Le Cycadales

Rappresentano l’unico ordine delle Cycadopsida e sono piante dalle caratteristiche arcaiche apparse sulla terra intorno ai 280 milioni di anni fa. Si suddividono in tre famiglie: Cycadaceae, Zamiaceae e Stangeriaceae. Oggi ne esistono 326 specie sparse nelle zone tropicali e subtropicali del mondo.

Le loro radici possono essere carnose e succulente nelle specie a fusto sotterraneo oppure legnose e sottili nelle specie a fusto emerso. Altre specie hanno un fusto sotterraneo privo dei residui basali delle foglie e piuttosto liscio, detto lignotubero. Intorno al colletto hanno poi un’ulteriore tipo di radici dalla forma simile a dei coralli (radici coralloidi) sulle quali vivono in simbiosi dei cianobatteri che fissano l’azoto atmosferico rendendo possibile la vita di queste piante anche in terreni molto poveri di nutrienti.

I fusti, nelle specie che li hanno emersi dal suolo, possono raggiungere in casi eccezionali altezze di 15 m (Lepidozamia hopei), ma possono anche essere striscianti.

Le foglie sono quasi sempre pennate, raramente bipennate o con rachide secondario o terziario multifido (Bowenia spp., Cycas multipinnata e Cycas debaoensis).

I loro organi riproduttivi sono strobili (coni) formati da foglie modificate che se portano ovuli sono dette macrosporofilli e che se portano polline vengono dette microsporofilli. Solo i macrosporofilli del genere Cycas non compongono un vero cono e si vede benissimo che sono foglie solo leggermente modificate che però riescono a portare fino a 10 ovuli ciascuna, mentre negli altri generi delle Cycadales non si superano i 2 ovuli per macrosporofillo. Da qui si capisce che il genere Cycas è anche quello con le caratteristiche più arcaiche di tutte le Cycadales.

Le Cycadales sono tutte dioiche. Cioè, ogni individuo è o solo maschile o solo femminile. Non sono mai state osservate piante con sporofilli di entrambi i sessi. È però accaduto che alcune piante in seguito a traumi da freddo o a danni fisici abbiano cambiato sesso spontaneamente. È ciò che si spera che accada a qualche pianta di Encephalartos woodii, di cui si conosce un solo clone maschile propagato agamicamente ed ormai estinto in natura.

L’impollinazione, al di là di ciò che si potrebbe pensare, avviene solo parzialmente ad opera del vento e le specie ricorrono spesso all’involontaria collaborazione degli insetti. Al momento della recettività, per poche ore al giorno e per alcuni giorni consecutivi, sugli ovuli si forma una piccola goccia sulla quale si ferma il polline. Questa goccia viene poi riassorbita e, se su di essa è caduto del polline, la fecondazione ha inizio.

In Macrozamia lucida è stato documentato che insetti della specie Cycadothrips chadwicki vengono attratti dagli strobili di notte e scacciati di giorno attraverso l’aumento di temperatura per termogenesi degli strobili stessi (soprattutto di quelli maschili in cui aumenta fino a 12°C rispetto all’aria circostante, il quintuplo di quelli femminili) e la contemporanea emissione di gas tossici. In questo modo si favorisce l’andirivieni di insetti carichi di polline tra differenti strobili maschili e femminili.

I semi hanno dimensioni variabili da 8 mm a 8 cm, a seconda della specie. Possiedono un tegumento esterno detto sarcotesta, carnoso e colorato, utile ad attrarre gli animali che li disperdono. Sotto ad esso si trova un guscio legnoso detto sclerotesta e che serve a dare protezione fisica. Andando ancora verso il centro del seme troviamo l’endotesta al cui interno si trova l’embrione. Quando il seme è ancora un ovulo non fecondato l’embrione è sostituito dal gametofita femminile aploide. In Cycas rumphii ed in alcune altre specie, tra la sclerotesta e l’endotesta si trova uno stato spugnoso che serve a consentire ai semi di galleggiare e di diffondersi tramite le correnti marine.

Vediamo ora come sono distribuite in natura per generi:

Macrozamia, Lepidozamia e Bowenia sono presenti in Australia.

Zamia, Dioon, Ceratozamia e Microcycas si trovano in America.

Encephalartos e Stangeria vivono in Africa.

Cycas è presente dall’Oceano Indiano al Pacifico occidentale, passando per tutto il Sud Est Asiatico.

La propagazione può avvenire, come in natura, tramite seme, che deve essere appoggiato sul terreno senza sotterrarlo. In coltivazione la sarcotesta deve prima essere tolta manualmente o tramite immersione in acido solforico per 20-30 minuti. In natura la sarcotesta si degrada per vari motivi durante o dopo la dispersione.

Si può operare anche agamicamente tramite il distacco di polloni basali o che appaiano lungo il tronco. Una volta piantati radicheranno e daranno origine a nuove piante.

Sia partendo da seme che utilizzando la propagazione agamica la crescita è generalmente molto lenta e per ottenere individui adulti servono spesso parecchi anni, cosa che spiega il costo apparentemente elevato di queste preziose piante.

La loro lenta crescita le rende anche bisognose di habitat intatti e non disturbati in cui arrivare all’età riproduttiva che può giungere anche verso i 20 anni dalla nascita.

La distruzione dei loro habitat e la raccolta di piante in natura rende alcune specie molto vulnerabili ed a rischio di estinzione.

In coltivazione crescono generalmente senza particolari necessità di terreno, anche se alcune specie del genere Zamia crescono in natura in terreni molto acidi (fino a pH 5), l’importante è che sia ottimamente drenato ed aerato, umido ma mai saturo d’acqua. Anche il momento in cui si annaffia è abbastanza determinante. È consigliabile prefereire la parte centrale della mattina e del pomeriggio, perché i residui di acqua sulle foglie possono causare danni nelle ore più calde e nelle ore più fredde. Con temperature massime sotto i 22°C è bene lasciare le Cycadales relativamente asciutte o, nei periodi più freddi, completamente asciutte.

Per la coltivazione all’aperto bisogna controllare la rusticità facendo riferimento alle temperature che ogni specie riscontra in natura e tenendo presente che possono tollerare qualche grado in meno.

Chi volesse produrne semi in coltivazione può provvedere all’impollinazione artificiale con due metodi:

Metodo secco: si fa cadere del polline nelle fessure che si aprono negli strobili femminili.

Metodo bagnato: si spruzza acqua mista a polline nelle stesse fessure; ad esempio, con una siringa. Questo metodo è generalmente più funzionale, e solo nelle specie di Encephalartos a foglie glauche è preferibile il metodo secco perché nel loro caso l’acqua può impedire lo sviluppo degli ovuli in semi.

Gli strobili maschili sono pronti quando rilasciano il polline ed emettono un odore acre (possono essere raccolti e lasciati o scossi su un foglio bianco su cui cadrà il polline) e quelli femminili sono ricettivi quando, a seconda delle specie, appaiano alcuni di questi fenomeni: emanazione di profumo, sofficità, apertura delle fessure, apertura “a fiore” dei macrosporofilli. Nel genere Cycas si riescono talvolta anche a vedere gli ovuli, che sono ricettivi quando hanno una gocciolina su di essi, come già detto.

Per chi volesse approfondire la loro coltivazione lascio questo link ad un libro in pdf scaricabile gratuitamente: clicca qui

Per chi invece desideri acquistare alcune di queste piante lascio un link al vivaio specializzato del mio amico Simon Lavaud, che ha anche fornito le foto di questo articolo e che ringrazio per la preziosa collaborazione: clicca qui.

Zamia imperialis in habitat, Panama.
Zamia huilensis, maschio a sinistra e femmina a destra, in habitat, Colombia.
Zamia encephalartoides in habitat, Colombia.
Zamia neurophyllidia in habitat, Costa Rica.
Nuova foglia di Zamia splendens.
Nuove foglie di Encephalartos ferox. Il colore bruno-rossastro, come in altre specie, serve a farle sembrare foglie morte quando sono ancora tenere e rischiano di essere mangiate.
Dioon edule. Piante appena ripiantate e radicate che stanno rimettendo le foglie.
Coni non impollinati di Encephalartos natalensis, E. altensteinii ed E. transvenosus.
Dioon caputoi, con radici succulente che funzionano da riserva di amido e di acqua.
Cono femminile quasi ricettivo di Cycas hainanensis.
Cono non impollinato di Dioon edule ‘Rio Verde’.
Zamia integrifolia ‘Palatka Giant’. Cono femminile pieno di semi.
Zamia pygmaea. Una delle Cycadales più piccole.
Ovuli di Cycas revoluta con la gocciolina micropilare che ha il compito di catturare il polline.
Metodo “tradizionale” di impollinazione artificiale in Cycas panzhihuaensis.
Cycas revoluta x Cycas multifrondis. Un ibrido rustico con foglie piumose coltivato all’aperto in Francia meridionale.
Encephalartos latifrons in habitat, Sud Africa. Piante secolari che probabilmente sono polloni di un fusto ormai morto.
Cono femminile con semi di Cycas fugax. Pianta coltivata in Vietnam ed ormai estinta in natura. L’epiteto “fugax” è dovuto proprio alla sua sparizione dall’habitat.

Colocasia

Colocasia è un genere della famiglia delle Araceae e la sua specie Colocasia esculenta rappresenta una pianta piuttosto diffusa in coltivazione, sia come ornamentale che come alimentare. Molti non sanno però che esistono anche altre specie nel genere Colocasia e che la specie Colocasia esculenta ha centinaia di cultivars che differiscono per il colore delle foglie e dei piccioli, per la forma dei rizomi, per le dimensioni, per la rusticità e per diverse altre caratteritiche.

Colocasia esculenta è stata, ed in parte lo è tuttora, molto diffusa nelle isole dell’Oceano Pacifico, principalmente come specie alimentare. Le sue cultivars non sono fissate geneticamente (sono eterozigoti) ed ognuna è spesso rappresentata da un solo clone propagato agamicamente. Se propagate per seme otterremmo diverse nuove cultivars monoclonali e magari qualcuna potrebbe anche essere interessante, ma anche queste dovrebbero poi essere propagate solo agamicamente affinché restino uguali.

Le cultivar alimentari che producono rizomi corti ed a forma di uovo sono conosciute con il nome di ‘Eddo’ (Cina e Giappone), mentre quelle che producono lunghi rizomi striscianti e cilindrici (da tagliare a tranci) si chiamano ‘Dasheen’ o ‘Taro’ (Sud Est Asiatico ed India meridionale) e sono di peggiore qualità organolettica.

Alle Hawaii, e probabilmente anche in altri luoghi, esistono cultivars che producono rizomi dalla polpa viola, molto apprezzati per la preparazione di ricette locali.

Vediamo ora alcune delle cultivars di Colocasia esculenta più diffuse:

  1. Colocasia esculenta ‘Black Magic’: ha foglie e piccioli color porpora scurissimo, quasi nere, opache.
  2. Colocasia esculenta ‘Fontanesii’: antica cultivar con piccioli e venature porpora scuro. La lamina fogliare, lucida, è anch’essa piuttosto scura, pur se verde.
  3. Colocasia esculenta ‘Mojito’: riconoscibile per la presenza sulla lamina fogliare di macchie porpora-nerastro, verde scuro e verde chiaro disposte a caso, di diverse forme e dimensioni su ogni foglia. I piccioli sono scuri.
  4. Colocasia esculenta ‘Illustris’: altra cultivar antica caratterizzata da piccioli e venature verdi, mentre il resto della lamina è porpora scuro o solo sfumato di tale colore quando si trovi in luce poco intensa.
  5. Colocasia esculenta ‘Black Beauty’: simile a ‘Illustris’ ma più scura.
  6. Colocasia esculenta ‘Nancy’s Revenge’: foglie completamente verdi ma, nelle foglie mature, su di esse si forma una macchia bianca al centro che si allarga col tempo, soprattutto lungo le venature principali. Sopporta il freddo meno di molte altre.
  7. Colocasia esculenta ‘Black Runner’: simile a ‘Black Magic’ ma leggermente più scura, con margini fogliari ondulati e con numerosi stoloni.
  8. Colocasia esculenta ‘Black Coral’: anche questa è simile a ‘Black Magic’ ma le foglie sono un po’ corrugate e insolitamente lucide.
  9. Colocasia esculenta ‘Pink China’: verde come la specie tipo ma con il picciolo rosa.
  10. Colocasia esculenta ‘Coffee Cups’: ha lamina fogliare verde lucido e nervature porpora scuro, ma la sua caratteristica principale sono i margini della foglia che si trovano ad essere molto più in alto del suo centro, così da sembrare vagamente una tazza o, meglio, un ampio cono rovesciato.

Parlando invece di specie, e non più di cultivars, entriamo in un mondo secondo me ancora più affascinante in cui ciò di cui ci meravigliamo ed appreziamo è stato creato dall’evoluzione naturale, senza lo zampino dell’uomo che incrocia e seleziona.

Abbiamo così Colocasia formosana, con foglie più ovali e meno astate; Colocasia affinis, piccola e con lo spazio tra le venature principali riempito di porpora e con una macchia centrale biancastra (ma l’intensità dei toni varia da clone a clone e secondo la stagione); Colocasia heterochroma, una splendida miniatura dai colori ancora più accesi di quelli presenti in Colocasia affinis e con le foglie piuttosto rotondeggianti (di questa specie esiste anche la cultivar ‘Dark Shadows’, ancora più scura e con un tono color peltro); Colocasia fallax, non molto grande e caratterizzata da una zona argentata al centro della foglia; Colocasia gaoligongensis con buona rusticità e con un punto nero-violaceo sulla pagina superiore della foglia, in corrispondenza del picciolo.

Colocasia gigantea è stata recentemente inclusa nel genere Leucocasia diventando Leucocasia gigantea, ma vale la pena dire che è una specie molto rigogliosa ed attraente, ma purtroppo molto sensibile al freddo.

Andiamo ora ad analizzare le cure necessarie a mantenere sane le nostre piante di Colocasia esculenta in coltivazione. Le altre specie hanno necessità simili ma con alcune specificità ancora da chiarire.

Durante l’estate amano luce, acqua a volontà e molto fertilizzante. Possono stare immerse con 5 cm di acqua sopra il colletto e se l’acqua è fertilizzata ancora meglio. In autunno iniziano a gradire terreno semplicemente umido e non più sommerso. Durante l’inverno le cultivars che producono rizomi molto tuberosi (tipicamente alimentari) possono stare all’asciutto ed i rizomi possono anche essere scavati e tenuti in luogo fresco ed asciutto per poi essere ripiantati in primavera ed avviarsi gradualmente a regimi idrici sempre più abbondanti. Alcune cultivars producono invece rizomi sottili (tipicamente solo ornamentali) che non sopravviverebbero ad uno svernamento all’asciutto per cui vanno tenute vegetanti, in terreno leggermente umido ed a temperature minime di almeno 8-10°C.

Almeno ogni 2-3 anni si raccomanda di rinvasarle e di affondare il colletto nel nuovo terreno. Questo poiché la parte vecchia e bassa del fusto muore naturalmente e si biodegrada mentre all’altro lato si forma nuovo tessuto e così facendo si arriva ad un punto in cui le piante si staccano dal terreno e cadono. Il colletto può essere affondato fino a 15 cm. In questo modo le piante saranno sempre ben stabili e abbondantemente radicate.

Il terreno deve essere drenato ma fertile e ricco. Se coltivate in vaso questo deve essere proporzionato alla grandezza della pianta, in modo da essere esplorato completamente dalle radici ma senza che ne resti di inesplorato poiché durante l’inverno l’acqua non risucchiata dalle radici tenderebbe a far marcire i rizomi. (Per informazioni sui terreni di coltivazione puoi scaricare il minicorso gratuito dal menù di questo sito.)

In clima mite (Z9) alcune delle cultivars più rustiche possono essere coltivate anche in piena terra, soprattutto se in inverno si dà loro una bella pacciamatura di foglie secche sbriciolate.

La propagazione si fa per divisione di rizoma o per distacco degli stoloni, ma naturalmente si può procedere anche da seme, difficilmente prodotto se non si interviene con l’impollinazione manuale. In questo modo si può però far apparire qualcosa di nuovo ed interessante: una nuova cultivar?

Colocasia affinis, dell’India nordorientale.
Colocasia formosana, di Taiwan.
Colocasia esculenta ‘Fontanesii’ in controluce.
Colocasia esculenta ‘Black Magic’.
(Image kindly from: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/3/3a/Colocasia_esculenta_Black_Magic_1.jpg)
Colocasia esculenta ‘Black Petiole’.
(Image kindly from: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Starr_060329-6825_Colocasia_esculenta.jpg)

Le piante impossibili

Càpita spesso che qualcuno mi contatti per un aiuto nella coltivazione di una specie un po’ “rognosa”. Talvolta posso aiutare e talvolta posso solo sperare di far capire che, date le condizioni ambientali che ognuno ha, non tutto è coltivabile. Basta. Non è questione di “bravura”. Anzi, sono proprio la conoscenza e l’esperienza che ci fanno sapere che alcune (moltissime!) specie non sono proprio mantenibili nel nostro ambiente.

Così ci sono quelli che si sentono ai tropici e, siccome abitano in una zona a clima mite, si mettono a piantare cocchi in giardino; tanto non va mai sottozero. Ma avete presente di quanto calore continuo ha bisogno il cocco? Di quanta intensità di luce? Di quanta durata minima del dì rispetto alla notte? Non si può essere soddisfatti, poi, se a giugno il cocco piantato a novembre emette una nuova foglia ed è sopravvissuto, almeno all’inverno passato. Sarà sempre una pianta sofferente, che si rovinerà ogni anno, finché un inverno “eccezionale” la farà fuori.

Oltre alle piante tropicali, che eventualmente si possono coltivare abbastanza facilmente in una serra riscaldata durante l’inverno, esistono quelle ben più difficili che il caldo proprio non lo vogliono.

Piante di montagna o di alte latitudini, che non hanno problemi a passare l’inverno, ma che durante l’estate avrebbero bisogno di temperature molto più fresche di quelle che chi abita a basse quote può garantir loro. Stelle alpine a Roma? Crescono alte e molli, poi collassano. I loro tessuti non riescono a raffreddarsi traspirando, si surriscaldano e cuociono a temperature che invece sono tollerate, ad esempio, dalle piante mediterranee. Lo stesso vale, naturalmente, per molte specie della flora montana. Qualcuna può comunque essere più adattabile di altre.

Un’altro gruppo di piante qui in Italia spesso incoltivabili e che, tra l’altro, annovera specie molto interessanti, è quello delle piante tropicali di montagna. Queste sono doppiamente rognose. Hanno bisogno di fresco perché in natura crescono ad alte quote, ma non tollerano nemmeno temperature troppo basse perché ai tropici la differenza di temperature che abbiamo qui tra estate ed inverno non esiste per il fatto che il sole non cala mai più di tanto sull’orizzonte e quindi si ha poca variabilità stagionale. Queste sono specie che starebbero bene a Catania in inverno e a Courmayeur in estate. In questo gruppo ci sarebbero piante come molte fuchsie, come alcune impatiens delle montagne africane, come diversi cactus delle Ande, come Ullucus tuberosus, come Oxalis tuberosa, come Gunnera manicata, come la mitica Worsleya procera, come i rododendri della Nuova Guinea.

Oltre al problema della temperatura si ha quello legato al fotoperiodo, cioè del rapporto tra ore di luce ed ore di buio giornaliere che si ha durante l’anno. Questo fattore può influenzare la sopravvivenza stessa della pianta (alcune piante tropicali non sopportano le nostre lunghe giornate estive e/o le nostre lunghe notti invernali) ma soprattutto regola la fioritura, la fruttificazione e l’entrata in riposo di molte specie con conseguente formazione di tuberi. Ricordo, ad esempio, i miei tentativi di coltivazione di Oxalis tuberosa, conosciuta anche come “oca”, che in estate aveva la parte interrata dei fusti che cuoceva perché la terra era troppo calda, mentre in autunno-inverno, quando l’accorciarsi del dì avrebbe dovuto stimolare la formazione dei deliziosi tuberi, questi si formavano ma rimanevano piccoli perché le temperature erano troppo basse per farli crescere a sufficienza. Stessa cosa con Ullucus tuberosus e con alcune patate interessanti (e buonissime!) che portai da un viaggio in Perù.

Morale della favola: bisogna capire serenamente ciò che si può coltivare e ciò che non può dare buoni risultati. Bisogna sì provare e sperimentare (non si sa mai!) ma bisogna anche rinunciare ad alcune cose che risultino impossibili o che si prevede che siano tali alla luce della nostra conoscenza. Non è che se si è esperti si può coltivare tutto; anzi, è proprio quando si è esperti che si sa anche cosa non si può coltivare.

Certamente sapere ciò di cui una specie ha bisogno ci potrebbe anche rendere in grado di ricreare in maniera artificiale tutte le condizioni ambientali adatte, ma… conviene? Va bene una serra riscaldata in inverno, va bene un ombrario per l’estate, ma sarebbe folle un ambiente condizionato, con molta luce durante il giorno ma sempre buio dalle 18.00 alle 6.00, sempre umido al punto giusto. Si può fare in piccolo per condurre esperimenti limitati nel tempo e nello spazio (ad esempio in un box per qualche mese), ma non si può fare per mantenere una collezione di rododendri ad Agrigento o per produrre ananas a Cortina, seppur tecnicamente possibile.

Conviene piuttosto rendersi conto delle condizioni ambientali che abbiamo, o che comunque possiamo ricreare, e concentrarsi sul cercare le specie interessanti che possiamo mantenere senza troppi problemi. Il mondo è grande e può comunque permetterci di trovare, di coltivare, di osservare e di studiare un grande numero di piante senza aver continuamente a che fare con stragi invernali ed ecatombi estive.

Hippeastrum

Ancora troppo spesso queste meravigliose bulbose sono erroneamente chiamate Amaryllis. Hippeastrum è invece un genere tutto sudamericano che si differenzia dal sudafricano Amaryllis soprattutto per i propri semi che sono piatti, papiracei, neri ed alati. Inoltre Hippeastrum ha gli scapi fiorali cavi, mentre Amaryllis li ha pieni.

L’etimologia del nome di questo genere è da ricercarsi in hippeus (= cavaliere) e astron (= stella). Quindi il significato della parola Hippeastrum è “stella del cavaliere”, ma il motivo di tale scelta non è ben chiaro.

Si tratta di geofite a bulbo poco profondo o parzialmente esposto le cui specie sono solitamente diffuse in ambienti semiaridi e con un perfetto drenaggio, come, ad esempio, su pendii erbosi con alcune rocce e sul ciglio di scarpate. Esistono però alcune specie originarie di ambienti molto diversi che vanno dalle paludi alle rupi assolate, dalle foreste e ai bordi dei torrenti.

 Nonostante questo genere sia diffuso dal Messico all’Argentina esistono due centri di biodiversità, cioè due zone in cui vivono un gran numero di specie: il Brasile sud-orientale e la regione degli Yungas, intorno al confine tra Bolivia e Perù.

Trovo molto affascinante che, nonostante la plurisecolare esplorazione botanica e, purtroppo, la forte distruzione degli habitat, si continuino ancora a trovare specie nuove mai descritte. Proprio in questi giorni è stato pubblicato Hippeastrum verdianum ad opera di un mio amico di Facebook.

Per non trattare dei comuni ibridi commerciali dei quali si è spesso persa ogni genealogia e che trovo molto poco interessanti da un punto di vista naturalistico, ti parlerò di alcune delle circa novanta specie botaniche, vere bellezze naturali.

In coltivazione è sempre utile cercare di ricreare le condizioni ambientali dei luoghi di distribuzione naturale, come sempre, ed allora ti indico qui di seguito un substrato adatto alla maggioranza delle specie, cioè a quelle che vivono in aree semiaride, più o meno luminose e ben drenate: 50% lapillo vulcanico a granulometria di circa 3-5 mm, 30% terriccio universale contenente anche compost, 20% sabbia ventilata (cioè senza polvere).

Questi che seguono sono invece alcuni degli habitat “insoliti” e le loro specie.

Paludi: Hippeastrum angustifolium, H. santacatarina, H. breviflorum.

Lungo i bordi di corsi d’acqua e cascate, talvolta temporaneamente inondati: Hippeastrum ramboi.

Rupi assolate: Hippeastrum mollevillquense

Foreste: Hippeastrum striatum, H. vittatum (margini di foreste), H. aulicum (epifita), H. papilio (epifita), H. calyptratum (epifita), H. arboricola (epifita).

Le specie epifite hanno bisogno di un substrato molto arieggiato e per le quali consiglio un 80% lapillo vulcanico e un 20% terriccio universale o anche un 100% lapillo vulcanico.

Per quanto riguarda la stagionalità bisogna dire che hanno generalmente bisogno di un riposo invernale piuttosto asciutto e a temperature minime di almeno 5°C ma alcune specie sopportano (ma non amano) un po’ di pioggia invernale e temperature minime fino a circa -2°C (Hippeastrum papilio, sempreverde, e H. aulicum, a vegetazione e fioritura invernali in clima mediterraneo).

Hippeastrum reginae pare (ma non lo ho testato) che resista fino a -7°C ed incrociato con H. vittatum ha dato origine a H. x johnsonii, ibrido abbastanza rustico creato nel 1799 da un orologiaio inglese di nome Arthur Johnson.

La coltivazione in vaso è meno problematica se il contenitore è piuttosto stretto e viene presto riempito dalle radici. Cosa, questa, comune a molte Amaryllidaceae.

Le specie del genere Hippeastrum si possono incrociare anche con il genere Sprekelia dando origine all’ibrido intergenerico ed apomittico x Hippeastrelia.

Per quanto riguarda l’impollinazione questa avviene generalmente ad opera di insetti e di colibrì ma in Hippeastrum calyptratum sono i pipistrelli a portare il polline da un fiore all’altro. Il pipistrello si appoggia al fiore che deve sostenerne il peso. Per questo i suoi peduncoli sono particolarmente robusti. I pipistrelli non hanno una buona vista ed i fiori, verdi e dall’odore di “plastica nuova”, possono fotosintetizzare piuttosto che attrarre impollinatori con colori vivaci.

Poche specie sono autofertili ed alcune lo sono solo in qualche individuo. L’impollinazione incrociata è sempre favorita con vari meccanismi e anche le specie autofertili si autoimpollinano solo come “ultima chance”.

I semi vengono dispersi dal vento, come si può facilmente immaginare data la loro forma. In coltivazione vengono spesso seminati facendoli galleggiare sull’acqua in un contenitore per poi trapiantare le plantule appena saranno maneggiabili. Alcuni affondano ma germinano ugualmente. Io preferisco seminarli su un substrato solido, uguale a quello adatto alla crescita delle piante adulte, poiché la crescita iniziale in acqua avviene utilizzando esclusivamente le riserve del seme e non anche i nutrienti prelevabili dal terreno. Inoltre il trapianto potrebbe causare alcune perdite e disturbare le piantine che dovrebbero abituarsi al substrato solido dopo essersi inizialmente sviluppate in acqua.

Alcune specie producono bulbi laterali (alcuni individui più di altri) ed altre invece no. Quando presenti, i bulbi laterali possono essere impiegati nella propagazione agamica, ma, ovviamente, costituiranno sempre un solito clone non autoimpollinabile nel caso di specie o di individui autosterili.

Nel caso ti servissero altre informazioni ti invito a contattarmi attraverso il modulo di contatto di questo sito, mentre per informazioni sui substrati in generale puoi scaricare il minicorso da qui.  

Qui di seguito ti metto alcune mie foto.

Hippeastrum papilio in piena terra, nonostante sia epifita.
Hippeastrum papilio
Hippeastrum puniceum
Hippeastrum roseum
Hippeastrum calyptratum
Hippeastrum calyptratum
Hippeastrum machupijchense in natura
Esempio di substrato adatto alla maggior parte delle specie del genere Hippeastrum