Le Cycadales

Rappresentano l’unico ordine delle Cycadopsida e sono piante dalle caratteristiche arcaiche apparse sulla terra intorno ai 280 milioni di anni fa. Si suddividono in tre famiglie: Cycadaceae, Zamiaceae e Stangeriaceae. Oggi ne esistono 326 specie sparse nelle zone tropicali e subtropicali del mondo.

Le loro radici possono essere carnose e succulente nelle specie a fusto sotterraneo oppure legnose e sottili nelle specie a fusto emerso. Altre specie hanno un fusto sotterraneo privo dei residui basali delle foglie e piuttosto liscio, detto lignotubero. Intorno al colletto hanno poi un’ulteriore tipo di radici dalla forma simile a dei coralli (radici coralloidi) sulle quali vivono in simbiosi dei cianobatteri che fissano l’azoto atmosferico rendendo possibile la vita di queste piante anche in terreni molto poveri di nutrienti.

I fusti, nelle specie che li hanno emersi dal suolo, possono raggiungere in casi eccezionali altezze di 15 m (Lepidozamia hopei), ma possono anche essere striscianti.

Le foglie sono quasi sempre pennate, raramente bipennate o con rachide secondario o terziario multifido (Bowenia spp., Cycas multipinnata e Cycas debaoensis).

I loro organi riproduttivi sono strobili (coni) formati da foglie modificate che se portano ovuli sono dette macrosporofilli e che se portano polline vengono dette microsporofilli. Solo i macrosporofilli del genere Cycas non compongono un vero cono e si vede benissimo che sono foglie solo leggermente modificate che però riescono a portare fino a 10 ovuli ciascuna, mentre negli altri generi delle Cycadales non si superano i 2 ovuli per macrosporofillo. Da qui si capisce che il genere Cycas è anche quello con le caratteristiche più arcaiche di tutte le Cycadales.

Le Cycadales sono tutte dioiche. Cioè, ogni individuo è o solo maschile o solo femminile. Non sono mai state osservate piante con sporofilli di entrambi i sessi. È però accaduto che alcune piante in seguito a traumi da freddo o a danni fisici abbiano cambiato sesso spontaneamente. È ciò che si spera che accada a qualche pianta di Encephalartos woodii, di cui si conosce un solo clone maschile propagato agamicamente ed ormai estinto in natura.

L’impollinazione, al di là di ciò che si potrebbe pensare, avviene solo parzialmente ad opera del vento e le specie ricorrono spesso all’involontaria collaborazione degli insetti. Al momento della recettività, per poche ore al giorno e per alcuni giorni consecutivi, sugli ovuli si forma una piccola goccia sulla quale si ferma il polline. Questa goccia viene poi riassorbita e, se su di essa è caduto del polline, la fecondazione ha inizio.

In Macrozamia lucida è stato documentato che insetti della specie Cycadothrips chadwicki vengono attratti dagli strobili di notte e scacciati di giorno attraverso l’aumento di temperatura per termogenesi degli strobili stessi (soprattutto di quelli maschili in cui aumenta fino a 12°C rispetto all’aria circostante, il quintuplo di quelli femminili) e la contemporanea emissione di gas tossici. In questo modo si favorisce l’andirivieni di insetti carichi di polline tra differenti strobili maschili e femminili.

I semi hanno dimensioni variabili da 8 mm a 8 cm, a seconda della specie. Possiedono un tegumento esterno detto sarcotesta, carnoso e colorato, utile ad attrarre gli animali che li disperdono. Sotto ad esso si trova un guscio legnoso detto sclerotesta e che serve a dare protezione fisica. Andando ancora verso il centro del seme troviamo l’endotesta al cui interno si trova l’embrione. Quando il seme è ancora un ovulo non fecondato l’embrione è sostituito dal gametofita femminile aploide. In Cycas rumphii ed in alcune altre specie, tra la sclerotesta e l’endotesta si trova uno stato spugnoso che serve a consentire ai semi di galleggiare e di diffondersi tramite le correnti marine.

Vediamo ora come sono distribuite in natura per generi:

Macrozamia, Lepidozamia e Bowenia sono presenti in Australia.

Zamia, Dioon, Ceratozamia e Microcycas si trovano in America.

Encephalartos e Stangeria vivono in Africa.

Cycas è presente dall’Oceano Indiano al Pacifico occidentale, passando per tutto il Sud Est Asiatico.

La propagazione può avvenire, come in natura, tramite seme, che deve essere appoggiato sul terreno senza sotterrarlo. In coltivazione la sarcotesta deve prima essere tolta manualmente o tramite immersione in acido solforico per 20-30 minuti. In natura la sarcotesta si degrada per vari motivi durante o dopo la dispersione.

Si può operare anche agamicamente tramite il distacco di polloni basali o che appaiano lungo il tronco. Una volta piantati radicheranno e daranno origine a nuove piante.

Sia partendo da seme che utilizzando la propagazione agamica la crescita è generalmente molto lenta e per ottenere individui adulti servono spesso parecchi anni, cosa che spiega il costo apparentemente elevato di queste preziose piante.

La loro lenta crescita le rende anche bisognose di habitat intatti e non disturbati in cui arrivare all’età riproduttiva che può giungere anche verso i 20 anni dalla nascita.

La distruzione dei loro habitat e la raccolta di piante in natura rende alcune specie molto vulnerabili ed a rischio di estinzione.

In coltivazione crescono generalmente senza particolari necessità di terreno, anche se alcune specie del genere Zamia crescono in natura in terreni molto acidi (fino a pH 5), l’importante è che sia ottimamente drenato ed aerato, umido ma mai saturo d’acqua. Anche il momento in cui si annaffia è abbastanza determinante. È consigliabile prefereire la parte centrale della mattina e del pomeriggio, perché i residui di acqua sulle foglie possono causare danni nelle ore più calde e nelle ore più fredde. Con temperature massime sotto i 22°C è bene lasciare le Cycadales relativamente asciutte o, nei periodi più freddi, completamente asciutte.

Per la coltivazione all’aperto bisogna controllare la rusticità facendo riferimento alle temperature che ogni specie riscontra in natura e tenendo presente che possono tollerare qualche grado in meno.

Chi volesse produrne semi in coltivazione può provvedere all’impollinazione artificiale con due metodi:

Metodo secco: si fa cadere del polline nelle fessure che si aprono negli strobili femminili.

Metodo bagnato: si spruzza acqua mista a polline nelle stesse fessure; ad esempio, con una siringa. Questo metodo è generalmente più funzionale, e solo nelle specie di Encephalartos a foglie glauche è preferibile il metodo secco perché nel loro caso l’acqua può impedire lo sviluppo degli ovuli in semi.

Gli strobili maschili sono pronti quando rilasciano il polline ed emettono un odore acre (possono essere raccolti e lasciati o scossi su un foglio bianco su cui cadrà il polline) e quelli femminili sono ricettivi quando, a seconda delle specie, appaiano alcuni di questi fenomeni: emanazione di profumo, sofficità, apertura delle fessure, apertura “a fiore” dei macrosporofilli. Nel genere Cycas si riescono talvolta anche a vedere gli ovuli, che sono ricettivi quando hanno una gocciolina su di essi, come già detto.

Per chi volesse approfondire la loro coltivazione lascio questo link ad un libro in pdf scaricabile gratuitamente: clicca qui

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Zamia imperialis in habitat, Panama.
Zamia huilensis, maschio a sinistra e femmina a destra, in habitat, Colombia.
Zamia encephalartoides in habitat, Colombia.
Zamia neurophyllidia in habitat, Costa Rica.
Nuova foglia di Zamia splendens.
Nuove foglie di Encephalartos ferox. Il colore bruno-rossastro, come in altre specie, serve a farle sembrare foglie morte quando sono ancora tenere e rischiano di essere mangiate.
Dioon edule. Piante appena ripiantate e radicate che stanno rimettendo le foglie.
Coni non impollinati di Encephalartos natalensis, E. altensteinii ed E. transvenosus.
Dioon caputoi, con radici succulente che funzionano da riserva di amido e di acqua.
Cono femminile quasi ricettivo di Cycas hainanensis.
Cono non impollinato di Dioon edule ‘Rio Verde’.
Zamia integrifolia ‘Palatka Giant’. Cono femminile pieno di semi.
Zamia pygmaea. Una delle Cycadales più piccole.
Ovuli di Cycas revoluta con la gocciolina micropilare che ha il compito di catturare il polline.
Metodo “tradizionale” di impollinazione artificiale in Cycas panzhihuaensis.
Cycas revoluta x Cycas multifrondis. Un ibrido rustico con foglie piumose coltivato all’aperto in Francia meridionale.
Encephalartos latifrons in habitat, Sud Africa. Piante secolari che probabilmente sono polloni di un fusto ormai morto.
Cono femminile con semi di Cycas fugax. Pianta coltivata in Vietnam ed ormai estinta in natura. L’epiteto “fugax” è dovuto proprio alla sua sparizione dall’habitat.

Colocasia

Colocasia è un genere della famiglia delle Araceae e la sua specie Colocasia esculenta rappresenta una pianta piuttosto diffusa in coltivazione, sia come ornamentale che come alimentare. Molti non sanno però che esistono anche altre specie nel genere Colocasia e che la specie Colocasia esculenta ha centinaia di cultivars che differiscono per il colore delle foglie e dei piccioli, per la forma dei rizomi, per le dimensioni, per la rusticità e per diverse altre caratteritiche.

Colocasia esculenta è stata, ed in parte lo è tuttora, molto diffusa nelle isole dell’Oceano Pacifico, principalmente come specie alimentare. Le sue cultivars non sono fissate geneticamente (sono eterozigoti) ed ognuna è spesso rappresentata da un solo clone propagato agamicamente. Se propagate per seme otterremmo diverse nuove cultivars monoclonali e magari qualcuna potrebbe anche essere interessante, ma anche queste dovrebbero poi essere propagate solo agamicamente affinché restino uguali.

Le cultivar alimentari che producono rizomi corti ed a forma di uovo sono conosciute con il nome di ‘Eddo’ (Cina e Giappone), mentre quelle che producono lunghi rizomi striscianti e cilindrici (da tagliare a tranci) si chiamano ‘Dasheen’ o ‘Taro’ (Sud Est Asiatico ed India meridionale) e sono di peggiore qualità organolettica.

Alle Hawaii, e probabilmente anche in altri luoghi, esistono cultivars che producono rizomi dalla polpa viola, molto apprezzati per la preparazione di ricette locali.

Vediamo ora alcune delle cultivars di Colocasia esculenta più diffuse:

  1. Colocasia esculenta ‘Black Magic’: ha foglie e piccioli color porpora scurissimo, quasi nere, opache.
  2. Colocasia esculenta ‘Fontanesii’: antica cultivar con piccioli e venature porpora scuro. La lamina fogliare, lucida, è anch’essa piuttosto scura, pur se verde.
  3. Colocasia esculenta ‘Mojito’: riconoscibile per la presenza sulla lamina fogliare di macchie porpora-nerastro, verde scuro e verde chiaro disposte a caso, di diverse forme e dimensioni su ogni foglia. I piccioli sono scuri.
  4. Colocasia esculenta ‘Illustris’: altra cultivar antica caratterizzata da piccioli e venature verdi, mentre il resto della lamina è porpora scuro o solo sfumato di tale colore quando si trovi in luce poco intensa.
  5. Colocasia esculenta ‘Black Beauty’: simile a ‘Illustris’ ma più scura.
  6. Colocasia esculenta ‘Nancy’s Revenge’: foglie completamente verdi ma, nelle foglie mature, su di esse si forma una macchia bianca al centro che si allarga col tempo, soprattutto lungo le venature principali. Sopporta il freddo meno di molte altre.
  7. Colocasia esculenta ‘Black Runner’: simile a ‘Black Magic’ ma leggermente più scura, con margini fogliari ondulati e con numerosi stoloni.
  8. Colocasia esculenta ‘Black Coral’: anche questa è simile a ‘Black Magic’ ma le foglie sono un po’ corrugate e insolitamente lucide.
  9. Colocasia esculenta ‘Pink China’: verde come la specie tipo ma con il picciolo rosa.
  10. Colocasia esculenta ‘Coffee Cups’: ha lamina fogliare verde lucido e nervature porpora scuro, ma la sua caratteristica principale sono i margini della foglia che si trovano ad essere molto più in alto del suo centro, così da sembrare vagamente una tazza o, meglio, un ampio cono rovesciato.

Parlando invece di specie, e non più di cultivars, entriamo in un mondo secondo me ancora più affascinante in cui ciò di cui ci meravigliamo ed appreziamo è stato creato dall’evoluzione naturale, senza lo zampino dell’uomo che incrocia e seleziona.

Abbiamo così Colocasia formosana, con foglie più ovali e meno astate; Colocasia affinis, piccola e con lo spazio tra le venature principali riempito di porpora e con una macchia centrale biancastra (ma l’intensità dei toni varia da clone a clone e secondo la stagione); Colocasia heterochroma, una splendida miniatura dai colori ancora più accesi di quelli presenti in Colocasia affinis e con le foglie piuttosto rotondeggianti (di questa specie esiste anche la cultivar ‘Dark Shadows’, ancora più scura e con un tono color peltro); Colocasia fallax, non molto grande e caratterizzata da una zona argentata al centro della foglia; Colocasia gaoligongensis con buona rusticità e con un punto nero-violaceo sulla pagina superiore della foglia, in corrispondenza del picciolo.

Colocasia gigantea è stata recentemente inclusa nel genere Leucocasia diventando Leucocasia gigantea, ma vale la pena dire che è una specie molto rigogliosa ed attraente, ma purtroppo molto sensibile al freddo.

Andiamo ora ad analizzare le cure necessarie a mantenere sane le nostre piante di Colocasia esculenta in coltivazione. Le altre specie hanno necessità simili ma con alcune specificità ancora da chiarire.

Durante l’estate amano luce, acqua a volontà e molto fertilizzante. Possono stare immerse con 5 cm di acqua sopra il colletto e se l’acqua è fertilizzata ancora meglio. In autunno iniziano a gradire terreno semplicemente umido e non più sommerso. Durante l’inverno le cultivars che producono rizomi molto tuberosi (tipicamente alimentari) possono stare all’asciutto ed i rizomi possono anche essere scavati e tenuti in luogo fresco ed asciutto per poi essere ripiantati in primavera ed avviarsi gradualmente a regimi idrici sempre più abbondanti. Alcune cultivars producono invece rizomi sottili (tipicamente solo ornamentali) che non sopravviverebbero ad uno svernamento all’asciutto per cui vanno tenute vegetanti, in terreno leggermente umido ed a temperature minime di almeno 8-10°C.

Almeno ogni 2-3 anni si raccomanda di rinvasarle e di affondare il colletto nel nuovo terreno. Questo poiché la parte vecchia e bassa del fusto muore naturalmente e si biodegrada mentre all’altro lato si forma nuovo tessuto e così facendo si arriva ad un punto in cui le piante si staccano dal terreno e cadono. Il colletto può essere affondato fino a 15 cm. In questo modo le piante saranno sempre ben stabili e abbondantemente radicate.

Il terreno deve essere drenato ma fertile e ricco. Se coltivate in vaso questo deve essere proporzionato alla grandezza della pianta, in modo da essere esplorato completamente dalle radici ma senza che ne resti di inesplorato poiché durante l’inverno l’acqua non risucchiata dalle radici tenderebbe a far marcire i rizomi. (Per informazioni sui terreni di coltivazione puoi scaricare il minicorso gratuito dal menù di questo sito.)

In clima mite (Z9) alcune delle cultivars più rustiche possono essere coltivate anche in piena terra, soprattutto se in inverno si dà loro una bella pacciamatura di foglie secche sbriciolate.

La propagazione si fa per divisione di rizoma o per distacco degli stoloni, ma naturalmente si può procedere anche da seme, difficilmente prodotto se non si interviene con l’impollinazione manuale. In questo modo si può però far apparire qualcosa di nuovo ed interessante: una nuova cultivar?

Colocasia affinis, dell’India nordorientale.
Colocasia formosana, di Taiwan.
Colocasia esculenta ‘Fontanesii’ in controluce.
Colocasia esculenta ‘Black Magic’.
(Image kindly from: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/3/3a/Colocasia_esculenta_Black_Magic_1.jpg)
Colocasia esculenta ‘Black Petiole’.
(Image kindly from: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Starr_060329-6825_Colocasia_esculenta.jpg)

Adenium

Con un areale di distribuzione che va dalle zone aride dell’Africa subsahariana alla Penisola Arabica meridionale e fino al Sud Africa e all’Angola le piante del genere Adenium, famiglia delle Apocynaceae, sono variabili nella forma del fusto, delle foglie, dei fiori e nei colori dei fiori. Tutte le specie sono velenose e vengono addirittura utilizzate per preparare frecce avvelenate, concentrandone il succo ed applicandolo sulle punte dei dardi.

La specie più comune è Adenium obesum, pachicaule con rami più o meno brevi a seconda dell’ambiente e dell’ecotipo. Ha foglie obovate, quasi troncate all’apice, lucide, lunghe circa 8 cm e larghe circa 3 cm e fiori rosa sfumati di bianco verso l’interno, gamopetali, con tubo centrale e lobi ad apice ottuso disposti su un piano. Il frutto è costituito da due follicoli fusiformi lunghi circa 12-15 cm e del diametro di circa 1,5 cm contenenti dei semi cilidrici lunghi circa 12 mm e dal diametro di 3 mm portanti un pappo sericeo ad ogni estremità che ne permette la dispersione ad opera del vento. I fiori vengono impollinati da Lepidotteri a lunga proboscide, come gli Sfingidi. La fioritura avviene generalmente in estate.

Si può propagare riproducendolo da seme. I semi si pongono in terreno da succulente molto ben drenato e si coprono con circa 5 mm dello stesso. Si annaffiano bene per immersione e si espongono a temperature con massime di 35°C e minime di 20°C. Germineranno in meno di una settimana. Subito dopo la germinazione bisogna provvedere a far asciugare rapidamente il substrato che inizialmente deve invece essere mantenuto umidissimo. Se non asciuga subito dopo si rischiano marciumi totali.

Anche la talea è un metodo di propagazione possibile, ma le piante così ottenute non avranno l’aspetto di una pachicaule, cioè il fusto non sarà particolarmente succulento alla base.

Si coltiva in terreno da succulente e deve essere annaffiato con molta attenzione e cognizione di causa. Le annaffiature si effettuano in tarda primavera ed estate e devono essere abbondanti (in modo da bagnare tutto il terreno fino in fondo al vaso) ma rade (in modo che il terreno asciughi fino in fondo al vaso e resti così asciutto per almeno una decina di giorni). Dovendo scegliere, meglio saltare un’annaffiatura che farne una troppo presto. Può stare anche mesi senz’acqua (crescerà meno ma non morirà). Durante la stagione fredda niente acqua! Le piante possono anche sgonfiarsi alla base per la siccità invernale, ma questo è normale. La temperatura minima invernale che possono reggere senza rischi eccessivi è di 12°C. In inverno perdono le foglie. Se le mantengono significa che sono troppo all’umido.

Anche in coltivazione producono semi, impollinati naturalmente. Si possono anche impollinare manualmente utilizzando una setola di pennello o qualcosa di simile.

Recentemente sono state create numerose cultivars con fiori insoliti: doppi, gialli, nerastri, violacei, anche in combinazioni bicolori. Se li trovate blu è una truffa.

Altre specie di Adenium sono:

Adenium boehmianum: a foglie più grosse, vellutate e con fiori color rosa pastello più scuri all’interno del tubo. Namibia e Angola.

Adenium swazicum: piccolo arbusto con caudice fusiforme sotterraneo molto sviluppato. Foglie opache e involute. Fiori rosa piuttosto uniformi. Africa meridionale orientale ecluse le coste.

Adenium socotranum: Arbusto o alberetto molto pachicaule, con tronchi molto succulenti fino ad oltre un metro di altezza. Foglie obovate e lucide. Fiori rosa con tonalità piuttosto uniformi. Soqotra.

Adenium multiflorum: Arbusto pachicaule con fiori a lobi più acuti e più nettamente bordati di rosso su una base bianca. Foglie leggermente più strette di A. obesum. Africa meridionale interna orientale.

Adenium dhofarense: arbusto pachicaule con fiori molto variabili ma piuttosto più piccoli che nelle altre specie. Foglie ellittiche. Penisola Arabica meridionale orientale.

Adenium oleifolium: piante basse e compatte con foglie strette e involute (=con margini ripiegati verso l’alto, “a canaletta”). Fiori rosa più o meno intenso, a lobi più o meno acuti ma sempre poco variabili nel colore nelle diverse zone della corolla. Africa meridionale interna.

Adenium somalense: piante compatte con foglie molto sottili. Lobi della corolla particolarmente stretti e ad apice molto acuto, rosa con evidenti strie rosse. Corno d’Africa.

Adenium multiflorum (Photo info)
Adenium boehmianum (Photo info)
Adenium swazicum (Photo info)
Adenium obesum
Frutto di Adenium obesum con i due follicoli aperti a rilasciare i semi

Bromeliaceae

Sono circa 3600 le specie di questa interessante famiglia di monocotiledoni, raggruppate in 75 generi e diffuse esclusivamente in America, con l’unica eccezione di Pitcairnia feliciana che è rinvenibile in Africa centro-occidentale. Il loro centro di diffusione sembra essere la Mata Atlântica del Brasile meridionale, dove la biodiversità di questa famiglia è ai massimi livelli.

Esistono, dal punto di vista ecologico, due grandi gruppi di Bromeliaceae: le xerofile e le igrofile. Tali caratteristiche influiscono notevolmente sull’aspetto esteriore e sulla fisiologia. Anzi, sono proprio il loro aspetto e la loro fisiologia che le rendono xerofile od igrofile. Molte, soprattutto tra le igrofile, sono epifite.

Diamo ora uno sguardo veloce ai generi principali:

Bromelia: piante terrestri, a foglie nastriformi, spinose, piuttosto orizzontali. Fiori al centro, spesso circondati da brattee rosse o dalle basi delle foglie che diventano rosse alla fioritura. L’unico genere di Bromeliaceae con frutti (singoli) commestibili, oltre ad Ananas.

Tillandsia: genere vastissimo. Molte specie sono epifite o litofite, sono coperte di tricomi bianchi che sono capaci di assimilare acqua e nutrimenti. Le radici, se presenti, hanno soprattutto una funzione di mero ancoraggio. Alcune specie sono invece prive o quasi di tricomi e hanno un aspetto più verdeggiante e foglie ampie. Una specie, Tillandsia usneoides, si trova dagli Stati Uniti meridionali al Cile ed all’Argentina centro-settentrionali ed il suo areale di distribuzione ricopre ed eccede quello di tutte le altre Bromeliaceae americane.

Aechmea: piante a rosette di foglie rigide ed ampie al cui centro raccolgono l’acqua piovana come scorta e probabilmente anche a fini simbiontici. Infiorescenze spesso vistose, che emergono dal serbatoio d’acqua.

Billbergia: Vagamente simile nell’aspetto a Aechmea ma le cui rosette non sono in grado di trattenere acqua. Botanicamente è un genere abbastanza diverso per la differente morfologia dei fiori.

Neoregelia: rosette epifite in grado di trattenere un po’ d’acqua. Fiori centrali in infiorescenze basse che non si allungano oltre le foglie. Brattee rosse centrali sono talvolta presenti al momento della fioritura.

Dyckia: piante xerofile con foglie molto rigide, succulente e spinose. Infiorescenze erette e piuttosto lunghe con fiori a tre petali separati ma formanti un tubo, solitamente gialli o arancioni.

Hechtia: molto simile nell’aspetto a Dyckia si differenzia per i fiori ampiamente aperti, più numerosi e biancastri.

Puya: piante terrestri con foglie sottili, numerose, spinose, riunite in rosette semisferiche. Fiori in infiorescenze semplici (P. mirabilis) o ramificate, di colori che vanno dal verde al bianco all’azzurro metallico. Puya raimondii è monocarpica ma le sue infiorescenze sono enormi e densissime, portando una pianta in fioritura ad essere alta fino a 15 m

Deuterocohnia: piccolo genere xerofilo caratterizzato da rosette molto accestenti, formate da foglie succulente, rigide e spinose. Fiori con petali molto ravvicinati e paralleli in modo da renderli strettamente tubolari. In questo genere è confluito il genere Abromeitiella.

Brocchinia: genere molto antico che si è separato dalle altre Bromeliaceae 20 milioni di anni fa e che contiene specie molto diversamente adattate ad ambienti poco fertili e dilavati come lo scudo roccioso della Guyana (tepui, come il monte Roraima). Ne esistono specie carnivore, simbiontiche ed in grado di fissare azoto atmosferico tramite i cianobatteri presenti nell’acqua contenuta nella propra rosetta. Infiorescenze piuttosto lunghe, ramificate, con fiori densi, piuttosto aperti a tepali brevi.

Pitcairnia: fiori a petali molto stretti ed allungati, tubiformi (ma a petali separati), zigomorfi, affiancati a bratte rosse od arancioni. Foglie spesso nastriformi, raramente lanceolate, flaccide, spesso scompigliate e rivolte sottosopra nella parte apicale.

Ananas: genere di 6-7 specie simili, tra cui il ben conosciuto Ananas comosus, l’ananas commestibile comune. Infiorescenze compatte con brattee rosa e fiori azzurro-violacei. Seguono infruttescenze cilindriche commestibili, caratterizzate da un ciuffo di foglie apicali. I semi sono verso l’esterno di ogni carpello, piatti, bruni, di circa 3 mm di diametro e non sempre vengono prodotti.

Vriesea: rosette di foglie lineari. Infiorescenze talvolta ramificate, con brattee spesso vistose, imbricate, a formare spighe appiattite se distiche o affusolate se non distiche. Fiori a tre petali paralleli che formano un tubo.

Spesso sono facili da coltivare e molte epifite si adattano egregiamente ad essere coltivate in un terreno ben drenato ed aerato. Le xerofile terrestri amano un terreno da succulente. Quasi tutte le tillandsie sono piante aeree e non necessitano di alcun substrato.

Hanno esigenze di luce molto variabili e queste devono essere rispettate, variando da specie a specie in base al loro microhabitat naturale.

Si propagano generalmente da divisione dei polloni basali, ma ovviamente è sempre possibile la riproduzione partendo da seme fresco (i semi durano pochi mesi). Le terrestri si seminano su terreno umido lasciando i semi in superficie o coperti molto leggermente. Dopo un periodo iniziale difficile e di assestamento, in cui bisogna dosare l’acqua con precisione, iniziano a crescere senza troppi problemi. Le epifite si seminano su carta assorbente umida sigillata in sacchetti di plastica trasparente o in dischi Petri, lasciando le semine lontane dal sole diretto ma in posizione luminosa. Nasceranno in circa 2-3 settimane con temperature di circa 25°C.

Tillandsia machupicchuensis, cresce solo su questa parete vicino alle rovine archeologiche di Machu Picchu.
Particolare della falesia con Tillandsia machupicchuensis
Tillandsia fendleri, cresce come epifita lungo il Rio Urubamba, Perù
Puya sp., Tillandsia sp. e cactus a Sipia, sulle pareti del canyon di Cotahuasi, Perù
Bromeliacea non determinata a Inti Punku, Perù.
Questa specie di Tillandsia (macchie verde scuro) ricopre le montagne a Lomas de Lachay, Perù
Particolare delle montagne coperte di Tillandsia a Lomas de Lachay, Perù
Puya sp. a 3900 m a Sumbay, Perù
Brocchinia reducta, carnivora (Info foto)
Bromeliacea non determinata, Inti Punku, Perù
Cespo semisferico di Deuterocohnia brevifolia var. chlorantha, in coltivazione
Hechtia podantha, in coltivazione
Serbatoio d’acqua in Aechmea fasciata, in coltivazione
I polloni basali possono essere lasciati ad accestire il cespo o possono essere tagliati alla base ed usati per la propagazione agamica

Araceae tuberose tropicali

Ultimamente sta crescendo un certo interesse verso Amorphophallus e verso altre Araceae tuberose tropicali. Oltre le insolite infiorescenze e le grandi foglie penso che anche il tubero desti la nostra curiosità scientifica. In alcune specie tali organi sotterranei possono crescere fino a taglie ragguardevoli ed ogni anno, in occasione dell’eventuale svasamento, si può notare il cambio di forma e di dimensioni.

Le specie sono abbastanza numerose: il solo genere Amorphophallus contiene oltre 180 specie. Altri generi meno ricchi di specie sono Typhonium, Anchomanes, Dracontium, Caladium, Zamioculcas, Gonatopus, Taccarum, Gorgonidium, Pycnospatha, Sauromatum, ed altri ancora.

Io le coltivo in terreni molto ben drenati, ma abbastanza umidi in estate, composti da un 40% di lapillo vulcanico con granulometria di 3-5 mm, un 20% di sabbia ventilata (priva di polvere) ed un 40% di terriccio universale costituito da compost e torba. Per le specie più xerofile aumento un po’ le proporzioni di sabbia e lapillo (per esempio: Synandrospadix, Gorgonidium). In inverno faccio passare la stasi vegetativa ponendo i tuberi di quasi tutte le specie fuori terra, in sacchetti di carta, in luogo tiepido ed asciutto, aspettando che in primavera le gemme tornino ad allungarsi.

Alcune specie amano un minimo di umidità anche durante l’inverno e devono restare interrate (Hapaline, Colletogyne, Amorphophallus più settentrionali, ecc.)

Le specie prettamente equatoriali amano anch’esse umidità costante ed anche le temperature non devono variare granché durante l’anno, mantenendosi su valori di almeno 24°C. La loro stasi non è legata ad una stagionalità, ma si manifesta in maniera irregolare e diversa da pianta a pianta. Le piante giovani possono restare sempreverdi anche per due anni producendo una nuova foglia prima che la precedente sia morta e talvolta portandone anche diverse simultaneamente.

Tra queste specie maggiormente termofile basterà citare il mitico, ma ormai facilmente trovabile, Amorphophallus titanum, il cui picciolo può essere confuso con il tronco di un albero e la cui infiorescenza è la più grossa di tutte le Araceae, potendo superare i 3 m di altezza.

Alcune di queste infiorescenze hanno colori rosso-brunastri, possono odorare terribilmente di carogna e producono calore. La cosa è contemporaneamente orribile e magnifica se si pensa che tanta pestilenza è prodotta per attirare gli insetti impollinatori: mosche e coleotteri che solitamente frequentano la carne in putrefazione. Questo tipico fenomeno olfattivo dura solitamente un solo giorno.

La propagazione avviene facilmente da seme fresco, in estate od in terrario caldo e in numerose specie anche per via agamica tramite talea di foglia (diverse specie di Amorphophallus, Gonatopus, Zamioculcas) e distacco dei tuberetti laterali (nelle specie che li producono).

Un fenomeno che ho notato è che le Araceae tuberose non soffrono in vasi sovraddimensionati (come ad esempio farebbero molte Amaryllidaceae) ma ne approfittano per sviluppare velocemente i loro tuberi.

In coltivazione gradiscono una luce filtrata ma abbondante, mentre per quanto riguarda le concimazioni consiglio un fertilizzante bilanciato con microelementi all’inizio della stagione vegetativa ed un fertilizzante da succulente con microelementi verso la fine dell’estate e in autunno. Il primo tipo di fertilizzante favorirà la crescita generale ed il secondo tipo farà produrre tuberi grandi e forti.

Se infine dei tuberi di Amorphophallus vorrai sentire anche il sapore ti consiglio di cucinare un piatto giapponese, dietetico e delicato: shirataki. Si tratta di una specie di spaghetti prodotti con i tuberi di Amorphophallus konjac. Condiscili con il tuo sugo preferito e fammi sapere cosa ne pensi.

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