Le piante carnivore

Cominciamo con il capire perché le piante carnivore sono diventate specializzate nel nutrirsi di insetti e di altri piccoli animali: vivono su substrati poverissimi che non contengono nutrimenti sufficienti. Questi substrati sono spesso costituiti da torba, sfagno, acqua, sabbia e/o rocce.

Si sono evolute a partire dalle cosiddette piante protocarnivore: specie che, per qualche motivo, trattenevano sulle loro foglie alcuni piccoli animali. Poteva accadere perché le foglie erano leggermente viscose o perché le spine trattenevano topi e lucertole. Qualcosa di simile a quanto accade ancor oggi con le foglie di Nicotiana e Martinia e con le spine uncinate di Puya mirabilis e di alcune specie del genere Mammillaria. Le prede, durante la loro decomposizione, vanno a fertilizzare il terreno sotto le piante oppure rilasciano nutrimenti che vengono assimilati dalle foglie.

Le piante che avevano foglie dalla morfologia leggermente diversa e più utili a questo scopo si sono trovate avvantaggiate ed in alcuni habitat si sono evolute in foglie tubolari o vischiose o addirittura capaci di chiudersi a scatto.

L’evoluzione non si ferma mai e forse un giorno anche quelle che oggi sono le attuali protocarnivore diventeranno delle vere carnivore che utilizzeranno chissà quale strana strategia di cattura. Questo potrà forse avvenire solo se non distruggeremo prima questo pianeta.

Vediamo ora quali sono i principali generi di piante carnivore.

Heliamphora (Sarraceniaceae): piante con foglie tubulari in cui resta un po’ di acqua ed in cui annegano insetti che vengono poi assorbiti. Si vede bene come queste foglie abbiano semplicemente i loro margini saldati assieme. I fiori sono a 4-5 petali appuntiti, bianchi o rosa ed hanno un diametro di circa6 cm. Crescono sui tepui, i famosi altopiani rocciosi dalle pareti a strapiombo delle foreste pluviali sudamericane, come il Monte Roraima.

Heliamphora chimantensis

Sarracenia (Sarraceniaceae): sono il passo successivo. Qui le foglie sono a forma di lungo imbuto con delle finestre più chiare che lasciano passare la luce e che rappresentano una falsa via di fuga per gli insetti. Al loro apice si trova un opercolo che impedisce che le foglie si riempano d’acqua (tranne che in S. purpurea in cui l’opercolo è verticale). I fiori, a cinque petali e rivolti verso il basso, sono sorretti da peduncoli di 30-50 cm, hanno un diametro di circa 6 cm e posseggono uno stigma molto grande che occupa quasi tutta la superfici fiorale. Lo stigma è recettivo sul suo lato posteriore. Il colore del fiore va dal giallastro al rossastro. Si trovano nelle torbiere del Nord America.

Sarracenia leucophylla (Foto info)

Darlingtonia (Sarraceniaceae): genere monotipico rappresentato esclusivamente da Darlingtonia californica. Simile a Sarracenia ma con gli ascidii dotati di apertura rivolta verso il basso e terminanti con due appendici rivolte anch’esse verso il basso. Anche il fiore è simile, ma il suo stigma non è enorme. I petali restano inizialmente chiusi ed appressati al grande ovario; sono rivolti verso il basso e tra uno e l’altro si apre un buco (ogni petalo ha mezzo buco su entrambi i lati) per lasciar passare gli impollinatori che raggiungono il polline sulle antere. In seguito si aprono normalmente per gli impollinatori che raggiungono lo stigma. Meccanismi simili esistono per favorire l’impollinazione incrociata ed evitare l’autoimpollinazione.

Darlingtonia californica (Info foto)

Drosera (Droseraceae): un genere quasi cosmopolita e con numerose specie le cui foglie sono coperte da grandi peli ghiandolari la cui ghiandola apicale secerne un liquido vischioso. Qui restano appiccicati piccoli insetti che poi vengono assorbiti dalle foglie. Interessante notare come i peli vicini si pieghino anch’essi verso la preda e come la foglia possa talvolta quasi avvolgerla. I fiori sono regolari, a cinque petali, bianchi, rosa, o arancioni ed hanno un diametro di circa 1-3,5 cm, portati numerosi in infiorescenze.

Drosera rotundifolia (Info foto)

Dionaea (Droseraceae): la più famosa delle piante carnivore. Il genere è monotipico ed annovera solo Dionaea muscipula. Le foglie hanno un’appendice le cui due metà si chiudono a scatto sopra gli insetti che abbiano toccato per tre volte i peli sensibili che si trovano al centro. I margini sono “a rastrello” e impediscono la fuga della preda. La pagina superiore della “trappola” è rossa ed attrae gli insetti. I fiori sono di forma regolare, bianchi, di circa 3 cm di diametro, prodotti in piccoli gruppi apicali su scapi di circa 20-30 cm.

Dionaea muscipula (Info foto)

Nepenthes (Nepenthaceae): sono specie dioiche (ogni individuo produce solo fiori maschili o solo fiori femminili) del Sud-Est Asiatico e le foglie presentano una grande appendice “a sacco” coperta da un opercolo. Qui piccoli animali vengono digeriti dai liquidi ricchi di enzimi. Sono molto finemente specializzate ed evolute. Ogni specie ha vari particolari morfologici che la aiutano a trattenere le prede. In questo genere esistono anche diverse simbiosi con alcuni animali che lasciano i loro escrementi negli ascidii senza essere catturati. Il genere Nepenthes ha moltissime specie e molte devono probabilmente ancora essere scoperte. Alcune sono molto localizzate e di queste qualcuna si sarà sicuramente estinta nella continua deforestazione dell’Indonesia. I fiori appaiono in lunghe infiorescenze a spiga, hanno un diametro di pochi millimetri, una forma regolare a quattro petali e colori non sgargianti. Una bellissima collezione si trova nelle serre del MUSE di Trento (Museo delle Scienze), curata dal mio amico Andrea L. Bianchi.

Nepenthes villosa

Pinguicula (Lentibulariaceae): piante con rosette di foglie dal diametro di 5-10 cm. Le foglie sono appiccicose e catturano piccolissimi insetti. I fiori sono solitamente blu o rosa e vistosi, zigomorfi, dotati di sperone. Crescono soprattutto in Sud America, ma anche in Nord America, Europa e Siberia. Gli habitat preferiti sono torbiere e rocce stillicidiose sempre umide.

Pinguicula moranensis (Info foto)

Cephalotus (Cephalotaceae): questo genere ha solo una specie: Cephalotus follicularis. Si tratta di una piccola pianta con ascidii a sacco coperti da un opercolo parapioggia, molto simili a quelli del genere Nepenthes. Gli insetti restano negli ascidii e vengono digeriti dai liquidi ricchi di enzimi. Questa specie vive in Australia del Sud-Ovest su sabbie umide. I fiori sono raggruppati in piccole infiorescenze, hanno sei petali biancastri, regolari ed un diametro di pochi millimetri.

Cephalotus follicularis

Utricularia (Lentibulariaceae): circa 220 specie diffuse in tutto il mondo tranne in Antartide. Sono piante acquatiche galleggianti oppure immerse in terreni fangosi. Non hanno organi differenziati in radici, fusti e foglie (alcune specie hanno però anche vere foglie) ma presentano delle strutture molto ramificate, verde-giallastro chiaro, dotate di utricoli. Questi sono organi molto specializzati, a forma di sacco, costantemente in pressione più bassa di quella dell’ambiente circostante, dotati di peli ramificati sensibili che li fanno aprire a scatto facendo loro risucchiare l’acqua davanti ad essi insieme alle sue piccole prede per poi richiudersi in soli 10-15 millisecondi. I fiori sono zigomorfi, bianchi, gialli, rosa od azzurri, grandi pochi centimetri, portati sovente in infiorescenze. Gli utricoli variano da 0,2 mm a 1,2 cm a seconda delle specie e catturano piccoli animali acquatici come dafnie, larve di zanzara, piccoli girini, ecc. Le specie terrestri catturano invece i microorganismi che vivono nel fango, come rotiferi e protozoi. Alcune specie sudamericane vivono su rami e su muschi umidissimi ed alcune anche nelle rosette delle bromeliacee riempite d’acqua.

Utricularia vulgaris

Aldrovanda (Droseraceae): Un genere monotipico che comprende la sola specie Aldrovanda vesiculosa, ma che in passato era ben più ricco di specie. La pianta è senza radici, acquatica e liberamente flottante. I suoi fusti sono lunghi circa una quindicina di centimetri ed hanno dei verticilli formati da 6-8 foglie per metà quasi lineari e per metà formate da lacinie filiformi e da una trappola simile a quella di Dionaea muscipula. Questa scatta velocissima su dafnie, larve di zanzara e altri piccoli animali alla propria portata. Il fiore è regolare, a coppa, a cinque petali, bianco-verdastro e dal diametro di 1 cm scarso. La specie vive in circa cinquanta popolazioni suddivise in Europa, Asia, Africa ed Australia. La variabilità genetica è molto bassa a causa della sua capacità di propagarsi soprattutto per via vegetativa (raramente e solo in clima tropicale si riproduce da seme). In inverno nei climi temperati si riduce a dei turioni che riprendono a svilupparsi in primavera.

Aldrovanda vesiculosa (Info foto)

Genlisea (Lentibulariaceae): Piccole piante erbacee di terreni molto umidi, prive di radici. Hanno foglie normali a rosetta, solitamente obovate, e foglie sotterranee, bianche, estramamente modificate e a forma di forcella. I due rami terminali della forcella sono tubolari, spiralati e dotati di aperture laterali in cui entrano piccole prede che vivono nel terreno. A causa di peli interni rivolti in una sola direzione queste prede possono proseguire solo verso una vescicola presente alla base della forcella in cui vengono digerite. I fiori sono zigomorfi, pentalobati, grandi circa 1 cm, gialli, malva e/o bianchi.

Genlisea subglabra (Info foto)

Brocchinia (Bromeliaceae): un genere di bromeliacee con diverse specie ma di cui solo due sono carnivore: Brocchinia reducta e Brocchinia hechtioides. Come molte altre specie della famiglia hanno una raccolta d’acqua al centro della rosetta, ma in queste due specie le foglie sono verticali e strette l’una contro l’altra a formare un tubo in cui vengono attratte vespe e formiche per mezzo di odori dolci. L’acqua all’interno è resa molto acida (pH 3) e ricca di un enzima digestivo (fosfatase) per l’assimilazione delle prede. Vive nella regione dei tepui, come Heliamphora, nel nord del Sud America.

Brocchinia reducta (Info foto)

Drosophyllum (Drosophyllaceae): genere monotipico con la sola specie Drosophyllum lusitanicum. Si tratta di una specie erbosa, alta circa 20 cm. Ha foglie filiformi, con ghiandole viscose che catturano e digeriscono gli insetti attratti dall’odore dolce della pianta. I fiori appaiono in infiorescenze ramificate, sono regolari, gialli, vistosi e di circa 4 cm di diametro. La specie è diffusa in Marocco, Portogallo e Spagna ed è una delle poche carnivore che vivono in un ambiente arido.

Drosophyllum lusitanicum (Info foto)

Ci sarebbe molto altro da approfondire per ogni genere, magari ve ne parlerò a voce in un corso di orticoltura botanica che sto lentamente ed accuratamente preparando, ma questo è un inizio per conoscere le piante carnivore e per capire il loro funzionamento.

Vi lascio dei link interessanti: Genlisea che preda un anellide, Aldrovanda contro larve di zanzara, Il MUSE.

Amaryllis

È un genere di piante bulbose appartenente alla famiglia delle Amaryllidaceae, a cui dà il nome. Contiene due specie: Amaryllis belladonna ed Amaryllis paradisicola. La prima è molto comune mentre la seconda è rarissima ed “evanescente”.

Con il nome di Amaryllis vengono spesso ed erroneamente chiamate le specie del genere Hippeastrum: un genere simile, anche cariologicamente (cioè per quanto riguarda i cromosomi), ma con alcune ben definite differenze morfologiche e geobotaniche. Amaryllis è diffuso nell’Africa meridionale, mentre Hippeastrum è diffuso in America meridionale con due centri di diffusione: uno nel Brasile meridionale ed uno in Bolivia. Amaryllis ha lo scapo fiorale pieno; Hippeastrum lo ha cavo. Amaryllis produce semi carnosi, sferici e che germinano in poche settimane anche se non interrati; Hippeastrum ha semi piatti, nerastri, dotati di un’ala cartacea che ne favorisce la dispersione ad opera del vento.

Amaryllis belladonna cresce spontaneo nelle zone a clima mediterraneo dell’Africa meridionale occidentale ed è una specie decidua, a riposo estivo asciutto ed a crescita invernale. I bulbi sono piriformi, di circa 8 x 10 cm, accestenti e piuttosto superficiali, talvolta anche parzialmente esposti all’aria nella loro parte superiore. I fiori, in numero di circa 5-10, sono portati su scapi fiorali alti circa 50 cm e sono imbutiformi, larghi circa 8 cm e lunghi circa 10 cm. Nelle popolazioni selvatiche i singoli cloni possono avere foglie più o meno larghe (da 2 a 6 cm) e la colorazione dei fiori più o meno scura (da bianca a fuchsia), con molte varianti intermedie.

Approfitto dell’occasione e dell’argomento per raccontarti che queste varianti, come in diversi caratteri presenti in molte specie diversissime, sono regolate da QTL (Quantitative Trait Loci). Questi sono diversi “posti” (loci) nel DNA in cui può essere attivato o meno un gene che, insieme ad altri, porta un contributo alla gradazione di un carattere (trait). È un po’ come se avessimo diversi interruttori, ognuno dei quali collegato ad una singola lampada, e potessimo così variare la luminosità di una stanza accendendo tutte le lampade, nessuna o solo alcune. Ogni gene può poi avere uguali entrambi gli alleli (cioè la parte ereditata dal padre e la parte ereditata dalla madre), ed allora può replicarsi uguale nella discendenza o non averli uguali ed allora nella discendenza si avranno diverse combinazioni che rispetteranno le dominanze. Tutto questo moltiplicato per il numero di geni che regolano il solito carattere. Ecco come si spiegano diverse sfumature di carattere negli esseri viventi.

Tornando al nostro Amaryllis belladonna e per quanto riguarda la coltivazione bisogna raccomandare un distinto riposo estivo, un inverno umido, mite (a -4°C si “bruciano” le foglie) e luminoso; un terreno ben drenato ma non abbondante dove lasciare i bulbi indisturbati per molti anni (le Amaryllidaceae spesso non amano essere trapiantate) ed una concimazione poco azotata. Le piante iniziano a fiorire a fine estate o, se la siccità estiva è forte e prolungata, anche in autunno inoltrato. La specie è autofertile ed i fiori possono essere facilmente impollinati, cosa che consiglio di fare manualmente se si desidera ottenere molti semi.

La semina deve essere effettuata subito o comunque entro poche settimane dalla raccolta dei semi. Si pongono i semi in terra da succulente ma tenuta umida avendo cura di sotterrarli appena o di lasciarli anche leggermente esposti. Le foglie emergeranno in poche settimane ed i bulbetti ottenuti saranno pronti a fine primavera ad affrontare la loro prima siccità estiva. Fioriranno dopo circa 5-8 anni.

Amaryllis paradisicola è invece una specie descritta nel 1998 e già ricercatissima da chi arriva a sapere della sua esistenza. Speriamo che diventi disponibile in coltivazione e che non vengano danneggiate con la raccolta le scarse popolazione selvatiche. Anzi speriamo che le piante coltivate diventino una “scorta” delle popolazioni selvatiche (conservazione ex-situ).

Questa specie ha foglie più linguiformi ed obovate, più ottuse all’apice, meno scanalate e più appressate al suolo. I fiori presentano una tinta rosa più uniforme sulle varie zone dei tepali, lo stigma è trifido con lobi più lunghi e la specie è adattata ad un clima montano arido e più tropicale.

Ibridi

Un ibrido è ciò che deriva da un incrocio tra due individui di due taxa diversi, cioè tra due esemplari di due specie, di due generi o di due varietà (o altro) differenti. Possono avvenire per impollinazione incrociata casuale e naturale o per impollinazione incrociata artificiale effettuata volutamente dall’uomo.

Affinché un ibrido possa originarsi bisogna che tra i due genitori esista una compatibilità genetica. Più i due soggetti sono distanti tassonomicamente e più è improbabile che generino un ibrido. Così è praticamente sicuro che si originino all’interno della specie, più incerto che si abbiano tra specie diverse all’interno dello stesso genere ed ancor più improbabile ottenerne tra due generi della stessa famiglia.

Alcuni ibridi sono sterili: più sono distanti tassonomicamente i genitori e più è probabile che gli ibridi risultanti siano sterili; cioè non riescano a riprodursi perché non producono polline oppure perché i frutti non allegano o perché alla fine i semi non germinano o per altri motivi. Solitamente, però, gli ibridi sono più vigorosi, soprattutto alle prime generazioni (se fertili) dopo l’incrocio. Questo si nota soprattutto negli ibridi tra cultivars diverse della stessa specie. Anch’io lo ho notato creando nuove varietà di ortaggi attraverso l’ibridazione tra cultivars e la successiva fissazione dei caratteri che mi interessavano per mezzo della semplice selezione delle piante da cui prendere poi i semi per l’anno successivo. Infatti più diversità genetica c’è tra i due genitori e più vigorose sono le piante (ma anche gli animali!). Il fenomeno è noto come hybrid vigor ed il suo contrario è la inbreeding depression. Alcune specie sono più sensibili di altre; così, ad esempio, si possono impollinare addirittura con sé stesse per molte generazioni di seguito diverse cucurbitacee senza che la progenie ne risenta, mentre invece il mais ha bisogno di ricevere polline da molte piante diverse (almeno 200), pur se della stessa cultivar. Addirittura pare che le cultivars antiche, che hanno più biodiversità, siano un po’ meno sensibili alla inbreeding depression rispetto alle nuove cultivars originatesi da un numero più ristretto di piante (e quindi con un pool genetico meno variato).

Spesso, ho già detto, gli ibridi sono sterili e questo avviene perché durante la fecondazione i cromosomi non riescono a riformarsi correttamente, essendo le loro due metà presenti nei due gameti (maschile e femminile) troppo diverse tra loro e non riunibili.

Se un ibrido tra due specie è fertile può esserlo perché i cromosomi sono riusciti comunque a riformarsi o perché si sono uniti due gameti che insolitamente non abbiano fatto la meiosi, cioè non si è unito metà DNA del padre e metà DNA della madre, ma tutto il DNA del padre e tutto il DNA della madre. In questo ultimo caso si è originato un allotetraploide: quattro metà di DNA di due specie diverse.

Da un ibrido tra due specie, se la progenie è stabile, si può anche generare una nuova specie, descrivibile come tutte le altre attraverso la pubblicazione di un articolo scientifico, anche nel caso in cui l’ibrido sia artificiale. Questa specie di origine ibrida può talvolta venire denominata con un segno “x” tra il nome del genere e l’epiteto specifico. Se invece l’ibrido è formato da due specie di due generi diversi il segno “x” verrà posto all’inizio del nome botanico, prima del genere.

Gli ibridi all’interno della specie non hanno generalmente difficoltà riproduttive; alla prima generazione (detta F1) verranno semplicemente a manifestarsi tutti gli eventuali caratteri dominanti presenti nei genitori, dalla seconda generazione (F2) in poi si avrà il manifestarsi di tutte le combinazioni possibili. Se da queste combinazioni andremo a selezionarne una e la riprodurremo per diverse generazioni sempre scartando tutte le piante che non avranno le caratteristiche scelte potremmo arrivare ad un punto in cui non appariranno più individui con caratteri diversi. A quel punto avremo creato una nuova cultivar stabile originata da un ibrido intraspecifico e successiva selezione.

Le cultivars possono essere registrate e se ne possono anche ottenere i diritti in modo che nessun altro possa venderle, propagarle, ecc. Operazione da diverse migliaia di euro, solitamente intrapresa da grandi aziende e che a me non piace molto per motivi etici.

Gli ibridi di prima generazione (F1) vengono spesso commercializzati per il loro (talvolta solo presunto) hybrid vigor di cui ho già parlato più sopra. Se riseminati non daranno risultati omogenei, daranno invece una variata seconda generazione (F2), anche se ci sarà stata impollinazione tra piante del solito ibrido o addirittura anche nel caso di autoimpollinazione. Io alcune volte li ho riseminati ugualmente ed in alcuni casi la F2 non è stata affatto variata ma bella stabile. Così ho scoperto che alcune piante o sementi sono false F1, un po’ per pubblicizzare una qualità che non esiste ed un po’ per dissuadere il coltivatore dalla risemina e portarlo piuttosto ad acquistare nuovamente.

Quando invece sono vere F1 si possono comunque disibridare. Basterà selezionare, nelle successive generazioni, solo le piante che presentano le stesse caratteristiche delle originali F1 fino a quando nasceranno solo piante con quelle caratteristiche. Si può però anche scegliere di selezionare una caratteristica diversa dall’originale F1.

Gli ibridi vengono spesso indotti dall’uomo nelle piante in coltivazione, ma esistono anche in natura: i cosiddetti ibridi naturali.

Di questi ultimi alcuni sono sterili e fine a sé stessi, altri risultano fertili. Quelli fertili partecipano all’evoluzione in vario modo (introgressione tra due specie) e, tra questi, quelli allotetraploidi, ormai non più in grado di reincrociarsi nemmeno con le specie che li hanno originati perché il loro numero di cromosomi è troppo diverso, sono un mezzo di speciazione relativamente comune. Le piante ad un livello più alto di ploidìa possono avere caratteristiche diverse dai loro progenitori diploidi in quanto possono essere più resistenti in alcuni ambienti e risultare quindi avvantaggiate. Tipicamente, più è alto il numero di cromosomi e più una specie è mediamente resistente al freddo. Le specie tropicali infatti hanno generalmente meno cromosomi di quelle rustiche, anche se la rusticità dipende pure da altri fattori.

L’uomo ha iniziato a “capire” gli ibridi solo da due o tre secoli, ma ne ha ben presto sfruttato il loro potenziale, talvolta in maniera poco etica, mescolando il lavoro dei biologi con quello dei giuristi.

Le peonie

Il genere Paeonia comprende circa 33 specie e si suddivide in tre sezioni: Paeonia (le peonie erbacee eurasiatiche), Moutan (le peonie legnose, principalmente diffuse in Cina) e Onaepia (le due peonie erbacee americane).

Le peonie erbacee hanno tutta la parte aerea decidua e presentano organi di riserva sotterranei che si accrescono con l’età. Le specie legnose hanno fusti poco ramificati ma il cui numero aumenta con l’età.

Le foglie sono variamente divise in lobi di diverse forme a seconda della specie mentre i fiori hanno la tipica forma a coppa con petali rotondeggianti bianchi, rosa, rossi o gialli. Gli stami hanno antere sagittate e contornano numerosi un disco centrale che accoglie i carpelli dotati di un brevissimo pistillo decorrente (a cresta). Il numero dei carpelli e quindi dei follicoli che possono derivarne varia con la specie da uno a quindici.

Il frutto è un insieme di follicoli che si aprono a maturità lungo una sutura esponendo i semi ovoidali o sferici, lucidi e nerastri. A questi semi si affiancano spesso dei semi sterili di colore rosa o rosso e leggermente più piccoli che servono per attrarre gli uccelli dispersori.

In natura crescono sempre in zone ben drenate e senza ristagni d’acqua, talvolta anche su terreni rocciosi ed impervi. Amano suoli con pH neutro o leggermente diverso, senza eccessiva alcalinità o acidità. Amano climi freschi, spesso montani e se coltivate in zone mediterranee o in pianura preferiscono la luce leggermente filtrata o la mezz’ombra.

In coltivazione gradiscono una miscela costituita da 40% lapillo, 50% terriccio universale poco torboso e 10% sabbia ventilata. Le annaffiature vanno somministrate regolarmente nella stagione vegetativa, soprattutto se in vaso, mentre in inverno può bastare la pioggia.

Le peonie hanno la crescita annualmente predeterminata. Ciò significa che dentro ogni gemma, in inverno, c’è già tutta la crescita dell’anno successivo e l’eventuale fioritura. In caso di rottura non si svilupperà nessuna gemma laterale fino all’anno successivo. Quindi sono sconsigliate le potature.

La propagazione si fa tramite semi, che devono essere seminati in autunno. Passato l’inverno all’aperto emetteranno una radichetta in primavera e con la sola radichetta passeranno un altro anno fuori per poi far apparire le loro prime foglie nella primavera successiva. Fioriranno dopo circa quattro anni.

Altri metodi di propagazione sono la divisione dei cespi per le specie erbacee e l’innesto su tubero di erbacea per le legnose. A queste ultime il tubero di una specie erbacea servirà solo per sopravvivere inizialmente, poi la parte legnosa tra il tubero e l’aria radicherà e il portainnesto sparirà lentamente.

I semi danno la possibilità di mantenere una certa variabilità genetica all’interno di una specie, soprattutto se prodotti da diversi individui incrociati tra di loro. Gli altri due metodi, agamici, servono soprattutto per propagare le cultivars e gli ibridi che si desidera che restino identici nel tempo ma che, anch’essi, sono il risultato di una semina iniziale.

Le specie, oltre che comunque ornamentali, rappresentano una ricchezza naturale ed hanno un interesse botanico, soprattutto se se ne coltivano individui con dati di località. Gli ibridi hanno un valore soprattutto estetico, se piacciono, e rappresentano il risultato di diversi incroci fatti tra individui particolari e aberranti (colori più intensi, trasformazione degli stami in petali o in stami petaloidi, ecc.). Alcuni ibridi, detti primari, sono l’incrocio tra due specie botaniche pure ed indicano una certa compatibilità genetica tra le due specie originarie.

Una nota speciale devo farla per le peonie americane, sezione Onaepia, perché i loro fiori sono più piccoli, di colore rosso-brunastro e rimangono parzialmente chiusi. Non sono forse molto ornamentali, ma testimoniano comunque un interessante risultato della colonizzazione e dell’evoluzione del genere Paeonia nel Nord America.

Paeonia ostii. Una pianta ottenuta dai semi ricevuti direttamente dal suo scopritore, Gianlupo Osti.
Paeonia ostii.
Paeonia peregrina.
Paeonia tenuifolia.
Paeonia clusii subsp. clusii, la rara peonia di Creta.
L’areale di distribuzione del genere Paeonia.

La patata dolce

In Italia la patata dolce, nota anche come patata americana, è conosciuta quasi esclusivamente per la sua cultivar completamente bianco-avorio coltivata in Veneto, ma ultimamente si stanno affacciando alcune delle numerose forme e colorazioni di questa variabilissima specie. I tuberi possono essere più o meno allungati, la loro pasta varia dal bianco all’arancione, al rosa per arrivare fino al viola scuro. La “buccia” può avere le stesse colorazioni, ma queste sono indipendenti dal colore della pasta. Anche il sapore varia e può andare dal sapore di zucca, tipico di molte cultivars a pasta arancione, a quello di castagna.

In cucina può essere impiegata sia in piatti salati che in pasticceria, ad esempio andando a sostituire le castagne nel famoso dolce Montebianco.

È una specie che si trova solamente in coltivazione e che probabilmente deriva dalla selvatica Ipomoea trifida, di cui la patata dolce sarebbe un’esaploide. Si tratta di un’erbacea perenne tuberosa (i tuberi si formano dall’ingrossamento di segmenti di radice e quindi possono trovarsi anche distanti dalla base delle piante) con fusti solitamente striscianti e raramente rampicanti. La crescita è molto vigorosa. Le foglie sono di circa 10 cm e variabili nelle numerose cultivars. Possono essere intere cuoriformi, lobate o palmatopartite. La fioritura può dipendere dalle condizioni ambientali e può non manifestarsi in alcuni cloni. Se l’infiorescenza è presente è costituita da pochi fiori. Ha sepali di 8-15 mm, leggermente cartacei, oblunghi od ovati, con apice solitamente acuminato. La corolla è di 4-7 cm, lilla, più scura alla base ma talvolta bianca. La fioritura è più probabile in posizione assolata e asciutta e con fotoperiodo non molto lungo (da agosto in poi). Il frutto è ovoidale, di circa 1 cm, deiscente e viene prodotto molto raramente perché per svilupparsi è necessaria l’impollinazione incrociata tra diversi cloni.

All’inizio della primavera, in casa o in serra, si mettono i tuberi per metà in acqua (o in terriccio o sabbia umidi) e si attende che producano cacciate di circa 20-30 cm. Nell’occasione bisogna prestare attenzione a non mettere i tuberi capovolti perché altrimenti potrebbero germogliare dalla parte immersa. Quando le cacciate saranno state prodotte ed avranno raggiunto una sufficiente lunghezza si tagliano alla base, si tolgono le foglie più in basso e si dimezzano quelle più in alto, poi si mettono a radicare le talee così ottenute direttamente nell’orto, non in vaso. Si interrano almeno 3 nodi e si annaffiando abbondantemente nei primi giorni, possibilmente ombreggiandole con cassette rovesciate, con telo ombreggiante o con altri metodi. Durante l’estate cresceranno moltissimo fino a ricoprire il terreno intorno a loro. Non serviranno nemmeno lavori per togliere le erbacce, tranne all’inizio, poiché queste verranno praticamente soffocate dalle patate dolci.

A fine estate o in autunno, a seconda della precocità delle cultivars che si hanno in coltivazione e di quando le talee sono state piantate, si procede alla raccolta dei tuberi appena le foglie iniziano ad ingiallire. Per la raccolta è bene preferire giornate arieggiate e asciutte, fare attenzione a non danneggiare molto i tuberi e cercare di far asciugare rapidamente le eventuali ferite dovute alla lavorazione. Una vanga-forca sarà l’attrezzo da preferire in quest’occasione. In condizioni di umidità, attraverso ferite e sbucciature possono svilupparsi marciumi. Appena i tuberi siano leggermente asciutti e disidratati (dopo circa una settimana dalla raccolta) si potranno conservare molto facilmente per diversi mesi, sempre in luogo asciutto. Con controlli periodici si potranno eliminare subito eventuali tuberi che inizino a marcire o ad ammuffire, in modo di tenere sempre sane le proprie scorte. Inoltre ricordiamoci di lasciare alcuni tuberi per la propagazione nell’anno successivo.

Questa specie necessita di terreno sciolto, profondo e non sassoso per un buono sviluppo dei tuberi. Solitamente non necessita di grandi concimazioni e in un buon terreno da orto queste possono anche essere evitate. Un eccesso di azoto produce solo una grande crescita di foglie a discapito dei tuberi. L’irrigazione sarà da effettuarsi quasi esclusivamente nel periodo di attecchimento delle talee, in cui bisogna annaffiare frequentemente per 10-15 giorni. In seguito non ha bisogno di irrigazioni, a meno che non si verifichino forti siccità o che venga coltivata in terreni troppo drenati.

Si tratta di una pianta tropicale che, in pieno sole, può essere coltivata anche in climi temperato-caldi e temperati, poiché riesce a produrre tuberi prima dell’arrivo dell’inverno. La durata della coltura varia da una cultivar all’altra e si va da 90 a 160 giorni. Occorre quindi fare un po’ di calcoli con la durata delle temperature accettabili. Può vivere anche come perenne se le si fornisce calore costante. Almeno una cultivar, la ‘Okinawan Purple’, non ricaccia dai tuberi e deve essere fatta svernare mantenendola in vegetazione, anche facendo talee autunnali da far radicare in serra. Da queste talee autunnali, una volta attecchite ed allungatesi, si potranno prendere altre talee da piantare nell’orto a primavera, entro aprile.

Originatasi in coltivazione nel Sudamerica occidentale si è diffusa nelle isole del Pacifico già in epoca precolombiana e da lì in Cina e in Giappone. Da questi luoghi è stata poi portata in tutti i paesi tropicali e temperati in tempi relativamente recenti.

La variabilità specifica è molto elevata ed esistono cultivars adatte a diverse condizioni ambientali, con diversi sapori, di diversi colori e a rese più o meno elevate. Alcune cultivars sono puramente ornamentali poiché producono tuberi piccoli e fibrosi, ma foglie e fiori notevoli.

Ho avuto il piacere di introdurre in Europa alcune cultivars a pasta viola come la ‘Purple’, la ‘Speckled Purple’ e la ‘Okinawan Purple’ e dopo averle diffuse tramite Vivaio Corazza mi ha fatto altrettanto piacere vederle in vendita tra le verdure di un supermercato di cibo biologico. Tra l’altro le varietà violacee, oltre che belle, sono ricche di antocianine, ottime come antiossidanti.

Attualmente sto tentando di ottenere, attraverso incroci e selezioni, una varietà che oltre a tuberi violacei e commestibili abbia anche foglie dello stesso interessante colore. Vedremo cosa riuscirò eventualmente a fare…

Per approfondimenti su botanica, coltivazione ed utilizzi (anche ricette) consiglio il libro, di cui sono coautore, “Piante alimentari insolite”, Edizioni Il Campano, Pisa. Ordinabile in tutte le librerie ed acquistabile direttamente dall’editore o qui a prezzo scontato.

Ipomoea batatas ‘Kotobuki’
Ipomoea batatas ‘Purple’
Ipomoea batatas ‘Okinawan Purple’
Ipomoea batatas ‘Radiosa’, cultivar che ho creato attraverso incroci.

Hippeastrum

Ancora troppo spesso queste meravigliose bulbose sono erroneamente chiamate Amaryllis. Hippeastrum è invece un genere tutto sudamericano che si differenzia dal sudafricano Amaryllis soprattutto per i propri semi che sono piatti, papiracei, neri ed alati. Inoltre Hippeastrum ha gli scapi fiorali cavi, mentre Amaryllis li ha pieni.

L’etimologia del nome di questo genere è da ricercarsi in hippeus (= cavaliere) e astron (= stella). Quindi il significato della parola Hippeastrum è “stella del cavaliere”, ma il motivo di tale scelta non è ben chiaro.

Si tratta di geofite a bulbo poco profondo o parzialmente esposto le cui specie sono solitamente diffuse in ambienti semiaridi e con un perfetto drenaggio, come, ad esempio, su pendii erbosi con alcune rocce e sul ciglio di scarpate. Esistono però alcune specie originarie di ambienti molto diversi che vanno dalle paludi alle rupi assolate, dalle foreste e ai bordi dei torrenti.

 Nonostante questo genere sia diffuso dal Messico all’Argentina esistono due centri di biodiversità, cioè due zone in cui vivono un gran numero di specie: il Brasile sud-orientale e la regione degli Yungas, intorno al confine tra Bolivia e Perù.

Trovo molto affascinante che, nonostante la plurisecolare esplorazione botanica e, purtroppo, la forte distruzione degli habitat, si continuino ancora a trovare specie nuove mai descritte. Proprio in questi giorni è stato pubblicato Hippeastrum verdianum ad opera di un mio amico di Facebook.

Per non trattare dei comuni ibridi commerciali dei quali si è spesso persa ogni genealogia e che trovo molto poco interessanti da un punto di vista naturalistico, ti parlerò di alcune delle circa novanta specie botaniche, vere bellezze naturali.

In coltivazione è sempre utile cercare di ricreare le condizioni ambientali dei luoghi di distribuzione naturale, come sempre, ed allora ti indico qui di seguito un substrato adatto alla maggioranza delle specie, cioè a quelle che vivono in aree semiaride, più o meno luminose e ben drenate: 50% lapillo vulcanico a granulometria di circa 3-5 mm, 30% terriccio universale contenente anche compost, 20% sabbia ventilata (cioè senza polvere).

Questi che seguono sono invece alcuni degli habitat “insoliti” e le loro specie.

Paludi: Hippeastrum angustifolium, H. santacatarina, H. breviflorum.

Lungo i bordi di corsi d’acqua e cascate, talvolta temporaneamente inondati: Hippeastrum ramboi.

Rupi assolate: Hippeastrum mollevillquense

Foreste: Hippeastrum striatum, H. vittatum (margini di foreste), H. aulicum (epifita), H. papilio (epifita), H. calyptratum (epifita), H. arboricola (epifita).

Le specie epifite hanno bisogno di un substrato molto arieggiato e per le quali consiglio un 80% lapillo vulcanico e un 20% terriccio universale o anche un 100% lapillo vulcanico.

Per quanto riguarda la stagionalità bisogna dire che hanno generalmente bisogno di un riposo invernale piuttosto asciutto e a temperature minime di almeno 5°C ma alcune specie sopportano (ma non amano) un po’ di pioggia invernale e temperature minime fino a circa -2°C (Hippeastrum papilio, sempreverde, e H. aulicum, a vegetazione e fioritura invernali in clima mediterraneo).

Hippeastrum reginae pare (ma non lo ho testato) che resista fino a -7°C ed incrociato con H. vittatum ha dato origine a H. x johnsonii, ibrido abbastanza rustico creato nel 1799 da un orologiaio inglese di nome Arthur Johnson.

La coltivazione in vaso è meno problematica se il contenitore è piuttosto stretto e viene presto riempito dalle radici. Cosa, questa, comune a molte Amaryllidaceae.

Le specie del genere Hippeastrum si possono incrociare anche con il genere Sprekelia dando origine all’ibrido intergenerico ed apomittico x Hippeastrelia.

Per quanto riguarda l’impollinazione questa avviene generalmente ad opera di insetti e di colibrì ma in Hippeastrum calyptratum sono i pipistrelli a portare il polline da un fiore all’altro. Il pipistrello si appoggia al fiore che deve sostenerne il peso. Per questo i suoi peduncoli sono particolarmente robusti. I pipistrelli non hanno una buona vista ed i fiori, verdi e dall’odore di “plastica nuova”, possono fotosintetizzare piuttosto che attrarre impollinatori con colori vivaci.

Poche specie sono autofertili ed alcune lo sono solo in qualche individuo. L’impollinazione incrociata è sempre favorita con vari meccanismi e anche le specie autofertili si autoimpollinano solo come “ultima chance”.

I semi vengono dispersi dal vento, come si può facilmente immaginare data la loro forma. In coltivazione vengono spesso seminati facendoli galleggiare sull’acqua in un contenitore per poi trapiantare le plantule appena saranno maneggiabili. Alcuni affondano ma germinano ugualmente. Io preferisco seminarli su un substrato solido, uguale a quello adatto alla crescita delle piante adulte, poiché la crescita iniziale in acqua avviene utilizzando esclusivamente le riserve del seme e non anche i nutrienti prelevabili dal terreno. Inoltre il trapianto potrebbe causare alcune perdite e disturbare le piantine che dovrebbero abituarsi al substrato solido dopo essersi inizialmente sviluppate in acqua.

Alcune specie producono bulbi laterali (alcuni individui più di altri) ed altre invece no. Quando presenti, i bulbi laterali possono essere impiegati nella propagazione agamica, ma, ovviamente, costituiranno sempre un solito clone non autoimpollinabile nel caso di specie o di individui autosterili.

Nel caso ti servissero altre informazioni ti invito a contattarmi attraverso il modulo di contatto di questo sito, mentre per informazioni sui substrati in generale puoi scaricare il minicorso da qui.  

Qui di seguito ti metto alcune mie foto.

Hippeastrum papilio in piena terra, nonostante sia epifita.
Hippeastrum papilio
Hippeastrum puniceum
Hippeastrum roseum
Hippeastrum calyptratum
Hippeastrum calyptratum
Hippeastrum machupijchense in natura
Esempio di substrato adatto alla maggior parte delle specie del genere Hippeastrum

L’evoluzione delle Cactaceae

Fino ad oggi non è stato trovato nessun cactus fossile. I processi di sedimentazione, che portano alla formazione dei fossili, richiedono un rapido seppellimento e la circolazione all’interno di questo di acqua, in modo da permettere la sostituzione del materiale organico con materiale minerale.

La maggior parte dei cactus però vive nei deserti o in ambienti subdesertici dove l’acqua è scarsa e piove di rado.

Per tali motivi, al giorno d’oggi, non sono ancora stati rinvenuti cactus fossili.

Non conoscendo esemplari fossili, ossia antichi, per determinare le relazioni esistenti tra i vari cactus si deve ricorrere alla morfologia esterna delle piante e a dati biochimici e cromosomici (DNA).

Da alcuni studi molto recenti sulla variabilità del DNA e sull’anatomia vascolare dei cactus, è risultato che la famiglia delle Angiospermae più vicina sistematicamente alle Cactaceae è quella delle Portulacaceae (e non quella delle Mesembryanthemaceae come si pensava precedentemente).

Dalle Portulacaceae si originò, nel Cenozoico, quando il grande continente del Gondwana (costituito da Africa, Sud America, Antartide, Madagascar e India) iniziò a frammentarsi, una stirpe xerofitica, (amante dei luoghi aridi), dotata di un metabolismo CAM/C4, presenza di cellule acquifere (capaci di accumulare acqua), riduzione delle foglie, trasferimento della fotosintesi ai fusti e riduzione della superficie esterna, che fu capace di diffondersi e di dare origine a molte specie. Questi antenati possedevano anche i 2 principali caratteri distintivi delle Cactaceae: le areole (strutture pubescenti da cui si sviluppano le gemme ascellari) e le gemme ascellari (particolari gemme che possono dare origine a fiori o a spine).

Il centro esatto dell’origine dei cactus è stato discusso per molti anni e oggi persistono ancora 2 centri dei speciazione più probabili: le isole caraibiche e il Sud America meridionale. La seconda ipotesi è quella più accreditata.

 

Oggi la grande famiglia delle Cactaceae (la seconda famiglia più grande del Nuovo Mondo dopo le Bromeliaceae) comprende approssimativamente 1500-2200 specie ed è diffusa esclusivamente nelle Americhe (dal Canada centrale alla Patagonia). Una sola specie è presente in Africa: Rhipsalis baccifera.

In base ai caratteri morfologici la maggior parte dei botanici distingue 3 sottofamigie, che si pensa si siano distinte circa 20 milioni di anni fa, qui indicate in ordine evolutivo: Pereskioideae, Opuntioideae e Cactoideae.

Andiamo a scoprirle una per una…

SOTTOFAMIGLIA Pereskioideae

È la più piccola famiglia delle Cactaceae comprendendo solo 18 specie ed è l’unica i cui componenti possiedono foglie ben distinte e persistenti oltre a grandi semi neri e lucidi e semenzali con cotiledoni carnosi.

Ci sono solo 2 generi: Pereskia (16 specie) e Maihuenia (2 specie) e sono diffuse maggiormente in Sud America.

Le Pereskia, originarie dell’America centrale e dei Caraibi, sono piante generalmente arbustive o arboree, legnose e scarsamente succulente; solo una specie (P. aculeata) ha portamento sarmentoso. Alcune specie hanno fiori grandi ed appariscenti (P. aculeata, P. sacharosa), mentre altre hanno fiori minuti (P. humboldtii).

Maihuenia vive a quote relativamente elevate sulle Ande argentine e cilene. Sono piante di alta montagna con un portamento a cuscinetto aggrovigliato ed hanno una crescita molto lenta. Il loro aspetto è estremamente diverso dalle loro cugine Pereskia e per questo originariamente erano state poste vicino al genere Opuntia (o in alcuni casi all’interno).

Entrambi questi generi si trovano su una linea evolutiva indipendente dagli altri cactus, ma non hanno avuto lo stesso successo in termini di speciazione e di diffusione geografica che hanno invece avuto le altre 2 sottofamiglie. Sono probabilmente un gruppo relitto molto simile alle “Protocactaceae” ancestrali.

Pereskia aculeata. Pereskioideae. Una specie sarmentosa.

Pereskia sacharosa. Pereskioideae. Una specie arbustiva.

SOTTOFAMIGLIA Opuntioideae

È una sottofamiglia molto vasta i cui componenti posseggono tutti una struttura morfologica esclusiva: i glochidi.

I glochidi sono delle areole (strutture da cui si sviluppano delle gemme che possono dare origine a spine o a fiori) costituite da piccolissime e finissime spine simili a setole che si distaccano al minimo contatto.

Molte specie inoltre hanno foglie decidue che si disseccano precocemente e cadono.

Altra caratteristica sono i semi neri racchiusi in un involucro funicolare grigio-avorio costituito da tessuti accessori che in alcune specie si induriscono divenendo simili a sassolini.

Infine i semenzali hanno cotiledoni carnosi simili a quelli delle Pereskioideae.

La sottofamiglia è costituita da 13 generi e circa 300 specie: Opuntia (con più di 200 specie), Cylindropuntia (42 specie), Austrocylindropuntia (12 specie), Brasiliopuntia (1 specie), Tephrocactus (10 specie), Pterocactus (9 specie), Corynopuntia (15 specie), Salmonopuntia (1 specie), Puna (2 specie), Pereskiopsis (con circa 9 specie), Quiabentia (con 2-4 specie), Tacinga (con 2 specie) e Maihueniopsis (con 5 specie).

Questa sottofamiglia è la più diffusa sul territorio delle altre 2 essendo presente sia in Nord che in Sud America (dal Canada centrale fino alla Patagonia). Si è inoltre diffusa abbondantemente in Sud Africa e in Australia (dove sta diventando infestate).

Ha inoltre un valore economico molto importante poiché alcune specie (come Opuntia ficus-indica) sono coltivate, soprattutto nell’area mediterranea, per la produzione di frutti, mentre in Sud America, in Messico, in Egitto e in Sicilia vengono usate come supporto per le cocciniglie dalle quali si ricava un colorante rosso impiegato per tingere i tessuti.

Quiabentia pflanzii. Opuntioideae. Una specie arborescente.

Cylindropuntia tunicata. Opuntioideae. Una specie arbustiva.

SOTTOFAMIGLIA Cactoideae

Questa sottofamiglia concentra circa l’86% della biodiversità di tutte le Cactaceae.

I suoi componenti caratterizzano, nella maggior parte dei casi, fino al 99% delle collezioni di Cactus.

Questa sottofamiglia è abbondantemente diffusa sia in Nord che in Sud America e mostra un’incredibile variabilità morfologica: si va da cactus globosi o allungati coperti di spine a forme arboree di notevoli dimensioni a piccoli cactus a rosetta privi di spine, fino ad arrivare a forme epifite con fusti piatti ed allungati che crescono nelle umide foreste pluviali.

Non possiedono foglie, che non si sviluppano mai nel corso del loro ciclo biologico.

I fiori sono generalmente imbutiformi. Le spine, quando presenti, variano nella struttura, nel colore, nella densità e nella disposizione.

I cotiledoni sono microscopici nei semi, in quanto non crescono in proporzione alla crescita dell’embrione.

Data la notevole variabilità, oggi si riconoscono da 8 a 10 linee evolutive indipendenti dette tribù che contano complessivamente da 1000 a 2000 specie.

4 tribù si sono sviluppate in Nord America e sono:

  1. Cacteae: la più grande caratterizzata da cactus globosi con molte costolature, areole ovali e fiori subapicali, originari di USA, Messico, Canada, Caraibi, Venezuela e Colombia. Comprende i seguenti generi: Ariocarpus, Astrophytum, Aztekium, Coryphantha, Echinocactus, Echinofossolocactus, Epithelantha, Escobaria, Ferocactus, Geohintonia, Leuchtembergia, Lophophora, Mammillaria, Neolloydia, Obregonia, Ortegocactus, Pediocactus, Peleciphora, Sclerocactus, Stenocereus, Strombocactus, Thelocactus.
  2. Pachycereeae: cactus colonnari con fiori generalmente notturni, dell’America Centrale, Messico, Stati Uniti sud-occidentali, Caraibi e Sud America (fino al Venezuela). Comprende i seguenti generi: Bergerocactus, Carnegia, Cephalocereus, Escontria, Myrtillocactus, Neobuxbaumia, Pachycereus, Polaskia e Stenocereus.
  3. Echinocereeae: Cactus cilindrici dotati di numerose coste spinose, originari del Sud America. Comprende i seguenti generi: Acanthocereus, Echinocereus, Harrisia, Leptocereus e Peniocereus.
  4. Hylocereeae: cactus epifiti, striscianti o rampicanti dotati di radici avventizie, originari di luoghi umidi e scarsamente soleggiati dell’America centrale e meridionale. Comprende i seguenti generi: Disocactus, Epiphyllum, Hylocereus, Selenicereus e Weberocereus.

5 tribù si sono sviluppate in Sud America e mostrano gli stessi adattamenti morfologici dei loro consimili nord-americani:

  1. Notocacteae: cactus cilindrici o globosi dotati di numerose coste con areole setolose e fiori apicali, originari del Sud America e delle Galápagos. Comprende i seguenti generi: Austrocactus, Blossfeldia, Copiapoa, Corryocactus, Eriosyce, Eulychnia, Frailea, Parodia, Ubelmannia e Yavia.
  2. Thrichocereeae: cactus colonnari, cilindrici o globosi con molte coste , originari del Sud America e delle Galápagos. Comprende i generi: Acanthocalycium, Brachycereus, Cintia, Cleistocactus, Deincoza, Discocactus, Echinopsis, Espostoa, Facheiroa, Gymnocalycium, Harrisia, Lasiocereus, Leocereus, Lobivia, Matucana, Mila, Neowerdermannia, Oreocerus, Oroya, Pygmoeocereues, Rebutia, Samaipaticereus e Weberbauerocereus.
  3. Browningieae: cactus colonnari fortemente spinosi con fiori notturni, originari del Sud America (Ande) e delle Galápagos. Comprende i seguenti generi: Amatocereus, Browningia, Calymnanthium, Jasminocereus, Pseudoacanthocereus e Stetsonia.
  4. Cereeae: cactus con fusti colonnari, spine robuste, poco costolati, originari del Sud America orientale (Brasile, Uruguay, Argentina). Comprende i seguenti generi: Arrojadia, Austrocephalocereus, Brasioliocereus, Cereus, Cipocereus, Coleocephalocereus, Micranthocereus, Pilosocereus e Stephanocereus.
  5. Rhipsalideae: specie epifite con fusti allungati penduli o striscianti e fiori diurni, ma che restano aperti anche di notte. Comprende i seguenti generi: Hatiora, Lepismium, Rhipsalis, Rhipsalidopsis e Schlumbergera.

In questa ultima tribù vi è una specie originaria dell’Africa tropicale. Non si sa esattamente come il progenitore di questa specie vi sia arrivato e quindi diversificato, ma si pensa che ciò possa essere dovuto al trasporto di semi da parte di uccelli migratori o da parte di correnti oceaniche.

Alcuni pensano che potrebbero essere stati anche antichi navigatori partiti dall’Africa alla volta delle Americhe e poi tornati indietro; oppure antichi navigatori partiti dalle Americhe e arrivati in Africa portando con essi i semi di questa pianta.

Echinocactus grusonii. Cactoideae, Cacteae. Una specie globosa.

Rhipsalis puniceodiscus. Cactoideae, Rhipsalideae. Una specie epifita.

Epiphyllum oxypetalum. Cactoideae, Hylocereeae. Una specie epifita.

Eopuntia douglasii: il mito del cactus fossile

 Nel 1944 venne ritrovato, in depositi eocenici provenienti dalle formazioni del Green River nello stato dello Utah (USA), un fossile molto particolare che venne ritenuto inizialmente un cactus e fu denominato Eopuntia douglasii.

Ci furono in seguito molte controversie sul fatto che questo fossile fosse indubbiamente un cactus. Oggi si ritiene infatti più probabile che non si tratti di una cactacea, ma di un Cyperus (un’erbacea palustre).

A causa dei rizomi tuberosi la specie è stata determinata come Cyperus filiferus, una monocotiledone con fusti dicotomici alla cui biforcazione si trovano dei lobi, allargati in una massa globosa, dotati di una fossetta sulle appendici distali.

Il fossile di Cyperus filiferus classificato erroneamente come Eopuntia douglasii

LE TEORIE ALTERNATIVE

 La teoria delle Maihuenia

Alcuni considerano il genere Maihuenia come il cactus più primitivo, cioè quello più simile all’antenato delle Cactaceae.

Ci sono in effetti delle somiglianze tra Maihuenia e Portulaca e molti caratteri di Maihuenia sono ritenuti primitivi nella famiglia delle Cactaceae, per cui alcuni pensano che le tre sottofamiglie attuali si siano evolute da un antenato simile alle specie di questo genere.

I cactus della sottofamiglia Opuntioideae sud-americani (Austrocylindropuntia e Maihueniopsis) sono probabilmente gli opuntioidi più primitivi: essi non sono molto diversi morfologicamente da Maihuenia, ma hanno in più i glochidi e gli arilli ossei nei semi.

Tra i cactus della sottofamiglia Cactoideae, le Copiapoa sono probabilmente le più primitive, producendo semi neri la cui morfologia si avvicina a quella delle Pereskioideae.

La teoria delle Pereskia

Il genere Pereskia è generalmente considerato il più primitivo a causa della sua scarsità di succulenza e la presenza di foglie che la fanno somigliare ad una pianta “ordinaria”, ma con in più le areole e le gemme ascellari tipiche delle Cactaceae.

Secondo questa teoria le prime Cactaceae erano piante fogliose che in risposta a un maggior inaridimento dell’habitat divennero più succulente, trasformando le loro foglie in spine.

Secondo alcuni scienziati invece le Pereskia possono rappresentare una devoluzione: cioè si possono essere separate precocemente durante l’evoluzione dei cactus, adattandosi a vivere in un ambiente meno arido e più piovoso, divenendo così piante fogliose. Esse avrebbero scelto cioè la “via più facile”.

La teoria dei Rhipsalis

 Rhipsalis è l’unico cactus rinvenuto naturalmente in Africa, al di fuori delle Americhe.

Alcuni pensano che possa essere stato introdotto in questo continente dall’uomo: antichi navigatori Africani arrivarono fino in America e poi ritornarono indietro portando con sé questa pianta; o, al contrario, alcuni antichi navigatori americani arrivarono fino in Africa e portarono con loro questa pianta che per essi poteva avere un qualche utilizzo etnobotanico.

Poiché la distanza tra Africa e America è notevole i semi di tale pianta possono anche essere stati introdotti dagli uccelli migratori, oppure dalle correnti oceaniche.

Un’altra teoria è invece quella che si basa sul fatto che i cactus si possano essere evoluti a partire proprio dai Rhipsalis prima della frammentazione del Gondwana. Per cui i Rhipsalis rimasti in Africa non si sarebbero evoluti ulteriormente a differenza dei loro cugini americani che si sarebbero dovuti adattare a condizioni climatiche sempre più avverse. I Rhipsalis quindi potrebbero essere gli antenati di tutti i cactus.

 

Iris sezione Iris

Fino al 2015 il genere Iris era vastissimo, troppo vasto, e comprendeva diverse specie che ora, dopo una profonda e motivata revisione, fanno parte di altri generi. In Iris sono ora rimaste solo le sezioni Oncocyclus, Hexapogon, Regelia, Iris, Pseudoregelia e Psammiris, caratterizzate dai fiori dotati di “barbe”. Se ti interessa approfondire la nuova classificazione del 2015 non esitare a contattarmi attraverso il modulo di contatto di questo sito. In questo articolo ti parlerò della sezione Iris che comprende le specie volgarmente conosciute in italiano come “giaggioli”. Mi occuperò qui delle specie botaniche e non dei numerosissimi ibridi artificiali.

Sono diffusi naturalmente in un areale che va dalla Cina occidentale al Portogallo e dalla Bielorussia allo Yemen, in ambienti molto diversi ma spesso caratterizzati da suolo ben drenato, calcareo e con scarsa vegetazione. Ho notato che spesso crescono su pendii, preferendo l’esposizione ad est. L’areale che vede il maggior numero di specie è rappresentato dalle tre penisole italiana, balcanica ed anatolica.

Sono geofite rizomatose, con rizoma scarsamente interrato o superficiale su cui sono inserite le foglie, distiche, cioè disposte su un unico piano, a formare un ventaglio. Le foglie sono formate quasi esclusivamente dalla loro pagina inferiore alla quale si sono saldati i due margini unendosi verso l’alto. La pagina superiore è ridotta alla breve scanalatura presente alla base e che avvolge il rizoma.

I loro fiori, caratterizzati da ali (tepali rivolti verso il basso) e vessilli (tepali rivolti verso l’alto), sono sorretti da fusti che vanno da 0 a 170 cm, più o meno ramificati a seconda delle specie. Possono essere blu, gialli e/o bianchi, con moltissime combinazioni e tonalità.

La loro determinazione non è sempre immediata ed agevole. Per riconoscere le varie specie bisogna infatti far riferimento alla proporzione tra il tubo fiorale e l’ovario, alla lunghezza delle brattee ed alla loro colorazione e consistenza, alle dimensioni delle foglie e del fusto, alla ramificazione eventuale del fusto, alle dimensioni delle varie parti del fiore. In molti casi si può avere una conferma solo dall’analisi del cariotipo, cioè della forma e dimensione di tutti i cromosomi.

In particolare in Italia negli ultimi cinquant’anni sono state scoperte nuove specie grazie al lavoro di Maretta Colasante che, sulla base di segnalazioni interessanti basate sulla morfologia, ha visto conferma delle sue ipotesi dalle analisi dei cariotipi. Così oggi sappiamo che l’Italia annovera tra le sue specie anche Iris marsica, Iris setina, Iris relicta, Iris revoluta, Iris bicapitata e Iris benacensis. Quest’ultima confermata come specie valida dopo esser stata ritenuta sinonimo di Iris aphylla per molti anni.  Inoltre, ciò che si riteneva una popolazione calabrese di Iris relicta è stato scoperto essere un’altra nuova specie: Iris calabra.

La ricerca è andata avanti anche in altre zone e così in Croazia è stata scoperta Iris adriatica, in Montenegro Iris orjenii e in Grecia Iris hellenica.

Purtroppo negli stessi anni ci siamo lasciati estinguere una specie: la siciliana Iris statellae. Ritenuta sinonimo di Iris lutescens è stata riconosciuta come specie a sé ma non è più stata trovata. Fu coltivata da Maretta Colasante per alcuni anni, ma poi morì e ci si accorse che quello era probabilmente l’ultimo esemplare.

Qui voglio spezzare una lancia in favore della conservazione ex situ (cioè fuori dalle popolazioni naturali, in coltivazione) da alcuni ritenuta inutile o dannosa senza che però nessuno mi abbia ancora validamente spiegato il perché. Certamente è una pratica che va fatta con tutte le dovute attenzioni per mantenere la massima biodiversità e la purezza specifica, tenendo anche memoria dei dati di località dei vari cloni coltivati.

Per questo io utilizzo il metodo dell’impollinazione manuale sotto rete. Lascio sbocciare i fiori dentro sacchetti di rete finissima, li tolgo solo nel momento in cui li impollino manualmente (con altri cloni della medesima specie e località o, in mancanza, con sé stessi) e li ricopro subito con gli stessi sacchetti senza che nessun insetto partecipi all’impollinazione. La sola impollinazione manuale che taluni operano non garantisce affatto che i fiori non vengano impollinati anche da insetti con il polline di chissà quale altra specie/clone compatibile.

La coltivazione ex situ è importante perché ho visto come alcune delle specie più rare e con distribuzione puntiforme siano fortemente minacciate (uso di diserbanti, pascolo eccessivo, ecc.). Bisogna che orti botanici e custodi privati qualificati la adottino ogni qual volta sia possibile. Ad essa può eventualmente essere affiancata anche la reintroduzione in natura di individui puri, qualora se ne verificasse la necessità.

In coltivazione amano i terreni calcarei (ma in natura crescono talvolta, soffrendo un po’, anche su terreni acidi e su serpentini), ben drenati (soprattutto le specie asiatiche), con poco materiale organico, sabbiosi e sassosi. Non gradiscono i terricci commerciali a base di torba e compost. Risulta preferibile la coltivazione in piena terra, meglio se in pendio, poiché nei vasi sono troppo suscettibili alle variazioni di temperatura ed umidità, soprattutto nei vasi di plastica lasciati al sole per ore durante l’estate.

Evitare gli afidi significa soprattutto evitare che questi trasmettano dei virus che possono indebolire le piante e per i quali non esiste alcun rimedio se non la distruzione immediata delle piante con virosi. La virosi si riconosce nelle iris per la presenza, soprattutto in primavera, di striature longitudinali biancastre e traslucide sulle foglie. L’unica cosa che si può fare è utilizzare i semi delle piante virotiche poiché è difficile che il virus si trasmetta alla discendenza (meglio comunque bagnare i semi in una blanda soluzione di candeggina per pochi minuti, poi sciacquarli e seminarli).

Puoi provvedere alla concimazione con un fertilizzante per succulente, quindi poco azotato e ricco in potassio, da somministrare in autunno ed un mese prima della fioritura.

La propagazione è facilissima da divisione dei rizomi, come potrai ben immaginare e come sicuramente già saprai. Meno facile è la propagazione per seme. Per questa occorre raccogliere i semi alla fine della primavera o all’inizio dell’estate e conservarli fino all’autunno, quando saranno seminati all’aperto, preferibilmente sotto una rete a maglia fine (ombreggiante) che nebulizzi gli acquazzoni e in vaso. I semi andranno affondati parzialmente nel substrato, coperti con uno strato di circa 5-10 mm di ghiaietto fine, annaffiati e lasciati al freddo ed alla pioggia invernali. Nasceranno la primavera successiva, ma qualcuno potrebbe nascere anche subito, in autunno, o con un anno di ritardo.

Iris cengialti, in natura.

Iris relicta

Iris setina

Iris pumila

Iris lutescens, in natura.

Iris lutescens, in natura.

Iris sicula, l’iris più grande.

Iris pallida subsp. dalmatica

Iris pallida subsp. illyrica

Le Begoniaceae

Le Begoniaceae sono una famiglia che annovera solo due generi: Begonia e Hillebrandia. Begonia è un genere enorme: contiene oltre 1900 specie ed è il quinto più numeroso tra le angiosperme (il primo è Astragalus, con oltre 3000 specie). Hillebrandia ha invece una sola specie: Hillebrandia sandwicense. Questa si distingue per avere i fiori a simmetria radiale e rappresenta una morfologia più antica rispetto al genere Begonia.

Il genere Begonia ha una variabiltà vastissima, favorita dallo scarso scambio genico tra le diverse popolazioni, e nuove specie vengono scoperte in continuazione, soprattutto in Indonesia, ma non solo. Molte, purtroppo, si saranno estinte senza mai essere state scoperte, divorate dalla deforestazione insieme al loro ambiente e a tutto ciò che conteneva.

All’interno del genere Begonia esistono oltre sessanta sezioni in cui il genere è diviso e molte specie non facenti parte di nessuna sezione. Queste suddivisioni sono basate, più o meno, sulle differenze che si trovano nelle specie dei vari continenti. Ogni continente ha le proprie sezioni.

In base alla loro morfologia possiamo dividerle nei seguenti gruppi: rizomatose, a canna, tuberose, pachicauli, rampicanti, erbacee, arbustive.

Se invece vogliamo basarci sul loro areale di distribuzione possiamo raggrupparle come segue: americane, sino-himalayane, indonesiane, indocinesi e africane.

In coltivazione le americane sono tra le più facili, pur non essendo rustiche. Tra queste esistono alcune specie che sfidano il sole diretto (delle “eccezioni” tra le begonie) e riconoscibili dalle foglie rigide e coperte di peluria bianca.

Le sino-himalayane invece sono spesso tra le più rustiche poiché comprendono specie di montagna e specie extratropicali, ma alcune specie, soprattutto quelle montane, non amano le nostre estati mediterranee per cui da giugno a settembre vanno tenute nei luoghi più freschi ed ombrosi. In inverno alcune resistono anche all’aperto, se tenute relativamente asciutte e perdendo la parte aerea.

Le specie indonesiane sono molto belle e interessanti ma possono vivere solo in un’atmosfera molto umida ed in ambienti che non siano mai freddi. Praticamente possono essere coltivate solo in un terrario umido, luminoso ma non esposto al sole diretto, magari con un fondale coperto di sfagno vivo. Può bastare anche un semplice barattolo di vetro tenuto tappato, ma fuori dalle umide foreste equatoriali non vivono. Senza terrario e fuori dalla foresta non vivono neanche in Indonesia. A me sono cresciute benissimo in laboratorio, in un germinatoio chiuso, umidissimo all’interno, a fondo riscaldato e con la parte superiore trasparente su cui avevo appoggiato tre lampade fluorescenti accese dalla mattina alla sera e regolate da un timer. Le ho viste anche nelle serre chiuse al pubblico dell’Orto Botanico di Lione, tenute all’incirca con le mie stesse modalità. Alcune sono rarissime e ad areale molto limitato: molto vulnerabili e minacciate di estinzione.

Il gruppo delle indocinesi ha esigenze intermedie tra le indonesiane e le sino-himalayane e rispecchia il variare dei climi dall’equatoriale al temperato.

Le africane sono poco numerose, rispetto a quelle degli altri continenti, ma sono molto variabili. Si va da specie pachicauli come B. dregei ad altre malgasce o dell’Africa centro-occidentale che hanno anch’esse bisogno di terrario. Le pachicauli africane sono piuttosto rognose in coltivazione e spesso si ammalano di oidio se non sufficientemente arieggiate.

In coltivazione due punti fermi sono: terreno fresco ma ben drenato e ombreggiatura. In natura spesso crescono nel sottobosco su terreni in pendenza che non soffrono di ristagni d’acqua pur trovandosi in climi generalmente umidi.

Quindi niente sottovasi, niente terricci asfittici né pesanti o pressati e niente sole diretto. Io le coltivo in terriccio per succulente, pur annaffiandole molto più spesso di tali piante: 40% terriccio universale con compost, 40% lava tritata (granulometria 3-5 mm), 20% sabbia ventilata da intonaci.

Concimazione da effettuarsi durante la stagione di crescita con un concime bilanciato addizionato di microelementi.

Le aggressioni da parte di parassiti sono generalmente molto rare e di scarsa entità.

La propagazione può avvenire, oltre che da seme, anche da talea di fusto e da talea di foglia (vedi “La propagazione agamica“).

Esistono importanti collezioni private e pubbliche e se deciderai di iniziarne una sarà senz’altro un’opera interessante. Cerca però di evitare i venditori (comunque pochi) che vendono piante continuamente prelevate direttamente in natura, non propagate in coltivazione. Questi operano quasi esclusivamente in Indonesia dove le specie, numerose e rare, hanno areali molto ristretti e che sono già spesso distrutti per far spazio alle coltivazioni di palme da olio. Acquistare da essi sarebbe incentivare insostenibili prelievi in natura, contribuire alla distruzione e non alla conservazione. Dico questo nella speranza che i loro ambienti naturali non vengano mai distrutti, altrimenti è inutile e insensato proteggere una specie singolarmente se poi si consente di distruggerla con tutto ciò che gli sta intorno.

La tua collezione sarà ovviamente interessante solo se composta da specie botaniche, magari con dati di località, non da ibridi commerciali dei quali si è persino persa ogni genealogia. Ma questo so che lo hai già capito.

Un po’ di tassonomia per tutti

Molti non affrontano nemmeno l’argomento. “Tanto non ci capisco nulla” pensano. Invece è essenziale sforzarsi un po’, imparare e migliorarsi sempre. La tassonomia non è più complicata delle istruzioni di un cellulare che tutti usiamo. Serve a mettere in ordine le piante nel nostro cervello. Serve a capirle di più nel loro insieme e nella loro unicità. Serve anche per semplicemente intendere in modo univoco ed universale di cosa si sta parlando quando si parla di piante.

Cominciamo dal significato della parola. Un taxon (plurale: taxa) è ogni insieme di individui aventi certe caratteristiche più o meno generiche. È un taxon una specie, una famiglia, un ordine, una varietà, ecc. Olea europaea, Narcissus tazetta subsp. aureus, Cucurbitaceae, Gymnospermae, Hippeastrum, Lamiales sono tutti taxa, ad esempio. Quindi tassonomia significa mettere i nomi ai taxa, cioè a questi gruppi.

La tassonomia prima di Linneo praticamente non esisteva ed i nomi dei taxa erano descrizioni in latino comprendenti diverse parole. Linneo organizzò la tassonomia utilizzando il sistema binomio per le specie: ogni specie da allora viene identificata utilizzando due sole parole. La prima, scritta in corsivo e sempre con l’iniziale maiuscola, indica il genere, mentre la seconda, scritta ancora in corsivo ma con l’iniziale minuscola, è l’epiteto specifico che indica la specie all’interno del genere.

All’indicazione binomia della specie segue l’autore o gli autori di tale nome, scritti in caratteri normali (non in corsivo) e più o meno abbreviati. A sua volta seguono il titolo della rivista o dell’opera in cui appare la pubblicazione (spesso in forma abbreviata) e l’anno di pubblicazione di tale specie (dopo vedremo cos’è la pubblicazione).

Nel parlare e nello scrivere comune si usa spesso la sola indicazione binomia, o si indica l’autore solo alla prima citazione di ogni specie all’interno di ogni articolo, salvo che sia necessario indicarla più di una volta per chiarezza.

A volte i nomi scientifici cambiano. Non cambiano però perché a qualcuno piace di più un nome nuovo. Cambiano perché si è capito (o si pensa di aver capito) qualcosa in più di quel taxon. Si può capire, ad esempio, che una specie non fa più parte di un genere perché le sue caratteristiche sono più affini a quelle di un altro genere o di un nuovo genere appositamente creato, oppure un genere viene scisso in diversi generi ognuno con le proprie caratteristiche d’insieme analizzate più in dettaglio, oppure una famiglia viene portata a livello di sottofamiglia. Un nome non può essere cambiato perché è stato scritto male nella sua prima pubblicazione. Rimane come è stato pubblicato. Ad esempio, il genere Huernia sarebbe dovuto essere Heurnia, per commemorare J. van Heurn, ma il tipografo si sbagliò e Huernia è rimasto.

A proposito di tipografi; oggi una pubblicazione botanica è accettata anche non cartacea, se pubblicata in formato pdf in riviste od opere che abbiano il codice ISBN (International Standard Book Number).

Una cosa è certa: due specie diverse non possono avere il solito nome. Nel caso in cui qualcuno pubblicasse un nome già esistente questo sarebbe illegittimo perché vale la regola della priorità.

Se invece si pubblicasse con nome diverso una specie già pubblicata in passato con un primo nome, questo secondo od ulteriore nome sarebbe solo un sinonimo.

Nel caso in cui un nome venga pubblicato per la prima volta senza rispettare tutte le regole per “presentarlo alla scienza” come si deve questo sarebbe un nome invalido e un’eventuale seconda specie con lo stesso nome (ma pubblicato secondo le regole) sarebbe correttamente denominata e mantenibile.

Avrai forse notato che nell’indicazione dell’autore appaiono talvolta alcune parole od abbreviazioni tra parentesi. Sono il nome dell’autore del basionimo, cioè del primo nome correttamente attribuito ad un solito certo gruppo di individui. Nome che poi è cambiato.

La parola “ex” che appare talvolta nell’indicazione degli autori significa che il nome del taxon è stato proposto da chi è indicato prima della parola “ex” ma che poi è stato validamente pubblicato dall’autore che la segue. Nel caso in cui si debba fortemente abbreviare si può indicare solo il secondo autore, cioè quello pubblicante; non viceversa.

Con questa casistica, ma ce ne sarebbe anche molta altra, avrai già capito perché per essere univoci sia necessario indicare anche l’autore di ogni taxon ed eventualmente anche l’anno di pubblicazione e la rivista o l’opera in cui è apparsa la pubblicazione.

Vediamo ora cosa si intende per “pubblicazione” di un taxon. Vediamolo con il caso più semplice e frequente: una nuova specie.

La pubblicazione può apparire all’interno di un articolo più ampio, ma le parti essenziali sono:

  • il nome binomio seguito dall’autore e, solo in questa sua prima apparizione, anche dall’indicazione latina “species nova” o dall’abbreviazione “sp. n.” o altra.
  • la diagnosi, cioè la descrizione delle caratteristiche tipiche che la specie in questione ha e che la diversificano da altre simili. La diagnosi dai tempi di Linneo al 2012 doveva essere scritta in latino. Dal 2012 si può scegliere tra latino ed inglese. La diagnosi non è la descrizione totale della pianta, che quasi sempre viene comunque pubblicata, ma solo l’indicazione di come riconoscerla.
  • La designazione di un olotipo, cioè di un campione d’erbario a cui tutti gli individui della stessa specie dovranno essere uguali (o quasi), ed eventualmente di isotipi, cioè di campioni simili alternativi o “di scorta”. Quando per vari motivi un olotipo vada perso o distrutto si potrà procedere a designare un “nuovo sostituto” che si chiamerà lectotipo.
  • L’indicazione di dove i tipi di cui sopra sono stati raccolti (nome del luogo e/o coordinate geografiche)
  • L’indicazione di chi li ha raccolti (ed eventualmente del codice/numero assegnato dal raccoglitore al campione, di un fieldnumber)
  • L’indicazione di quando sono stati raccolti
  • L’indicazione dell’erbario, e più precisamente del suo codice dell’Index Herbariorum, in cui sono stati depositati (ed eventualmente del codice/numero ad essi attribuito dall’erbario).

Quando invece un nome binomio cambia bisogna indicare il nome dell’autore del basionimo tra parentesi seguito dal nome dell’autore attualmente pubblicante e dall’indicazione “comb. et stat. n.” o “stat. n.” o “comb. n.”, cioè l’abbreviazione latina per “combinazione e stato nuovi” o per solo uno dei due. Cambia solo la combinazione quando, ad esempio, una specie passa da un genere ad un altro, mentre si ha lo stato nuovo quando, sempre ad esempio, una sottospecie passa al rango di specie.

Ti faccio qualche esempio con qualche spiegazione.

Arisaema triphyllum (L.) Schott, Melet. Bot. 1: 17. 1832, ha come basionimo Arum triphyllum L. Sp. pl., ed. 2. 2: 1368. 1763 [Aug 1763]  perché Linneo (abbreviato “L.”) nel 1763 non lo aveva riconosciuto come facente parte del genere Arisaema (che nemmeno esisteva all’epoca) ma lo riteneva attribuibile al genere Arum. Poi Schott nel 1832 lo inserì nel genere Arisaema che nel frattempo era stato creato.

Opuntia macrorhiza Engelm. Boston J. Nat. Hist. 6: 206. 1850, è un nome accettato che ha come sinonimo Opuntia mackensenii Rose Contr. U.S. Natl. Herb. 13: 310 (t. 67). 1911. Il secondo nome qui è solo un sinonimo poiché pubblicato nel 1911 quando esisteva già un nome per la stessa specie dal 1850 pubblicato sul Boston Journal of Natural History.

Iris adriatica Trinajstić ex Mitić — Phyton (Horn) 42(2): 307. 2002 era già stato pubblicato da Trinajstić ma il nome era invalido perché non aveva indicato l’olotipo e non era stata fatta la diagnosi in latino (due errori grossolani, a dir la verità). Nel 2002 Božena Mitić lo ripubblica correttamente evidenziando che il nome era già stato suggerito da Ivo Trinajstić. “(Horn)” indica la città austriaca della casa editoriale che pubblica “Phyton”, mentre i numeri seguenti sono relativi al volume, al fascicolo, alle pagine e alla data della pubblicazione.

Be’, spero di non averti annoiato troppo, ma ritengo che siano cose che una persona che si interessi seriamente di piante debba sapere. Cose che purtroppo non si trovano facilmente in giro, soprattutto in italiano. Se invece vuoi approfondire l’argomento non ti resta che consultare l’International Code of Botanical Nomenclature.