Le Begoniaceae

Le Begoniaceae sono una famiglia che annovera solo due generi: Begonia e Hillebrandia. Begonia è un genere enorme: contiene oltre 1900 specie ed è il quinto più numeroso tra le angiosperme (il primo è Astragalus, con oltre 3000 specie). Hillebrandia ha invece una sola specie: Hillebrandia sandwicense. Questa si distingue per avere i fiori a simmetria radiale e rappresenta una morfologia più antica rispetto al genere Begonia.

Il genere Begonia ha una variabiltà vastissima, favorita dallo scarso scambio genico tra le diverse popolazioni, e nuove specie vengono scoperte in continuazione, soprattutto in Indonesia, ma non solo. Molte, purtroppo, si saranno estinte senza mai essere state scoperte, divorate dalla deforestazione insieme al loro ambiente e a tutto ciò che conteneva.

All’interno del genere Begonia esistono oltre sessanta sezioni in cui il genere è diviso e molte specie non facenti parte di nessuna sezione. Queste suddivisioni sono basate, più o meno, sulle differenze che si trovano nelle specie dei vari continenti. Ogni continente ha le proprie sezioni.

In base alla loro morfologia possiamo dividerle nei seguenti gruppi: rizomatose, a canna, tuberose, pachicauli, rampicanti, erbacee, arbustive.

Se invece vogliamo basarci sul loro areale di distribuzione possiamo raggrupparle come segue: americane, sino-himalayane, indonesiane, indocinesi e africane.

In coltivazione le americane sono tra le più facili, pur non essendo rustiche. Tra queste esistono alcune specie che sfidano il sole diretto (delle “eccezioni” tra le begonie) e riconoscibili dalle foglie rigide e coperte di peluria bianca.

Le sino-himalayane invece sono spesso tra le più rustiche poiché comprendono specie di montagna e specie extratropicali, ma alcune specie, soprattutto quelle montane, non amano le nostre estati mediterranee per cui da giugno a settembre vanno tenute nei luoghi più freschi ed ombrosi. In inverno alcune resistono anche all’aperto, se tenute relativamente asciutte e perdendo la parte aerea.

Le specie indonesiane sono molto belle e interessanti ma possono vivere solo in un’atmosfera molto umida ed in ambienti che non siano mai freddi. Praticamente possono essere coltivate solo in un terrario umido, luminoso ma non esposto al sole diretto, magari con un fondale coperto di sfagno vivo. Può bastare anche un semplice barattolo di vetro tenuto tappato, ma fuori dalle umide foreste equatoriali non vivono. Senza terrario e fuori dalla foresta non vivono neanche in Indonesia. A me sono cresciute benissimo in laboratorio, in un germinatoio chiuso, umidissimo all’interno, a fondo riscaldato e con la parte superiore trasparente su cui avevo appoggiato tre lampade fluorescenti accese dalla mattina alla sera e regolate da un timer. Le ho viste anche nelle serre chiuse al pubblico dell’Orto Botanico di Lione, tenute all’incirca con le mie stesse modalità. Alcune sono rarissime e ad areale molto limitato: molto vulnerabili e minacciate di estinzione.

Il gruppo delle indocinesi ha esigenze intermedie tra le indonesiane e le sino-himalayane e rispecchia il variare dei climi dall’equatoriale al temperato.

Le africane sono poco numerose, rispetto a quelle degli altri continenti, ma sono molto variabili. Si va da specie pachicauli come B. dregei ad altre malgasce o dell’Africa centro-occidentale che hanno anch’esse bisogno di terrario. Le pachicauli africane sono piuttosto rognose in coltivazione e spesso si ammalano di oidio se non sufficientemente arieggiate.

In coltivazione due punti fermi sono: terreno fresco ma ben drenato e ombreggiatura. In natura spesso crescono nel sottobosco su terreni in pendenza che non soffrono di ristagni d’acqua pur trovandosi in climi generalmente umidi.

Quindi niente sottovasi, niente terricci asfittici né pesanti o pressati e niente sole diretto. Io le coltivo in terriccio per succulente, pur annaffiandole molto più spesso di tali piante: 40% terriccio universale con compost, 40% lava tritata (granulometria 3-5 mm), 20% sabbia ventilata da intonaci.

Concimazione da effettuarsi durante la stagione di crescita con un concime bilanciato addizionato di microelementi.

Le aggressioni da parte di parassiti sono generalmente molto rare e di scarsa entità.

La propagazione può avvenire, oltre che da seme, anche da talea di fusto e da talea di foglia (vedi “La propagazione agamica“).

Esistono importanti collezioni private e pubbliche e se deciderai di iniziarne una sarà senz’altro un’opera interessante. Cerca però di evitare i venditori (comunque pochi) che vendono piante continuamente prelevate direttamente in natura, non propagate in coltivazione. Questi operano quasi esclusivamente in Indonesia dove le specie, numerose e rare, hanno areali molto ristretti e che sono già spesso distrutti per far spazio alle coltivazioni di palme da olio. Acquistare da essi sarebbe incentivare insostenibili prelievi in natura, contribuire alla distruzione e non alla conservazione. Dico questo nella speranza che i loro ambienti naturali non vengano mai distrutti, altrimenti è inutile e insensato proteggere una specie singolarmente se poi si consente di distruggerla con tutto ciò che gli sta intorno.

La tua collezione sarà ovviamente interessante solo se composta da specie botaniche, magari con dati di località, non da ibridi commerciali dei quali si è persino persa ogni genealogia. Ma questo so che lo hai già capito.

Come coltivare le Gesneriaceae

Anche in questo caso ricordiamoci di fare riferimento alle condizioni in cui le specie di questa famiglia crescono in natura.

Pur con qualche eccezione sono generalmente specie di sottobosco tropicale, che spesso crescono su pendii o su pareti quasi verticali, quindi necessitano di ombra e di un ottimo drenaggio. Alcune sono epifite, ma sempre di luoghi ombrosi.

Durante l’estate amano un terreno sempre umido, ma non fradicio, mentre in inverno, quando solitamente rimane solo la parte sotterranea hanno bisogno di un riposo all’asciutto, con qualche rara annaffiatura, tipo una volta al mese. Quindi verso maggio potrai iniziare ad annaffiare un po’ più spesso ed in ottobre potrai iniziare a tenerle più asciutte.

Non chiedermi “ogni quanto vanno annaffiate?” perché questo dipende da diversi fattori: umidità dell’aria, eventuale vento, grandezza del vaso rispetto alla pianta, capacità di trattenere e rilasciare l’umidità da parte del substrato di coltivazione, intensità della luce solare e naturalmente dalla specie.

Esistono anche le specie che amano le posizioni assolate ed asciutte e queste sono solitamente riconoscibili dagli speciali adattamenti ecologici che potrai facilmente notare, come foglie protette da una fitta peluria, tuberi molto grandi rispetto alla parte aerea della pianta o portamento compatto. Tra queste la più comune è forse Sinningia leucotricha.

Altre specie sono rustiche, a rosetta, e crescono su pareti rocciose o su superfici comunque in pendio e molto sassose. Tra queste potrai trovare alcuni generi diffusi in Cina e le poche specie europee di questa famiglia. Tra le europee voglio citarti Jankaea heldreichii, endemica delle zone più ombrose e fresche del Monte Olimpo. Questa cresce soprattutto in primavera ed autunno, mentre in inverno è quasi ferma per le basse temperature ed in estate si dissecca quasi completamente per poi reidratarsi e riprendersi con le prime piogge autunnali (adattamento al clima mediterraneo, clima insolito per le Gesneriaceae).

La propagazione è facile ed intuitiva nelle specie rizomatose e/o ramificate in quanto possono moltiplicarsi per divisione dei rizomi o per talea. Il genere Saintpaulia e Streptocarpus si propagano anche per talea di foglia. Titanotrichum oldhamii produce dei propaguli sull’asse dell’infiorescenza che, una volta distaccatisi, producono nuove piantine se arrivano a contatto con il suolo. Molte specie nel genere Sinningia rigenerano un tubero anche nel caso in cui ne avrai fatto talee di ramo. Tutte sono capaci di riprodursi da seme, da seminarsi in superficie e da tenere in condizioni ottimali e mai estreme. Per la produzione di frutti spesso hanno bisogno di impollinazione incrociata, anche se alcune specie fruttificano e danno semi fertili anche nel caso di autoimpollinazione di un singolo individuo.

Se vuoi, puoi chiedermi, come sempre, ulteriori consigli nei commenti qui sotto o sulla mia pagina di Facebook che potrai trovare al seguente link: https://www.facebook.com/gianlucacorazzablogger/

Le Araceae mediterranee

Le Araceae sono diffuse in quasi tutto il mondo e quelle che vivono intorno al bacino del Mediterraneo rappresentano un gruppo di specie piuttosto vario ed interessante. Hanno però un aspetto ecologico in comune: la dormienza estiva.

Questa è dettata dal clima mediterraneo, anche se si manifesta pure in specie che raggiungono areali distanti dal nostro mare.

I generi sono:

  1. Ambrosina: 1 specie
  2. Arisarum: 3 specie
  3. Arum: 31 specie
  4. Biarum: 22 specie
  5. Dracunculus: 2 specie
  6. Eminium: 9 specie
  7. Helicodiceros: 1 specie

Ambrosina è un genere monotipico che annovera solo la specie Ambrosina bassii. Questa è caratterizzata da una delle infiorescenze più complesse di tutte le Araceae: ha la forma di una “barchetta” divisa internamente in due piani. Uno con qualche fiore maschile ed uno con un solo fiore femminile. Lo spadice è fuso con la spata e costituisce la parete di separazione tra i due piani. Il colore della spata è bruno-porpora con variegature che vanno dal nero al verde e le sue dimensioni sono di circa 2 cm. L’apice della spata è acuminato ed è ripiegato sopra il resto dell’infiorescenza. Le foglie sono ellittiche e possono essere variamente variegate di porpora, verde scuro o bianco. Esistono anche alcune forme a foglie lineari o completamente porpora. Preferisce i luoghi semiombreggiati e ben drenati. Fiorisce in inverno.

Ambrosina bassii

Arisarum è un genere rizomatoso e contiene la specie A. vulgare che è una pianta molto comune intorno al Mediterraneo. Le sue foglie sono variabili nella forma e nell’eventuale maculatura bianco-argentea. La spata è tubulare, eretta ma con l’apice ricurvo ed aperto verso il basso da cui fuoriesce l’appendice dello spadice. Esistono esemplari più o meno scuri nei colori della spata: da striata di verde e bianco con apice completamente verde a striata di marrone scurissimo e bianco con apice marrone scurissimo, talvolta con sfumature purpuree. Una specie (per qualcuno solo una sottospecie) simile ma più adatta ai climi più aridi e caldi del Mediterraneo è Arisarum simorrhinum, ha piccioli e peduncoli più corti ed un portamento più compatto. L’infiorescenza è simile a quella di A. vulgare, ma più breve, più scura e con l’appendice dello spadice molto clavato ed allargato verso l’apice. Un’altra specie del genere è Arisarum proboscideum, con una spata bianca alla base e quasi nera all’apice, lungamente caudata e molto tipica. Quest’ultima vive nei boschi freschi e ombrosi dell’Italia ed è una rarità. A. vulgare e A. simorrhinum fioriscono dall’autunno alla primavera, mentre A. proboscideum fiorisce in primavera.

Arisarum vulgare
Variabilità nelle foglie di Arisarum vulgare
Arisarum proboscideum

Arum è il genere più comune in Europa e quello che ha dato il nome alla famiglia. Contiene circa 31 specie, alcune a diffusione ristretta ed altre con ampi areali. Il genere si ritrova dalla Svezia meridionale all’Asia centrale, al Nord Africa ed alle Canarie ed ingloba completamente il Mediterraneo. alcune specie hanno tuberi discoidali, altre hanno rizomi tuberosi orizzontali. Nelle varie specie le spate sono vistose, dal bianco, al verde chiaro, al giallo, al quasi nero, passando per alcune specie con colori rossastri. In lunghezza si va da quelle di meno di 10 cm di Arum idaeum a quelle di quasi 40 cm di Arum purpureospathum. Le appendici degli spadici variano da circa 4 cm come in alcuni individui di Arum maculatum agli oltre 30 cm di alcuni individui di Arum rupicola. Fioriscono tutti da fine inverno a primavera, tranne A. pictum che fiorisce in autunno.

Il genere potrebbe probabilmente celare qualche nuova specie ancora non scoperta. Infatti, ad esempio, un mio amico di Facebook ha postato una foto di una specie mai vista che anche agli occhi di un tassonomista di fama mondiale pareva una nuova specie. Spero che qualcuno ci stia lavorando.

Clicca qui per una mia descrizione di tutte le specie del genere Arum (in inglese).

Arum purpureospathum
Arum purpureospathum
Arum apulum
Arum hygrophilum
Arum sintenisii
Arum palaestinum
Arum rupicola
Arum cylindraceum
Arum italicum
Arum idaeum
Arum idaeum
Arum idaeum, rara forma ad appendice dello spadice bianca
Arum concinnatum
Arum megobrebi
Arum orientale
Arum creticum
Arum cyrenaicum

Biarum è il secondo genere delle Araceae mediterranee come numero di specie. Comprende la specie B. tenuifolium che, con qualche sottospecie, è diffuso in quasi tutto il Mediterraneo meridionale. Le altre specie sono concentrate nel Mediterraneo orientale e nel Medio Oriente. Si tratta di specie più piccole di quelle del genere Arum. Le infiorescenze hanno spate la cui base si trova in posizione ipogea e variano da quelle a lembo disteso e acuto (solitamente bruno-nerastro e giallo solo in B. auraniticum) a quelle a lembo biancastro, avvolgente lo spadice e aperto solo lateralmente nella parte alta, a quella di B. ditschianum la cui spata è praticamente tutta sottoterra mentre la funzione attrattiva nei confronti degli impollinatori è svolta dall’appendice dello spadice, epigeo, che è un cono arrotondato di circa 3 cm di altezza per 2 cm di diametro basale, giallo uovo e molto vistoso.

Fioriscono dall’autunno alla primavera, a seconda delle specie.

Probabilmente in questo genere esistono specie non ancora scoperte, mentre una già scoperta deve ancora avere un nome.

Dracunculus ha solo due specie: D. vulgaris e D. canariensis. Il primo è diffuso un po’ in tutta l’area Mediterranea, ma probabilmente spontaneo solo intorno al Mar Egeo, ha un tubero verticale che cresce verso il basso, talvolta sbulbillante, ha foglie palmato-partite, spesso con macchie bianche; le infiorescenze sono costituite da un lembo della spata che può superare gli 80 cm di lunghezza, a forma triangolare, rosso scuro, con un’appendice dello spadice appuntita e quasi altrettanto lunga, rosso-nerastra. Può superare il metro di altezza ed è l’Aracea più grande del Mediterraneo. A Creta, in località piuttosto remote, esiste qualche popolazione con qualche esemplare a spata bianca e qualche esemplare con appendice gialla. Esistono anche individui intermedi, ma anche qui la maggioranza ha colorazioni normali.

Dracunculus canariensis è leggermente più piccolo, simile ma a spata candida, ad appendice gialla e a differenza dell’altra specie ha un odore gradevole.

Entrambe le specie fioriscono a primavera.

Dracunculus vulgaris, forma tipica
Dracunculus vulgaris, forma a spata bianca
Dracunculus vulgaris, forma a spata bianca ed appendice dello spadice gialla
Dracunculus vulgaris, forma rosea ed appendice dello spadice gialla
Dracunculus vulgaris, forma rosea
Dracunculus vulgaris, forma a spata quasi tutta bianca ed appendice dello spadice giallo-bronzea
Dracunculus vulgaris, forma a spata verdognola
Dracunculus vulgaris, forma a spata rosso-chiaro
Dracunculus vulgaris, forma verdognola ad appendice dello spadice giallo-verdastra

Eminium è un genere che cresce nelle steppe semidesertiche dal Medio Oriente all’Asia Centrale. Le specie, tutte tuberose, sono nove, le spate sono nerastre e in alcune specie le foglie hanno due orecchiette basali piegate perpendicolari rispetto al resto della lamina fogliare-, in altre sono ellittiche. Le foglie e le spate sono spesse o leggermente succulente.

Le spate hanno la loro base a livello del terreno ed i frutti si formeranno in tale posizione, come in Biarum.

In E. spiculatum il lembo della spata è tipicamente corrugato.

Helicodicerus è un genere monotipico e la sua unica specie, Helicodiceros muscivorus, è un endemismo di Sardegna, Corsica e Baleari. Forma un tubero che cresce verso il basso, le foglie sono glauche e possono essere con due orecchiette basali erette o lanceolate. La spata ha il lembo piuttosto rotondeggiante, di circa 15-20 cm, ripiegato in avanti e verso il basso, rosso-porpora-brunastro, peloso. L’appendice dello spadice è rosso-grigiastra ed anch’essa pelosa. Viene impollinato dalle mosche, poiché, come molte altre Araceae emette un odore di carne in putrefazione. Fiorisce a primavera.

Helicodiceros muscivorus

In coltivazione rappresentano un gruppo interessante e non sono generalmente molto difficili, purché tu dia loro un terreno ben drenato, un riposo estivo asciutto ed umidità invernale. Se le coltivi in vaso evita che esso sia colpito dal sole diretto durante la dormienza estiva poiché potrebbe scaldarsi troppo e, a inizio autunno, con le prime annaffiature potrebbero insorgere dei marciumi. Come rusticità ho sperimentato che anche a -4°C non subiscono danni, nemmeno in vaso, in cui prendono freddo da ogni lato. Durante le notti più fredde le foglie possono afflosciarsi, come se fossero state “lessate” dal gelo, per poi riprendersi e tornare come prima nel giro di poche ore. Nei climi più freddi potrai tenere le specie meno rustiche in serra. Mi piace la soluzione (nordica) di coltivarle in serra in vasi di terracotta immersi in letti di sabbia umida e pacciamate in superficie con della ghiaia fine: si attenuano così le variazioni di umidità e di temperatura nel suolo. Se vivi sul Mediterraneo ed hai un terreno non argilloso e ben drenato, anche se sassoso, potrai coltivarli senza problemi in piena terra limitandoti a tenere la zona priva di erbacce.

Alcune specie sono rare e se le coltivi, soprattutto se tenendone anche i dati di località, contribuirai a mantenere più elevato il numero di individui esistenti. Ho visto già troppe volte come diverse specie a distribuzione ridotta o puntiforme stiano rischiando l’estinzione per le attività umane.

Le Stapeliae

Rappresentano un gruppo di piante succulente molto interessante, “alternativo” alle ben più “famose” Cactaceae. Sono una tribù delle Apocynaceae e annoverano diversi generi come: Stapelia, Tromotriche, Piaranthus, Caralluma, Orbea, Stapelianthus, Orbeopsis, Echidnopsis, Hoodia, Frerea, Huernia, Pseudolithos, Whitesloanea, Lavrania, Quaqua, Angolluma, Desmidorchis, Duvalia, Stapeliopsis, Pachycymbium, Sanguilluma, Edithcolea, …

La loro caratteristica è quella di avere fusti succulenti, pollinii (speciali sacchetti di polline) e non polline libero, fiori anch’essi leggermente succulenti, foglie ridottissime (tranne che in Frerea) e l’impollinazione operata generalmente da ditteri (mosche, moscerini e simili).

I fiori sono generalmente stellati, a cinque lobi e le loro dimensioni vanno da meno di 1 cm di diametro per alcune specie del genere Echidnopsis ai 36 cm di quelli di Stapelia gigantea.

I fiori emanano odori non proprio piacevoli, tipo sterco o carogna, ma non sempre sono percettibili dal naso umano se non da brevissima distanza. Anche questa caratteristica rappresenta però una curiosità interessante che nel mondo dell’impollinazione è ripercorsa dalle Araceae, che pur se completamente distinte in tassonomia riprendono anche più o meno le solite colorazioni che vanno dal giallo al bianco, dal rosso al porpora e fino al bruno-nerastro.

Gli insoliti fiori sono seguiti da frutti che riprendono la colorazione dei fusti, spesso verdi con maculature rossastre, e che sono quelli tipici delle Apocynaceae. Ogni frutto è costituito da due follicoli disposti a “V” che, dopo un lento sviluppo che può anche superare il periodo di un anno, a maturazione si aprono longitudinalmente e rilasciano numerosi semi piatti, obovati, lunghi circa 5-10 mm e dotati di pappi che li rendono disperdibili per opera del vento.

Il loro areale naturale spazia dall’Europa meridionale estrema alla Penisola Arabica, all’India e a tutta l’Africa esclusa la zona sahariana e quella centro-occidentale. Le zone con maggiore biodiversità però sono due: L’Africa meridionale e l’Africa centro-orientale. Solo Caralluma europaea raggiunge l’Europa, essendo presente, oltre che in Nord Africa e in Medio Oriente, anche in Spagna meridionale e a Lampedusa. Caralluma europaea è l’unica specie a fusto succulento della flora italiana.

Generalmente quelle provenienti dalle zone più meridionali e più settentrionali dell’Africa sono le più facili da mantenere nei nostri climi. Le altre, più tropicali od equatoriali hanno bisogno di caldo perenne e perdonano molto meno gli errori di coltivazione. Come sempre, però, ti ricordo che vale la solita regola per riuscire a mantenerle in salute: fai riferimento alle condizioni ambientali che ogni specie ha in habitat e cerca di riproporle, anche artificialmente, alle specie della tua collezione di Stapeliae. Tieni presente anche che spesso queste piante non crescono in pieno sole, ma all’ombra di arbusti o di rocce.

Se alle tue collezioni di piante deciderai, se già non lo avessi fatto, di aggiungerne una di Stapeliae noterai presto quante numerose ed interessanti siano le specie. Alcune facili da trovare, alcune molto difficili. Inoltre di consiglio di procurarti dei testi seri su cui confrontare le piante in tuo possesso in modo da confermare o meno la loro identità. In vendita si trovano spesso piante (o semi) male etichettate che sono ibridi di ciò che dovrebbero essere o specie completamente diverse. I collezionisti più seri preferiscono, come sempre, piante che abbiano dati di località e/o un fieldnumber, cioè una sigla seguita da un numero che serve a riconoscere da chi e dove è stato raccolto il materiale originario per l’introduzione in coltivazione. La sigla indica il botanico che ha raccolto il materiale (spesso sono le iniziali) e il numero riporta al luogo della raccolta consultabile su una lista dal botanico stesso redatta e mantenuta aggiornata.

In coltivazione hanno bisogno di un terriccio ottimamente drenato e costituito approssimativamente dal seguente mix:

  • 40% terriccio universale poco torboso (circa 50% torba e 50% compost)
  • 50% lava vulcanica tritata fine (granulometria 2-6 mm)
  • 20% sabbia ventilata da intonaco (fine ma senza polvere)

A seconda delle specie e del loro ambiente naturale si potrà togliere terriccio ed aumentare la sabbia per dare una maggiore aridità o il contrario per dare un substrato più umido ed umifero.

Col tempo imparerai poi a miscelare gli ingredienti che meglio si abbineranno al tuo regime di annaffiature. Ogni orticoltore usa materiali e proporzioni leggermente diversi ed annaffia più o meno frequentemente.

Come linea guida ricorda però che in inverno devono restare completamente all’asciutto e che in estate devono essere annaffiate solo dopo che il substrato di coltivazione è rimasto completamente asciutto per almeno una settimana. Annaffia abbondantemente (l’acqua deve arrivare fino in fondo ai contenitori) ma raramente e solo nella stagione calda. Inizia gradualmente in primavera e termina a fine estate. In vivaio annaffiamo un’ultima volta a inizio settembre e l’acqua di questa ultima annaffiatura (in serra leggermente ombreggiata) svanirà gradualmente durante l’autunno e le piante si presenteranno all’inverno belle asciutte e senza rischi di marciumi.

Come concimazione ti consiglio un concime NPK 1-3-5 o multipli in proporzione + microelementi. Il tutto da somministrare durante la stagione di crescita a circa la metà della dose consigliata dal produttore.

Ti lascio ora a goderti alcune foto di queste meravigliose piante e delle loro fioriture. Tieni presente che le specie sono oltre trecento, e ogni tanto se ne scopre una nuova; quindi molte di più di ciò che rappresentano queste foto.

Huernia zebrina
Stapelia clavicorona
Duvalia corderoyi
Huerniopsis atrosanguinea
Huernia reticulata
Caralluma baldratii
Orbea wismannii
Huernia plowesii
Stapelianthus pilosus
Huernia hystix
Huernia macrocarpa var. cerasina
Huernia thuretii
Huernia tanganyikensis
Edithcolea grandis var. baylissiana
Huerniopsis decipiens
Caralluma hexagona
Caralluma europaea
Stapelia gigantea
Stapelia erectiflora
Stapelia flavopurpurea
Hoodia ruschii
Piaranthus geminatus

 

Come coltivare le geofite mediterranee

Bulbi, tuberi, cormi e rizomi di specie che crescono intorno al Mediterraneo e in altre zone con un clima simile hanno una loro caratteristica: crescono, più o meno, dall’autunno alla primavera. In estate vanno in riposo e spesso trascorrono questa stagione senza foglie.

Anche nel coltivarle devi assolutamente rispettare il loro ciclo vegetativo. Durante l’estate devono restare all’asciutto. Se però le coltivi in vaso evita che questi rimangano esposti al pieno sole dalla mattina alla sera perché gli organi sotterranei di riserva potrebbero letteralmente cuocersi. In natura il terreno viene riscaldato solo dall’alto e la temperatura diminuisce con la profondità. Qui parliamo di profondità di qualche centimetro o decimetro e quindi non prendiamo in considerazione il gradiente geotermico che in questo caso è irrilevante. I vasi nel tardo pomeriggio sono già caldi da ore e, via via che il sole cala sull’orizzonte, iniziano ad essere riscaldati anche lateralmente togliendo alle piante la possibilità di evitare le alte temperature rifugiandosi in profondità sotto forma di bulbi e organi simili.

Ti consiglio quindi di coltivarle in piena terra o, se le coltivi in vaso, di tenere i vasi in ombra o in ombra parziale durante l’estate, tanto non hanno bisogno di luce quando sono senza foglie.

Il terreno deve essere generalmente ben drenato, spesso può andar bene un terreno da succulente, lasciato però umido durante l’inverno.

Se opterai per un vaso ricorda che questo deve essere profondo poiché le radici esploreranno solo la parte bassa, dall’organo di riserva in giù. Nel caso in cui quest’ultimo fosse già profondo capirai che alle radici rimane ben poco spazio in fondo al vaso in cui crescere. Tutto il terreno soprastante servirà solo a coprire l’organo di riserva e le radici non lo esploreranno, non lo asciugheranno ed esso resterà talvolta più umido del dovuto. In piena terra, invece, la parte più asciutta del terreno è solitamente quella superficiale.

I vasi hanno solitamente la stessa profondità del loro diametro per cui ti consiglio di coltivare diversi bulbi in un vaso che per essere abbastanza profondo sarebbe altrimenti troppo largo per una sola pianta. Questo è vero soprattutto per le geofite profonde, come Pancratium e Lycoris.

Mi chiedo se non sarebbe meglio usare pomice pura per finire di riempire un vaso con una specie di geofita coltivata al suo interno, lasciando il “vero” terreno solo nella parte bassa dove crescono e lavorano le radici. Dalle radici in su, un inerte non assorbente, isolante e ben arieggiato non potrebbe fare che bene alla salute della pianta. Ma questo devo ancora sperimentarlo.

Se hai la possibilità di coltivare le tue geofite mediterranee in piena terra sarà tutto più semplice, a patto che tu le protegga da erbacce e da animali che potrebbero mangiarle (ad esempio cinghiali ed istrici).

Ricorda che nel coltivarle dovrai, anche in questo caso, fare sempre riferimento all’ambiente naturale in cui crescono, perché di climi mediterranei, caratterizzati da estati asciutte, ne esistono di diversi tipi e non solo intorno al Mediterraneo. Alcuni sono quasi desertici, altri quasi oceanici. Oltre tutto poi sono diversi anche i terreni in cui le geofite possono crescere. Si va, ad esempio, dalla sabbia pura in cui cresce Pancratium maritimum al terreno ricco di humus, ma sempre ben drenato, in cui crescono Ambrosina bassii e varie specie di Cyclamen. Inoltre si hanno terreni acidi e terreni alcalini.

Un metodo che mette parzialmente insieme la coltura in piena terra e quella in vaso e che viene solitamente usato nelle serre di orti botanici e collezionisti nordici è quello che vede i vasi di terracotta immersi in letti di sabbia, sia a terra che su pancali rialzati. Nei vasi umidità e temperatura non subiscono grandi e rapidi sbalzi a causa della sabbia leggermente umida che avvolge tutto. La terracotta permette all’umidità di passare dai vasi alla sabbia quando è in eccesso e dalla sabbia ai vasi quando scarseggia. Inoltre i vasi non vengono a surriscaldarsi lateralmente per l’irradiazione solare. Il terreno nei vasi è poi solitamente coperto da ghiaia fine (tipo da acquario, 3-6 mm) per diminuire la traspirabilità superficiale e per evitare la formazione di croste e muschi. Questa pacciamatura di ghiaietta inoltre impedisce in parte lo sviluppo di erbacce e costituisce anche una rifinitura estetica.

Quali sono alcune delle più interessanti geofite mediterranee? Senza dubbio le più vistose sono le Amaryllidaceae del Sud Africa occidentale: diverse specie nei generi Brunswigia, Amaryllis, Nerine, Cyrtanthus, Gethyllis, Haemanthus. Anche le più propriamente mediterranee Sternbergia, Narcissus e Pancratium non sono da meno e trovo degne di nota pure Arum, Biarum, Dracunculus, Eminium ed Helicodiceros. Il genere Iris ha diverse specie mediterranee tra cui tutto il sottogenere Oncocyclus, Iris sicula e Iris hellenica sono caratterizzate da una vera e propria deciduità estiva.

Come annaffiare le succulente

Alcune tra le domande più frequenti che ricevo dal pubblico riguardano le annaffiature delle succulente. Spesso la gente perde le proprie piante succulente perché non le annaffia correttamente.

Le annaffiature sbagliate insieme all’esposizione a temperature inadatte sono sicuramente la causa principale di insuccesso.

Si dice “le succulente vanno annaffiate poco”, quindi c’è chi le annaffia ogni volta che annaffia ma dando loro solo pochissima acqua. Questo scarso apporto idrico fa in modo che la parte alta del terriccio sia sempre umida mentre la parte bassa (dove sono le radici) sia perennemente secca. Così facendo infatti l’acqua non arriva fino in fondo al vaso, ma bagna sempre e solo il colletto della pianta, spesso fino a farla marcire. Le radici costantemente in un substrato asciutto non permettono mai alla pianta di crescere.

L’acqua viene poi somministrata sia in inverno che in estate: altro errore.

Ricordi quando parlavo di fare riferimento alle condizioni ambientali che ogni specie ha in natura? Bene! Anche in questo caso vale la solita regola.

Molte succulente crescono in zone semiaride dove le poche e rare piogge cadono solo durante l’estate. L’inverno è in quei luoghi una stagione più fresca e molto asciutta, in cui le succulente fanno affidamento sulla loro, appunto, succulenza, sgonfiandosi un po’ via via che si disidratano.

Le piogge estive cadono spesso sotto forma di acquazzoni e bagnano in profondità il terreno, solitamente ben drenato.

Potrai quindi ora capire che le succulente amano generalmente essere annaffiate solo nella stagione calda, raramente ma abbondantemente. In questo modo l’acqua ha tempo di asciugare in superficie e di permanere più a lungo in profondità. Risultato: i fusti delle piante restano quasi sempre a contatto con un terreno sano e asciutto, mentre le radici si godono periodi alterni di umidità e siccità, permettendo alle piante di assorbire la poca acqua di cui hanno comunque bisogno.

Ricorda che anche in estate è bene annaffiare solo dopo che il terriccio è rimasto asciutto fino in profondità per almeno una settimana.

In inverno, con le basse temperature e la poca luce, le piante non metabolizzano e abbassano le loro difese immunitarie. Se a queste condizioni aggiungi anche l’umidità, marciscono.

Un inverno passato al fresco (da 5 a 10°C) e all’asciutto (le piante si devono raggrinzire un po’) favorisce la salute e la fioritura che avverrà alla ripresa vegetativa.

Le succulente delle zone più prossime all’equatore non hanno in natura una vera stagionalità termica, ma dovendo comunque nei nostri climi affrontare un periodo più freddo e più buio saranno molto facilitate da condizioni ambientali asciutte. Richiedono comunque temperature minime di almeno 10°C.

Nelle zone a piogge invernali o a piogge in tutte le stagioni le succulente sono poche, resistono comunque ad inverni asciutti crescendo eventualmente in primavera ed in autunno.

Esistono poi le succulente alpine. Queste passano spesso tutto l’inverno coperte da neve o a temperature sotto lo zero. Anche se sono circondate dall’acqua questa non è disponibile poiché è sotto forma di ghiaccio o neve e non può essere assorbita. Anche queste quindi si trovano a dover passare l’inverno senza assorbire acqua. Se abiti dove non nevica e dove non ghiaccia, in inverno lasciale comunque senza acqua o quasi. Questo è il caso, ad esempio del genere Sempervivum e di alcuni cacti di montagna.

Io annaffio le succulente da fine marzo a inizio settembre. La frequenza è di ogni 15-20 giorni circa in estate e più raramente a primavera. L’autunno lo passano assorbendo l’ultima acqua che ancora trovano nel terriccio, asciugandolo bene e preparandosi ad affrontare l’inverno forti ed asciutte.

Alle annaffiature puoi aggiungere un concime NPK con aggiunta di microelementi, alla metà delle dosi consigliate dal produttore. Il concime deve avere una bassa percentuale di azoto (N), una medio-alta di fosforo (P) ed una alta di potassio (K). Un tipo NPK 1-3-5 (o multipli in proporzione, approssimativamente) + microelementi andrà benissimo.

L’aiuola delle geofite

Nel caso tu non lo sapessi già, le geofite sono le specie la cui gemma apicale si trova sotto il livello del suolo. Quindi sono generalmente geofite le specie dotate di tuberi, bulbi, cormi e rizomi. Hanno i loro organi sotterranei di riserva per attraversare periodi di riposo, durante i quali spesso perdono le foglie.

Quando il clima e le altre condizioni ambientali lo consentono, coltivare le proprie geofite in piena terra darà senz’altro risultati migliori. Il vaso è più suscettibile alle variazioni di temperatura e di umidità.  La piena terra consente invece un ambiente più costante e in cui le radici possano svilupparsi liberamente.

Per avere successo nella coltivazione la regola numero uno è quella di riuscire a garantire le condizioni ambientali che ogni specie ha nel suo ambiente naturale.

Questo vale per tutte le piante. Risulta quindi fondamentale sapere se una specie cresce in natura in un terreno drenato o meno, acido o alcalino, sassoso, sabbioso o compatto, ricco o povero di materiale organico; se nel suo areale di distribuzione naturale le piogge cadono in estate, in inverno o continuamente; quanta pioggia cade e l’andamento delle temperature durante tutto l’anno; se le piante crescono al sole, all’ombra, vicino o lontano da corsi d’acqua. Insomma bisogna che tu conosca l’habitat, fino ad immaginarti la specie in questione inserita nel suo ambiente. Vederle in natura ed essere capaci di analizzare l’habitat è la cosa migliore. Una foto in natura ed una mappa climatica ti potranno aiutare più di tante raccomandazioni da imparare a memoria. Ricordarti, ad esempio, che una specie cresce nella gariga mediterranea sassosa della Sardegna è più semplice che doverti tenere a mente che, senza sapere perché, ha bisogno di un terreno sassoso, leggermente acido, ben drenato, che non deve essere annaffiata in estate, che deve stare in posizione assolata, che in inverno ha bisogno di fresco ed umido ma non di molti gradi sottozero, che probabilmente i suoi semi germineranno con le prime piogge autunnali dopo una dormienza estiva.

Al momento dell’acquisto non fare domande come “Ogni quanto va annaffiata?” ma informati invece sul luogo di provenienza.

Torniamo ora alla nostra aiuola. In essa potrai inserire specie con requisiti simili ed adattabili alle condizioni che lì troveranno.

Io, ad esempio, ho costruito un’aiuola per le iris barbate del Mediterraneo e delle zone limitrofe. L’ho fatta per le specie botaniche, perché in genere io non coltivo ibridi. Mi piace infatti osservare ciò che ha creato la natura attraverso l’evoluzione naturale. Gli ibridi selezionati e dei quali si è perfino persa la genealogia saranno sicuramente più vistosi, ma personalmente li trovo molto meno interessanti e significativi.

Ho quindi dovuto provvedere a dar loro un terreno ben drenato, calcareo e delle condizioni meteorologiche mediterranee.

L’area da me scelta si trova in una radura del mio oliveto, con terreno sassoso e ben drenato, in pendenza, ma leggermente acido in quella zona. Inoltre tassi, istrici e cinghiali potrebbero causare danni.

Ho fresato il terreno e l’ho ricoperto con circa 5 cm di terra sassosa e molto calcarea per poi fresarlo di nuovo per amalgamare il tutto. Oltre al drenaggio, la pendenza ha eliminato ogni rischio di ristagno idrico. Ho infatti notato che le iris selvatiche crescono solitamente in zone in pendenza e ho quindi dato anche quest’ultima caratteristica al terreno della loro aiuola. Poi ho dovuto costruire un recinto elettrico di protezione dagli animali che potrebbero mangiarsi i rizomi. Uno di quei sistemi appositi per i pascoli e per gli allevamenti in cui la corrente dà la scossa ma non è assolutamente pericolosa. Non ti venga in mente di fare una cosa simile ma collegandoci la corrente elettrica a 220 V che è nelle abitazioni!!!

Nel caso in cui tu non avessi un terreno in pendenza ti consiglio di provvedere a costruire un’aiuola rialzata. Si tratta praticamente di realizzare una cornice di tavole trattate (altrimenti marciscono) o di materiali prefabbricati alta 25-30 cm e di riempirla a strati di materiali drenanti e di substrato di coltivazione.

La cosa migliore è mettere uno strato di ghiaia di circa 5-10 cm sul fondo, in modo da interrompere l’assorbimento di umidità per capillarità dal sottosuolo, coperto in seguito da una miscela di terra di campo (40%), sabbia ventilata (20%)e lapillo vulcanico (o simile) (40%).

Una volta preparata l’aiuola potrai piantare le tue geofite alle dovute profondità e, volendo, potrai anche mettere un ultimo strato di ghiaia fine come pacciamatura dalla quale poi spunteranno le parti aeree delle varie piante.

Ricordati di non mescolare piante a crescita estiva e piante a crescita invernale, altrimenti annaffiando quelle a crescita estiva causerai danno a quelle a crescita invernale che in estate hanno bisogno di siccità. Per il resto lascio alle tue preferenze la disposizione delle specie ma ti ricordo che una collezione ben cartellinata ha un notevole valore in più, soprattutto se si tratta di specie botaniche, cioè di piante naturali e non di ibridi creati dall’uomo. Sarebbe opportuno indicare il nome della specie, i dati di località (cioè da dove viene ogni preciso individuo) e magari anche l’anno di introduzione. Si può anche indicare un numero di accessione, cioè un numero a cui su un registro a parte corrispondano eventuali note aggiuntive su quegli specifici esemplari, come si fa o si dovrebbe fare negli orti botanici.

Sarà inoltre bene assicurare che ogni specie abbia uno spazio abbondante, sufficiente per la crescita futura e ben distanziato dalle altre in modo che tu possa lavorare agevolmente nell’aiuola ed evitando che piante diverse si intersechino. Soprattutto se si optasse per coltivare cloni diversi per ogni/alcune specie bisognerà prestare molta attenzione a non mescolarli poiché potrebbe diventare molto difficile distinguerli in seguito.

In special modo quando si tratta di specie rare, o anche semplicemente di accessioni rare, il tenerne diversi cloni e riprodurli sessualmente tra di loro garantisce il mantenimento di una certa biodiversità preziosa. 

 

La propagazione agamica

La propagazione agamica è ciò che ci consente di clonare le piante. Non fa uso della loro capacità di riprodursi sessualmente. Si tratta di prendere una parte di una pianta e di ottenerne un nuovo individuo completo e geneticamente identico alla pianta madre. Questo può essere ottenuto tramite diverse tecniche che ti mostrerò di seguito. Non tutti i metodi riescono con tutte le piante ed alcune specie restano moltiplicabili solo da seme. Alcune caudiciformi se propagate da talea non formano un nuovo caudice, pur vivendo benissimo.

La stagione migliore è verso la fine del periodo di riposo vegetativo per i metodi che contemplano un disturbo delle radici e all’inizio o durante la fase di crescita per i metodi che implicano l’utilizzo di parti verdi.

Talea di legno maturo

Parti di rami sottili vengono tagliate e inserite nel terreno con la parte basale verso il basso. Possono radicare, a seconda delle specie, dalla superficie del taglio, dai nodi o da qualsiasi parte interrata. Dalle gemme cresceranno poi nuovi rami. Ha il vantaggio di non marcire o seccare facilmente, ma la durezza del legno può anche impedire lo sviluppo delle radici. Più adatta all’inverno.

Talea di legno tenero o erbacea

Praticamente è la stessa tecnica sopra descritta ma effettuata utilizzando parti di rami non (ancora) lignificate. I tessuti teneri radicano facilmente, ma altrettanto facilmente posso seccare o marcire. Può essere facilitata dall’atmosfera umida e dal terreno non troppo fradicio. Per questo si può coprire con un sacchetto o con un contenitore trasparente. A questo scopo sono utili le parti superiori delle bottiglie di plastica poiché hanno il tappo apribile per arieggiare leggermente le talee. Questo tipo di propagazione è più raccomandabile in estate.

Talea di foglia

Consiste nell’inserire nel terreno il picciolo tagliato lasciando la lamina (o una parte della lamina) all’esterno. Alla base del picciolo si formerà il callo da cui si origineranno radici e fusti. Questo metodo funziona bene con molte specie del genere Begonia. Pare che se i piccioli vengono inseriti intorno al bordo, a contatto con le pareti del vaso, la radicazione sia facilitata, forse per la maggior quantità di aria che si ha in quella sottile intercapedine che si viene a formare quando il terriccio si ritira leggermente.

Tra le talee di foglia rientrano anche due altri tipi di procedimenti. Con uno di essi si procede ad appoggiare una foglia distesa sul terreno avendo cura di effettuare dei tagli trasversali in corrispondenza delle venature principali. Da queste venature tagliate avranno origine delle plantule radicate (funziona ad esempio con Begonia rex). Con l’altro la foglia viene tagliata in diverse parti separate andando poi ad interrare la parte basale di ogni pezzo. Da questa si formeranno diverse plantule da separare in seguito (funziona ad esempio in Sansevieria, Eucomis, Kalanchoe).

Inoltre le foglie di diverse Crassulaceae radicano dalla base se semplicemente appoggiate sul terreno. Da esse si formerà poi una nuova piantina.

In alcune specie si ha un fenomeno curioso: la foglia radica ma non produce nuove piante (per es.: Camellia, Hoya).

Distacco di bulbilli

Questi possono essere sotterranei o aerei e se staccati dalla pianta madre e ripiantati formeranno una nuova piantina.

Si chiamano “bulbilli” anche se botanicamente non sempre sono piccoli bulbi. Possono essere anche tuberi, cormi od altri organi di riserva ma il loro nome resta “bulbilli”.

Tra questi ci sono, ad esempio, i bulbilli laterali di molte specie di Hippeastrum, i bulbilli aerei che si formano sulle infiorescenze di alcuni agli, i bulbilli aerei di alcune dioscoree, i bulbilli che si formano sulla parte esposta dei bulbi di Ornithogalum longibracteatum e i bulbilli a margine dei tuberi degli ari.

Divisione

Consiste nella semplice divisione di grossi cespi. Si può effettuare tagliando i cespi con una lama o, se la ramificazione è piuttosto grossa e rada, spezzando i singoli fusti in diversi punti.

Sarà bene cercare di lasciare quanta più terra possibile attaccata alle radici in modo da causare poco stress da trapianto.

Micropropagazione

Non è proprio una tecnica “casalinga” ma ti racconto comunque come funziona.

Consiste nel prendere piccole parti di piante (pezzetti di circa 2 cm di radici, foglie, fusti con nodi, ecc.) sterilizzarle in una soluzione 1:4 di candeggina e metterle in contenitori trasparenti in un substrato nutritivo sterilizzato composto da acqua, agar, zucchero, fertilizzante ed alcuni ormoni e sostanze diverse. Qui radicheranno e produrranno piantine. Tutto deve essere svolto in ambiente asettico in una camera sterile o in un flusso di aria sterile con materiali e utensili sterilizzati. L’eventuale contaminazione comporta la crescita di muffe poiché il substrato è ottimo anche per loro e i piccoli pezzi di piante sono quasi privi di difese. Per queso è preferibile lavorare in un laboratorio con tutta la strumentazione necessaria e i materiali a portata di mano. Questo metodo consente di produrre piante prive di infezioni da virus, funghi e batteri.

Propaguli

Alcune specie producono naturalmente degli speciali organi di diffusione che altro non sono che piante in miniatura o tessuti indifferenziati da cui poi si svilupperanno nuove piantine. Questi sono spesso presenti sulle infiorescenze, si staccano e radicano dove cadono o dove vengono messi.

Hanno propaguli piante come Chlorophytum comosum, Titanotrichum oldhamii, Haworthia spp., Phalaenopsis spp., ecc.

Scaglie di bulbi

I bulbi sono gemme sotterranee. Sono costituiti da un fusto conico ad internodi brevissimi su cui sono inserite delle foglie che hanno perso la loro funzione fotosintetizzante e si sono specializzate diventando organi di riserva (scaglie dei bulbi). Quando queste scaglie sono facilmente staccabili possono spesso radicare e formare un callo di tessuto indifferenziato da cui poi si origineranno radici e nuovi bulbi che in seguito cresceranno e potranno essere separati.

I generi Fritillaria e Lilium hanno specie che si prestano a questo metodo. Altre specie posseggono scaglie che sono più o meno avvolgenti o addirittura circolari (cipolle) per cui risulta più difficile distaccarle dal bulbo, ma questo non significa che se ci si riesce il sistema non dia risultati. Magari se ne può prendere solo una parte tagliandola con una lama molto affilata.

Le scaglie andranno poi messe in terriccio leggermente umido, non pressato e ben aerato dove formeranno i nuovi bulbetti. Conviene metterle in sacchetti o in barattoli chiusi, così da avere un’umidità costante senza mai bisogno di riannaffiare.

Divisione di bulbi

Questa metodologia viene utilizzata con i bulbi che sono restii a produrre bulbilli laterali. Si possono tagliare in diversi modi ed essi produrranno nuovi piccoli bulbi in due posizioni: alla base delle scaglie tagliate ma lasciate unite (cioè dalla parte inferiore della parte superiore di un bulbo tagliato trasversalmente) e dalle gemme dormienti ma presenti sul fusto breve e conico che è al centro di ogni bulbo.

La gemma apicale di questo breve fusto conico (cioè la gemma che di fatto costituisce il bulbo stesso) ha dominanza apicale e produce auxina (un ormone) che impedisce alle altre gemme laterali sottostanti di svilupparsi. Se questa gemma apicale viene tolta si possono svegliare le gemme laterali che inizieranno a svilupparsi producendo diversi bulbetti sopra il vecchio bulbo madre. In pratica è come capitozzare un fusto costringendolo a produrre diversi rami.

Anche questa pratica può essere svolta in sacchetti o in barattoli chiusi come per le scaglie di bulbi. In seguito si separeranno i bulbetti ottenuti.

Divisione di tuberi

Questi possono essere divisi, lasciati a cicatrizzare il taglio e ripiantati. Bisogna che ogni pezzo abbia almeno una gemma. Questa è la tecnica che si usa per la moltiplicazione e la piantagione delle patate.

Probabilmente non tutti i tuberi sono adatti a questo metodo di propagazione. Mi chiedo cosa succederebbe se tagliassi a pezzi un tubero di una specie di Araceae con una sola gemma come Symplocarpus foetidus o Synandrospadix vermitoxicus. Dovrei fare un esperimento rischiando di sacrificare un tubero prezioso. È pur vero che alcune specie del genere Amorphophallus possono produrre un tubero da talea di foglia, quindi ipotizzo che dovrebbero produrre un tubero anche da un pezzo di tubero. Solo una prova può dimostrarlo.

Divisione di rizomi

I rizomi sono fusti più o meno orizzontali che fungono da organi di riserva. Possono essere semplicemente divisi e propagati, come succede con le specie del genere Iris (sensu strictu, quindi non Juno, Xiphion o generi bulbosi) o del genere Canna.

Talea di radice

In alcuni casi le radici tagliate a pezzi sono in grado di generare piante intere. Questo metodo si applica con successo a molte piante erbacee che abbiano radici spesse come Acanthus, Verbascum, Phlox, Echinops ed altri generi come Solanum, Aralia, Clerodendron, Catalpa e Syringa.

Margotta e propàggine

Entrambi questi metodi sfruttano la capacità dei rami di alcune specie di radicare, come succede nel caso della talea. In questo caso però il ramo non viene staccato completamente e viene fatto radicare mentre è ancora parzialmente attaccato alla pianta madre. Quando un segmento del ramo viene avvolto in un foglio di plastica (o altro) a formare una tasca chiusa alle due estremità e riempita di terriccio si chiama margotta. Quando invece il ramo viene abbassato fino a metterne un segmento curvo sotto la terra del suolo e lasciandone emerso il segmento apicale si parla di propàggine.

In entrambi i casi si provvede solitamente ad effettuare un taglio obliquo e parziale nel segmento interrato. Questo favorisce la formazione del callo e successivamente delle radici. Allo stesso tempo limita l’accrescimento dell’apice evitando l’appassimento delle parti tenere dopo il definitivo distacco. Quando si stimerà che le radici avventizie emesse siano sufficienti a garantire la vita autonoma alla piantina ottenuta si potrà infatti staccare del tutto il ramo ormai radicato e trapiantarlo altrove. In un primo tempo lo si lascerà all’ombra e lo si annaffierà parecchio per evitarne lo shock da trapianto.

Innesto

Questo è un caso un po’ al limite della propagazione agamica in quanto non si propaga una pianta nella sua interezza ma ci si limita ad “attaccarne” una parte, detta marza, a una pianta diversa detta portainnesto. In seguito si lascerà, solitamente, che solo la marza vada a formare la chioma. Le radici e parte del fusto fino al punto d’innesto avranno invece il patrimonio genetico del portainnesto.

Esistono diversi tipi di innesto, ma tutti sono basati sulla capacità delle piante, solitamente di specie legnose, di rimarginare ferite. Sotto la corteccia si trova il cambio, cioè il tessuto che verso l’esterno genera la corteccia e che verso l’interno genera il legno. Quando il cambio del portainnesto viene a contatto con quello della marza si saldano come a rimarginare un taglio. Da quel momento due parti di piante diverse continueranno ad essere differenti ma saranno saldate.

Si ricorre all’innesto, ad esempio, quando si innesta una varietà di frutticolo non moltiplicabile da seme (i suoi semi germinano ma la ricombinazione del DNA, se autogama, o l’incrocio con un altro individuo, se allogama, producono piante con caratteristiche diverse e non desiderate) su un portainnesto nato da seme. Del portainnesto ci basterà che abbia radici forti e adattabili, mentre della marza ci interesserà che produca quella specifica varietà di frutti.

Sono innestabili piante di varietà diverse ma della stessa specie, più raramente di specie diverse ma dello stesso genere ed ancora più raramente piante di generi diversi ma della stessa famiglia.

Sono innestabili solo le dicotiledoni, tranne pochissime eccezioni.

 

La produzione di semi

Le piante superiori si riproducono sessualmente attraverso i semi.

Questi vengono prodotti, solitamente, dopo l’impollinazione. Dico “solitamente” poiché i semi apomittici non vengono prodotti dallo sviluppo dell’ovulo fecondato, ma dallo sviluppo di cellule ad esso vicine e portanti il solo patrimonio genetico della pianta madre che, quindi, viene clonata.

L’impollinazione può avvenire con il polline della stessa pianta su cui si trova l’ovulo o con il polline di un altro individuo.

L’evoluzione ha spesso fatto in modo che, con diversi meccanismi, sia favorita l’impollinazione incrociata perché questa consente uno scambio genico mentre l’autoimpollinazione consente solo una ricombinazione dello stesso DNA.

L’impollinazione incrociata dà generalmente piante più forti, anche se alcune specie sono più resistenti all’indebolimento da autoimpollinazione. Ti faccio un esempio con due piante alimentari: lo zucchino, che può essere autoimpollinato senza che si indebolisca granché, e il mais, che invece ha bisogno di essere coltivato in grandi quantità di individui che si scambino vicendevolmente il polline.

Anche in coltivazione è consigliabile provvedere all’impollinazione incrociata ogni qual volta sia possibile. In alcuni casi sarà addirittura necessario: quando si hanno specie dioiche (ogni individuo è o maschile o femminile) e quando si hanno specie autosterili (nonostante che ogni individuo porti sia polline che ovuli questi maturano in tempi diversi oppure ogni individuo non permette al proprio polline di sviluppare il tubulo pollinico sui propri stigmi o comunque con diversi meccanismi impedisce l’autoimpollinazione).

Mi piace raccontarti, a questo punto, ciò che fa Hibiscus coccineus. I fiori di questa specie restano per alcuni giorni con i lobi dello stigma protesi verso l’esterno per farsi impollinare con polline che possa facilmente provenire da altri individui. Solo se non impollinato, come ultima spiaggia, prima di appassire il fiore rivolta i lobi dello stigma all’indietro fino a farli toccare sulle antere ed autoimpollinarsi.

Se coltivi piante i cui agenti impollinatori siano assenti nella tua zona dovrai provvedere all’impollinazione manuale, dovrai quindi semplicemente mettere del polline sullo stigma. Puoi stappare un’antera e strusciarla sullo stigma, puoi avvicinare due fiori fino a far in modo che il polline resti attaccato allo stigma, puoi impolverarti un dito con il polline e strusciarlo poi sullo stigma, ecc. Se usi un pennellino ricordati di lavarlo con alcool prima di usarlo su un’altra specie che potrebbe involontariamente ibridarsi con quella precedente (magari due specie diverse ma dello stesso genere).

Puoi anche ricorrere all’impollinazione manuale per assicurarti una buona e sicura fecondazione, ma ricordati che l’impollinazione manuale non esclude che poi avvenga anche un’impollinazione naturale con polline indesiderato, magari di una specie simile ma diversa. Per evitare ibridi non voluti e/o casuali io metto i bocci dei fiori dentro un sacchettino di rete finissima, attendo che si aprano lì dentro, li impollino manualmente e li richiudo lasciandoli poi nel sacchettino fino ad appassire. In questo modo sono sicuro di averli impollinati solo con il polline della stessa specie o comunque solo con il polline desiderato. Nessun insetto sarà intervenuto nell’impollinazione apportando ulteriore polline. A questo punto basterà attendere lo sviluppo del frutto e la maturazione dei semi.

A differenza di quanto avviene nelle collezioni, in natura è invece difficile che due specie si incrocino ed eventuali semi raccolti in habitat possono essere considerati puri con poche possibilità d’errore. Anzi sarà bene conservare i dati della località di raccolta insieme alle piante che ne deriveranno: costituirà un valore in più e saranno utilizzabili per un’eventuale reintroduzione o per altri lavori scientifici.

Una volta raccolti e ben asciutti i semi andranno conservati in bustine di carta. In caso di lunga conservazione si possono mettere in barattoli ermetici e preservati poi in un surgelatore per diversi anni o decenni.

 

Tecniche di semina

Inizio dicendoti che quanto scriverò qui di seguito non potrà essere sempre assolutamente certo poiché il processo della germinazione è delicato e legato a molteplici fattori, magari ancora sconosciuti alla scienza e spesso diversi da una specie all’altra. Chi semina continuerà quindi ad avere delle “sorprese” positive e negative e potrà sempre sviluppare metodi di semina migliori o comunque alternativi.

Lo scopo di questo articolo è quello di farti conoscere le tecniche di base e di insegnarti a modificarle individuando i fattori da considerare per ogni singola semina in modo da riuscire a sviluppare un metodo adatto a ciò che, di volta in volta, intenderai seminare.

I semi

È essenziale, ovviamente, che i semi siano vitali. La vitalità può mancare per varie cause (maturazione imperfetta, esposizione a temperature e livelli di umidità insopportabili, errati trattamenti chimici, parassiti, ecc.) ma spesso si hanno semi morti semplicemente perché troppo vecchi. La vitalità varia moltissimo a seconda delle condizioni ecologiche dell’areale naturale delle varie specie.

Tra i molti esempi possibili ti posso ricordare che i semi delle piante delle foreste equatoriali durano solo alcuni giorni poiché il loro ambiente naturale è continuamente adatto alla germinazione mentre quelli delle zone aride devono durare mesi od anni per aspettare le piogge e quelli delle zone fredde devono attendere in dormienza fino al termine dell’inverno prima di poter nascere avendo innanzi tutta la stagione calda per svilupparsi e rafforzarsi.

Inoltre esistono taxa che, quasi indipendentemente dagli areali naturali, tendono ad avere generalmente una diversa durata della germinabilità. Infatti, ad esempio, i semi delle leguminose durano mediamente molto più a lungo di tanti altri.

La vitalità può essere generalmente prolungata artificialmente diminuendo la temperatura senza che per questo aumenti 1’umidità relativa dei locali in cui sono conservati i semi. Per questo le banche dei semi sono delle celle frigorifere dotate di impianto di deumidificazione. Se il livello di umidità resta adatto, la durata dei semi raddoppia approssimativamente ogni 5°C in meno.

I contenitori

Questi devono essere sufficientemente spaziosi per ospitare almeno per un anno la quantità di piantine che ritieni possa derivare dalla semina. Dovrai considerare anche lo spazio necessario allo sviluppo corretto, verticale ed orizzontale, dell’apparato radicale in modo da rendere agevole il trapianto ed evitare traumi dovuti a mancanza d’acqua e nutrimento alle piante in concorrenza tra loro.

Ti consiglio che siano in materiale impermeabile ed isolante per evitare che asciughino troppo rapidamente e che risentano di temperature estreme.

II loro drenaggio deve essere quasi sempre ottimo. Se riciclati, devono essere privi di eventuali residui di parassiti.

Ogni contenitore deve ospitare un’unica specie, deve essere etichettato con cura e non posto vicino a specie simili per evitare che pioggia, vento, animali, ecc. scambino qualche seme senza che sia poi subito riconoscibile la pianta nata fuori posto.

I terricci

Il substrato di coltivazione rappresenta una delle maggiori cause di successo o di insuccesso nel crescere le piante ed è anche, giustamente, uno dei più frequenti argomenti dei quesiti che mi vengono posti.

Le piante in vaso che sono prodotte su grande scala hanno spesso un unico substrato di torba quasi pura; sia che si tratti di specie di foresta pluviale, di succulente, di bulbi mediterranei o di piante alpine. Questo substrato risulta leggero, pratico ed economico ma spesso, prima o poi, si rivela una minaccia per ciò che vi viene coltivato per un lungo periodo.

La torba può, in alcuni casi, essere un ottimo ingrediente ma non è generalmente consigliabile usarla in alte percentuali o addirittura pura poiché è poverissima di nutrienti, trattiene troppa umidità e se poi riesce comunque ad asciugare si compatta eccessivamente fino a diventare impermeabile.

L’ideale è un terriccio simile a quello che le varie piante hanno in natura e che di solito potrai ottenere miscelando vari ingredienti in percentuali diverse a seconda delle specie che si intende coltivare.

Molte piante sono, entro certi limiti, adattabili ed è quindi possibile formulare dei terricci base ognuno dei quali possa soddisfare le esigenze di varie specie con requisiti simili.

Potrai poi modificare leggermente questi terricci in base agli ingredienti che riuscirai a procurarti o per adattarli a piante dalle particolari necessità.

Vediamo alcuni ingredienti che possono essere utili per preparare diversi tipi di terriccio:

1-Terriccio di foglie, scarti vegetali tritati e decomposti e un po’ di torba (attenzione: molti terricci “universali” hanno troppa torba. La percentuale ideale di torba è di circa il 25-50%);

2-Materiale drenante e poroso (ottimo il lapillo vulcanico, oppure la sepiolite, cioè la lettiera per gatti, o altri materiali simili.) Diametro dei granelli assortito da 2 a 5 mm): rende il terriccio più aerato, meno compattabile, più drenato e ad umidità meno variabile. Potrai usare anche la pomice, leggerissima, ma tieni presente che questa ha le “bollicine” chiuse e quindi non assorbe e non cede poi alcuna umidità;

3-Sabbia (evitare che contenga granelli finissimi come polvere e granelli troppo grossi come sassolini. L’ideale sono i granelli di 0,2-0,5 mm di diametro. Ottima quella di quarzo, gialla, poiché non si compatta e non fa crosta in superficie. Mai usare quella di spiaggia marina perché è salata! Puoi trovarla facilmente presso i rivenditori di materiali per l’edilizia come “sabbia ventilata”.): rende il terriccio più drenato e povero;

4-Sabbia di marmo: rende il terriccio più calcareo;

5-Corteccia tritata di conifera (pezzatura di varie dimensioni a seconda dell’utilizzo): rende il terriccio più acido, ma anche più leggero ed essiccabile. Inoltre dopo un anno inizia a rilasciare sostanze tossiche e sarà meglio se deciderai di rinnovarla;

6-Terra argillosa di campo: rende il terriccio più pesante, meno drenato, più compatto e asfittico (in pratica serve solo per alcune piante palustri che hanno la germinazione basata sulla fermentazione in ambiente con scarsità di ossigeno).

Spesso si consiglia la sterilizzazione del terriccio. Questa è però praticamente inutile per le muffe le cui spore sono ovunque e ricadono immediatamente anche sul terriccio appena sterilizzato. Le muffe devono essere combattute evitando che si verifichino le condizioni per il loro sviluppo, cioè dando alle piante ventilazione e luce solare nelle giuste quantità.

I1 terriccio deve invece essere sterile per quanto riguarda la presenza di parassiti animali o di semi di infestanti.

Ti elenco qui di seguito alcune composizioni di terricci base adatti, ognuno, a un gruppo di piante (le percentuali dei vari ingredienti si riferiscono al volume e sono puramente indicative; potrai poi modificare e integrare ogni terriccio a seconda delle necessità):

Terriccio numero 1 (per piante di medie esigenze di drenaggio, di umidità e di nutrimento):

85% terriccio di foglie, scarti vegetali tritati e decomposti e un po’ di torba

15% materiale drenante e poroso

Terriccio numero 2 (per succulente, bulbose di zone aride e xerofite in genere):

30% terriccio di foglie, scarti vegetali tritati e decomposti e un po’ di torba

50% materiale drenante e poroso

20% sabbia

Terriccio numero 3 (per acidofile di medie esigenze di drenaggio, di umidità e di nutrimento):

40% terriccio di foglie, scarti vegetali tritati e decomposti e un po’ di torba

40% torba acida di sfagno (necessaria solo per acidofile e carnivore)

20% materiale drenante e poroso

Eventualmente quando poi le plantule saranno abbastanza grandi pacciamare in superficie tra le plantule stesse con corteccia di conifera tritata.

Terriccio numero 4 (per piante calciofile di medie esigenze di drenaggio, di umidità e di nutrimento):

70% terriccio di foglie, scarti vegetali tritati e decomposti e un po’ di torba

10% sabbia di marmo

20% materiale drenante e poroso

Terriccio numero 5 (per piante acquatiche e palustri):

40% terra argillosa di campo

10% sabbia (in caso di semine sommerse va inoltre messo uno strato di sabbia pura in superficie per evitare che altre parti di terriccio vengano a galla)

50% terriccio di foglie, scarti vegetali tritati e decomposti e un po’ di torba

Terriccio numero 6 (per epifite):

55% corteccia tritata di conifera in pezzi di varie dimensioni

35% terriccio di foglie, scarti vegetali tritati e decomposti e un po’ di torba

10% materiale drenante e poroso

Tenere il terriccio ben aerato, sciolto e non pressato, in vasi o cestini. Eventualmente aggiungere un po’ di carbone di legna tritato.

Altri terricci speciali restano comunque necessari per alcuni casi particolari; ad esempio per le piante carnivore che crescono in torba pura o sullo sfagno vivo, per le Proteaceae che non tollerano il fosforo nel terreno o per pochissimi altri tipi di piante.

Per ogni specie lo stesso terriccio va generalmente bene sia per la semina che per la successiva coltivazione. Per la semina di semi fini è però consigliabile togliere dall’ultimo strato del terriccio eventuali particelle troppo grosse, in modo da rendere più uniforme la superficie e facilitare il germogliamento e la penetrazione della radichetta nel substrato.

L’acqua 

La migliore è senz’altro 1’acqua piovana (pH 5,6) caduta direttamente sulle semine e che percola lentamente attraverso il terriccio. Alcuni semi germinano subito dopo una pioggia mentre restano invece dormienti anche dopo mesi di annaffiature artificiali. Eccellente è anche 1’acqua piovana raccolta in cisterne. Va comunque generalmente bene 1’acqua presa dalla falda sotterranea o da corsi d’acqua non inquinati, meglio se leggermente acida, mentre è sconsigliabile I’uso di acqua clorata degli acquedotti per uso civile.

Le strutture

Queste dipendono ovviamente da cosa si coltiva. Un ombrario sarà necessario per molte specie poiché da giovani molte piante non tollerano la luce solare diretta dei mesi più luminosi. Potrai costruirlo utilizzando del telo ombreggiante montato su dei telai, sugli archi delle serre o, se piccolo, semplicemente fissato a quattro pali. Il telo proteggerà le semine anche da acquazzoni e grandinate ma dovrai evitare di posizionare le semine sotto i punti da cui il telo stesso gocciola eccessivamente quando è fradicio (avvallamenti, cuciture, irregolarità, ecc.) altrimenti lo stillicidio insistente provoca buche nel terreno di semina.  

Ti sconsiglio 1’utilizzo dell’ombra di alberi in sostituzione dell’ombrario poiché durante le piogge 1’acqua percolata dal fogliame e da esso arricchita inibisce la germinazione per cause osmotiche (come succede con i terreni troppo ricchi di sali) o per cause ormonali (dovute alla presenza di acido abscissico, nelle foglie mature da cui cola 1’acqua, che è un ormone che inibisce la germinazione).

Una serra ti sarà di aiuto per anticipare le semine primaverili e per facilitare le semine autunnali che non devono essere vernalizzate all’aperto. Sarà inoltre necessaria per le semine non estive di specie tropicali. Alcune specie, però, non germinano in serra a causa della temperatura eccessiva e/o per la mancanza di una adeguata escursione termica giornaliera, vedi bulbose sudafricane a crescita invernale e a semina autunnale.

Potrai usare un germinatoio in mancanza di una serra o per avere un ambiente ancora più caldo. Alcuni semi per essere indotti a germinare rapidamente possono essere esposti a temperature di circa 40°C in substrato umido e, anche in questi casi, il germinatoio può essere utile. Potrai usarlo anche quando vieni in possesso, nella stagione fredda, di semi tropicali di breve durata che devono essere seminati immediatamente ma al caldo.

Puoi costruirlo inserendo in una scatola una resistenza elettrica (anche una lampadina) e collegandola ad un termostato. I modelli migliori però hanno sul fondo dei fili riscaldati che portano il terreno e 1’aria soprastante ad una temperatura alta ed uniforme, sono dotati pure di lampade a luce fotosintetizzabile ed in essi temperatura, fotoperiodo ed intensità della luce sono programmabili nell’arco delle 24 ore.

L’impianto di irrigazione sarà grande o piccolo a seconda delle necessità ma 1’importante è che 1’acqua giunga sulle semine a pioggia o nebulizzata e senza scrosci che smuovano il terreno. Per i semi molto fini è utile che i contenitori siano bagnati dal basso per immersione ed allora, se sono molti e non possono essere spostati in vasche d’acqua, ti consiglio di costruire un bancale allagabile/svuotabile in cui collocare le semine.

I prodotti chimici

Alcuni semi vengono trattati con acidi per essere scarificati o con solventi organici per rimuovere uno strato grasso o ceroso che li avvolge impedendo 1’imbibizione.

Altri trattamenti possono essere fatti con ormoni (gibberelline e/o citochinine) per interrompere la dormienza e avviare la divisione cellulare.

Per queste operazioni è indispensabile una certa esperienza ed una particolare attenzione nei dosaggi per cui ti consiglio di ricorrerci solo nei pochi casi di vera necessità.

Un altro prodotto consigliabile e molto più semplice da usare è 1’insetticida-lumachicida alla metaldeide, da spargere anche solamente intorno ai contenitori (3-4 granelli ogni dm² sono sufficienti).

I semi possono essere trattati anche con fungicidi ed insetticidi per una migliore conservazione prima della semina. Dopo la semina è però meglio attendere che le plantule siano già ben sviluppate, prima di applicarne ancora poiché a volte sono troppo tossici per i tessuti giovani e teneri.

Le dormienze

Le dormienze sono tutti quei fenomeni di ritardato germogliamento che portano un seme a sviluppare la plantula solo dopo un certo periodo più o meno lungo.

Consideriamone alcuni esempi tra i più diffusi cercando di capire l’utilità in natura di tali dormienze e consigliando una tecnica di semina per ognuno di essi.

Dormienza meccanica

La troviamo nei semi delle leguminose e in altre specie a tegumento esterno molto duro ed impermeabile. È necessario che, per azione microbica o meccanica, questo tegumento si intacchi permettendo all’acqua di entrare e alla plantula di iniziare a svilupparsi. Attendere che ciò si verifichi naturalmente significa aspettare anche alcuni anni. Per ridurre questi tempi a poche settimane è possibile intaccare artificialmente il seme con carta vetrata, lame, forbici, ecc. Tale intaccatura deve scoprire (al massimo) l’endosperma (cioè la parte interna del seme) ma non ferirlo perché ciò aumenterebbe di molto il rischio di marciumi. Un altro metodo consiste nel lasciare i semi in acqua a temperature massime di 40 – 50°C per un giorno o due, ad esempio mettendo i semi in un bicchiere d’acqua lasciato al sole. È anche possibile versare acqua quasi bollente (85°C) sui semi e lasciandoceli per un giorno o due, anche se dopo poco l’acqua sarà a temperatura ambiente. Questi trattamenti termici ammorbidiscono il tegumento e possono anche essere combinati con la scarificazione (intaccatura). Questo tipo di dormienza serve a permettere che i semi abbiano tempo per essere dispersi da animali o da altri fattori naturali. La resistenza del tegumento serve anche a permettere di germinare dopo che siano passati attraverso l’apparato digerente di un animale. Proprio per imitare il passaggio attraverso l’apparato digerente potrai anche immergere i semi in acido solforico per circa 20 minuti. (Fai attenzione perché è un forte corrosivo. Alla fine versa l’acido in acqua e non l’acqua nell’acido, altrimenti può schizzare pericolosamente per reazione). Ho usato l’acido solforico (un disgorgante idraulico) con dei “semi” di Zamia e posso dirti che il successo è stato buono.

Dormienza semplice

È presente in quei semi che germinano solo dopo l’esposizione a basse temperature per alcune settimane o per alcuni mesi. Per una buona germinazione è spesso meglio che le temperature, pur mantenendosi piuttosto basse, siano anche oscillanti. Per questo tipo di dormienza potrai ricorrere a semine autunnali che germoglieranno nella successiva primavera. In altre stagioni dovrai optare per la stratificazione in sabbia umida in frigorifero (almeno 1-2 mesi) e successiva semina in luogo caldo o tiepido con risultati immediati.

Potrai seminare questi semi all’aperto in qualsiasi stagione ma germoglieranno solo nella successiva primavera. A volte possono passare anche più inverni prima che inizino a farsi vedere le prime plantule oppure, nella stessa semina, alcuni semi possono germogliare subito ed altri dopo anni.

Questa dormienza riguarda moltissime specie di climi temperati e freddi e serve a permettere che le piante nascano solo in primavera, quando hanno davanti molti mesi caldi per crescere e rinforzarsi prima dell’inverno.

Dormienza per immaturità embrionale

Questa è quel tipo di dormienza che troviamo in alcuni semi che, solitamente, devono attendere alcune settimane a temperature medio-alte prima di germinare. Viene riscontrata, ad esempio, in molte specie dei climi mediterranei che attendono la fine della siccità per germogliare in autunno e crescere in inverno. L’embrione contenuto nei semi non è ancora sviluppato quando questi vengono dispersi dalla pianta madre e si accresce lentamente durante i mesi caldi. Potrai effettuare le semine di queste specie in qualsiasi momento dell’anno. Il processo di germinazione inizierà, come sempre, appena i semi assorbono acqua, ma il germogliamento avverrà solo nell’autunno successivo.

Alcune volte, se l’embrione non ha avuto tempo sufficiente per svilupparsi, il germogliamento può essere rimandato di un ulteriore anno.

Dormienza doppia

Già il nome fa paura! Dirai: “E chi li sveglia questi semi!?”. A parte gli scherzi; niente di preoccupante. Ti basterà aspettare e sapere che, laggiù nella terra, i semi stanno facendo il loro lavoro.

Troviamo questa dormienza quando i semi necessitano di un periodo caldo per far sviluppare l’embrione e, successivamente, devono attendere la fine di un periodo freddo per germogliare in primavera, quando cioè le piantine avranno tutta l’estate per crescere e rafforzarsi prima di affrontare l’inverno seguente.

Questo tipo di dormienza è tipico, ad esempio, delle Araliaceae, delle Lardizabalaceae e del genere Lilium.

Alcune volte il processo di germinazione necessita di vari cicli caldo/freddo e il germogliamento finale può avvenire “miracolosamente” anche dopo cinque o sette anni.

Dormienza chimica

Abbiamo questo tipo di dormienza quando i semi rallentano la germinazione a causa di inibitori chimici contenuti al loro interno (acido abscissico).

Questi vengono rimossi dalle piogge e, in misura inferiore, dalle annaffiature artificiali.

Spesso quindi assistiamo ad improvvisi germogliamenti dopo una pioggia su una semina fatta anche molti mesi prima.

Questo tipo di dormienza serve a permettere che i semi abbiano tempo per essere dispersi da animali o da altri fattori naturali. In alcuni casi gli inibitori sono rimossi anche dai succhi gastrici di animali che abbiano ingerito i semi interi e che poi provvedono alla dispersione.

Considerando l’esistenza delle dormienze posso quindi darti un semplicissimo consiglio:

“Se i semi non sono proprio marciti non bisogna mai buttare una semina. Neanche dopo un anno. Finché non otterrai la germinazione (o sarai sicuro della morte dei semi) continua a dare alla semina le condizioni (temperatura, umidità e regime delle annaffiature) che la specie avrebbe nel suo ambiente naturale.”