Colocasia

Colocasia è un genere della famiglia delle Araceae e la sua specie Colocasia esculenta rappresenta una pianta piuttosto diffusa in coltivazione, sia come ornamentale che come alimentare. Molti non sanno però che esistono anche altre specie nel genere Colocasia e che la specie Colocasia esculenta ha centinaia di cultivars che differiscono per il colore delle foglie e dei piccioli, per la forma dei rizomi, per le dimensioni, per la rusticità e per diverse altre caratteritiche.

Colocasia esculenta è stata, ed in parte lo è tuttora, molto diffusa nelle isole dell’Oceano Pacifico, principalmente come specie alimentare. Le sue cultivars non sono fissate geneticamente (sono eterozigoti) ed ognuna è spesso rappresentata da un solo clone propagato agamicamente. Se propagate per seme otterremmo diverse nuove cultivars monoclonali e magari qualcuna potrebbe anche essere interessante, ma anche queste dovrebbero poi essere propagate solo agamicamente affinché restino uguali.

Le cultivar alimentari che producono rizomi corti ed a forma di uovo sono conosciute con il nome di ‘Eddo’ (Cina e Giappone), mentre quelle che producono lunghi rizomi striscianti e cilindrici (da tagliare a tranci) si chiamano ‘Dasheen’ o ‘Taro’ (Sud Est Asiatico ed India meridionale) e sono di peggiore qualità organolettica.

Alle Hawaii, e probabilmente anche in altri luoghi, esistono cultivars che producono rizomi dalla polpa viola, molto apprezzati per la preparazione di ricette locali.

Vediamo ora alcune delle cultivars di Colocasia esculenta più diffuse:

  1. Colocasia esculenta ‘Black Magic’: ha foglie e piccioli color porpora scurissimo, quasi nere, opache.
  2. Colocasia esculenta ‘Fontanesii’: antica cultivar con piccioli e venature porpora scuro. La lamina fogliare, lucida, è anch’essa piuttosto scura, pur se verde.
  3. Colocasia esculenta ‘Mojito’: riconoscibile per la presenza sulla lamina fogliare di macchie porpora-nerastro, verde scuro e verde chiaro disposte a caso, di diverse forme e dimensioni su ogni foglia. I piccioli sono scuri.
  4. Colocasia esculenta ‘Illustris’: altra cultivar antica caratterizzata da piccioli e venature verdi, mentre il resto della lamina è porpora scuro o solo sfumato di tale colore quando si trovi in luce poco intensa.
  5. Colocasia esculenta ‘Black Beauty’: simile a ‘Illustris’ ma più scura.
  6. Colocasia esculenta ‘Nancy’s Revenge’: foglie completamente verdi ma, nelle foglie mature, su di esse si forma una macchia bianca al centro che si allarga col tempo, soprattutto lungo le venature principali. Sopporta il freddo meno di molte altre.
  7. Colocasia esculenta ‘Black Runner’: simile a ‘Black Magic’ ma leggermente più scura, con margini fogliari ondulati e con numerosi stoloni.
  8. Colocasia esculenta ‘Black Coral’: anche questa è simile a ‘Black Magic’ ma le foglie sono un po’ corrugate e insolitamente lucide.
  9. Colocasia esculenta ‘Pink China’: verde come la specie tipo ma con il picciolo rosa.
  10. Colocasia esculenta ‘Coffee Cups’: ha lamina fogliare verde lucido e nervature porpora scuro, ma la sua caratteristica principale sono i margini della foglia che si trovano ad essere molto più in alto del suo centro, così da sembrare vagamente una tazza o, meglio, un ampio cono rovesciato.

Parlando invece di specie, e non più di cultivars, entriamo in un mondo secondo me ancora più affascinante in cui ciò di cui ci meravigliamo ed appreziamo è stato creato dall’evoluzione naturale, senza lo zampino dell’uomo che incrocia e seleziona.

Abbiamo così Colocasia formosana, con foglie più ovali e meno astate; Colocasia affinis, piccola e con lo spazio tra le venature principali riempito di porpora e con una macchia centrale biancastra (ma l’intensità dei toni varia da clone a clone e secondo la stagione); Colocasia heterochroma, una splendida miniatura dai colori ancora più accesi di quelli presenti in Colocasia affinis e con le foglie piuttosto rotondeggianti (di questa specie esiste anche la cultivar ‘Dark Shadows’, ancora più scura e con un tono color peltro); Colocasia fallax, non molto grande e caratterizzata da una zona argentata al centro della foglia; Colocasia gaoligongensis con buona rusticità e con un punto nero-violaceo sulla pagina superiore della foglia, in corrispondenza del picciolo.

Colocasia gigantea è stata recentemente inclusa nel genere Leucocasia diventando Leucocasia gigantea, ma vale la pena dire che è una specie molto rigogliosa ed attraente, ma purtroppo molto sensibile al freddo.

Andiamo ora ad analizzare le cure necessarie a mantenere sane le nostre piante di Colocasia esculenta in coltivazione. Le altre specie hanno necessità simili ma con alcune specificità ancora da chiarire.

Durante l’estate amano luce, acqua a volontà e molto fertilizzante. Possono stare immerse con 5 cm di acqua sopra il colletto e se l’acqua è fertilizzata ancora meglio. In autunno iniziano a gradire terreno semplicemente umido e non più sommerso. Durante l’inverno le cultivars che producono rizomi molto tuberosi (tipicamente alimentari) possono stare all’asciutto ed i rizomi possono anche essere scavati e tenuti in luogo fresco ed asciutto per poi essere ripiantati in primavera ed avviarsi gradualmente a regimi idrici sempre più abbondanti. Alcune cultivars producono invece rizomi sottili (tipicamente solo ornamentali) che non sopravviverebbero ad uno svernamento all’asciutto per cui vanno tenute vegetanti, in terreno leggermente umido ed a temperature minime di almeno 8-10°C.

Almeno ogni 2-3 anni si raccomanda di rinvasarle e di affondare il colletto nel nuovo terreno. Questo poiché la parte vecchia e bassa del fusto muore naturalmente e si biodegrada mentre all’altro lato si forma nuovo tessuto e così facendo si arriva ad un punto in cui le piante si staccano dal terreno e cadono. Il colletto può essere affondato fino a 15 cm. In questo modo le piante saranno sempre ben stabili e abbondantemente radicate.

Il terreno deve essere drenato ma fertile e ricco. Se coltivate in vaso questo deve essere proporzionato alla grandezza della pianta, in modo da essere esplorato completamente dalle radici ma senza che ne resti di inesplorato poiché durante l’inverno l’acqua non risucchiata dalle radici tenderebbe a far marcire i rizomi. (Per informazioni sui terreni di coltivazione puoi scaricare il minicorso gratuito dal menù di questo sito.)

In clima mite (Z9) alcune delle cultivars più rustiche possono essere coltivate anche in piena terra, soprattutto se in inverno si dà loro una bella pacciamatura di foglie secche sbriciolate.

La propagazione si fa per divisione di rizoma o per distacco degli stoloni, ma naturalmente si può procedere anche da seme, difficilmente prodotto se non si interviene con l’impollinazione manuale. In questo modo si può però far apparire qualcosa di nuovo ed interessante: una nuova cultivar?

Colocasia affinis, dell’India nordorientale.
Colocasia formosana, di Taiwan.
Colocasia esculenta ‘Fontanesii’ in controluce.
Colocasia esculenta ‘Black Magic’.
(Image kindly from: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/3/3a/Colocasia_esculenta_Black_Magic_1.jpg)
Colocasia esculenta ‘Black Petiole’.
(Image kindly from: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Starr_060329-6825_Colocasia_esculenta.jpg)

Adenium

Con un areale di distribuzione che va dalle zone aride dell’Africa subsahariana alla Penisola Arabica meridionale e fino al Sud Africa e all’Angola le piante del genere Adenium, famiglia delle Apocynaceae, sono variabili nella forma del fusto, delle foglie, dei fiori e nei colori dei fiori. Tutte le specie sono velenose e vengono addirittura utilizzate per preparare frecce avvelenate, concentrandone il succo ed applicandolo sulle punte dei dardi.

La specie più comune è Adenium obesum, pachicaule con rami più o meno brevi a seconda dell’ambiente e dell’ecotipo. Ha foglie obovate, quasi troncate all’apice, lucide, lunghe circa 8 cm e larghe circa 3 cm e fiori rosa sfumati di bianco verso l’interno, gamopetali, con tubo centrale e lobi ad apice ottuso disposti su un piano. Il frutto è costituito da due follicoli fusiformi lunghi circa 12-15 cm e del diametro di circa 1,5 cm contenenti dei semi cilidrici lunghi circa 12 mm e dal diametro di 3 mm portanti un pappo sericeo ad ogni estremità che ne permette la dispersione ad opera del vento. I fiori vengono impollinati da Lepidotteri a lunga proboscide, come gli Sfingidi. La fioritura avviene generalmente in estate.

Si può propagare riproducendolo da seme. I semi si pongono in terreno da succulente molto ben drenato e si coprono con circa 5 mm dello stesso. Si annaffiano bene per immersione e si espongono a temperature con massime di 35°C e minime di 20°C. Germineranno in meno di una settimana. Subito dopo la germinazione bisogna provvedere a far asciugare rapidamente il substrato che inizialmente deve invece essere mantenuto umidissimo. Se non asciuga subito dopo si rischiano marciumi totali.

Anche la talea è un metodo di propagazione possibile, ma le piante così ottenute non avranno l’aspetto di una pachicaule, cioè il fusto non sarà particolarmente succulento alla base.

Si coltiva in terreno da succulente e deve essere annaffiato con molta attenzione e cognizione di causa. Le annaffiature si effettuano in tarda primavera ed estate e devono essere abbondanti (in modo da bagnare tutto il terreno fino in fondo al vaso) ma rade (in modo che il terreno asciughi fino in fondo al vaso e resti così asciutto per almeno una decina di giorni). Dovendo scegliere, meglio saltare un’annaffiatura che farne una troppo presto. Può stare anche mesi senz’acqua (crescerà meno ma non morirà). Durante la stagione fredda niente acqua! Le piante possono anche sgonfiarsi alla base per la siccità invernale, ma questo è normale. La temperatura minima invernale che possono reggere senza rischi eccessivi è di 12°C. In inverno perdono le foglie. Se le mantengono significa che sono troppo all’umido.

Anche in coltivazione producono semi, impollinati naturalmente. Si possono anche impollinare manualmente utilizzando una setola di pennello o qualcosa di simile.

Recentemente sono state create numerose cultivars con fiori insoliti: doppi, gialli, nerastri, violacei, anche in combinazioni bicolori. Se li trovate blu è una truffa.

Altre specie di Adenium sono:

Adenium boehmianum: a foglie più grosse, vellutate e con fiori color rosa pastello più scuri all’interno del tubo. Namibia e Angola.

Adenium swazicum: piccolo arbusto con caudice fusiforme sotterraneo molto sviluppato. Foglie opache e involute. Fiori rosa piuttosto uniformi. Africa meridionale orientale ecluse le coste.

Adenium socotranum: Arbusto o alberetto molto pachicaule, con tronchi molto succulenti fino ad oltre un metro di altezza. Foglie obovate e lucide. Fiori rosa con tonalità piuttosto uniformi. Soqotra.

Adenium multiflorum: Arbusto pachicaule con fiori a lobi più acuti e più nettamente bordati di rosso su una base bianca. Foglie leggermente più strette di A. obesum. Africa meridionale interna orientale.

Adenium dhofarense: arbusto pachicaule con fiori molto variabili ma piuttosto più piccoli che nelle altre specie. Foglie ellittiche. Penisola Arabica meridionale orientale.

Adenium oleifolium: piante basse e compatte con foglie strette e involute (=con margini ripiegati verso l’alto, “a canaletta”). Fiori rosa più o meno intenso, a lobi più o meno acuti ma sempre poco variabili nel colore nelle diverse zone della corolla. Africa meridionale interna.

Adenium somalense: piante compatte con foglie molto sottili. Lobi della corolla particolarmente stretti e ad apice molto acuto, rosa con evidenti strie rosse. Corno d’Africa.

Adenium multiflorum (Photo info)
Adenium boehmianum (Photo info)
Adenium swazicum (Photo info)
Adenium obesum
Frutto di Adenium obesum con i due follicoli aperti a rilasciare i semi

Bromeliaceae

Sono circa 3600 le specie di questa interessante famiglia di monocotiledoni, raggruppate in 75 generi e diffuse esclusivamente in America, con l’unica eccezione di Pitcairnia feliciana che è rinvenibile in Africa centro-occidentale. Il loro centro di diffusione sembra essere la Mata Atlântica del Brasile meridionale, dove la biodiversità di questa famiglia è ai massimi livelli.

Esistono, dal punto di vista ecologico, due grandi gruppi di Bromeliaceae: le xerofile e le igrofile. Tali caratteristiche influiscono notevolmente sull’aspetto esteriore e sulla fisiologia. Anzi, sono proprio il loro aspetto e la loro fisiologia che le rendono xerofile od igrofile. Molte, soprattutto tra le igrofile, sono epifite.

Diamo ora uno sguardo veloce ai generi principali:

Bromelia: piante terrestri, a foglie nastriformi, spinose, piuttosto orizzontali. Fiori al centro, spesso circondati da brattee rosse o dalle basi delle foglie che diventano rosse alla fioritura. L’unico genere di Bromeliaceae con frutti (singoli) commestibili, oltre ad Ananas.

Tillandsia: genere vastissimo. Molte specie sono epifite o litofite, sono coperte di tricomi bianchi che sono capaci di assimilare acqua e nutrimenti. Le radici, se presenti, hanno soprattutto una funzione di mero ancoraggio. Alcune specie sono invece prive o quasi di tricomi e hanno un aspetto più verdeggiante e foglie ampie. Una specie, Tillandsia usneoides, si trova dagli Stati Uniti meridionali al Cile ed all’Argentina centro-settentrionali ed il suo areale di distribuzione ricopre ed eccede quello di tutte le altre Bromeliaceae americane.

Aechmea: piante a rosette di foglie rigide ed ampie al cui centro raccolgono l’acqua piovana come scorta e probabilmente anche a fini simbiontici. Infiorescenze spesso vistose, che emergono dal serbatoio d’acqua.

Billbergia: Vagamente simile nell’aspetto a Aechmea ma le cui rosette non sono in grado di trattenere acqua. Botanicamente è un genere abbastanza diverso per la differente morfologia dei fiori.

Neoregelia: rosette epifite in grado di trattenere un po’ d’acqua. Fiori centrali in infiorescenze basse che non si allungano oltre le foglie. Brattee rosse centrali sono talvolta presenti al momento della fioritura.

Dyckia: piante xerofile con foglie molto rigide, succulente e spinose. Infiorescenze erette e piuttosto lunghe con fiori a tre petali separati ma formanti un tubo, solitamente gialli o arancioni.

Hechtia: molto simile nell’aspetto a Dyckia si differenzia per i fiori ampiamente aperti, più numerosi e biancastri.

Puya: piante terrestri con foglie sottili, numerose, spinose, riunite in rosette semisferiche. Fiori in infiorescenze semplici (P. mirabilis) o ramificate, di colori che vanno dal verde al bianco all’azzurro metallico. Puya raimondii è monocarpica ma le sue infiorescenze sono enormi e densissime, portando una pianta in fioritura ad essere alta fino a 15 m

Deuterocohnia: piccolo genere xerofilo caratterizzato da rosette molto accestenti, formate da foglie succulente, rigide e spinose. Fiori con petali molto ravvicinati e paralleli in modo da renderli strettamente tubolari. In questo genere è confluito il genere Abromeitiella.

Brocchinia: genere molto antico che si è separato dalle altre Bromeliaceae 20 milioni di anni fa e che contiene specie molto diversamente adattate ad ambienti poco fertili e dilavati come lo scudo roccioso della Guyana (tepui, come il monte Roraima). Ne esistono specie carnivore, simbiontiche ed in grado di fissare azoto atmosferico tramite i cianobatteri presenti nell’acqua contenuta nella propra rosetta. Infiorescenze piuttosto lunghe, ramificate, con fiori densi, piuttosto aperti a tepali brevi.

Pitcairnia: fiori a petali molto stretti ed allungati, tubiformi (ma a petali separati), zigomorfi, affiancati a bratte rosse od arancioni. Foglie spesso nastriformi, raramente lanceolate, flaccide, spesso scompigliate e rivolte sottosopra nella parte apicale.

Ananas: genere di 6-7 specie simili, tra cui il ben conosciuto Ananas comosus, l’ananas commestibile comune. Infiorescenze compatte con brattee rosa e fiori azzurro-violacei. Seguono infruttescenze cilindriche commestibili, caratterizzate da un ciuffo di foglie apicali. I semi sono verso l’esterno di ogni carpello, piatti, bruni, di circa 3 mm di diametro e non sempre vengono prodotti.

Vriesea: rosette di foglie lineari. Infiorescenze talvolta ramificate, con brattee spesso vistose, imbricate, a formare spighe appiattite se distiche o affusolate se non distiche. Fiori a tre petali paralleli che formano un tubo.

Spesso sono facili da coltivare e molte epifite si adattano egregiamente ad essere coltivate in un terreno ben drenato ed aerato. Le xerofile terrestri amano un terreno da succulente. Quasi tutte le tillandsie sono piante aeree e non necessitano di alcun substrato.

Hanno esigenze di luce molto variabili e queste devono essere rispettate, variando da specie a specie in base al loro microhabitat naturale.

Si propagano generalmente da divisione dei polloni basali, ma ovviamente è sempre possibile la riproduzione partendo da seme fresco (i semi durano pochi mesi). Le terrestri si seminano su terreno umido lasciando i semi in superficie o coperti molto leggermente. Dopo un periodo iniziale difficile e di assestamento, in cui bisogna dosare l’acqua con precisione, iniziano a crescere senza troppi problemi. Le epifite si seminano su carta assorbente umida sigillata in sacchetti di plastica trasparente o in dischi Petri, lasciando le semine lontane dal sole diretto ma in posizione luminosa. Nasceranno in circa 2-3 settimane con temperature di circa 25°C.

Tillandsia machupicchuensis, cresce solo su questa parete vicino alle rovine archeologiche di Machu Picchu.
Particolare della falesia con Tillandsia machupicchuensis
Tillandsia fendleri, cresce come epifita lungo il Rio Urubamba, Perù
Puya sp., Tillandsia sp. e cactus a Sipia, sulle pareti del canyon di Cotahuasi, Perù
Bromeliacea non determinata a Inti Punku, Perù.
Questa specie di Tillandsia (macchie verde scuro) ricopre le montagne a Lomas de Lachay, Perù
Particolare delle montagne coperte di Tillandsia a Lomas de Lachay, Perù
Puya sp. a 3900 m a Sumbay, Perù
Brocchinia reducta, carnivora (Info foto)
Bromeliacea non determinata, Inti Punku, Perù
Cespo semisferico di Deuterocohnia brevifolia var. chlorantha, in coltivazione
Hechtia podantha, in coltivazione
Serbatoio d’acqua in Aechmea fasciata, in coltivazione
I polloni basali possono essere lasciati ad accestire il cespo o possono essere tagliati alla base ed usati per la propagazione agamica

Araceae tuberose tropicali

Ultimamente sta crescendo un certo interesse verso Amorphophallus e verso altre Araceae tuberose tropicali. Oltre le insolite infiorescenze e le grandi foglie penso che anche il tubero desti la nostra curiosità scientifica. In alcune specie tali organi sotterranei possono crescere fino a taglie ragguardevoli ed ogni anno, in occasione dell’eventuale svasamento, si può notare il cambio di forma e di dimensioni.

Le specie sono abbastanza numerose: il solo genere Amorphophallus contiene oltre 180 specie. Altri generi meno ricchi di specie sono Typhonium, Anchomanes, Dracontium, Caladium, Zamioculcas, Gonatopus, Taccarum, Gorgonidium, Pycnospatha, Sauromatum, ed altri ancora.

Io le coltivo in terreni molto ben drenati, ma abbastanza umidi in estate, composti da un 40% di lapillo vulcanico con granulometria di 3-5 mm, un 20% di sabbia ventilata (priva di polvere) ed un 40% di terriccio universale costituito da compost e torba. Per le specie più xerofile aumento un po’ le proporzioni di sabbia e lapillo (per esempio: Synandrospadix, Gorgonidium). In inverno faccio passare la stasi vegetativa ponendo i tuberi di quasi tutte le specie fuori terra, in sacchetti di carta, in luogo tiepido ed asciutto, aspettando che in primavera le gemme tornino ad allungarsi.

Alcune specie amano un minimo di umidità anche durante l’inverno e devono restare interrate (Hapaline, Colletogyne, Amorphophallus più settentrionali, ecc.)

Le specie prettamente equatoriali amano anch’esse umidità costante ed anche le temperature non devono variare granché durante l’anno, mantenendosi su valori di almeno 24°C. La loro stasi non è legata ad una stagionalità, ma si manifesta in maniera irregolare e diversa da pianta a pianta. Le piante giovani possono restare sempreverdi anche per due anni producendo una nuova foglia prima che la precedente sia morta e talvolta portandone anche diverse simultaneamente.

Tra queste specie maggiormente termofile basterà citare il mitico, ma ormai facilmente trovabile, Amorphophallus titanum, il cui picciolo può essere confuso con il tronco di un albero e la cui infiorescenza è la più grossa di tutte le Araceae, potendo superare i 3 m di altezza.

Alcune di queste infiorescenze hanno colori rosso-brunastri, possono odorare terribilmente di carogna e producono calore. La cosa è contemporaneamente orribile e magnifica se si pensa che tanta pestilenza è prodotta per attirare gli insetti impollinatori: mosche e coleotteri che solitamente frequentano la carne in putrefazione. Questo tipico fenomeno olfattivo dura solitamente un solo giorno.

La propagazione avviene facilmente da seme fresco, in estate od in terrario caldo e in numerose specie anche per via agamica tramite talea di foglia (diverse specie di Amorphophallus, Gonatopus, Zamioculcas) e distacco dei tuberetti laterali (nelle specie che li producono).

Un fenomeno che ho notato è che le Araceae tuberose non soffrono in vasi sovraddimensionati (come ad esempio farebbero molte Amaryllidaceae) ma ne approfittano per sviluppare velocemente i loro tuberi.

In coltivazione gradiscono una luce filtrata ma abbondante, mentre per quanto riguarda le concimazioni consiglio un fertilizzante bilanciato con microelementi all’inizio della stagione vegetativa ed un fertilizzante da succulente con microelementi verso la fine dell’estate e in autunno. Il primo tipo di fertilizzante favorirà la crescita generale ed il secondo tipo farà produrre tuberi grandi e forti.

Se infine dei tuberi di Amorphophallus vorrai sentire anche il sapore ti consiglio di cucinare un piatto giapponese, dietetico e delicato: shirataki. Si tratta di una specie di spaghetti prodotti con i tuberi di Amorphophallus konjac. Condiscili con il tuo sugo preferito e fammi sapere cosa ne pensi.

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La serra personale

Avere la disponibilità di una serra può fare una grandissima differenza per una persona che sia interessata alla coltivazione e alla conoscenza delle piante. Vediamo insieme diverse soluzioni ed alcuni consigli per costruire e gestire una serra personale che ci permetta di ottenere i risultati che sogniamo.

Per prima cosa bisogna tener presente che è bene abbondare il più possibile nelle dimensioni perché “una serra non è mai grande abbastanza” e prima o poi sarà strapiena. Ognuno saprà regolarsi in base alle proprie possibilità.

Esistono diversi tipi di serra: a tunnel, a pareti verticali arrotolabili e tetto in polietilene, rigide a casetta in vetro o in policarbonato, appoggiate ad una costruzione come una veranda, ecc.

A prescindere dal tipo che sceglierete vi consiglio di optare sempre per delle coperture a doppio strato poiché consentono il mantenimento di temperature più alte con consumi minori: doppie lastre o doppio tetto in polietilene gonfiabile.

A meno che non vogliamo coltivare direttamente nel terreno sarà molto più comodo dotare la propria serra di bancali su cui posare i vasi delle nostre preziose collezioni. In questo modo le piante saranno più facilmente osservabili e avremo libero ulteriore spazio sotto di esse per riporre materiale vario o piante ombrofile. Per le semine invernali esiste anche la possibilità di provvedere al riscaldamento di fondo di una parte dei bancali attraverso dei cavi-resistenza che, interrati nella sabbia, scalderanno il letto su cui saranno posati o affondati i vasi (“letto caldo”). Anche senza i cavi-resistenza alcuni collezionisti preferiscono avere comunque i bancali riempiti di sabbia umida (attento che pesa!) in cui affondare i vasi in terracotta porosa. Questo consente che le piante ospitate nei vasi non risentano degli sbalzi di umidità e di temperatura che subiscono invece le piante cresciute in contenitori dalle pareti esposte. Il metodo è particolarmente utile per le geofite che non amino la siccità invernale ma che nemmeno gradiscano essere fradice a momenti alterni.

L’inserimento nella propria serra di un apparecchio riscaldante permetterà di coltivare un maggior numero di specie. Bisognerà però valutare le temperature da impostare perché da queste dipenderanno le collezioni coltivabili ed i costi energetici. All’aumentare della temperatura diventeranno coltivabili piante più sensibili al freddo ma diventeranno non più coltivabili specie che invece necessitano di un po’ di freddo invernale.

Per una piccola serra da mantenere semplicemente senza gelo o a pochi gradi sopra zero si potrà optare per un termoventilatore con protezione antigoccia collegato ad un buon termostato digitale (non fidarti dei termostati meccanici incorporati nel termoventilatore, ti faranno solo spendere inutilmente perché hanno un elevato scarto termico tra lo spengere per il troppo calore e l’accendere per il troppo freddo).

Se la serra sarà invece più grande sarà opportuno un metodo più “professionale” come un generatore di aria calda a gasolio, a GPL o a metano. Ne esistono anche di portatili da collegare ad una bombola di gas, acquistabili per poche centinaia di euro. Un altro metodo è quello dei tubi riscaldanti provvisti di alette irradianti che passano sotto i bancali e tutto intorno alla serra: funzionano come dei termosifoni e vanno collegati ad una caldaia a loro dedicata.

L’aumento dei consumi all’aumento delle temperature impostate sarà esponenziale rispetto alla differenza tra la temperatura interna e quella esterna, anche perché maggiore sarà il calore desiderato più numerose saranno le occasioni in cui l’impianto dovrà accendersi. Cioè l’impianto non dovrà solo colmare una differenza termica maggiore, ma saranno anche più frequenti le occasioni in cui dovrà accendersi.

Un altro fenomeno di cui tener conto è che se di giorno, col sole, la serra si riscalda abbastanza e c’è una buona luce, di notte le piante saranno in grado di sopportare una temperatura leggermente inferiore. Col calore e con la luce le piante metabolizzano e si difendono dagli attacchi di muffe e marciumi, mentre se durante il giorno le temperature sono poco maggiori che di notte le piante possono non arrivare mai a riuscire a difendersi dai patogeni. Per questo, da febbraio in poi si può abbassare un po’ la temperatura minima di una serra.

L’umidità ambientale è un altro fattore importante: alcune piante la amano, altre la detestano. Se si vuole diminuire si può pavimentare la serra con materiale non traspirante, basta anche un semplice telo di polietilene, se non si vuole optare per un pavimento vero e proprio.

Ricordati sempre di arieggiare la serra durante le ore più luminose perché un ricambio d’aria è sempre salutare e previene i marciumi, a meno che tu non opti per una serra che imiti un clima equatoriale sempre caldo e sempre umido.

Per le aperture e le chiusure ci possiamo ormai affidare alla domotica e chiedere ad un installatore che ci ponga in essere porte e finestre chiudibili automaticamente o, tramite un’app, anche a distanza.

L’impianto di irrigazione dovrà essere diviso a settori, in modo da poter annaffiare contemporaneamente solo specie con esigenze simili.

Durante la primavera e l’estate la serrà dovrà essere ombreggiata ed aperta al massimo tutti i giorni per evitare surriscaldamenti letali e bruciatore da sole. Alcuni fornitori possono cucire i teli ombreggianti su misura per ogni serra, spendendo poco di più del prezzo del solo telo. Abbi cura di fissare bene il telo ombreggiante perché con il vento può “fare vela” e tirare parecchio.

Se installerai un impianto di illuminazione fallo con materiali “da esterno” perché in una serra sono sempre possibili gocciolamenti vari ed inoltre usalo solo quando ti serve: lasciarlo acceso tutte le notti non fa bene alle piante.

Ultimo consiglio: làsciati uno spazio per lavorare all’interno della serra. Ti permetterà di curare le tue piante anche in giornate grigie e piovose.

Amaryllis

È un genere di piante bulbose appartenente alla famiglia delle Amaryllidaceae, a cui dà il nome. Contiene due specie: Amaryllis belladonna ed Amaryllis paradisicola. La prima è molto comune mentre la seconda è rarissima ed “evanescente”.

Con il nome di Amaryllis vengono spesso ed erroneamente chiamate le specie del genere Hippeastrum: un genere simile, anche cariologicamente (cioè per quanto riguarda i cromosomi), ma con alcune ben definite differenze morfologiche e geobotaniche. Amaryllis è diffuso nell’Africa meridionale, mentre Hippeastrum è diffuso in America meridionale con due centri di diffusione: uno nel Brasile meridionale ed uno in Bolivia. Amaryllis ha lo scapo fiorale pieno; Hippeastrum lo ha cavo. Amaryllis produce semi carnosi, sferici e che germinano in poche settimane anche se non interrati; Hippeastrum ha semi piatti, nerastri, dotati di un’ala cartacea che ne favorisce la dispersione ad opera del vento.

Amaryllis belladonna cresce spontaneo nelle zone a clima mediterraneo dell’Africa meridionale occidentale ed è una specie decidua, a riposo estivo asciutto ed a crescita invernale. I bulbi sono piriformi, di circa 8 x 10 cm, accestenti e piuttosto superficiali, talvolta anche parzialmente esposti all’aria nella loro parte superiore. I fiori, in numero di circa 5-10, sono portati su scapi fiorali alti circa 50 cm e sono imbutiformi, larghi circa 8 cm e lunghi circa 10 cm. Nelle popolazioni selvatiche i singoli cloni possono avere foglie più o meno larghe (da 2 a 6 cm) e la colorazione dei fiori più o meno scura (da bianca a fuchsia), con molte varianti intermedie.

Approfitto dell’occasione e dell’argomento per raccontarti che queste varianti, come in diversi caratteri presenti in molte specie diversissime, sono regolate da QTL (Quantitative Trait Loci). Questi sono diversi “posti” (loci) nel DNA in cui può essere attivato o meno un gene che, insieme ad altri, porta un contributo alla gradazione di un carattere (trait). È un po’ come se avessimo diversi interruttori, ognuno dei quali collegato ad una singola lampada, e potessimo così variare la luminosità di una stanza accendendo tutte le lampade, nessuna o solo alcune. Ogni gene può poi avere uguali entrambi gli alleli (cioè la parte ereditata dal padre e la parte ereditata dalla madre), ed allora può replicarsi uguale nella discendenza o non averli uguali ed allora nella discendenza si avranno diverse combinazioni che rispetteranno le dominanze. Tutto questo moltiplicato per il numero di geni che regolano il solito carattere. Ecco come si spiegano diverse sfumature di carattere negli esseri viventi.

Tornando al nostro Amaryllis belladonna e per quanto riguarda la coltivazione bisogna raccomandare un distinto riposo estivo, un inverno umido, mite (a -4°C si “bruciano” le foglie) e luminoso; un terreno ben drenato ma non abbondante dove lasciare i bulbi indisturbati per molti anni (le Amaryllidaceae spesso non amano essere trapiantate) ed una concimazione poco azotata. Le piante iniziano a fiorire a fine estate o, se la siccità estiva è forte e prolungata, anche in autunno inoltrato. La specie è autofertile ed i fiori possono essere facilmente impollinati, cosa che consiglio di fare manualmente se si desidera ottenere molti semi.

La semina deve essere effettuata subito o comunque entro poche settimane dalla raccolta dei semi. Si pongono i semi in terra da succulente ma tenuta umida avendo cura di sotterrarli appena o di lasciarli anche leggermente esposti. Le foglie emergeranno in poche settimane ed i bulbetti ottenuti saranno pronti a fine primavera ad affrontare la loro prima siccità estiva. Fioriranno dopo circa 5-8 anni.

Amaryllis paradisicola è invece una specie descritta nel 1998 e già ricercatissima da chi arriva a sapere della sua esistenza. Speriamo che diventi disponibile in coltivazione e che non vengano danneggiate con la raccolta le scarse popolazione selvatiche. Anzi speriamo che le piante coltivate diventino una “scorta” delle popolazioni selvatiche (conservazione ex-situ).

Questa specie ha foglie più linguiformi ed obovate, più ottuse all’apice, meno scanalate e più appressate al suolo. I fiori presentano una tinta rosa più uniforme sulle varie zone dei tepali, lo stigma è trifido con lobi più lunghi e la specie è adattata ad un clima montano arido e più tropicale.

Il pomodoro

Pianta alimentare comunissima il pomodoro (Solanum lycopersicum) ha comunque ancora alcuni aspetti spesso sconosciuti ai più.

La sua variabilità genetica è molto elevata e questo ci porta anche ad avere un grande numero di cultivars (= varietà coltivate): si tratta di diverse migliaia sparse in tutto il mondo di cui la maggior parte diffuse solo localmente o comunque su piccola scala. Le variazioni interessano le dimensioni dei frutti, la loro forma ed il loro colore; la forma, la tomentosità ed il colore delle foglie; la resistenza a diversi patogeni e stress ambientali; lo sviluppo apicale delle piante; il sapore.

Vediamo ora di analizzare uno ad uno questi aspetti:

Frutti: il loro peso varia da meno di un grammo ad oltre un chilo. Per quanto riguarda la forma si spazia da quelli sferici a quelli allungati a quelli depressi a quelli piriformi a quelli cuoriformi, tutti più o meno costoluti, più o meno cavi all’interno, più o meno ricchi di semi. Il colore è forse ciò che più colpisce ed ai tradizionali rossi si affiancano gli arancioni, i rosa, i viola, i bianchi, i gialli, i neri, i marroni ed i verdi (verdi anche da maturi). Inoltre ne esistono anche di striati esternamente e di striati sia esternamente che internamente. In alcune cultivars la buccia dei frutti può essere anche tomentosa o comunque non lucida ed in alcune altre risulta più spessa ed in grado di proteggere i frutti dal freddo (entro un certo limite). I frutti di colore bianco e giallo sono generalmente più aciduli, mentre quelli di colore viola o marrone sono più dolciastri.

Foglie: esistono cultivars “a foglia di patata”, cioè a foglia meno divisa in foglioline. Altre hanno invece foglie più glauche o più pelose. Ne esistono anche con foglie variegate di bianco. La cosa che però mi ha meravigliato maggiormente nelle foglie è stata quella delle foglie prolifiche: dalla loro nervatura centrale spuntano dei fusti che cresconono verso l’alto e che, se staccati e fatti radicare, formano delle nuove piantine. Questo ho potuto osservarlo in una pianta che stavo coltivando per ottenere un frutto da gara di grandi dimensioni e che quindi era stata messa in un terreno molto fertile, molto arieggiato e molto organico. Non ho mai più assistito a questo fenomeno nelle piante della stessa cultivar tenute in terra normale, né ho mai sentito altri parlarne.

Resistenze: molte cultivars antiche, ma non solo, sono resistenti a patogeni (virus, batteri, funghi) ed a stress ambientali (siccità, calore, freddo, umidità, composizione del terreno). Purtroppo oggi chi produce sementi su grande scala produce anche i prodotti fitosanitari per proteggere le piante dalle loro malattie e quindi ha tutto l’interesse a diffondere cultivars delicate che necessitino di trattamenti.

Sviluppo: la crescita apicale delle piante di pomodoro può essere determinata od indeterminata. Le cultivars determinate sono quelle che dopo aver prodotto un certo numero di foglie producono un’infiorescenza apicale e le loro piante cessano di crescere. Le indeterminate sono invece quelle le cui infiorescenze sono solo laterali ed apicalmente le piante crescono sempre finché vivono.

Sapore dei frutti: questo è un aspetto genotipico e fenotipico, cioè in parte dipende dai geni ed in parte dall’ambiente in cui le piante crescono. Per quanto riguarda la genetica ne ho già parlato qui sopra (pomodori chiari generalmente aciduli, pomodori scuri generalmente dolciastri) ma per quanto riguarda l’ambiente di crescita è interessante notare che in terreni più asciutti e più arieggiati si hanno frutti più saporiti che in suoli umidi e compatti. Probabilmente perché in terreni asciutti le radici devono svilupparsi maggiormente per ottenere l’acqua necessaria e quindi assorbono più sali minerali dal suolo.

Sai che non è così difficile creare una nuova cultivar di pomodoro? Puoi usare la stessa tecnica che uso io e che ho descritto nell’articolo sulla melanzana: http://www.gianlucacorazza.com/2019/01/19/la-melanzana/

Infine, vuoi sapere qual è, secondo me, il pomodoro più buono? La risposta è ‘Cherokee Purple’, una cultivar coltivata in America già in epoca precolombiana.

‘Cherokee Chocolate’, ancora più scuro di ‘Cherokee Purple’
‘Vintage Wine’
‘Canestrino Antico’
‘Chocolate Stripes’
‘Ananas’
‘Orange Russian’
‘Ciliegino Rosa’
‘Délice D’Or’
‘Purple Ukraine’
‘Pêche Rose’, a buccia rosa e vellutata.
‘Pink Ponderosa’

Le piante impossibili

Càpita spesso che qualcuno mi contatti per un aiuto nella coltivazione di una specie un po’ “rognosa”. Talvolta posso aiutare e talvolta posso solo sperare di far capire che, date le condizioni ambientali che ognuno ha, non tutto è coltivabile. Basta. Non è questione di “bravura”. Anzi, sono proprio la conoscenza e l’esperienza che ci fanno sapere che alcune (moltissime!) specie non sono proprio mantenibili nel nostro ambiente.

Così ci sono quelli che si sentono ai tropici e, siccome abitano in una zona a clima mite, si mettono a piantare cocchi in giardino; tanto non va mai sottozero. Ma avete presente di quanto calore continuo ha bisogno il cocco? Di quanta intensità di luce? Di quanta durata minima del dì rispetto alla notte? Non si può essere soddisfatti, poi, se a giugno il cocco piantato a novembre emette una nuova foglia ed è sopravvissuto, almeno all’inverno passato. Sarà sempre una pianta sofferente, che si rovinerà ogni anno, finché un inverno “eccezionale” la farà fuori.

Oltre alle piante tropicali, che eventualmente si possono coltivare abbastanza facilmente in una serra riscaldata durante l’inverno, esistono quelle ben più difficili che il caldo proprio non lo vogliono.

Piante di montagna o di alte latitudini, che non hanno problemi a passare l’inverno, ma che durante l’estate avrebbero bisogno di temperature molto più fresche di quelle che chi abita a basse quote può garantir loro. Stelle alpine a Roma? Crescono alte e molli, poi collassano. I loro tessuti non riescono a raffreddarsi traspirando, si surriscaldano e cuociono a temperature che invece sono tollerate, ad esempio, dalle piante mediterranee. Lo stesso vale, naturalmente, per molte specie della flora montana. Qualcuna può comunque essere più adattabile di altre.

Un’altro gruppo di piante qui in Italia spesso incoltivabili e che, tra l’altro, annovera specie molto interessanti, è quello delle piante tropicali di montagna. Queste sono doppiamente rognose. Hanno bisogno di fresco perché in natura crescono ad alte quote, ma non tollerano nemmeno temperature troppo basse perché ai tropici la differenza di temperature che abbiamo qui tra estate ed inverno non esiste per il fatto che il sole non cala mai più di tanto sull’orizzonte e quindi si ha poca variabilità stagionale. Queste sono specie che starebbero bene a Catania in inverno e a Courmayeur in estate. In questo gruppo ci sarebbero piante come molte fuchsie, come alcune impatiens delle montagne africane, come diversi cactus delle Ande, come Ullucus tuberosus, come Oxalis tuberosa, come Gunnera manicata, come la mitica Worsleya procera, come i rododendri della Nuova Guinea.

Oltre al problema della temperatura si ha quello legato al fotoperiodo, cioè del rapporto tra ore di luce ed ore di buio giornaliere che si ha durante l’anno. Questo fattore può influenzare la sopravvivenza stessa della pianta (alcune piante tropicali non sopportano le nostre lunghe giornate estive e/o le nostre lunghe notti invernali) ma soprattutto regola la fioritura, la fruttificazione e l’entrata in riposo di molte specie con conseguente formazione di tuberi. Ricordo, ad esempio, i miei tentativi di coltivazione di Oxalis tuberosa, conosciuta anche come “oca”, che in estate aveva la parte interrata dei fusti che cuoceva perché la terra era troppo calda, mentre in autunno-inverno, quando l’accorciarsi del dì avrebbe dovuto stimolare la formazione dei deliziosi tuberi, questi si formavano ma rimanevano piccoli perché le temperature erano troppo basse per farli crescere a sufficienza. Stessa cosa con Ullucus tuberosus e con alcune patate interessanti (e buonissime!) che portai da un viaggio in Perù.

Morale della favola: bisogna capire serenamente ciò che si può coltivare e ciò che non può dare buoni risultati. Bisogna sì provare e sperimentare (non si sa mai!) ma bisogna anche rinunciare ad alcune cose che risultino impossibili o che si prevede che siano tali alla luce della nostra conoscenza. Non è che se si è esperti si può coltivare tutto; anzi, è proprio quando si è esperti che si sa anche cosa non si può coltivare.

Certamente sapere ciò di cui una specie ha bisogno ci potrebbe anche rendere in grado di ricreare in maniera artificiale tutte le condizioni ambientali adatte, ma… conviene? Va bene una serra riscaldata in inverno, va bene un ombrario per l’estate, ma sarebbe folle un ambiente condizionato, con molta luce durante il giorno ma sempre buio dalle 18.00 alle 6.00, sempre umido al punto giusto. Si può fare in piccolo per condurre esperimenti limitati nel tempo e nello spazio (ad esempio in un box per qualche mese), ma non si può fare per mantenere una collezione di rododendri ad Agrigento o per produrre ananas a Cortina, seppur tecnicamente possibile.

Conviene piuttosto rendersi conto delle condizioni ambientali che abbiamo, o che comunque possiamo ricreare, e concentrarsi sul cercare le specie interessanti che possiamo mantenere senza troppi problemi. Il mondo è grande e può comunque permetterci di trovare, di coltivare, di osservare e di studiare un grande numero di piante senza aver continuamente a che fare con stragi invernali ed ecatombi estive.

Haworthia

Il genere Haworthia presenta una tassonomia piuttosto complessa e resa ancor più nebulosa dal fatto che alcune specie sfumino gradualmente una dentro l’altra. Le specie scoperte sono attualmente circa 165, alcune delle quali sono a loro volta suddivise in taxa inferiori. I loro fiori sono quasi uguali nelle varie specie e le poche differenze fiorali le suddividono in tre sottogeneri: Haworthia, Hexangulares e Robustipedunculares. Generalmente i fiori appaiono in spighe poco dense e sono bianchi con righe longitudinali verdi o grigio-brunastre, zigomorfi, a base tubulare e lunghi circa 2 cm.

La loro grandissima diversità è data dalle foglie che possono essere più o meno succulente, scabre, pelose e trasparenti. Alcune hanno infatti la caratteristica di possedere finestre apicali trasparenti che permettono alla luce di diffondersi al loro interno anche quando siano semisommerse nel terreno.

Il loro habitat varia da una specie all’altra, così come varia la distribuzione geografica delle specie, e questo si capisce anche dalle diverse morfologie che si sono evolute, ma quasi tutte crescono riparate dal sole diretto. Si trovano sotto cespugli, all’ombra di massi o in fessure delle rocce. Raramente alcuni esemplari ben stabiliti riescono a sopravvivere al pieno sole e quando questo accade i loro colori sono più accesi. Le specie di Haworthia sono essenzialmente a crescita invernale, ma si adattano a diversi regimi pluviometrici e di fotoperiodo ed in coltivazione i loro manutentori più esperti sapranno cogliere le loro necessità. La cosa più importante è che il terreno di coltivazione sia effettivamente con un buon drenaggio, anche se non sempre in natura lo è, e piuttosto minerale. Senza un buon drenaggio si andrà spesso incontro a marciumi radicali, nonostante le specie di questo genere siano abbastanza facili in coltivazione.

Sono specie autosterili e proterandriche, ciò significa che non possono autoimpollinarsi e che nei fiori viene prima prodotto il polline e solo in seguito lo stigma diventa recettivo quando il polline ormai non sarà più vitale o presente sullo stesso fiore. Inoltre le varie specie possono ibridarsi facilmente. Da ciò deriva il fatto che in coltivazione, dove spesso sono presenti diverse specie e pochi cloni della stessa specie, ben raramente si otterranno semi in purezza specifica. Per poterne ottenere bisogna impollinare manualmente incrociando fiori di diversi cloni della stessa specie mantenuti chiusi in sacchetti di tulle. Risulta quindi preferibile la propagazione agamica, soprattutto nelle specie e negli esemplari proliferi, cioè che producono numerose rosette basali che basterà staccare e far radicare a parte. Per gli esemplari non proliferi consiglio la talea di foglia alla quale sia però rimasta attaccata una piccolissima porzione di fusto. Sarà infatti dalle gemme dormienti presenti sul fusto all’attacco della foglia che si svilupperanno le nuove piantine.

Se comunque si vogliono seminare, i semi andranno prima sparsi su terreno da succulente, in seguito leggermente coperti con sabbia (basta uno strato di 1-2 mm) ed infine coperti con uno strato di 7-9 mm di ghiaietto da acquario. In circa un mese nasceranno e le plantule saranno inizialmente lente per poi accellerare notevolmente la crescita nell’anno successivo. Se i semi non saranno germinati due mesi dopo la semina è inutile sperare che nascano poi.

Infine voglio parlarti un po’ della loro rusticità. In effetti molte specie sono resistenti a qualche grado sotto lo zero (-4°C) ed alle piogge invernali, purché sia garantito un ottimo drenaggio del terreno.

Fiori di Haworthia koelmaniorum
Haworthia koelmaniorum
Haworthia limifolia var. striata
Haworthia limifolia
Haworthia truncata, Est di Oudtshoorn, Sud Africa
Haworthia retusa var. acuminata
Haworthia cooperi var. pilifera
Haworthia venosa var. tessellata
Semenzale di un anno di Haworthia × mantelii, una specie incerta
Pianta di Haworthia attenuata che da anni vive senza problemi in un muretto a secco in Versilia.

Asarum, stranezze in ombra

Un genere diffuso in Europa, Asia e Nord America che ama le zone ombrose, umide, fertili ma drenate è Asarum, spesso sconosciuto ma molto interessante. Comprende oltre 120 specie e fa parte dell’altrettanto insolita famiglia delle Aristolochiaceae.

Si tratta di piante a rizoma strisciante e sotterraneo, con foglie cordate ed ad apice più o meno ottuso, piuttosto coriacee, talvolta pelose, talvolta lucide e in molte specie variamente maculate di bianco o di verde più chiaro. I fiori sono trilobati a base urceolata, cuoiosi, di colori non vistosi e solitamente sui toni del bruno, del verde e del bianco, eventualmente compresenti. Ricordano vagamente quelli delle Stapeliae, ma a tre lobi. Da esperimenti fatti su Asarum europaeum (Kugler, 1934) e Asarum canadense (Wildman, 1950) risulta che almeno queste due specie si autoimpollinano quasi sempre. Le dimensioni dei fiori variano molto e, insieme alla colorazione, li rendono più o meno vistosi nelle varie specie.

Alcune hanno fiori molto attraenti per la loro forma e per i loro colori insoliti, mentre altre presentano piccoli fiori bruni e quasi invisibili.

La fioritura avviene a livello del terreno, spesso sotto le foglie. Tra le specie a fiori più strani e vistosi posso citare Asarum maximum, Asarum sieboldii, Asarum splendens, Asarum speciosum, Asarum asaroides, Asarum hatsushimae, Asarum fudsinoi, Asarum kiusianum, Asarum insigne, Asarum megacalyx, Asarum minamitanianum, Asarum yaeyamense, Asarum macranthum. Non dimentichiamo che anche le foglie fanno la loro bella presenza anche quando i fiori non risultino molto attraenti. Alcune specie possono comportarsi da tappezzanti, mentre altre risultano di estrema lentezza nella crescita e nell’accestimento.

Si trovano molto raramente in commercio e quando la bellezza sta insieme alla rarità ed alla lentezza il prezzo può essere piuttosto alto, anche per un piccolo pezzo di rizoma.

I semi sono dotati di eleosoma, una struttura accessoria ad essi attaccata che attira molto le formiche e che le porta ad agire come insetti dispersori. Sono quindi piante mirmecocore, cioè i cui semi sono dispersi dalle formiche. La loro germinazione avviene in superficie ed in presenza di luce (la pur scarsa luce che può esserci in una zona comunque ombreggiata).

Le foglie, se stropicciate, emettono un odore particolare e sono molto appetite dalle lumache per cui è opportuno provvedere a difendere le piante dall’essere smangiucchiate da questi gasteropodi.

Alcune specie sono sempreverdi, mentre altre hanno una certa stagionalità e possono restare senza foglie in estate od in inverno, a seconda delle temperature.

Alcuni cloni di alcune specie possono essere meno ricchi di pigmenti ed i loro fiori risultano biancastri o verdastri. Questi possono essere selezionati e coltivati come cultivars atipiche. Uno di questi è Asarum sieboldii ‘Jade Dragon’, ma esiste anche Asarum maximum nei cui fiori il nero è sostituito dal verde ed altri esempi ancora.

Se quindi qualcuno avesse una zona ombrosa in cui non sapesse cosa coltivare, una bella collezione di asari potrebbe risultare un’interessante soluzione.

Asarum maximum in coltivazione. Una pianta di oltre 10 anni.
Ambiente in cui cresce Asarum europaeum