La propagazione agamica

La propagazione agamica è ciò che ci consente di clonare le piante. Non fa uso della loro capacità di riprodursi sessualmente. Si tratta di prendere una parte di una pianta e di ottenerne un nuovo individuo completo e geneticamente identico alla pianta madre. Questo può essere ottenuto tramite diverse tecniche che ti mostrerò di seguito. Non tutti i metodi riescono con tutte le piante ed alcune specie restano moltiplicabili solo da seme. Alcune caudiciformi se propagate da talea non formano un nuovo caudice, pur vivendo benissimo.

La stagione migliore è verso la fine del periodo di riposo vegetativo per i metodi che contemplano un disturbo delle radici e all’inizio o durante la fase di crescita per i metodi che implicano l’utilizzo di parti verdi.

Talea di legno maturo

Parti di rami sottili vengono tagliate e inserite nel terreno con la parte basale verso il basso. Possono radicare, a seconda delle specie, dalla superficie del taglio, dai nodi o da qualsiasi parte interrata. Dalle gemme cresceranno poi nuovi rami. Ha il vantaggio di non marcire o seccare facilmente, ma la durezza del legno può anche impedire lo sviluppo delle radici. Più adatta all’inverno.

Talea di legno tenero o erbacea

Praticamente è la stessa tecnica sopra descritta ma effettuata utilizzando parti di rami non (ancora) lignificate. I tessuti teneri radicano facilmente, ma altrettanto facilmente posso seccare o marcire. Può essere facilitata dall’atmosfera umida e dal terreno non troppo fradicio. Per questo si può coprire con un sacchetto o con un contenitore trasparente. A questo scopo sono utili le parti superiori delle bottiglie di plastica poiché hanno il tappo apribile per arieggiare leggermente le talee. Questo tipo di propagazione è più raccomandabile in estate.

Talea di foglia

Consiste nell’inserire nel terreno il picciolo tagliato lasciando la lamina (o una parte della lamina) all’esterno. Alla base del picciolo si formerà il callo da cui si origineranno radici e fusti. Questo metodo funziona bene con molte specie del genere Begonia. Pare che se i piccioli vengono inseriti intorno al bordo, a contatto con le pareti del vaso, la radicazione sia facilitata, forse per la maggior quantità di aria che si ha in quella sottile intercapedine che si viene a formare quando il terriccio si ritira leggermente.

Tra le talee di foglia rientrano anche due altri tipi di procedimenti. Con uno di essi si procede ad appoggiare una foglia distesa sul terreno avendo cura di effettuare dei tagli trasversali in corrispondenza delle venature principali. Da queste venature tagliate avranno origine delle plantule radicate (funziona ad esempio con Begonia rex). Con l’altro la foglia viene tagliata in diverse parti separate andando poi ad interrare la parte basale di ogni pezzo. Da questa si formeranno diverse plantule da separare in seguito (funziona ad esempio in Sansevieria, Eucomis, Kalanchoe).

Inoltre le foglie di diverse Crassulaceae radicano dalla base se semplicemente appoggiate sul terreno. Da esse si formerà poi una nuova piantina.

In alcune specie si ha un fenomeno curioso: la foglia radica ma non produce nuove piante (per es.: Camellia, Hoya).

Distacco di bulbilli

Questi possono essere sotterranei o aerei e se staccati dalla pianta madre e ripiantati formeranno una nuova piantina.

Si chiamano “bulbilli” anche se botanicamente non sempre sono piccoli bulbi. Possono essere anche tuberi, cormi od altri organi di riserva ma il loro nome resta “bulbilli”.

Tra questi ci sono, ad esempio, i bulbilli laterali di molte specie di Hippeastrum, i bulbilli aerei che si formano sulle infiorescenze di alcuni agli, i bulbilli aerei di alcune dioscoree, i bulbilli che si formano sulla parte esposta dei bulbi di Ornithogalum longibracteatum e i bulbilli a margine dei tuberi degli ari.

Divisione

Consiste nella semplice divisione di grossi cespi. Si può effettuare tagliando i cespi con una lama o, se la ramificazione è piuttosto grossa e rada, spezzando i singoli fusti in diversi punti.

Sarà bene cercare di lasciare quanta più terra possibile attaccata alle radici in modo da causare poco stress da trapianto.

Micropropagazione

Non è proprio una tecnica “casalinga” ma ti racconto comunque come funziona.

Consiste nel prendere piccole parti di piante (pezzetti di circa 2 cm di radici, foglie, fusti con nodi, ecc.) sterilizzarle in una soluzione 1:4 di candeggina e metterle in contenitori trasparenti in un substrato nutritivo sterilizzato composto da acqua, agar, zucchero, fertilizzante ed alcuni ormoni e sostanze diverse. Qui radicheranno e produrranno piantine. Tutto deve essere svolto in ambiente asettico in una camera sterile o in un flusso di aria sterile con materiali e utensili sterilizzati. L’eventuale contaminazione comporta la crescita di muffe poiché il substrato è ottimo anche per loro e i piccoli pezzi di piante sono quasi privi di difese. Per queso è preferibile lavorare in un laboratorio con tutta la strumentazione necessaria e i materiali a portata di mano. Questo metodo consente di produrre piante prive di infezioni da virus, funghi e batteri.

Propaguli

Alcune specie producono naturalmente degli speciali organi di diffusione che altro non sono che piante in miniatura o tessuti indifferenziati da cui poi si svilupperanno nuove piantine. Questi sono spesso presenti sulle infiorescenze, si staccano e radicano dove cadono o dove vengono messi.

Hanno propaguli piante come Chlorophytum comosum, Titanotrichum oldhamii, Haworthia spp., Phalaenopsis spp., ecc.

Scaglie di bulbi

I bulbi sono gemme sotterranee. Sono costituiti da un fusto conico ad internodi brevissimi su cui sono inserite delle foglie che hanno perso la loro funzione fotosintetizzante e si sono specializzate diventando organi di riserva (scaglie dei bulbi). Quando queste scaglie sono facilmente staccabili possono spesso radicare e formare un callo di tessuto indifferenziato da cui poi si origineranno radici e nuovi bulbi che in seguito cresceranno e potranno essere separati.

I generi Fritillaria e Lilium hanno specie che si prestano a questo metodo. Altre specie posseggono scaglie che sono più o meno avvolgenti o addirittura circolari (cipolle) per cui risulta più difficile distaccarle dal bulbo, ma questo non significa che se ci si riesce il sistema non dia risultati. Magari se ne può prendere solo una parte tagliandola con una lama molto affilata.

Le scaglie andranno poi messe in terriccio leggermente umido, non pressato e ben aerato dove formeranno i nuovi bulbetti. Conviene metterle in sacchetti o in barattoli chiusi, così da avere un’umidità costante senza mai bisogno di riannaffiare.

Divisione di bulbi

Questa metodologia viene utilizzata con i bulbi che sono restii a produrre bulbilli laterali. Si possono tagliare in diversi modi ed essi produrranno nuovi piccoli bulbi in due posizioni: alla base delle scaglie tagliate ma lasciate unite (cioè dalla parte inferiore della parte superiore di un bulbo tagliato trasversalmente) e dalle gemme dormienti ma presenti sul fusto breve e conico che è al centro di ogni bulbo.

La gemma apicale di questo breve fusto conico (cioè la gemma che di fatto costituisce il bulbo stesso) ha dominanza apicale e produce auxina (un ormone) che impedisce alle altre gemme laterali sottostanti di svilupparsi. Se questa gemma apicale viene tolta si possono svegliare le gemme laterali che inizieranno a svilupparsi producendo diversi bulbetti sopra il vecchio bulbo madre. In pratica è come capitozzare un fusto costringendolo a produrre diversi rami.

Anche questa pratica può essere svolta in sacchetti o in barattoli chiusi come per le scaglie di bulbi. In seguito si separeranno i bulbetti ottenuti.

Divisione di tuberi

Questi possono essere divisi, lasciati a cicatrizzare il taglio e ripiantati. Bisogna che ogni pezzo abbia almeno una gemma. Questa è la tecnica che si usa per la moltiplicazione e la piantagione delle patate.

Probabilmente non tutti i tuberi sono adatti a questo metodo di propagazione. Mi chiedo cosa succederebbe se tagliassi a pezzi un tubero di una specie di Araceae con una sola gemma come Symplocarpus foetidus o Synandrospadix vermitoxicus. Dovrei fare un esperimento rischiando di sacrificare un tubero prezioso. È pur vero che alcune specie del genere Amorphophallus possono produrre un tubero da talea di foglia, quindi ipotizzo che dovrebbero produrre un tubero anche da un pezzo di tubero. Solo una prova può dimostrarlo.

Divisione di rizomi

I rizomi sono fusti più o meno orizzontali che fungono da organi di riserva. Possono essere semplicemente divisi e propagati, come succede con le specie del genere Iris (sensu strictu, quindi non Juno, Xiphion o generi bulbosi) o del genere Canna.

Talea di radice

In alcuni casi le radici tagliate a pezzi sono in grado di generare piante intere. Questo metodo si applica con successo a molte piante erbacee che abbiano radici spesse come Acanthus, Verbascum, Phlox, Echinops ed altri generi come Solanum, Aralia, Clerodendron, Catalpa e Syringa.

Margotta e propàggine

Entrambi questi metodi sfruttano la capacità dei rami di alcune specie di radicare, come succede nel caso della talea. In questo caso però il ramo non viene staccato completamente e viene fatto radicare mentre è ancora parzialmente attaccato alla pianta madre. Quando un segmento del ramo viene avvolto in un foglio di plastica (o altro) a formare una tasca chiusa alle due estremità e riempita di terriccio si chiama margotta. Quando invece il ramo viene abbassato fino a metterne un segmento curvo sotto la terra del suolo e lasciandone emerso il segmento apicale si parla di propàggine.

In entrambi i casi si provvede solitamente ad effettuare un taglio obliquo e parziale nel segmento interrato. Questo favorisce la formazione del callo e successivamente delle radici. Allo stesso tempo limita l’accrescimento dell’apice evitando l’appassimento delle parti tenere dopo il definitivo distacco. Quando si stimerà che le radici avventizie emesse siano sufficienti a garantire la vita autonoma alla piantina ottenuta si potrà infatti staccare del tutto il ramo ormai radicato e trapiantarlo altrove. In un primo tempo lo si lascerà all’ombra e lo si annaffierà parecchio per evitarne lo shock da trapianto.

Innesto

Questo è un caso un po’ al limite della propagazione agamica in quanto non si propaga una pianta nella sua interezza ma ci si limita ad “attaccarne” una parte, detta marza, a una pianta diversa detta portainnesto. In seguito si lascerà, solitamente, che solo la marza vada a formare la chioma. Le radici e parte del fusto fino al punto d’innesto avranno invece il patrimonio genetico del portainnesto.

Esistono diversi tipi di innesto, ma tutti sono basati sulla capacità delle piante, solitamente di specie legnose, di rimarginare ferite. Sotto la corteccia si trova il cambio, cioè il tessuto che verso l’esterno genera la corteccia e che verso l’interno genera il legno. Quando il cambio del portainnesto viene a contatto con quello della marza si saldano come a rimarginare un taglio. Da quel momento due parti di piante diverse continueranno ad essere differenti ma saranno saldate.

Si ricorre all’innesto, ad esempio, quando si innesta una varietà di frutticolo non moltiplicabile da seme (i suoi semi germinano ma la ricombinazione del DNA, se autogama, o l’incrocio con un altro individuo, se allogama, producono piante con caratteristiche diverse e non desiderate) su un portainnesto nato da seme. Del portainnesto ci basterà che abbia radici forti e adattabili, mentre della marza ci interesserà che produca quella specifica varietà di frutti.

Sono innestabili piante di varietà diverse ma della stessa specie, più raramente di specie diverse ma dello stesso genere ed ancora più raramente piante di generi diversi ma della stessa famiglia.

Sono innestabili solo le dicotiledoni, tranne pochissime eccezioni.

 

La produzione di semi

Le piante superiori si riproducono sessualmente attraverso i semi.

Questi vengono prodotti, solitamente, dopo l’impollinazione. Dico “solitamente” poiché i semi apomittici non vengono prodotti dallo sviluppo dell’ovulo fecondato, ma dallo sviluppo di cellule ad esso vicine e portanti il solo patrimonio genetico della pianta madre che, quindi, viene clonata.

L’impollinazione può avvenire con il polline della stessa pianta su cui si trova l’ovulo o con il polline di un altro individuo.

L’evoluzione ha spesso fatto in modo che, con diversi meccanismi, sia favorita l’impollinazione incrociata perché questa consente uno scambio genico mentre l’autoimpollinazione consente solo una ricombinazione dello stesso DNA.

L’impollinazione incrociata dà generalmente piante più forti, anche se alcune specie sono più resistenti all’indebolimento da autoimpollinazione. Ti faccio un esempio con due piante alimentari: lo zucchino, che può essere autoimpollinato senza che si indebolisca granché, e il mais, che invece ha bisogno di essere coltivato in grandi quantità di individui che si scambino vicendevolmente il polline.

Anche in coltivazione è consigliabile provvedere all’impollinazione incrociata ogni qual volta sia possibile. In alcuni casi sarà addirittura necessario: quando si hanno specie dioiche (ogni individuo è o maschile o femminile) e quando si hanno specie autosterili (nonostante che ogni individuo porti sia polline che ovuli questi maturano in tempi diversi oppure ogni individuo non permette al proprio polline di sviluppare il tubulo pollinico sui propri stigmi o comunque con diversi meccanismi impedisce l’autoimpollinazione).

Mi piace raccontarti, a questo punto, ciò che fa Hibiscus coccineus. I fiori di questa specie restano per alcuni giorni con i lobi dello stigma protesi verso l’esterno per farsi impollinare con polline che possa facilmente provenire da altri individui. Solo se non impollinato, come ultima spiaggia, prima di appassire il fiore rivolta i lobi dello stigma all’indietro fino a farli toccare sulle antere ed autoimpollinarsi.

Se coltivi piante i cui agenti impollinatori siano assenti nella tua zona dovrai provvedere all’impollinazione manuale, dovrai quindi semplicemente mettere del polline sullo stigma. Puoi stappare un’antera e strusciarla sullo stigma, puoi avvicinare due fiori fino a far in modo che il polline resti attaccato allo stigma, puoi impolverarti un dito con il polline e strusciarlo poi sullo stigma, ecc. Se usi un pennellino ricordati di lavarlo con alcool prima di usarlo su un’altra specie che potrebbe involontariamente ibridarsi con quella precedente (magari due specie diverse ma dello stesso genere).

Puoi anche ricorrere all’impollinazione manuale per assicurarti una buona e sicura fecondazione, ma ricordati che l’impollinazione manuale non esclude che poi avvenga anche un’impollinazione naturale con polline indesiderato, magari di una specie simile ma diversa. Per evitare ibridi non voluti e/o casuali io metto i bocci dei fiori dentro un sacchettino di rete finissima, attendo che si aprano lì dentro, li impollino manualmente e li richiudo lasciandoli poi nel sacchettino fino ad appassire. In questo modo sono sicuro di averli impollinati solo con il polline della stessa specie o comunque solo con il polline desiderato. Nessun insetto sarà intervenuto nell’impollinazione apportando ulteriore polline. A questo punto basterà attendere lo sviluppo del frutto e la maturazione dei semi.

A differenza di quanto avviene nelle collezioni, in natura è invece difficile che due specie si incrocino ed eventuali semi raccolti in habitat possono essere considerati puri con poche possibilità d’errore. Anzi sarà bene conservare i dati della località di raccolta insieme alle piante che ne deriveranno: costituirà un valore in più e saranno utilizzabili per un’eventuale reintroduzione o per altri lavori scientifici.

Una volta raccolti e ben asciutti i semi andranno conservati in bustine di carta. In caso di lunga conservazione si possono mettere in barattoli ermetici e preservati poi in un surgelatore per diversi anni o decenni.

 

Tecniche di semina

Inizio dicendoti che quanto scriverò qui di seguito non potrà essere sempre assolutamente certo poiché il processo della germinazione è delicato e legato a molteplici fattori, magari ancora sconosciuti alla scienza e spesso diversi da una specie all’altra. Chi semina continuerà quindi ad avere delle “sorprese” positive e negative e potrà sempre sviluppare metodi di semina migliori o comunque alternativi.

Lo scopo di questo articolo è quello di farti conoscere le tecniche di base e di insegnarti a modificarle individuando i fattori da considerare per ogni singola semina in modo da riuscire a sviluppare un metodo adatto a ciò che, di volta in volta, intenderai seminare.

I semi

È essenziale, ovviamente, che i semi siano vitali. La vitalità può mancare per varie cause (maturazione imperfetta, esposizione a temperature e livelli di umidità insopportabili, errati trattamenti chimici, parassiti, ecc.) ma spesso si hanno semi morti semplicemente perché troppo vecchi. La vitalità varia moltissimo a seconda delle condizioni ecologiche dell’areale naturale delle varie specie.

Tra i molti esempi possibili ti posso ricordare che i semi delle piante delle foreste equatoriali durano solo alcuni giorni poiché il loro ambiente naturale è continuamente adatto alla germinazione mentre quelli delle zone aride devono durare mesi od anni per aspettare le piogge e quelli delle zone fredde devono attendere in dormienza fino al termine dell’inverno prima di poter nascere avendo innanzi tutta la stagione calda per svilupparsi e rafforzarsi.

Inoltre esistono taxa che, quasi indipendentemente dagli areali naturali, tendono ad avere generalmente una diversa durata della germinabilità. Infatti, ad esempio, i semi delle leguminose durano mediamente molto più a lungo di tanti altri.

La vitalità può essere generalmente prolungata artificialmente diminuendo la temperatura senza che per questo aumenti 1’umidità relativa dei locali in cui sono conservati i semi. Per questo le banche dei semi sono delle celle frigorifere dotate di impianto di deumidificazione. Se il livello di umidità resta adatto, la durata dei semi raddoppia approssimativamente ogni 5°C in meno.

I contenitori

Questi devono essere sufficientemente spaziosi per ospitare almeno per un anno la quantità di piantine che ritieni possa derivare dalla semina. Dovrai considerare anche lo spazio necessario allo sviluppo corretto, verticale ed orizzontale, dell’apparato radicale in modo da rendere agevole il trapianto ed evitare traumi dovuti a mancanza d’acqua e nutrimento alle piante in concorrenza tra loro.

Ti consiglio che siano in materiale impermeabile ed isolante per evitare che asciughino troppo rapidamente e che risentano di temperature estreme.

II loro drenaggio deve essere quasi sempre ottimo. Se riciclati, devono essere privi di eventuali residui di parassiti.

Ogni contenitore deve ospitare un’unica specie, deve essere etichettato con cura e non posto vicino a specie simili per evitare che pioggia, vento, animali, ecc. scambino qualche seme senza che sia poi subito riconoscibile la pianta nata fuori posto.

I terricci

Il substrato di coltivazione rappresenta una delle maggiori cause di successo o di insuccesso nel crescere le piante ed è anche, giustamente, uno dei più frequenti argomenti dei quesiti che mi vengono posti.

Le piante in vaso che sono prodotte su grande scala hanno spesso un unico substrato di torba quasi pura; sia che si tratti di specie di foresta pluviale, di succulente, di bulbi mediterranei o di piante alpine. Questo substrato risulta leggero, pratico ed economico ma spesso, prima o poi, si rivela una minaccia per ciò che vi viene coltivato per un lungo periodo.

La torba può, in alcuni casi, essere un ottimo ingrediente ma non è generalmente consigliabile usarla in alte percentuali o addirittura pura poiché è poverissima di nutrienti, trattiene troppa umidità e se poi riesce comunque ad asciugare si compatta eccessivamente fino a diventare impermeabile.

L’ideale è un terriccio simile a quello che le varie piante hanno in natura e che di solito potrai ottenere miscelando vari ingredienti in percentuali diverse a seconda delle specie che si intende coltivare.

Molte piante sono, entro certi limiti, adattabili ed è quindi possibile formulare dei terricci base ognuno dei quali possa soddisfare le esigenze di varie specie con requisiti simili.

Potrai poi modificare leggermente questi terricci in base agli ingredienti che riuscirai a procurarti o per adattarli a piante dalle particolari necessità.

Vediamo alcuni ingredienti che possono essere utili per preparare diversi tipi di terriccio:

1-Terriccio di foglie, scarti vegetali tritati e decomposti e un po’ di torba (attenzione: molti terricci “universali” hanno troppa torba. La percentuale ideale di torba è di circa il 25-50%);

2-Materiale drenante e poroso (ottimo il lapillo vulcanico, oppure la sepiolite, cioè la lettiera per gatti, o altri materiali simili.) Diametro dei granelli assortito da 2 a 5 mm): rende il terriccio più aerato, meno compattabile, più drenato e ad umidità meno variabile. Potrai usare anche la pomice, leggerissima, ma tieni presente che questa ha le “bollicine” chiuse e quindi non assorbe e non cede poi alcuna umidità;

3-Sabbia (evitare che contenga granelli finissimi come polvere e granelli troppo grossi come sassolini. L’ideale sono i granelli di 0,2-0,5 mm di diametro. Ottima quella di quarzo, gialla, poiché non si compatta e non fa crosta in superficie. Mai usare quella di spiaggia marina perché è salata! Puoi trovarla facilmente presso i rivenditori di materiali per l’edilizia come “sabbia ventilata”.): rende il terriccio più drenato e povero;

4-Sabbia di marmo: rende il terriccio più calcareo;

5-Corteccia tritata di conifera (pezzatura di varie dimensioni a seconda dell’utilizzo): rende il terriccio più acido, ma anche più leggero ed essiccabile. Inoltre dopo un anno inizia a rilasciare sostanze tossiche e sarà meglio se deciderai di rinnovarla;

6-Terra argillosa di campo: rende il terriccio più pesante, meno drenato, più compatto e asfittico (in pratica serve solo per alcune piante palustri che hanno la germinazione basata sulla fermentazione in ambiente con scarsità di ossigeno).

Spesso si consiglia la sterilizzazione del terriccio. Questa è però praticamente inutile per le muffe le cui spore sono ovunque e ricadono immediatamente anche sul terriccio appena sterilizzato. Le muffe devono essere combattute evitando che si verifichino le condizioni per il loro sviluppo, cioè dando alle piante ventilazione e luce solare nelle giuste quantità.

I1 terriccio deve invece essere sterile per quanto riguarda la presenza di parassiti animali o di semi di infestanti.

Ti elenco qui di seguito alcune composizioni di terricci base adatti, ognuno, a un gruppo di piante (le percentuali dei vari ingredienti si riferiscono al volume e sono puramente indicative; potrai poi modificare e integrare ogni terriccio a seconda delle necessità):

Terriccio numero 1 (per piante di medie esigenze di drenaggio, di umidità e di nutrimento):

85% terriccio di foglie, scarti vegetali tritati e decomposti e un po’ di torba

15% materiale drenante e poroso

Terriccio numero 2 (per succulente, bulbose di zone aride e xerofite in genere):

30% terriccio di foglie, scarti vegetali tritati e decomposti e un po’ di torba

50% materiale drenante e poroso

20% sabbia

Terriccio numero 3 (per acidofile di medie esigenze di drenaggio, di umidità e di nutrimento):

40% terriccio di foglie, scarti vegetali tritati e decomposti e un po’ di torba

40% torba acida di sfagno (necessaria solo per acidofile e carnivore)

20% materiale drenante e poroso

Eventualmente quando poi le plantule saranno abbastanza grandi pacciamare in superficie tra le plantule stesse con corteccia di conifera tritata.

Terriccio numero 4 (per piante calciofile di medie esigenze di drenaggio, di umidità e di nutrimento):

70% terriccio di foglie, scarti vegetali tritati e decomposti e un po’ di torba

10% sabbia di marmo

20% materiale drenante e poroso

Terriccio numero 5 (per piante acquatiche e palustri):

40% terra argillosa di campo

10% sabbia (in caso di semine sommerse va inoltre messo uno strato di sabbia pura in superficie per evitare che altre parti di terriccio vengano a galla)

50% terriccio di foglie, scarti vegetali tritati e decomposti e un po’ di torba

Terriccio numero 6 (per epifite):

55% corteccia tritata di conifera in pezzi di varie dimensioni

35% terriccio di foglie, scarti vegetali tritati e decomposti e un po’ di torba

10% materiale drenante e poroso

Tenere il terriccio ben aerato, sciolto e non pressato, in vasi o cestini. Eventualmente aggiungere un po’ di carbone di legna tritato.

Altri terricci speciali restano comunque necessari per alcuni casi particolari; ad esempio per le piante carnivore che crescono in torba pura o sullo sfagno vivo, per le Proteaceae che non tollerano il fosforo nel terreno o per pochissimi altri tipi di piante.

Per ogni specie lo stesso terriccio va generalmente bene sia per la semina che per la successiva coltivazione. Per la semina di semi fini è però consigliabile togliere dall’ultimo strato del terriccio eventuali particelle troppo grosse, in modo da rendere più uniforme la superficie e facilitare il germogliamento e la penetrazione della radichetta nel substrato.

L’acqua 

La migliore è senz’altro 1’acqua piovana (pH 5,6) caduta direttamente sulle semine e che percola lentamente attraverso il terriccio. Alcuni semi germinano subito dopo una pioggia mentre restano invece dormienti anche dopo mesi di annaffiature artificiali. Eccellente è anche 1’acqua piovana raccolta in cisterne. Va comunque generalmente bene 1’acqua presa dalla falda sotterranea o da corsi d’acqua non inquinati, meglio se leggermente acida, mentre è sconsigliabile I’uso di acqua clorata degli acquedotti per uso civile.

Le strutture

Queste dipendono ovviamente da cosa si coltiva. Un ombrario sarà necessario per molte specie poiché da giovani molte piante non tollerano la luce solare diretta dei mesi più luminosi. Potrai costruirlo utilizzando del telo ombreggiante montato su dei telai, sugli archi delle serre o, se piccolo, semplicemente fissato a quattro pali. Il telo proteggerà le semine anche da acquazzoni e grandinate ma dovrai evitare di posizionare le semine sotto i punti da cui il telo stesso gocciola eccessivamente quando è fradicio (avvallamenti, cuciture, irregolarità, ecc.) altrimenti lo stillicidio insistente provoca buche nel terreno di semina.  

Ti sconsiglio 1’utilizzo dell’ombra di alberi in sostituzione dell’ombrario poiché durante le piogge 1’acqua percolata dal fogliame e da esso arricchita inibisce la germinazione per cause osmotiche (come succede con i terreni troppo ricchi di sali) o per cause ormonali (dovute alla presenza di acido abscissico, nelle foglie mature da cui cola 1’acqua, che è un ormone che inibisce la germinazione).

Una serra ti sarà di aiuto per anticipare le semine primaverili e per facilitare le semine autunnali che non devono essere vernalizzate all’aperto. Sarà inoltre necessaria per le semine non estive di specie tropicali. Alcune specie, però, non germinano in serra a causa della temperatura eccessiva e/o per la mancanza di una adeguata escursione termica giornaliera, vedi bulbose sudafricane a crescita invernale e a semina autunnale.

Potrai usare un germinatoio in mancanza di una serra o per avere un ambiente ancora più caldo. Alcuni semi per essere indotti a germinare rapidamente possono essere esposti a temperature di circa 40°C in substrato umido e, anche in questi casi, il germinatoio può essere utile. Potrai usarlo anche quando vieni in possesso, nella stagione fredda, di semi tropicali di breve durata che devono essere seminati immediatamente ma al caldo.

Puoi costruirlo inserendo in una scatola una resistenza elettrica (anche una lampadina) e collegandola ad un termostato. I modelli migliori però hanno sul fondo dei fili riscaldati che portano il terreno e 1’aria soprastante ad una temperatura alta ed uniforme, sono dotati pure di lampade a luce fotosintetizzabile ed in essi temperatura, fotoperiodo ed intensità della luce sono programmabili nell’arco delle 24 ore.

L’impianto di irrigazione sarà grande o piccolo a seconda delle necessità ma 1’importante è che 1’acqua giunga sulle semine a pioggia o nebulizzata e senza scrosci che smuovano il terreno. Per i semi molto fini è utile che i contenitori siano bagnati dal basso per immersione ed allora, se sono molti e non possono essere spostati in vasche d’acqua, ti consiglio di costruire un bancale allagabile/svuotabile in cui collocare le semine.

I prodotti chimici

Alcuni semi vengono trattati con acidi per essere scarificati o con solventi organici per rimuovere uno strato grasso o ceroso che li avvolge impedendo 1’imbibizione.

Altri trattamenti possono essere fatti con ormoni (gibberelline e/o citochinine) per interrompere la dormienza e avviare la divisione cellulare.

Per queste operazioni è indispensabile una certa esperienza ed una particolare attenzione nei dosaggi per cui ti consiglio di ricorrerci solo nei pochi casi di vera necessità.

Un altro prodotto consigliabile e molto più semplice da usare è 1’insetticida-lumachicida alla metaldeide, da spargere anche solamente intorno ai contenitori (3-4 granelli ogni dm² sono sufficienti).

I semi possono essere trattati anche con fungicidi ed insetticidi per una migliore conservazione prima della semina. Dopo la semina è però meglio attendere che le plantule siano già ben sviluppate, prima di applicarne ancora poiché a volte sono troppo tossici per i tessuti giovani e teneri.

Le dormienze

Le dormienze sono tutti quei fenomeni di ritardato germogliamento che portano un seme a sviluppare la plantula solo dopo un certo periodo più o meno lungo.

Consideriamone alcuni esempi tra i più diffusi cercando di capire l’utilità in natura di tali dormienze e consigliando una tecnica di semina per ognuno di essi.

Dormienza meccanica

La troviamo nei semi delle leguminose e in altre specie a tegumento esterno molto duro ed impermeabile. È necessario che, per azione microbica o meccanica, questo tegumento si intacchi permettendo all’acqua di entrare e alla plantula di iniziare a svilupparsi. Attendere che ciò si verifichi naturalmente significa aspettare anche alcuni anni. Per ridurre questi tempi a poche settimane è possibile intaccare artificialmente il seme con carta vetrata, lame, forbici, ecc. Tale intaccatura deve scoprire (al massimo) l’endosperma (cioè la parte interna del seme) ma non ferirlo perché ciò aumenterebbe di molto il rischio di marciumi. Un altro metodo consiste nel lasciare i semi in acqua a temperature massime di 40 – 50°C per un giorno o due, ad esempio mettendo i semi in un bicchiere d’acqua lasciato al sole. È anche possibile versare acqua quasi bollente (85°C) sui semi e lasciandoceli per un giorno o due, anche se dopo poco l’acqua sarà a temperatura ambiente. Questi trattamenti termici ammorbidiscono il tegumento e possono anche essere combinati con la scarificazione (intaccatura). Questo tipo di dormienza serve a permettere che i semi abbiano tempo per essere dispersi da animali o da altri fattori naturali. La resistenza del tegumento serve anche a permettere di germinare dopo che siano passati attraverso l’apparato digerente di un animale. Proprio per imitare il passaggio attraverso l’apparato digerente potrai anche immergere i semi in acido solforico per circa 20 minuti. (Fai attenzione perché è un forte corrosivo. Alla fine versa l’acido in acqua e non l’acqua nell’acido, altrimenti può schizzare pericolosamente per reazione). Ho usato l’acido solforico (un disgorgante idraulico) con dei “semi” di Zamia e posso dirti che il successo è stato buono.

Dormienza semplice

È presente in quei semi che germinano solo dopo l’esposizione a basse temperature per alcune settimane o per alcuni mesi. Per una buona germinazione è spesso meglio che le temperature, pur mantenendosi piuttosto basse, siano anche oscillanti. Per questo tipo di dormienza potrai ricorrere a semine autunnali che germoglieranno nella successiva primavera. In altre stagioni dovrai optare per la stratificazione in sabbia umida in frigorifero (almeno 1-2 mesi) e successiva semina in luogo caldo o tiepido con risultati immediati.

Potrai seminare questi semi all’aperto in qualsiasi stagione ma germoglieranno solo nella successiva primavera. A volte possono passare anche più inverni prima che inizino a farsi vedere le prime plantule oppure, nella stessa semina, alcuni semi possono germogliare subito ed altri dopo anni.

Questa dormienza riguarda moltissime specie di climi temperati e freddi e serve a permettere che le piante nascano solo in primavera, quando hanno davanti molti mesi caldi per crescere e rinforzarsi prima dell’inverno.

Dormienza per immaturità embrionale

Questa è quel tipo di dormienza che troviamo in alcuni semi che, solitamente, devono attendere alcune settimane a temperature medio-alte prima di germinare. Viene riscontrata, ad esempio, in molte specie dei climi mediterranei che attendono la fine della siccità per germogliare in autunno e crescere in inverno. L’embrione contenuto nei semi non è ancora sviluppato quando questi vengono dispersi dalla pianta madre e si accresce lentamente durante i mesi caldi. Potrai effettuare le semine di queste specie in qualsiasi momento dell’anno. Il processo di germinazione inizierà, come sempre, appena i semi assorbono acqua, ma il germogliamento avverrà solo nell’autunno successivo.

Alcune volte, se l’embrione non ha avuto tempo sufficiente per svilupparsi, il germogliamento può essere rimandato di un ulteriore anno.

Dormienza doppia

Già il nome fa paura! Dirai: “E chi li sveglia questi semi!?”. A parte gli scherzi; niente di preoccupante. Ti basterà aspettare e sapere che, laggiù nella terra, i semi stanno facendo il loro lavoro.

Troviamo questa dormienza quando i semi necessitano di un periodo caldo per far sviluppare l’embrione e, successivamente, devono attendere la fine di un periodo freddo per germogliare in primavera, quando cioè le piantine avranno tutta l’estate per crescere e rafforzarsi prima di affrontare l’inverno seguente.

Questo tipo di dormienza è tipico, ad esempio, delle Araliaceae, delle Lardizabalaceae e del genere Lilium.

Alcune volte il processo di germinazione necessita di vari cicli caldo/freddo e il germogliamento finale può avvenire “miracolosamente” anche dopo cinque o sette anni.

Dormienza chimica

Abbiamo questo tipo di dormienza quando i semi rallentano la germinazione a causa di inibitori chimici contenuti al loro interno (acido abscissico).

Questi vengono rimossi dalle piogge e, in misura inferiore, dalle annaffiature artificiali.

Spesso quindi assistiamo ad improvvisi germogliamenti dopo una pioggia su una semina fatta anche molti mesi prima.

Questo tipo di dormienza serve a permettere che i semi abbiano tempo per essere dispersi da animali o da altri fattori naturali. In alcuni casi gli inibitori sono rimossi anche dai succhi gastrici di animali che abbiano ingerito i semi interi e che poi provvedono alla dispersione.

Considerando l’esistenza delle dormienze posso quindi darti un semplicissimo consiglio:

“Se i semi non sono proprio marciti non bisogna mai buttare una semina. Neanche dopo un anno. Finché non otterrai la germinazione (o sarai sicuro della morte dei semi) continua a dare alla semina le condizioni (temperatura, umidità e regime delle annaffiature) che la specie avrebbe nel suo ambiente naturale.”