Attenzione alle piante “pompate”

Nel gergo dei vivaisti si dicono “pompate” quelle piante che hanno subito dei trattamenti per raggiungere una bellezza artificiale. Si tratta di una pratica scorretta, sia per la salute delle piante (nonostante sembrino in gran forma) sia commercialmente. Una mezza truffa. Vediamo insieme come riconoscerle e, se proprio vogliamo acquistarle, come recuperarle.

Si riconoscono per diversi fattori che possono anche non apparire contemporaneamente: fioritura molto vistosa e fuori stagione, altezza insolita per la specie (nanizzata o ingigantita), foglie verdissime in tutte le posizioni (sia alla base che all’apice dei rami), vegetazione eccessivamente tenera.

Dopo poche settimane dall’acquisto inizia la crisi “post-pompatura” e le piante, prima così belle, diventano inspiegabilmente sofferenti, nonostante tutte le cure adatte alle varie specie.

Probabilmente il terreno di coltura sarà torba pura o quasi pura. Leggera e poco costosa è ideale per diminuire le spese di trasporto, ma nella torba il nutrimento per le piante è pari a zero. Ci vivono perché è torba concimata. Dopo alcune annaffiature il fertilizzante se ne va e le piante si ritrovano senza nutrimento in un terreno in cui, in natura, vivono solo le piante carnivore e poco altro. Infatti le piante carnivore lo sono proprio perché nel terreno trovano scarsissimi nutrienti e devono recuperarli a spese degli insetti.

Bisogna anche controllare che nel vaso sia presente una sola pianta; questo perché spesso ne vengono inserite diverse per dare un aspetto più folto.

Quindi la prima cosa da fare è cercare di rimuovere la torba e sostituirla con un terreno adatto alla specie; questa è un’operazione basilare. Inoltre consiglio di separare eventuali piantine aggiuntive. Una pianta per vaso va solitamente benissimo se si vuole vederla crescere ben formata. Fanno naturalmente eccezione le specie accestenti.

Dopo il rinvaso le piante vanno tenute in ambiente senza correnti di aria asciutta e con luce filtrata, in modo da attecchire facilmente. Per le succulente bisogna anche evitare le annaffiature dopo il trapianto perché potrebbero portare a marciumi che partirebbero proprio dalle ferite sulle radici causate dal rinvaso.

In secondo luogo bisognerà controllare se la pianta è esageratamente alta e rigogliosa (spesso alcune specie erbacee vengono trattate con auxina per aumentarne l’altezza) o esageratamente compatta (questo càpita invece alle specie arbustive trattate con nanizzanti). Per questi trattamenti l’unica cura è il tempo e la pazienza. Bisogna attendere la fine degli effetti degli squilibri ormonali: servono almeno una ventina di mesi.

La cosa più pericolosa è la fioritura fuori stagione. Le piante vengono indotte con ormoni a fiorire quando invece i segnali ambientali (durata della notte e del dì, temperature, intensità della luce solare, ecc.) le porterebbero naturalmente a non fiorire in quel momento. Questi trattamenti causano uno stress fisiologico enorme che può portare anche alla morte della pianta. L’unica cosa che si può fare è attendere, ponendo la pianta in condizioni non estreme (evitare luce eccessiva, ombra eccessiva, carenze di acqua, carenze di concimazioni, eccessi di concimazioni, ristagni d’acqua, ecc.). Forse sarebbe opportuno anche rimuovere i fiori, o almeno impedire lo sviluppo dei frutti che ne derivano. Nel caso di fioritura fuori stagione consiglio di non procedere al rinvaso, anche se il terreno è inadatto, oppure di effettuarlo senza disfare eccessivamente il pane di terra intorno alle radici. Questo perché aggiungere uno stress da rinvaso a quello per la fioritura forzata sarebbe micidiale. Il rinvaso sarà fatto l’anno successivo o alla ripresa vegetativa dopo un periodo di riposo.

Un’altra cosa a cui bisogna prestare attenzione è la quantità di luce solare a cui le piante sono state sottoposte nell’ultimo periodo. Può facilmente accadere che una pianta, nelle ultime due o tre settimane sia stata esposta in un edificio, lontano dalla luce solare oppure che sia appena stata tolta da un container o da una scatola. Queste piante, abituate al buio, possono facilmente bruciarsi se immediatamente esposte al sole diretto. Consiglio quindi una settimana di luce morbida e filtrata prima di passare all’eventuale sole diretto o ad un’illuminazione comunque più intensa. L’illuminazione necessaria varia molto da una specie all’altra ed alcune non necessitano mai di sole diretto o di luce troppo forte. Nessuna pianta può però vivere a lungo al buio o sullo scaffale di un supermercato dove può sostare solo per qualche giorno.

Sansevieria

Un genere con molte incertezze tassonomiche, quello delle sansevierie. Infatti non si può dire con certezza da quante specie sia composto, se alcune entità siano ibridi o specie nuove o solo varianti di specie già descritte. Bisogna farsene una ragione.

Pare che servirebbero almeno sette anni di studi sul campo per finalmente poter scrivere una monografia che rivedesse e ordinasse tutto il genere.

Vediamo quindi di parlare di cosa è certo, evitando di discutere di argomenti ancora non chiariti scientificamente.

Esistono sansevierie a foglie piatte e sansevierie a foglie a sezione circolare o ellittica. Tra quelle a foglie piatte alcune lo sono solo nella parte superiore, avendo una forma a cucchiaio.

Un’altra variabile è la crescita del rizoma e dell’eventuale fusto eretto. Il rizoma può essere sotterraneo o aereo. Se aereo le radici sono a trampolo, robuste e verticali nella parte emersa. Si diramano solo una volta raggiunto il suolo. Il fusto eretto è presente in poche specie, come S. arborescens, S. frutescens e S. powellii.

Le infiorescenze possono essere a spiga, a racemo o capitate ed i fiori sono sempre tubulari e di colore biancastro. Il frutto è una bacca vagamente sferica, ruvida e di colore arancione a maturità.

Le foglie appaiono in rosette e, anche con il passare del tempo, non aumentano di numero all’interno della singola rosetta. Crescendo si formeranno semplicemente altre rosette che, fin dall’inizio avranno un numero determinato di foglie.

Se coltivate in vaso, una volta che questo sarà pieno di rosette la crescita si fermerà, oppure il vaso si romperà. Inutile aspettare foglie nuove. Bisognerà dividere la pianta o almeno metterla in un vaso di dimensioni maggiori. Se i rizomi dovranno essere tagliati sarà bene attendere che il taglio si asciughi bene e si cicatrizzi prima di interrarli di nuovo.

Durante l’inverno necessitano di quanta più luce possibile ed una siccità completa per resistere meglio alle temperature più basse, mentre in estate amano annaffiature abbondanti ma ben distanziate in modo che il terreno si asciughi completamente fino in profondità prima di effettuare una nuova irrigazione. Sempre in estate sarà meglio tenerle in luce filtrata per evitare bruciature. In natura crescono anche in pieno sole, risultando però un po’ giallognole.

Per molte specie la fioritura avviene in occasione del riposo asciutto invernale o subito dopo, ma alcune fioriscono in estate.

La concimazione è consigliabile durante la stagione di crescita (estate), annaffiandole con una soluzione di fertilizzante per succulente ogni due-tre irrigazioni.

Si adattano facilmente alla coltivazione come “piante da appartamento” riuscendo a vivere in ambienti con poca luce ed aria secca. Durante l’estate è però consigliabile far loro prendere un po’ di luce solare abituandole gradualmente (e sottolineo “gradualmente”) ad una situazione di mezz’ombra o, meglio, di luce filtrata.

Il terreno deve essere di tipo adatto alle succulente e, se acquistate in un supermercato o in un vivaio “commerciale”, saranno spesso da rinvasare subito togliendo completamente la torba in cui vengono distribuite e sostituendola con un substrato giusto, come spiego nel minicorso sui terreni.

Tra le specie più insolite e mirabili voglio citare S. masoniana, a foglie enormi, larghe fino a 25 cm ed alte fino a 60 cm; S. singularis, con le rosette, se così si possono ancora chiamare, composte da una sola foglia cilindrica, eretta e rigidissima; S. aubrytiana, con foglie piatte, molto lunghe, fino quasi ad un metro, e meravigliosamente maculate; S. kirkii, con una bellissima fioritura e foglie che nella cultivar ‘Coppertone’ della var. pulchra sono maculate di bianco, verde e rosa-arancio; S. pinguicula, con rosette piccole ma estremamente succulente; S. eilensis, le cui piante sembrano ventagli di banane a bande sfumate verdi e biancastre.

La propagazione è facilissima per divisione, l’importante è lasciare asciugare bene i tagli effettuati sui rizomi, come già detto sopra. La talea di foglia è possibile, con risultati variabili: le piante che se ne originano potrebbero essere diverse dalla pianta madre, a seconda delle caratteristiche dei tessuti fogliari nel punto in cui si formano le nuove piantine. Un fenomeno, questo, conosciuto come “sport”. La semina è ovviamente sempre fattibile, ma bisogna prestare attenzione all’impollinazione per non avere ibridi indesiderati. Quando si hanno diverse specie l’ibridazione è piuttosto frequente. I semi si interrano a inizio estate in un terreno da succulente alla profondità di circa 1 cm e si trattano come le piante adulte, solo annaffiando un po’ più frequentemente finché non avviene la germinazione.

È bene ricordare che le sansevierie da seme hanno una loro forma giovanile e che prenderanno l’aspetto definitivo solo dopo aver prodotto diverse rosette. Questo è soprattutto evidente nelle specie con foglia a sezione circolare od ellittica, che inizialmente hanno rosette di foglie piatte.

Sansevieria concinna
Sansevieria kirchii var. pulchra ‘Coppertone’
Sansevieria trifasciata ‘Moonshine’
Fiori a livello del suolo di Sansevieria singularis
Sansevieria aubrytiana

Tephrocactus

Il nome deriva da tephra, che in greco significa cenere, a causa del loro colore spesso grigiastro o forse perché crescono anche sulle ceneri di alcuni vulcani. 

La storia tassonomica ha visto Tephrocactus come sottogenere del genere Opuntia e come genere a sé stante. Anticamente alcune specie erano addirittura incluse nel genere Cereus. Recentemente si è comunque avuto un generale consenso nel riconoscere Tephrocactus come genere.

Si tratta di piccoli arbusti a fusto succulento e fotosintetizzante, privi di foglie, formati da diversi articoli generalmente brevi, cilindrici, ovoidali, ovati, sferici o a botte. Sono dotati di glochidi e spesso anche di spine di forma e dimensione variabili. Si va dalle spine aghiformi lunghe pochi centimetri alle spine piatte, papiracee e flessibili di Tephrocactus articulatus var. papyracanthus a quelle lunghe 15 cm di Tephrocactus aoracanthus var. paediophilus. Gli articoli crescono uno sull’altro, formando masse sempre più grandi. Spesso qualche articolo si stacca (basta un piccolo urto), cade e radica altrove. La fioritura avviene quando sono presenti almeno due o tre articoli ed è apicale. I fiori, a corolla gialla, bianca, rosa e fino a rossa, sono simili a quelli di Opuntia, ma il frutto che ne deriva è privo di polpa, rivestito della sola epidermide, contenente i soli semi pressati tra di loro. I semi sono di circa 5-7 mm, di forma irregolare, dotati di un arillo spugnoso ma molto duro. La loro germinazione è erratica e può avvenire anche dopo molti anni dalla fuoriuscita dal frutto. Questo lungo periodo può essere utile affinché i semi si disperdano, nel frattempo, su una superficie maggiore.

Crescono sulle Ande centro-meridionali, più frequentemente sul versante orientale, in ambienti come i deserti di alta quota e le steppe di montagna. La loro esposizione è in pieno sole o comunque sempre molto luminosa.

Il clima dei loro ambienti ha un’ampia escursione termica, sia annuale che giornaliera. Per questo alcune specie possono resistere anche a temperature sotto lo zero, ma quando questo avviene il terreno e l’aria sono sempre molto asciutti. Le piogge sono esclusivamente estive in quei luoghi. Li ho visti in natura e questo mi ha fatto capire, in un linguaggio senza parole, ciò di cui queste piante affascinanti hanno bisogno.

In orticoltura queste specie sono coltivate per le loro forme e per i loro fiori, oltre che come piante di interesse botanico. Inoltre coltivandole si contribuisce alla loro conservazione ex-situ, specialmente se si mantengono i dati di località. Càpita spesso, infatti, che alcune stazioni naturali vengano distrutte durante la costruzione di opere o la lavorazione dei terreni.

Si coltivano facilmente in terreni da succulente (vedi minicorso sui terreni), in pieno sole o, meglio, in luce un po’ filtrata (le piante più esposte sono un po’ bruciacchiate anche in natura). Le annaffiature si effettuano solamente durante la stagione calda e devono essere abbondanti (il terreno deve essere bagnato fino in fondo) ma rade (non prima che il substrato sia rimasto completamente asciutto per almeno una settimana). Quindi più o meno ogni 15-20 giorni in estate e mai in inverno. Ogni anno io le bagno per la prima volta a fine marzo e per l’ultima volta a metà settembre. Per la concimazione si procede con un fertilizzante liquido per succulente (NPK circa 1-3-5 o multipli + microelementi), a metà della dose consigliata, durante la stagione di maggior crescita e subito prima.

La semina è una vera sfida alla pazienza ed alla capacità di sapersi accontentare delle poche piante che presumibilmente otterremo. Consiglio di seminare a primavera, nel solito terreno adatto alla crescita delle piante adulte, affondando i semi nel substrato (pressandoli) e coprendoli poi con uno strato di 8-10 mm di lapillo puro o ghiaietto da acquario. Questo a differenza di quanto si fa con i semi di molte Cactaceae, che invece non si coprono ma si pressano soltanto. Annaffiare molto delicatamente a doccia (senza far venire all’aria i semi) o per immersione parziale del contenitore (con l’acqua a circa 2 cm sotto il livello del terreno). I primi semi possono nascere entro un mese, ma altri potrebbero farlo anche negli anni successivi, dopo diversi cicli di umido e di asciutto. Germinazioni del 5-10% sono già un successo e ti potrai accontentare, anche perché poi sarà facilissimo propagarli agamicamente staccandone gli articoli e ponendoli a radicare.

Tephrocactus alexanderi
Tephrocactus aoracanthus var. paediophilus
Tephrocactus curvispinus
Tephrocactus sphaericus
Tephrocactus fauxianus
Tephrocactus reicheanus
Tephrocactus articulatus var. papyracanthus
Tephrocactus aoracanthus var. paediophilus
Tephrocactus aoracanthus var. paediophilus
Tephrocactus sphaericus
Tephrocactus weberi
Tephrocactus molinensis
Tephrocactus atroviridis
Tephrocactus alexanderi
Tephrocactus geometricus, forma scura. Un semenzale di circa 6 mesi.

Le peonie

Il genere Paeonia comprende circa 33 specie e si suddivide in tre sezioni: Paeonia (le peonie erbacee eurasiatiche), Moutan (le peonie legnose, principalmente diffuse in Cina) e Onaepia (le due peonie erbacee americane).

Le peonie erbacee hanno tutta la parte aerea decidua e presentano organi di riserva sotterranei che si accrescono con l’età. Le specie legnose hanno fusti poco ramificati ma il cui numero aumenta con l’età.

Le foglie sono variamente divise in lobi di diverse forme a seconda della specie mentre i fiori hanno la tipica forma a coppa con petali rotondeggianti bianchi, rosa, rossi o gialli. Gli stami hanno antere sagittate e contornano numerosi un disco centrale che accoglie i carpelli dotati di un brevissimo pistillo decorrente (a cresta). Il numero dei carpelli e quindi dei follicoli che possono derivarne varia con la specie da uno a quindici.

Il frutto è un insieme di follicoli che si aprono a maturità lungo una sutura esponendo i semi ovoidali o sferici, lucidi e nerastri. A questi semi si affiancano spesso dei semi sterili di colore rosa o rosso e leggermente più piccoli che servono per attrarre gli uccelli dispersori.

In natura crescono sempre in zone ben drenate e senza ristagni d’acqua, talvolta anche su terreni rocciosi ed impervi. Amano suoli con pH neutro o leggermente diverso, senza eccessiva alcalinità o acidità. Amano climi freschi, spesso montani e se coltivate in zone mediterranee o in pianura preferiscono la luce leggermente filtrata o la mezz’ombra.

In coltivazione gradiscono una miscela costituita da 40% lapillo, 50% terriccio universale poco torboso e 10% sabbia ventilata. Le annaffiature vanno somministrate regolarmente nella stagione vegetativa, soprattutto se in vaso, mentre in inverno può bastare la pioggia.

Le peonie hanno la crescita annualmente predeterminata. Ciò significa che dentro ogni gemma, in inverno, c’è già tutta la crescita dell’anno successivo e l’eventuale fioritura. In caso di rottura non si svilupperà nessuna gemma laterale fino all’anno successivo. Quindi sono sconsigliate le potature.

La propagazione si fa tramite semi, che devono essere seminati in autunno. Passato l’inverno all’aperto emetteranno una radichetta in primavera e con la sola radichetta passeranno un altro anno fuori per poi far apparire le loro prime foglie nella primavera successiva. Fioriranno dopo circa quattro anni.

Altri metodi di propagazione sono la divisione dei cespi per le specie erbacee e l’innesto su tubero di erbacea per le legnose. A queste ultime il tubero di una specie erbacea servirà solo per sopravvivere inizialmente, poi la parte legnosa tra il tubero e l’aria radicherà e il portainnesto sparirà lentamente.

I semi danno la possibilità di mantenere una certa variabilità genetica all’interno di una specie, soprattutto se prodotti da diversi individui incrociati tra di loro. Gli altri due metodi, agamici, servono soprattutto per propagare le cultivars e gli ibridi che si desidera che restino identici nel tempo ma che, anch’essi, sono il risultato di una semina iniziale.

Le specie, oltre che comunque ornamentali, rappresentano una ricchezza naturale ed hanno un interesse botanico, soprattutto se se ne coltivano individui con dati di località. Gli ibridi hanno un valore soprattutto estetico, se piacciono, e rappresentano il risultato di diversi incroci fatti tra individui particolari e aberranti (colori più intensi, trasformazione degli stami in petali o in stami petaloidi, ecc.). Alcuni ibridi, detti primari, sono l’incrocio tra due specie botaniche pure ed indicano una certa compatibilità genetica tra le due specie originarie.

Una nota speciale devo farla per le peonie americane, sezione Onaepia, perché i loro fiori sono più piccoli, di colore rosso-brunastro e rimangono parzialmente chiusi. Non sono forse molto ornamentali, ma testimoniano comunque un interessante risultato della colonizzazione e dell’evoluzione del genere Paeonia nel Nord America.

Paeonia ostii. Una pianta ottenuta dai semi ricevuti direttamente dal suo scopritore, Gianlupo Osti.
Paeonia ostii.
Paeonia peregrina.
Paeonia tenuifolia.
Paeonia clusii subsp. clusii, la rara peonia di Creta.
L’areale di distribuzione del genere Paeonia.

La melanzana

Il suo nome scientifico è Solanum melongena e appartiene alla famiglia delle Solanaceae insieme a pomodori, peperoni e patate. Fu domesticata separatamente in India e in Cina partendo dalla specie selvatica Solanum incanum. Si diffuse nelle terre circostanti. Fu poi coltivata dai persiani ed in seguito dagli arabi che la portarono nel Mediterraneo durante il Medioevo. Da qui in pochi secoli si diffuse in Europa e, con le grandi scoperte geografiche, in tutti i paesi temperato-caldi e tropicali che potessero ospitare la sua coltivazione.

È una specie perenne di breve durata ma è solitamente coltivata come annuale. I suoi frutti vengono raccolti acerbi poiché a piena maturazione sono gialli o giallastri e inmangiabili. Ne esistono un’infinità di cultivars (= varietà coltivate) variabili per forma e per colore, oltre che per altre caratteristiche meno appariscenti. Il colore dei frutti può andare dal viola quasi nero al viola chiaro, al bianco, al verde. Questi colori possono anche essere sfumati uno nell’altro o suddivisi in strisce sottili o perfino in pallini su fondo di altra tonalità. La forma va da depressa (= più larga che lunga) a sferica a piriforme a cilindrica e può variare anche nell’essere più o meno costoluta. La melanzana rossa è invece un’altra specie, di origine africana, ed anch’essa sarebbe meglio che fosse mangiata acerba (verde). Infatti, una volta a maturità, diventa, oltre che rossa, anche leggermente tossica. Scientificamente è Solanum aethiopicum.

Ho lavorato parecchio ad ibridare melanzane di diverse cultivars. Gli incroci si fanno togliendo le antere ed i petali ad un fiore non ancora aperto. Senza petali non sarà visitato dalle api e senza antere nemmeno si autoimpollinerà. Il giorno dopo, nella tarda mattinata, quando il fiore sarebbe aperto (se ancora avesse i petali), si deposita sullo stigma il polline preso dalle antere di un fiore di una cultivar diversa che si desidera incrociare con la prima pianta. Se tutto va bene si svilupperà un frutto con le caratteristiche della cultivar scelta come femmina, ma i cui semi saranno ibridi. L’anno successivo si avrà la prima generazione (detta F1) e le piante mostreranno tutte i caratteri dominanti di entrambe le cultivars prese come genitori. Un anno ancora più tardi avremo la seconda generazione, i “nipoti” dell’incrocio (detta F2) e stavolta appariranno tutte le combinazioni genetiche possibili. Tra queste prenderemo i semi solo da quelle che ci interessano ed andremo a coltivarle ed a selezionarle per alcuni anni scartando ad ogni generazione le piante che non continueranno ad avere le caratteristiche scelte. In questo modo riusciremo a stabilizzare le caratteristiche. Dopo due o tre anni che non appaiono più piante diverse possiamo dire di aver creato una nuova cultivar.

Conviene lavorare con un solo gene per volta, cioè con una sola caratteristica per volta, altrimenti sarà molto più difficile che appaia la combinazione desiderata. Alcuni tratti sono legati a molteplici geni ed hanno “gradazioni di intensità” (QTL) per cui bisogna regolarsi di conseguenza, mentre altri sono ancora più complessi e tra questi ci sono proprio i colori delle nostre melanzane. Impollinando una melanzana a frutti bianchi con una a frutti viola, oltre a tutte le sfumature intermedie di viola-rosa-bianco, appariranno anche frutti verdi e frutti di due tonalità di verde.

Per quanto riguarda la coltivazione bisogna tener presente che le melanzane amano molto il caldo e l’umidità nel terreno. Si seminano in serra a marzo-aprile e si trapiantano nell’orto a maggio. Amano inizialmente una concimazione azotata che ne favorisca la crescita ed in seguito una piuttosto ricca di fosforo per favorire la fruttificazione. Una posizione soleggiata è preferibile, anche se alcune cultivars cinesi hanno frutti che gradiscono un po’ di luce filtrata, altrimenti si scottano a causa della loro epidermide sottile. Inoltre bisognerà sostenere le piante a frutti più grandi e che potrebbero inclinarsi dal peso. Sarà anche utile evitare che i frutti più in basso tocchino il terreno, appoggiando il loro apice su sassi o pezzi di legno.

Può essere coltivata anche in vaso (un contenitore di circa 30 cm di diametro per ogni pianta), ma avendo l’accortezza di mettere detto vaso in uno leggermente più grande, in modo da proteggere le sue pareti dall’insolazione laterale che farebbe surriscaldare il terreno danneggiando le radici e favorendo l’insorgere di patogeni.

La raccolta dei frutti è un po’ particolare poiché non bisogna attendere la loro maturazione, ma solamente il momento in cui essi cessano di aumentare di dimensione. Nelle varietà violacee si può notare questo momento poiché intorno al calice sparisce la zona bianca che rappresenta l’accrescimento dell’ultimo giorno. Nelle altre varietà invece bisogna accontentarsi di fare questa operazione “ad occhio” rischiando di raccogliere un frutto che sarebbe ancora cresciuto qualche grammo.

Per finire aggiungo qui sotto alcune foto di frutti di melanzane insolite, alcune create da me.

Ibrido senza nome
‘Casper’
‘Listada de Gandía’
Ibrido senza nome.

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La patata dolce

In Italia la patata dolce, nota anche come patata americana, è conosciuta quasi esclusivamente per la sua cultivar completamente bianco-avorio coltivata in Veneto, ma ultimamente si stanno affacciando alcune delle numerose forme e colorazioni di questa variabilissima specie. I tuberi possono essere più o meno allungati, la loro pasta varia dal bianco all’arancione, al rosa per arrivare fino al viola scuro. La “buccia” può avere le stesse colorazioni, ma queste sono indipendenti dal colore della pasta. Anche il sapore varia e può andare dal sapore di zucca, tipico di molte cultivars a pasta arancione, a quello di castagna.

In cucina può essere impiegata sia in piatti salati che in pasticceria, ad esempio andando a sostituire le castagne nel famoso dolce Montebianco.

È una specie che si trova solamente in coltivazione e che probabilmente deriva dalla selvatica Ipomoea trifida, di cui la patata dolce sarebbe un’esaploide. Si tratta di un’erbacea perenne tuberosa (i tuberi si formano dall’ingrossamento di segmenti di radice e quindi possono trovarsi anche distanti dalla base delle piante) con fusti solitamente striscianti e raramente rampicanti. La crescita è molto vigorosa. Le foglie sono di circa 10 cm e variabili nelle numerose cultivars. Possono essere intere cuoriformi, lobate o palmatopartite. La fioritura può dipendere dalle condizioni ambientali e può non manifestarsi in alcuni cloni. Se l’infiorescenza è presente è costituita da pochi fiori. Ha sepali di 8-15 mm, leggermente cartacei, oblunghi od ovati, con apice solitamente acuminato. La corolla è di 4-7 cm, lilla, più scura alla base ma talvolta bianca. La fioritura è più probabile in posizione assolata e asciutta e con fotoperiodo non molto lungo (da agosto in poi). Il frutto è ovoidale, di circa 1 cm, deiscente e viene prodotto molto raramente perché per svilupparsi è necessaria l’impollinazione incrociata tra diversi cloni.

All’inizio della primavera, in casa o in serra, si mettono i tuberi per metà in acqua (o in terriccio o sabbia umidi) e si attende che producano cacciate di circa 20-30 cm. Nell’occasione bisogna prestare attenzione a non mettere i tuberi capovolti perché altrimenti potrebbero germogliare dalla parte immersa. Quando le cacciate saranno state prodotte ed avranno raggiunto una sufficiente lunghezza si tagliano alla base, si tolgono le foglie più in basso e si dimezzano quelle più in alto, poi si mettono a radicare le talee così ottenute direttamente nell’orto, non in vaso. Si interrano almeno 3 nodi e si annaffiando abbondantemente nei primi giorni, possibilmente ombreggiandole con cassette rovesciate, con telo ombreggiante o con altri metodi. Durante l’estate cresceranno moltissimo fino a ricoprire il terreno intorno a loro. Non serviranno nemmeno lavori per togliere le erbacce, tranne all’inizio, poiché queste verranno praticamente soffocate dalle patate dolci.

A fine estate o in autunno, a seconda della precocità delle cultivars che si hanno in coltivazione e di quando le talee sono state piantate, si procede alla raccolta dei tuberi appena le foglie iniziano ad ingiallire. Per la raccolta è bene preferire giornate arieggiate e asciutte, fare attenzione a non danneggiare molto i tuberi e cercare di far asciugare rapidamente le eventuali ferite dovute alla lavorazione. Una vanga-forca sarà l’attrezzo da preferire in quest’occasione. In condizioni di umidità, attraverso ferite e sbucciature possono svilupparsi marciumi. Appena i tuberi siano leggermente asciutti e disidratati (dopo circa una settimana dalla raccolta) si potranno conservare molto facilmente per diversi mesi, sempre in luogo asciutto. Con controlli periodici si potranno eliminare subito eventuali tuberi che inizino a marcire o ad ammuffire, in modo di tenere sempre sane le proprie scorte. Inoltre ricordiamoci di lasciare alcuni tuberi per la propagazione nell’anno successivo.

Questa specie necessita di terreno sciolto, profondo e non sassoso per un buono sviluppo dei tuberi. Solitamente non necessita di grandi concimazioni e in un buon terreno da orto queste possono anche essere evitate. Un eccesso di azoto produce solo una grande crescita di foglie a discapito dei tuberi. L’irrigazione sarà da effettuarsi quasi esclusivamente nel periodo di attecchimento delle talee, in cui bisogna annaffiare frequentemente per 10-15 giorni. In seguito non ha bisogno di irrigazioni, a meno che non si verifichino forti siccità o che venga coltivata in terreni troppo drenati.

Si tratta di una pianta tropicale che, in pieno sole, può essere coltivata anche in climi temperato-caldi e temperati, poiché riesce a produrre tuberi prima dell’arrivo dell’inverno. La durata della coltura varia da una cultivar all’altra e si va da 90 a 160 giorni. Occorre quindi fare un po’ di calcoli con la durata delle temperature accettabili. Può vivere anche come perenne se le si fornisce calore costante. Almeno una cultivar, la ‘Okinawan Purple’, non ricaccia dai tuberi e deve essere fatta svernare mantenendola in vegetazione, anche facendo talee autunnali da far radicare in serra. Da queste talee autunnali, una volta attecchite ed allungatesi, si potranno prendere altre talee da piantare nell’orto a primavera, entro aprile.

Originatasi in coltivazione nel Sudamerica occidentale si è diffusa nelle isole del Pacifico già in epoca precolombiana e da lì in Cina e in Giappone. Da questi luoghi è stata poi portata in tutti i paesi tropicali e temperati in tempi relativamente recenti.

La variabilità specifica è molto elevata ed esistono cultivars adatte a diverse condizioni ambientali, con diversi sapori, di diversi colori e a rese più o meno elevate. Alcune cultivars sono puramente ornamentali poiché producono tuberi piccoli e fibrosi, ma foglie e fiori notevoli.

Ho avuto il piacere di introdurre in Europa alcune cultivars a pasta viola come la ‘Purple’, la ‘Speckled Purple’ e la ‘Okinawan Purple’ e dopo averle diffuse tramite Vivaio Corazza mi ha fatto altrettanto piacere vederle in vendita tra le verdure di un supermercato di cibo biologico. Tra l’altro le varietà violacee, oltre che belle, sono ricche di antocianine, ottime come antiossidanti.

Attualmente sto tentando di ottenere, attraverso incroci e selezioni, una varietà che oltre a tuberi violacei e commestibili abbia anche foglie dello stesso interessante colore. Vedremo cosa riuscirò eventualmente a fare…

Per approfondimenti su botanica, coltivazione ed utilizzi (anche ricette) consiglio il libro, di cui sono coautore, “Piante alimentari insolite”, Edizioni Il Campano, Pisa. Ordinabile in tutte le librerie ed acquistabile direttamente dall’editore o qui a prezzo scontato.

Ipomoea batatas ‘Kotobuki’
Ipomoea batatas ‘Purple’
Ipomoea batatas ‘Okinawan Purple’
Ipomoea batatas ‘Radiosa’, cultivar che ho creato attraverso incroci.

Hippeastrum

Ancora troppo spesso queste meravigliose bulbose sono erroneamente chiamate Amaryllis. Hippeastrum è invece un genere tutto sudamericano che si differenzia dal sudafricano Amaryllis soprattutto per i propri semi che sono piatti, papiracei, neri ed alati. Inoltre Hippeastrum ha gli scapi fiorali cavi, mentre Amaryllis li ha pieni.

L’etimologia del nome di questo genere è da ricercarsi in hippeus (= cavaliere) e astron (= stella). Quindi il significato della parola Hippeastrum è “stella del cavaliere”, ma il motivo di tale scelta non è ben chiaro.

Si tratta di geofite a bulbo poco profondo o parzialmente esposto le cui specie sono solitamente diffuse in ambienti semiaridi e con un perfetto drenaggio, come, ad esempio, su pendii erbosi con alcune rocce e sul ciglio di scarpate. Esistono però alcune specie originarie di ambienti molto diversi che vanno dalle paludi alle rupi assolate, dalle foreste e ai bordi dei torrenti.

 Nonostante questo genere sia diffuso dal Messico all’Argentina esistono due centri di biodiversità, cioè due zone in cui vivono un gran numero di specie: il Brasile sud-orientale e la regione degli Yungas, intorno al confine tra Bolivia e Perù.

Trovo molto affascinante che, nonostante la plurisecolare esplorazione botanica e, purtroppo, la forte distruzione degli habitat, si continuino ancora a trovare specie nuove mai descritte. Proprio in questi giorni è stato pubblicato Hippeastrum verdianum ad opera di un mio amico di Facebook.

Per non trattare dei comuni ibridi commerciali dei quali si è spesso persa ogni genealogia e che trovo molto poco interessanti da un punto di vista naturalistico, ti parlerò di alcune delle circa novanta specie botaniche, vere bellezze naturali.

In coltivazione è sempre utile cercare di ricreare le condizioni ambientali dei luoghi di distribuzione naturale, come sempre, ed allora ti indico qui di seguito un substrato adatto alla maggioranza delle specie, cioè a quelle che vivono in aree semiaride, più o meno luminose e ben drenate: 50% lapillo vulcanico a granulometria di circa 3-5 mm, 30% terriccio universale contenente anche compost, 20% sabbia ventilata (cioè senza polvere).

Questi che seguono sono invece alcuni degli habitat “insoliti” e le loro specie.

Paludi: Hippeastrum angustifolium, H. santacatarina, H. breviflorum.

Lungo i bordi di corsi d’acqua e cascate, talvolta temporaneamente inondati: Hippeastrum ramboi.

Rupi assolate: Hippeastrum mollevillquense

Foreste: Hippeastrum striatum, H. vittatum (margini di foreste), H. aulicum (epifita), H. papilio (epifita), H. calyptratum (epifita), H. arboricola (epifita).

Le specie epifite hanno bisogno di un substrato molto arieggiato e per le quali consiglio un 80% lapillo vulcanico e un 20% terriccio universale o anche un 100% lapillo vulcanico.

Per quanto riguarda la stagionalità bisogna dire che hanno generalmente bisogno di un riposo invernale piuttosto asciutto e a temperature minime di almeno 5°C ma alcune specie sopportano (ma non amano) un po’ di pioggia invernale e temperature minime fino a circa -2°C (Hippeastrum papilio, sempreverde, e H. aulicum, a vegetazione e fioritura invernali in clima mediterraneo).

Hippeastrum reginae pare (ma non lo ho testato) che resista fino a -7°C ed incrociato con H. vittatum ha dato origine a H. x johnsonii, ibrido abbastanza rustico creato nel 1799 da un orologiaio inglese di nome Arthur Johnson.

La coltivazione in vaso è meno problematica se il contenitore è piuttosto stretto e viene presto riempito dalle radici. Cosa, questa, comune a molte Amaryllidaceae.

Le specie del genere Hippeastrum si possono incrociare anche con il genere Sprekelia dando origine all’ibrido intergenerico ed apomittico x Hippeastrelia.

Per quanto riguarda l’impollinazione questa avviene generalmente ad opera di insetti e di colibrì ma in Hippeastrum calyptratum sono i pipistrelli a portare il polline da un fiore all’altro. Il pipistrello si appoggia al fiore che deve sostenerne il peso. Per questo i suoi peduncoli sono particolarmente robusti. I pipistrelli non hanno una buona vista ed i fiori, verdi e dall’odore di “plastica nuova”, possono fotosintetizzare piuttosto che attrarre impollinatori con colori vivaci.

Poche specie sono autofertili ed alcune lo sono solo in qualche individuo. L’impollinazione incrociata è sempre favorita con vari meccanismi e anche le specie autofertili si autoimpollinano solo come “ultima chance”.

I semi vengono dispersi dal vento, come si può facilmente immaginare data la loro forma. In coltivazione vengono spesso seminati facendoli galleggiare sull’acqua in un contenitore per poi trapiantare le plantule appena saranno maneggiabili. Alcuni affondano ma germinano ugualmente. Io preferisco seminarli su un substrato solido, uguale a quello adatto alla crescita delle piante adulte, poiché la crescita iniziale in acqua avviene utilizzando esclusivamente le riserve del seme e non anche i nutrienti prelevabili dal terreno. Inoltre il trapianto potrebbe causare alcune perdite e disturbare le piantine che dovrebbero abituarsi al substrato solido dopo essersi inizialmente sviluppate in acqua.

Alcune specie producono bulbi laterali (alcuni individui più di altri) ed altre invece no. Quando presenti, i bulbi laterali possono essere impiegati nella propagazione agamica, ma, ovviamente, costituiranno sempre un solito clone non autoimpollinabile nel caso di specie o di individui autosterili.

Nel caso ti servissero altre informazioni ti invito a contattarmi attraverso il modulo di contatto di questo sito, mentre per informazioni sui substrati in generale puoi scaricare il minicorso da qui.  

Qui di seguito ti metto alcune mie foto.

Hippeastrum papilio in piena terra, nonostante sia epifita.
Hippeastrum papilio
Hippeastrum puniceum
Hippeastrum roseum
Hippeastrum calyptratum
Hippeastrum calyptratum
Hippeastrum machupijchense in natura
Esempio di substrato adatto alla maggior parte delle specie del genere Hippeastrum

Hoya

Fino all’inizio del nuovo millennio era difficile trovare molte specie del genere Hoya in coltivazione, tranne Hoya carnosa e Hoya bella.

Ne esistono circa 300 specie, ma la loro tassonomia è piuttosto complicata, incompleta e talvolta anche errata, nel senso che alcune specie sono state descritte più di una volta ed alcune sono state pubblicate come specie nuove ma senza seguire metodi scientifici. Oggi possiamo basare gli studi sia sulla tradizionale morfologia che sulle nuove tecniche genomiche. Questo potrebbe portare molti cambiamenti, ma la cosa più auspicabile sarebbe una completa revisione di questo gruppo di piante che potrebbe anche finire con il riconoscimento di alcuni nuovi generi nei quali rientrerebbero alcune specie dalla morfologia e dal comportamento anomali per il genere Hoya. Ugualmente andrebbe verificato se alcuni generi affini oggi esistenti sarebbero da confermare come separati o se andrebbero fatti ricadere anch’essi nel genere Hoya.

Ad esempio Hoya multiflora ha fiori sufficientemente diversi per poter essere classificata in un nuovo genere, Centrostemma, secondo alcuni. Al contrario si discute se i generi Absolmia, Madangia e Micholitzia debbano invece essere inseriti nel genere Hoya. Il genere Dischidia è invece sufficientemente e chiaramente diverso e può senza dubbio essere tenuto separato.

Molte piante vengono introdotte in coltivazione facilmente come talee, ma non sempre si riesce a determinarne la specie esatta. Così se ne indica solo il nome del raccoglitore ed il fieldnumber o la località di raccolta (es.: Hoya sp. IML 1036, oppure Hoya sp. Doi Inthanon, Thailandia).

Il loro areale va dal Pakistan all’Australia del Nord Est e questo si ripercuote anche sulle necessità da soddisfare alle diverse specie in coltivazione.

Si possono tracciare due grandi gruppi per quanto concerne la loro orticoltura: le equatoriali e le tropicali. Pur se coltivabili tutte dello stesso substrato, più o meno, che più avanti vedremo, le tropicali possono sopportare minime intorno ai 5-10°C mentre le equatoriali necessitano di temperature sempre sopra i 15-20°C e non hanno mai una stasi vegetativa. Le tropicali possono svernare in una serra mediamente riscaldata, mentre le equatoriali necessitano di ambienti con le temperature di un’abitazione ma con l’umidità di una foresta. Tra le equatoriali si trovano però alcune delle specie dai fiori più grandi e vistosi: Hoya macgillivrayii, H. imperialis, H. campanulata, H. onychoides, H. archboldiana e H. megalaster.

In coltivazione può essere utile osservare le foglie in quanto le specie di ambienti più aridi hanno foglie più succulente che ci fanno capire di distanziare maggiormente le annaffiature in modo da lasciare il substrato asciutto più a lungo tra un’irrigazione e l’altra.

Le specie di questo genere vengono impollinate dagli insetti. I fiori offrono nettare, talvolta in copiose gocce, incolori o colorate. Il profumo è variabile ed appare soprattutto quando gli impollinatori sono in giro, soprattutto durante la notte. Il polline non è in granuli ma in pollinii che restano attaccati agli insetti e che vengono poi involontariamente depositati dagli stessi nelle apposite aree della corona presente al centro dei fiori.

Crescono facilmente e bene in un substrato poroso che può essere ottenuto mescolando un 50% di terriccio universale torboso, un 40% di lapillo in granulometria di 3-6 mm e un 10% di sabbia ventilata da intonaci (cioè senza polvere). Questa formula potrà poi essere variata a seconda del gradimento delle varie specie. Aggiungere sabbia porta ad una più rapida asciugatura e aggiungere lapillo porta ad una maggiore aerazione.

Tutte amano la luce filtrata dalle foglie di un albero, da una tenda o da un apposito telo ombreggiante.

Si consiglia di non tagliare le infiorescenze sfiorite, poiché dallo stesso peduncolo potranno formarsi nuovi pedicelli con nuovi fiori durante gli anni successivi. Ovviamente sono piante in grado di produrre semi, ma in coltivazione raramente vengono prodotti i frutti a causa della loro particolare strategia impollinatoria.

Un ultimo consiglio: evitare di far morire parte delle radici poiché difficilmente saranno rigenerate prima della disidratazione della pianta. Le radici possono morire dall’eccesso di acqua, dalla scarsità di acqua o dalla poca aerazione del terreno. Se dovesse succedere consiglio di fare talee con la parte aerea e di porle a radicare in un substrato molto aerato, leggermente umido ed in atmosfera molto umida.

Hoya wayetii, fiori con gocce di nettare.

Hoya carnosa

Hoya arnottiana

Hoya obovata

 

Hoya kerrii

Hoya kerrii, foglie obcordate.

Hoya fraterna, foglie lunghe fino a 20 cm.

Iris sezione Iris

Fino al 2015 il genere Iris era vastissimo, troppo vasto, e comprendeva diverse specie che ora, dopo una profonda e motivata revisione, fanno parte di altri generi. In Iris sono ora rimaste solo le sezioni Oncocyclus, Hexapogon, Regelia, Iris, Pseudoregelia e Psammiris, caratterizzate dai fiori dotati di “barbe”. Se ti interessa approfondire la nuova classificazione del 2015 non esitare a contattarmi attraverso il modulo di contatto di questo sito. In questo articolo ti parlerò della sezione Iris che comprende le specie volgarmente conosciute in italiano come “giaggioli”. Mi occuperò qui delle specie botaniche e non dei numerosissimi ibridi artificiali.

Sono diffusi naturalmente in un areale che va dalla Cina occidentale al Portogallo e dalla Bielorussia allo Yemen, in ambienti molto diversi ma spesso caratterizzati da suolo ben drenato, calcareo e con scarsa vegetazione. Ho notato che spesso crescono su pendii, preferendo l’esposizione ad est. L’areale che vede il maggior numero di specie è rappresentato dalle tre penisole italiana, balcanica ed anatolica.

Sono geofite rizomatose, con rizoma scarsamente interrato o superficiale su cui sono inserite le foglie, distiche, cioè disposte su un unico piano, a formare un ventaglio. Le foglie sono formate quasi esclusivamente dalla loro pagina inferiore alla quale si sono saldati i due margini unendosi verso l’alto. La pagina superiore è ridotta alla breve scanalatura presente alla base e che avvolge il rizoma.

I loro fiori, caratterizzati da ali (tepali rivolti verso il basso) e vessilli (tepali rivolti verso l’alto), sono sorretti da fusti che vanno da 0 a 170 cm, più o meno ramificati a seconda delle specie. Possono essere blu, gialli e/o bianchi, con moltissime combinazioni e tonalità.

La loro determinazione non è sempre immediata ed agevole. Per riconoscere le varie specie bisogna infatti far riferimento alla proporzione tra il tubo fiorale e l’ovario, alla lunghezza delle brattee ed alla loro colorazione e consistenza, alle dimensioni delle foglie e del fusto, alla ramificazione eventuale del fusto, alle dimensioni delle varie parti del fiore. In molti casi si può avere una conferma solo dall’analisi del cariotipo, cioè della forma e dimensione di tutti i cromosomi.

In particolare in Italia negli ultimi cinquant’anni sono state scoperte nuove specie grazie al lavoro di Maretta Colasante che, sulla base di segnalazioni interessanti basate sulla morfologia, ha visto conferma delle sue ipotesi dalle analisi dei cariotipi. Così oggi sappiamo che l’Italia annovera tra le sue specie anche Iris marsica, Iris setina, Iris relicta, Iris revoluta, Iris bicapitata e Iris benacensis. Quest’ultima confermata come specie valida dopo esser stata ritenuta sinonimo di Iris aphylla per molti anni.  Inoltre, ciò che si riteneva una popolazione calabrese di Iris relicta è stato scoperto essere un’altra nuova specie: Iris calabra.

La ricerca è andata avanti anche in altre zone e così in Croazia è stata scoperta Iris adriatica, in Montenegro Iris orjenii e in Grecia Iris hellenica.

Purtroppo negli stessi anni ci siamo lasciati estinguere una specie: la siciliana Iris statellae. Ritenuta sinonimo di Iris lutescens è stata riconosciuta come specie a sé ma non è più stata trovata. Fu coltivata da Maretta Colasante per alcuni anni, ma poi morì e ci si accorse che quello era probabilmente l’ultimo esemplare.

Qui voglio spezzare una lancia in favore della conservazione ex situ (cioè fuori dalle popolazioni naturali, in coltivazione) da alcuni ritenuta inutile o dannosa senza che però nessuno mi abbia ancora validamente spiegato il perché. Certamente è una pratica che va fatta con tutte le dovute attenzioni per mantenere la massima biodiversità e la purezza specifica, tenendo anche memoria dei dati di località dei vari cloni coltivati.

Per questo io utilizzo il metodo dell’impollinazione manuale sotto rete. Lascio sbocciare i fiori dentro sacchetti di rete finissima, li tolgo solo nel momento in cui li impollino manualmente (con altri cloni della medesima specie e località o, in mancanza, con sé stessi) e li ricopro subito con gli stessi sacchetti senza che nessun insetto partecipi all’impollinazione. La sola impollinazione manuale che taluni operano non garantisce affatto che i fiori non vengano impollinati anche da insetti con il polline di chissà quale altra specie/clone compatibile.

La coltivazione ex situ è importante perché ho visto come alcune delle specie più rare e con distribuzione puntiforme siano fortemente minacciate (uso di diserbanti, pascolo eccessivo, ecc.). Bisogna che orti botanici e custodi privati qualificati la adottino ogni qual volta sia possibile. Ad essa può eventualmente essere affiancata anche la reintroduzione in natura di individui puri, qualora se ne verificasse la necessità.

In coltivazione amano i terreni calcarei (ma in natura crescono talvolta, soffrendo un po’, anche su terreni acidi e su serpentini), ben drenati (soprattutto le specie asiatiche), con poco materiale organico, sabbiosi e sassosi. Non gradiscono i terricci commerciali a base di torba e compost. Risulta preferibile la coltivazione in piena terra, meglio se in pendio, poiché nei vasi sono troppo suscettibili alle variazioni di temperatura ed umidità, soprattutto nei vasi di plastica lasciati al sole per ore durante l’estate.

Evitare gli afidi significa soprattutto evitare che questi trasmettano dei virus che possono indebolire le piante e per i quali non esiste alcun rimedio se non la distruzione immediata delle piante con virosi. La virosi si riconosce nelle iris per la presenza, soprattutto in primavera, di striature longitudinali biancastre e traslucide sulle foglie. L’unica cosa che si può fare è utilizzare i semi delle piante virotiche poiché è difficile che il virus si trasmetta alla discendenza (meglio comunque bagnare i semi in una blanda soluzione di candeggina per pochi minuti, poi sciacquarli e seminarli).

Puoi provvedere alla concimazione con un fertilizzante per succulente, quindi poco azotato e ricco in potassio, da somministrare in autunno ed un mese prima della fioritura.

La propagazione è facilissima da divisione dei rizomi, come potrai ben immaginare e come sicuramente già saprai. Meno facile è la propagazione per seme. Per questa occorre raccogliere i semi alla fine della primavera o all’inizio dell’estate e conservarli fino all’autunno, quando saranno seminati all’aperto, preferibilmente sotto una rete a maglia fine (ombreggiante) che nebulizzi gli acquazzoni e in vaso. I semi andranno affondati parzialmente nel substrato, coperti con uno strato di circa 5-10 mm di ghiaietto fine, annaffiati e lasciati al freddo ed alla pioggia invernali. Nasceranno la primavera successiva, ma qualcuno potrebbe nascere anche subito, in autunno, o con un anno di ritardo.

Iris cengialti, in natura.

Iris relicta

Iris setina

Iris pumila

Iris lutescens, in natura.

Iris lutescens, in natura.

Iris sicula, l’iris più grande.

Iris pallida subsp. dalmatica

Iris pallida subsp. illyrica

I fertilizzanti

Come saprai esistono due grandi tipologie di fertilizzanti: naturali e chimici.

Quelli naturali vengono prodotti dalle deiezioni animali o da scarti di lavorazioni di prodotti organici (cornunghia, borlanda di barbabietola, ecc.). Sono soprattutto ricchi di azoto. Ad essi possiamo aggiungere il guano che altro non è che l’accumulo delle deiezioni degli uccelli marini. Si deposita sulle scogliere pacifiche del Cile e del Perù poiché le piogge su quelle coste sono molto rare e non riescono a dilavare le deiezioni. È ricco di fosforo che proviene dal pesce di cui si nutrono gli uccelli marini. Il nome “guano” deriva dalla parola quechua (la lingua degli incas) “wanu” che significa “letame”.

Quelli chimici trovano origine nell’estrazione mineraria dei loro componenti che vengono poi concentrati e ridotti in polvere o in granelli oppure disciolti in acqua a formare i concimi chimici liquidi.

Di tutti i fertilizzanti viene data la loro percentuale degli elementi che contengono. I principali sono N (azoto), P (fosforo) e K (potassio). Ad esempio, un fertilizzante che riporti l’indicazione NPK 10-15-12 significa che ha il 10% di azoto, il 15% di fosforo ed il 12% di potassio. A questi tre elementi vengono talvolta aggiunti dei microelementi. Questi ultimi sono degli elementi spesso presenti naturalmente nel terreno in percentuali bassissime ma che rappresentano comunque quantità sufficienti per un corretto e sano sviluppo delle piante. Quando però uno o più di essi viene a mancare le piante entrano in sofferenza: mancanza di rame, mancanza di ferro, mancanza di manganese, ecc. I microelementi sono quindi indispensabili, pur non servendo in grandi percentuali.

Ogni pianta attraverso le radici assumerà le quantità ad essa necessarie di ogni elemento. Presta però particolare attenzione ai dosaggi poiché gli eccessi fanno danni quanto e più delle scarsità. Meglio somministrare metà della dose consigliata ma più frequentemente che la dose intera ad intervalli più lunghi.

Un altro aspetto di cui tener conto è la velocità di rilascio che un prodotto fertilizzante ha. Da essa dipende la frequenza con cui dovrai concimare. Un fertilizzante a rilascio rapido sarà molto efficace in pochi giorni, ma altrettanto velocemente potrà “bruciare” le piante se dato in dosi eccessive. Tutto dipende da quanto velocemente può andare in soluzione nell’acqua. I concimi naturali sono un po’ più lenti di quelli chimici, tuttavia l’Osmocote è uno dei concimi chimici a cessione più lenta e graduale. Si tratta di palline di pochi millimetri riempite di fertilizzante e le cui pareti lasciano passare per osmosi e lentamente il concime contenuto all’interno. Lo reputo un inquinante del terreno in quanto una volta ceduto il fertilizzante queste palline di resina polimerica restano nel suolo.

Ogni specie ha proprie necessità chimiche e quindi non tutti i fertilizzanti possono essere usati indistintamente con tutte le piante. In linea generale posso dirti che le piante dei luoghi più aridi hanno meno bisogno di azoto. Ma vediamo che effetti producono i tre principali elementi di un fertilizzante.

L’azoto (N) facilita la crescita di fusti e foglie, rendendo il fogliame più scuro.

Il fosforo (P) migliora la differenziazione cellulare facilitando la fioritura e la fruttificazione.

Il potassio (K) rende le piante più forti e più legnose, più resistenti ai marciumi, al freddo, ai parassiti ed ai patogeni. Se si tratta di piante da frutto rende i frutti più dolci e saporiti.

In commercio potrai trovare fertilizzanti destinati a specifici utilizzi (“per gerani”, “per agrumi”, “per succulente”, ecc.) ma in realtà possono andar bene anche per specie diverse che abbiano le stesse necessità.

Se usato per piante in vaso consiglio di somministrare qualsiasi fertilizzante solido solo in superficie. Con le annaffiature percolerà nel terreno piano piano, senza andare a “bruciare” le radici per contatto.

Vediamo ora quale potrebbe essere la proporzione tra i vari elementi (NPK) per alcuni tipi di piante più comuni.

Piante succulente: 1-3-5

Piante da fiore: 2-3-2

Piante da frutto: 2-3-3

Piante bulbose di zone umide: 2-3-3

Piante bulbose di zone aride: 1-3-4

Piante da foglia: 3-2-2

Epifite: 3-4-5

Quanto qui sopra indicato rappresenta dei valori indicativi e possono andar bene anche formulazioni leggermente diverse. Sarà ogni pianta, poi, a prendersi ciò che le serve. L’importante è che ciò che non le serve non sia eccessivo. Ho indicato valori bassi per far vedere le proporzioni tra i vari elementi. Tieni presente che anche dei multipli di tali proporzioni vanno bene. Ad esempio: fertilizzante per piante da foglia: 3-2-2 ma anche 30-20-20 o 9-6-6 o 6-4-4. L’importante è non eccedere con il dosaggio. Leggi sempre l’etichetta. Meglio meno che troppo.

Se poi sono presenti anche dei microelementi saranno ben “graditi”, soprattutto da piante non in piena terra.

Ricordati che le piante hanno bisogno dei fertilizzanti solo durante la stagione di crescita, per cui è inutile concimarle durante il loro periodo di dormienza.

Ugualmente non concimare le semine fino a che i semi non siano tutti germinati o fino a quando riterrai che non ne nascano più altri. I fertilizzanti possono inibire la germinazione. Anche le talee in radicazione produrranno radici più lunghe se lasciate senza concime nei loro primi stadi. Infatti l’apparato radicale cercherà di allungarsi per trovare più elementi nutritivi, se invece ne ha a sufficienza si svilupperà in misura inferiore.