per il fatto che il sole non cala mai più di tanto sull’orizzonte e quindi si ha poca variabilità stagionale. Queste sono specie che starebbero bene a Catania in inverno e a Courmayeur in estate. In questo gruppo ci sarebbero piante come molte fuchsie, come alcune impatiens delle montagne africane, come diversi cactus delle Ande, come Ullucus tuberosus, come Oxalis tuberosa, come Gunnera manicata, come la mitica Worsleya procera, come i rododendri della Nuova Guinea.

Oltre al problema della temperatura si ha quello legato al fotoperiodo, cioè del rapporto tra ore di luce ed ore di buio giornaliere che si ha durante l’anno. Questo fattore può influenzare la sopravvivenza stessa della pianta (alcune piante tropicali non sopportano le nostre lunghe giornate estive e/o le nostre lunghe notti invernali) ma soprattutto regola la fioritura, la fruttificazione e l’entrata in riposo di molte specie con conseguente formazione di tuberi. Ricordo, ad esempio, i miei tentativi di coltivazione di Oxalis tuberosa, conosciuta anche come “oca”, che in estate aveva la parte interrata dei fusti che cuoceva perché la terra era troppo calda, mentre in autunno-inverno, quando l’accorciarsi del dì avrebbe dovuto stimolare la formazione dei deliziosi tuberi, questi si formavano ma rimanevano piccoli perché le temperature erano troppo basse per farli crescere a sufficienza. Stessa cosa con Ullucus tuberosus e con alcune patate interessanti (e buonissime!) che portai da un viaggio in Perù.

Morale della favola: bisogna capire serenamente ciò che si può coltivare e ciò che non può dare buoni risultati. Bisogna sì provare e sperimentare (non si sa mai!) ma bisogna anche rinunciare ad alcune cose che risultino impossibili o che si prevede che siano tali alla luce della nostra conoscenza. Non è che se si è esperti si può coltivare tutto; anzi, è proprio quando si è esperti che si sa anche cosa non si può coltivare.

Certamente sapere ciò di cui una specie ha bisogno ci potrebbe anche rendere in grado di ricreare in maniera artificiale tutte le condizioni ambientali adatte, ma… conviene? Va bene una serra riscaldata in inverno, va bene un ombrario per l’estate, ma sarebbe folle un ambiente condizionato, con molta luce durante il giorno ma sempre buio dalle 18.00 alle 6.00, sempre umido al punto giusto. Si può fare in piccolo per condurre esperimenti limitati nel tempo e nello spazio (ad esempio in un box per qualche mese), ma non si può fare per mantenere una collezione di rododendri ad Agrigento o per produrre ananas a Cortina, seppur tecnicamente possibile.

Conviene piuttosto rendersi conto delle condizioni ambientali che abbiamo, o che comunque possiamo ricreare, e concentrarsi sul cercare le specie interessanti che possiamo mantenere senza troppi problemi. Il mondo è grande e può comunque permetterci di trovare, di coltivare, di osservare e di studiare un grande numero di piante senza aver continuamente a che fare con stragi invernali ed ecatombi estive.

Attenzione alle piante “pompate”

Nel gergo dei vivaisti si dicono “pompate” quelle piante che hanno subito dei trattamenti per raggiungere una bellezza artificiale. Si tratta di una pratica scorretta, sia per la salute delle piante (nonostante sembrino in gran forma) sia commercialmente. Una mezza truffa. Vediamo insieme come riconoscerle e, se proprio vogliamo acquistarle, come recuperarle.

Si riconoscono per diversi fattori che possono anche non apparire contemporaneamente: fioritura molto vistosa e fuori stagione, altezza insolita per la specie (nanizzata o ingigantita), foglie verdissime in tutte le posizioni (sia alla base che all’apice dei rami), vegetazione eccessivamente tenera.

Dopo poche settimane dall’acquisto inizia la crisi “post-pompatura” e le piante, prima così belle, diventano inspiegabilmente sofferenti, nonostante tutte le cure adatte alle varie specie.

Probabilmente il terreno di coltura sarà torba pura o quasi pura. Leggera e poco costosa è ideale per diminuire le spese di trasporto, ma nella torba il nutrimento per le piante è pari a zero. Ci vivono perché è torba concimata. Dopo alcune annaffiature il fertilizzante se ne va e le piante si ritrovano senza nutrimento in un terreno in cui, in natura, vivono solo le piante carnivore e poco altro. Infatti le piante carnivore lo sono proprio perché nel terreno trovano scarsissimi nutrienti e devono recuperarli a spese degli insetti.

Bisogna anche controllare che nel vaso sia presente una sola pianta; questo perché spesso ne vengono inserite diverse per dare un aspetto più folto.

Quindi la prima cosa da fare è cercare di rimuovere la torba e sostituirla con un terreno adatto alla specie; questa è un’operazione basilare. Inoltre consiglio di separare eventuali piantine aggiuntive. Una pianta per vaso va solitamente benissimo se si vuole vederla crescere ben formata. Fanno naturalmente eccezione le specie accestenti.

Dopo il rinvaso le piante vanno tenute in ambiente senza correnti di aria asciutta e con luce filtrata, in modo da attecchire facilmente. Per le succulente bisogna anche evitare le annaffiature dopo il trapianto perché potrebbero portare a marciumi che partirebbero proprio dalle ferite sulle radici causate dal rinvaso.

In secondo luogo bisognerà controllare se la pianta è esageratamente alta e rigogliosa (spesso alcune specie erbacee vengono trattate con auxina per aumentarne l’altezza) o esageratamente compatta (questo càpita invece alle specie arbustive trattate con nanizzanti). Per questi trattamenti l’unica cura è il tempo e la pazienza. Bisogna attendere la fine degli effetti degli squilibri ormonali: servono almeno una ventina di mesi.

La cosa più pericolosa è la fioritura fuori stagione. Le piante vengono indotte con ormoni a fiorire quando invece i segnali ambientali (durata della notte e del dì, temperature, intensità della luce solare, ecc.) le porterebbero naturalmente a non fiorire in quel momento. Questi trattamenti causano uno stress fisiologico enorme che può portare anche alla morte della pianta. L’unica cosa che si può fare è attendere, ponendo la pianta in condizioni non estreme (evitare luce eccessiva, ombra eccessiva, carenze di acqua, carenze di concimazioni, eccessi di concimazioni, ristagni d’acqua, ecc.). Forse sarebbe opportuno anche rimuovere i fiori, o almeno impedire lo sviluppo dei frutti che ne derivano. Nel caso di fioritura fuori stagione consiglio di non procedere al rinvaso, anche se il terreno è inadatto, oppure di effettuarlo senza disfare eccessivamente il pane di terra intorno alle radici. Questo perché aggiungere uno stress da rinvaso a quello per la fioritura forzata sarebbe micidiale. Il rinvaso sarà fatto l’anno successivo o alla ripresa vegetativa dopo un periodo di riposo.

Un’altra cosa a cui bisogna prestare attenzione è la quantità di luce solare a cui le piante sono state sottoposte nell’ultimo periodo. Può facilmente accadere che una pianta, nelle ultime due o tre settimane sia stata esposta in un edificio, lontano dalla luce solare oppure che sia appena stata tolta da un container o da una scatola. Queste piante, abituate al buio, possono facilmente bruciarsi se immediatamente esposte al sole diretto. Consiglio quindi una settimana di luce morbida e filtrata prima di passare all’eventuale sole diretto o ad un’illuminazione comunque più intensa. L’illuminazione necessaria varia molto da una specie all’altra ed alcune non necessitano mai di sole diretto o di luce troppo forte. Nessuna pianta può però vivere a lungo al buio o sullo scaffale di un supermercato dove può sostare solo per qualche giorno.

La patata dolce

In Italia la patata dolce, nota anche come patata americana, è conosciuta quasi esclusivamente per la sua cultivar completamente bianco-avorio coltivata in Veneto, ma ultimamente si stanno affacciando alcune delle numerose forme e colorazioni di questa variabilissima specie. I tuberi possono essere più o meno allungati, la loro pasta varia dal bianco all’arancione, al rosa per arrivare fino al viola scuro. La “buccia” può avere le stesse colorazioni, ma queste sono indipendenti dal colore della pasta. Anche il sapore varia e può andare dal sapore di zucca, tipico di molte cultivars a pasta arancione, a quello di castagna.

In cucina può essere impiegata sia in piatti salati che in pasticceria, ad esempio andando a sostituire le castagne nel famoso dolce Montebianco.

È una specie che si trova solamente in coltivazione e che probabilmente deriva dalla selvatica Ipomoea trifida, di cui la patata dolce sarebbe un’esaploide. Si tratta di un’erbacea perenne tuberosa (i tuberi si formano dall’ingrossamento di segmenti di radice e quindi possono trovarsi anche distanti dalla base delle piante) con fusti solitamente striscianti e raramente rampicanti. La crescita è molto vigorosa. Le foglie sono di circa 10 cm e variabili nelle numerose cultivars. Possono essere intere cuoriformi, lobate o palmatopartite. La fioritura può dipendere dalle condizioni ambientali e può non manifestarsi in alcuni cloni. Se l’infiorescenza è presente è costituita da pochi fiori. Ha sepali di 8-15 mm, leggermente cartacei, oblunghi od ovati, con apice solitamente acuminato. La corolla è di 4-7 cm, lilla, più scura alla base ma talvolta bianca. La fioritura è più probabile in posizione assolata e asciutta e con fotoperiodo non molto lungo (da agosto in poi). Il frutto è ovoidale, di circa 1 cm, deiscente e viene prodotto molto raramente perché per svilupparsi è necessaria l’impollinazione incrociata tra diversi cloni.

All’inizio della primavera, in casa o in serra, si mettono i tuberi per metà in acqua (o in terriccio o sabbia umidi) e si attende che producano cacciate di circa 20-30 cm. Nell’occasione bisogna prestare attenzione a non mettere i tuberi capovolti perché altrimenti potrebbero germogliare dalla parte immersa. Quando le cacciate saranno state prodotte ed avranno raggiunto una sufficiente lunghezza si tagliano alla base, si tolgono le foglie più in basso e si dimezzano quelle più in alto, poi si mettono a radicare le talee così ottenute direttamente nell’orto, non in vaso. Si interrano almeno 3 nodi e si annaffiando abbondantemente nei primi giorni, possibilmente ombreggiandole con cassette rovesciate, con telo ombreggiante o con altri metodi. Durante l’estate cresceranno moltissimo fino a ricoprire il terreno intorno a loro. Non serviranno nemmeno lavori per togliere le erbacce, tranne all’inizio, poiché queste verranno praticamente soffocate dalle patate dolci.

A fine estate o in autunno, a seconda della precocità delle cultivars che si hanno in coltivazione e di quando le talee sono state piantate, si procede alla raccolta dei tuberi appena le foglie iniziano ad ingiallire. Per la raccolta è bene preferire giornate arieggiate e asciutte, fare attenzione a non danneggiare molto i tuberi e cercare di far asciugare rapidamente le eventuali ferite dovute alla lavorazione. Una vanga-forca sarà l’attrezzo da preferire in quest’occasione. In condizioni di umidità, attraverso ferite e sbucciature possono svilupparsi marciumi. Appena i tuberi siano leggermente asciutti e disidratati (dopo circa una settimana dalla raccolta) si potranno conservare molto facilmente per diversi mesi, sempre in luogo asciutto. Con controlli periodici si potranno eliminare subito eventuali tuberi che inizino a marcire o ad ammuffire, in modo di tenere sempre sane le proprie scorte. Inoltre ricordiamoci di lasciare alcuni tuberi per la propagazione nell’anno successivo.

Questa specie necessita di terreno sciolto, profondo e non sassoso per un buono sviluppo dei tuberi. Solitamente non necessita di grandi concimazioni e in un buon terreno da orto queste possono anche essere evitate. Un eccesso di azoto produce solo una grande crescita di foglie a discapito dei tuberi. L’irrigazione sarà da effettuarsi quasi esclusivamente nel periodo di attecchimento delle talee, in cui bisogna annaffiare frequentemente per 10-15 giorni. In seguito non ha bisogno di irrigazioni, a meno che non si verifichino forti siccità o che venga coltivata in terreni troppo drenati.

Si tratta di una pianta tropicale che, in pieno sole, può essere coltivata anche in climi temperato-caldi e temperati, poiché riesce a produrre tuberi prima dell’arrivo dell’inverno. La durata della coltura varia da una cultivar all’altra e si va da 90 a 160 giorni. Occorre quindi fare un po’ di calcoli con la durata delle temperature accettabili. Può vivere anche come perenne se le si fornisce calore costante. Almeno una cultivar, la ‘Okinawan Purple’, non ricaccia dai tuberi e deve essere fatta svernare mantenendola in vegetazione, anche facendo talee autunnali da far radicare in serra. Da queste talee autunnali, una volta attecchite ed allungatesi, si potranno prendere altre talee da piantare nell’orto a primavera, entro aprile.

Originatasi in coltivazione nel Sudamerica occidentale si è diffusa nelle isole del Pacifico già in epoca precolombiana e da lì in Cina e in Giappone. Da questi luoghi è stata poi portata in tutti i paesi tropicali e temperati in tempi relativamente recenti.

La variabilità specifica è molto elevata ed esistono cultivars adatte a diverse condizioni ambientali, con diversi sapori, di diversi colori e a rese più o meno elevate. Alcune cultivars sono puramente ornamentali poiché producono tuberi piccoli e fibrosi, ma foglie e fiori notevoli.

Ho avuto il piacere di introdurre in Europa alcune cultivars a pasta viola come la ‘Purple’, la ‘Speckled Purple’ e la ‘Okinawan Purple’ e dopo averle diffuse tramite Vivaio Corazza mi ha fatto altrettanto piacere vederle in vendita tra le verdure di un supermercato di cibo biologico. Tra l’altro le varietà violacee, oltre che belle, sono ricche di antocianine, ottime come antiossidanti.

Attualmente sto tentando di ottenere, attraverso incroci e selezioni, una varietà che oltre a tuberi violacei e commestibili abbia anche foglie dello stesso interessante colore. Vedremo cosa riuscirò eventualmente a fare…

Per approfondimenti su botanica, coltivazione ed utilizzi (anche ricette) consiglio il libro, di cui sono coautore, “Piante alimentari insolite”, Edizioni Il Campano, Pisa. Ordinabile in tutte le librerie ed acquistabile direttamente dall’editore o qui a prezzo scontato.

Ipomoea batatas ‘Kotobuki’
Ipomoea batatas ‘Purple’
Ipomoea batatas ‘Okinawan Purple’
Ipomoea batatas ‘Radiosa’, cultivar che ho creato attraverso incroci.

Il circolo virtuoso

Bisogna fare qualcosa. È inutile lamentarsi. Se vogliamo che in Italia esista una maggiore cultura del mondo delle piante bisogna che tutti noi ci impegniamo per svilupparla e per diffonderla. Ognuno come può. Ognuno nel proprio ruolo. Non viene da sola.

Dopo i promettenti anni novanta c’è stata una graduale perdita di qualità e di quantità nella divulgazione delle informazioni legate alla botanica ed alla coltivazione. Questo nonostante tra gli addetti ai lavori i progressi ci siano stati.  Ciò che manca e che va creato è il pubblico; è un pubblico numeroso, colto ed interessato. Un settore economico-culturale senza il proprio pubblico è come un corpo senza sangue.

Servono iniziative, eventi, professionisti, personaggi, aziende, istituzioni, molti media che ne parlino, pubblicità che si rivolga al settore con profitti e un po’ di voglia di accendere il cervello e di buttarci dentro qualcosa di nuovo. Serve che ciò che accade nel settore sia più spesso considerato “notiziabile” e che allo stesso tempo l’informazione diffusa sia interessante e corretta.

Esiste uno strettissimo rapporto di causa ed effetto reciproco tra il pubblico e il contenuto che il pubblico “consuma”. Se lo si lascia andare liberamente si va verso contenuti via via più semplici e di basso rilievo. Se invece si forza un po’ la mano si riesce ad insegnare qualcosa di interessante. Qualcosa che sarà il presupposto per argomenti sempre più approfonditi. Insomma, l’ignoranza chiama l’ignoranza e il sapere chiama il sapere.

Chi ha un argomento interessante da trattare, scriva articoli, faccia video, fotografi e diffonda. Questo tenendo sempre presente la qualità e la correttezza dell’informazione.

Una volta avviato, il “motore” sarebbe in grado di girare autonomamente, sempre che non finisca il carburante, cioè la voglia di conoscere, di sperimentare e di scoprire. Desideri questi che devono essere tenuti alti dai media, i quali avrebbero l’onere, ma anche la convenienza, di creare e di mantenere la “moda”. Si creerebbe un indotto che coinvolgerebbe case editrici, vivai, negozi di attrezzatura, agenzie pubblicitarie, venditori di semi. Perfino gli orti botanici venderebbero più biglietti e gli incassi potrebbero essere usati per finanziare la ricerca botanica che ormai vivacchia abbandonata da anni. All’interno di alcuni orti botanici si potrebbero aprire un bar ed un negozio di articoli correlati alla botanica (libri, taccuini, semi, materiale per erbari, lenti di ingrandimento, piantine, souvenirs, ecc.). Tutto questo dobbiamo farlo partire noi. Noi “popolo delle piante”. Triste aspettare che succeda per caso o che ci pensi qualcun altro.

Gli inglesi sono senz’altro un esempio da cui prendere spunto. Dalle loro parti alle fiere di piante insolite i vivai vendono il triplo o il quadruplo di quanto non vendano qui; nelle librerie si trovano facilmente testi specialistici che qui non verrebbero venduti in quantità sufficienti da renderne conveniente la stampa; la televisione manda in onda programmi in cui si parla di piante creando meraviglia ed interesse nel pubblico che poi compra piante, libri, semi e attrezzatura. La BBC è stata l’unica televisione ad aver prodotto addirittura una serie di documentari sulle piante, grazie al mitico David Attenborough, eroe mondiale della divulgazione scientifica.

Serve far conoscere i personaggi esemplari, “i vip del settore”, capaci di far venire ai giovani la voglia di lavorare con le piante: come botanici, giardinieri, orticoltori, giornalisti, divulgatori, vivaisti, conservazionisti, agronomi, architetti, scrittori.

Dobbiamo molto alle piante eppure la loro conoscenza è così poco diffusa, a differenza di molti altri settori, talvolta anche meno importanti ma ampiamente conosciuti dal pubblico e capaci di generare grandi indotti economici. Ebbene, la colpa non è di come va il mondo; la colpa è nostra, del “popolo delle piante”. Siamo noi che non siamo stati capaci di creare interesse intorno a ciò che amiamo, che forse ci siamo separati troppo dal resto della società. Sport, spettacolo, gastronomia, turismo, musica, moda vanno alla grande mentre delle piante interessa solo a pochi, pur avendo le stesse potenzialità di partenza.

Quindi ora smettiamo di lamentarci ed iniziamo ad investire nel prossimo. Crediamoci. Facciamoci portatori di nuove tendenze, ognuno con le persone che riesce a raggiungere.

Le mostre di piante

Sono nate alla fine del millennio appena trascorso e rappresentano un tipo di evento culturale, commerciale e sociale ancora relativamente nuovo, almeno in Italia. Sto parlando delle mostre di piante che sempre più stanno assumendo le caratteristiche di un grande evento organizzato che richiama un pubblico di diverse decine di migliaia di persone. Come una grande manifestazione sportiva, come un atteso concerto, come qualcosa di piacevole ed imperdibile. Il motivo è da ricercarsi nella voglia di scoprire che l’uomo ha e che spesso dimentica di avere. Troppo spesso.

Così, ognuno a modo suo, i diversi visitatori sono attratti da ciò che trovano interessante. Qui entra però in gioco una funzione, non trascurabile, che è sia degli espositori che dell’organizzazione di ogni mostra: far crescere culturalmente il pubblico.

Se invece si mira solo a far cassa, a pascere l’ignoranza altrui con piante “pompate” e di cui non si sa niente, con fioriture fuori stagione ottenute con ormoni che alterano il naturale ciclo fisiologico delle varie specie, con piante verniciate ed oggetti frivoli destinati ad essere considerati alla stregua di soprammobili, di inutili “ricordini”, allora non ci siamo. Non ci siamo perché tutto questo non ci insegna nulla, non ci fa capire la biologia e l’ecologia di una specie o, sia pure, l’utilità di un nuovo attrezzo da giardino o l’importanza di una vecchia cultivar alimentare o la bellezza di una vera e propria opera d’arte legata al mondo delle piante. Tutto questo porta solo altra ignoranza, delusioni e pochezza.

Pur lavorando anche ed ovviamente per motivi economici, se si mira anche alla cultura, alla qualità, si instaura un circolo virtuoso che porta alla crescita personale dei visitatori ed all’eccellenza professionale di chi opera nei vari settori coinvolti. La cultura, così come l’ignoranza, si autoalimenta.

Il pubblico è, giustamente, curioso, ma deve imparare a porsi delle domande in modo da gestire la propria curiosità ed arrivare a capire veramente il mondo che lo circonda. In questo caso il mondo delle piante. Per fare questo, ormai da qualche secolo, esiste un metodo: il metodo scientifico. Infatti esso trova applicazione anche alla vita quotidiana ed è applicabile a tutti gli eventi che ogni giorno affrontiamo. Anche alla visita di una mostra di piante.

L’emozione di trovare una pianta che già si conosceva ma che mai si era trovata, di acquistarla per poi scoprire il suo ciclo biologico durante l’anno, di ottenerne magari dei semi e forse di capire come farli germinare tenendo presente l’ambiente in cui vive in natura non è la stessa cosa di prendere una pianta giudicata “carina” e di metterla a morire sopra il frigo senza nemmeno sapere come si chiama. Anche mettersi un po’ a parlare con un visitatore esperto ed interessato costituisce per l’espositore preparato ed altrettanto curioso un momento piacevole e gratificante in cui semplicemente si sente utile e si scambia interessanti informazioni.

Ti dico tutto questo perché sono convinto che la cultura sia una ricchezza da coltivare (si chiama così per questo) e perché ho vissuto le mostre di piante sia come organizzatore che come espositore che come visitatore ed ormai riconosco dalla luce dei loro occhi le persone superficiali da quelle che desiderano approfondire gli argomenti e lavorare per diffondere ed aumentare le conoscenze botaniche ed orticolturali.

Ben vengano allora gli “eventi nell’evento” in cui si fa cultura. In questo brillano Murabilia e Verdemura, le mostre lucchesi del settore, in cui all’esposizione vera e propria sono abbinate conferenze, mostre di frutti e semi, resoconti di esplorazioni botaniche ed altre iniziative interessanti e che, soprattutto, fanno tendenza e portano a sane emulazioni in altre occasioni.

Per fare una buona mostra non basta trovare qualche decina di vivai pronti ad allestire il proprio stand per l’occasione, non basta far pubblicità, non basta una location chic. Per fare una buona mostra servono vivai botanici, quelli in cui le piante si studiano e si propagano, quelli che introducono specie insolite in coltivazione, servono persone disposte a raccontare le loro esperienze e capaci di farne un’attrattiva, serve un pubblico interessato o almeno interessabile. Non basta la proloco o il comune di Vattelapesca, non basta il vivaio rivenditore delle piante prodotte in Olanda ed acquistate per l’occasione la settimana prima, non basta l’agraria del paese. Servono persone ed aziende professionalmente eccellenti, disposte a partecipare anche da lontano, se ne vale la pena. Ho visto una mostra sparire dai calendari a forza di accettare aziende fuori tema, a forza di porchettari e di venditori di calzini e magliette country, a forza di caramelle artigianali e di fontanelle kitsch. In questo modo non ci si rivolge ad un settore specifico, non si costruisce un proprio pubblico, non si ottiene la partecipazione di valide aziende da oltre 1000 Km di distanza.

In Inghilterra, tanto per  fare un esempio con un paese che ha passione storica per la botanica e per l’orticoltura, gli stands dei vivai di piante insolite in occasione delle mostre vengono presi d’assalto e letteralmente svuotati da un pubblico colto, seriamente interessato ed entusiasta. Perché qui non accade ancora? So che il perché riesci ad immaginartelo.

Impara a vivere questi eventi nel modo migliore, ne otterrai cultura, gratificazione e tanti amici interessanti. Non vederli come un “mercatino dei fiori”, come una curiosità della domenica. Anche se sei un visitatore occasionale o un semplice curioso fermati, osserva, pensa scientificamente, chiedi spiegazioni, accetta il fatto che esista ancora qualcosa che non sai. Ogni specie ha una storia evolutiva da raccontarti, rappresenta una parte di mondo da conservare e da scoprire e questi eventi hanno la possibilità di riunire in poco spazio e in poco tempo diverse occasioni per crescere e per capire il bellissimo e complesso mondo delle piante, talvolta ancora segreto.

 

 

 

La potatura

Spesso si pensa alla potatura come una delle attività essenziali per la cura e la prosperità di un albero. “Come si pota?”, “Quando si pota?”,  “Lo devo potare?”.

La risposta dell’albero sarebbe: “Non potatemi”.

Nelle foreste gli alberi non vengono mai potati e crescono sanissimi, molto più a lungo che quelli coltivati.

Se devi potare un albero perché i suoi rami danno fastidio significa che hai messo l’albero sbagliato nel posto sbagliato. Forse serviva una specie più piccola? Perché mettere un tiglio in un giardinetto di 100 metri quadri? Lo sai come diventa un tiglio?

Piuttosto che potarlo continuamente valuterei seriamente l’ipotesi di toglierlo definitivamente e di sostituirlo con qualcosa di più piccolo, tipo un pesco od un susino giapponese, che potrebbe già da solo riempire comunque un’area di 30 metri quadri, senza bisogno di metterci altre specie legnose. A meno che non si voglia creare un boschetto.

Ricordo di aver visto a Londra dei platani lasciati crescere liberi lungo il Tamigi ed i cui rami arrivavano quasi a terra per poi rialzarsi dolcemente verso l’esterno della chioma. Bellissimi. Ma lì c’è posto e soprattutto c’è chi sa curare gli spazi verdi.

Nell’area coperta dalla sua unica chioma libera un comune italiano sarebbe capace di metterne dieci, di farne morire cinque dopo un anno e di capitozzarne gli altri cinque dopo trenta anni.

Detto questo so che comunque a volte càpita di dover potare. Cerca però di farlo in modo da non deformare il naturale portamento di una specie.

Ti do solo qualche consiglio:

  • Non lasciare che i rami si incrocino
  • Fai in modo che i rami principali siano sempre più distanti tra loro via via che vanno verso l’esterno della chioma.
  • Fai queste operazioni quando la pianta è giovane ed “in formazione”. I rami saranno ancora piccoli e le ferite si cicatrizzeranno subito, senza lasciare il legno scoperto per anni.
  • Pota in prossimità di una gemma che poi si sviluppi verso l’esterno, con un taglio obliquo che lasci più legno sopra la gemma e meno dietro. Non lasciare monconi troppo lunghi oltre la gemma: seccano e si potrebbero infettare. Una lunghezza di circa la metà del diametro del ramo va bene.
  • Non potare in autunno od inverno. Meglio a inizio primavera; in modo che le ferite si rimarginino presto con la crescita della stagione in corso.
  • Se devi proprio potare un ramo di grande diametro proteggi il taglio con prodotti specifici. Altrimenti dei funghi patogeni entreranno nel legno e l’albero andrà incontro ad una morte prematura.

Tieni presente che un albero tenderà sempre ad avere una chioma proporzionata alle proprie radici. Se potato tenderà a produrre immediatamente lunghe ed inestetiche cacciate che vadano a ristabilire il rapporto tra la chioma e le radici. Facendo così il proprietario sprovveduto si metterà spesso a potarlo ogni anno ed ogni anno rischierà che qualche fungo infetti la pianta.

Dalle eccessive potature e dalle capitozzature si formeranno dei rami che saranno sostenuti da nuovo legno solo dal lato esterno. Il nuovo legno si forma solo sotto la corteccia e non sopra il taglio. Dal lato della ferita i rami non saranno attaccati a niente perché non c’è più niente.  In questo modo saranno meno forti nel sostenere il loro peso e nel reggere a diverse sollecitazioni esterne, quindi sarà molto più probabile che si stacchino alla base e cadano.

Avrai, spero, capito che la cosa migliore è piantare l’albero giusto nel posto giusto. Piantare una specie adatta allo spazio che abbiamo a disposizione tenendo presenti le dimensioni che l’albero avrà una volta che sarà adulto.

Perché lavorare tanto e male invece che poco e bene?

 

 

Parlare di piante

Si parla troppo poco di piante e quando se ne parla lo si fa spesso in modo scorretto o approssimativo, magari sfoggiando un’estrema sicurezza. Se puoi parlarne con vera competenza, fallo. Sarai utile. Cerca di appassionare le persone.

Per prima cosa i tuoi interlocutori devono sapere che le piante sono un mondo vastissimo pieno di meraviglie e di tanti segreti ancora da scoprire. Ti sarà invece capitato di avere a che fare con persone che più dovrebbero ascoltare e più pensano di sapere già tutto. Sii paziente, molto, e cerca di essere avvincente.

Specialmente parlando di una specie insolita, illustra le sue caratteristiche e porta i tuoi ascoltatori o lettori a vederla come un fenomeno evolutivo, da conoscere e da conservare, non come un soprammobile. Fai in modo che si pongano delle domande, poi soddisfa la loro curiosità con delle risposte meraviglianti.

Ti consiglio di organizzare mostre, conferenze ed altri eventi che possano essere didattici e stimolanti, pubblicizzali, fai in modo che qualche visitatore sia indotto ad approfondire scegliendo il proprio specifico settore. Non fare il solito “mercatino dei fiori” di paese. Vai ben oltre. Insegna e fai capire che c’è molto da scoprire.

In questo prova a coinvolgere dei botanici, anche se so che sarà difficile. Lo sarà per due motivi:

  1. Spesso i botanici in Italia non sono anche dei “plantsmen”, cioè degli appassionati conoscitori e coltivatori di piante, che si sono messi a studiarle.
  2. Si sentono lontani ed incompresi dal pubblico, che quasi evitano, considerandolo “non conquistabile”.

Così i botanici ed i “plantsmen” non si sovrappongono e stanno distanti rendendo scarsi divulgatori i primi e poco scientifici i secondi. Per questo devi operare per far interagire queste due figure o addirittura a farle coincidere, come spesso succede in altre nazioni. Basti pensare che in italiano non esiste una traduzione di “plantsman”, a meno che non si voglia tradurlo in “piantaio”, “piantiere” o “piantista” e tanto meno di “plantsmanship” (la capacità di conoscere le piante e di saper gestire e mantenere delle collezioni botaniche). Anche le parole “horticulture” ed “horticulturist” tradotte in italiano in “orticoltura” ed “orticoltore” fanno più pensare al significato attuale della parola “orto” (di verdure) che al fatto che derivano dal latino “hortus”, cioè luogo in cui le piante (di qualsiasi tipo) vengono mantenute in coltivazione (vedi “orto botanico”). Io mi batto per diffondere questo secondo e più ampio significato.

Quindi cerca di generare interesse, soprattutto nei giovani, e di far entrare le piante e il “saper di piante” nella cultura di tutti e di tutti i giorni. Spettacolarizza la botanica, dai risalto a chi può farlo o fallo tu stesso. Portarla agli occhi di tutti non significa banalizzarla o farle perdere correttezza scientifica (a questo bisogna però porre particolare attenzione), significa solo darle una maggiore utilità ed un maggior potenziale.

Pensa, ad esempio, che i documentari sulle piante sono rarissimi, ma potrebbero essere spettacolari e generare nuovi appassionati e nuovi botanici, con conseguente migliore gestione e conservazione delle piante e del nostro pianeta, aiutando anche il pubblico ad essere conscio di ciò che esiste in natura.