Ibridi

Un ibrido è ciò che deriva da un incrocio tra due individui di due taxa diversi, cioè tra due esemplari di due specie, di due generi o di due varietà (o altro) differenti. Possono avvenire per impollinazione incrociata casuale e naturale o per impollinazione incrociata artificiale effettuata volutamente dall’uomo.

Affinché un ibrido possa originarsi bisogna che tra i due genitori esista una compatibilità genetica. Più i due soggetti sono distanti tassonomicamente e più è improbabile che generino un ibrido. Così è praticamente sicuro che si originino all’interno della specie, più incerto che si abbiano tra specie diverse all’interno dello stesso genere ed ancor più improbabile ottenerne tra due generi della stessa famiglia.

Alcuni ibridi sono sterili: più sono distanti tassonomicamente i genitori e più è probabile che gli ibridi risultanti siano sterili; cioè non riescano a riprodursi perché non producono polline oppure perché i frutti non allegano o perché alla fine i semi non germinano o per altri motivi. Solitamente, però, gli ibridi sono più vigorosi, soprattutto alle prime generazioni (se fertili) dopo l’incrocio. Questo si nota soprattutto negli ibridi tra cultivars diverse della stessa specie. Anch’io lo ho notato creando nuove varietà di ortaggi attraverso l’ibridazione tra cultivars e la successiva fissazione dei caratteri che mi interessavano per mezzo della semplice selezione delle piante da cui prendere poi i semi per l’anno successivo. Infatti più diversità genetica c’è tra i due genitori e più vigorose sono le piante (ma anche gli animali!). Il fenomeno è noto come hybrid vigor ed il suo contrario è la inbreeding depression. Alcune specie sono più sensibili di altre; così, ad esempio, si possono impollinare addirittura con sé stesse per molte generazioni di seguito diverse cucurbitacee senza che la progenie ne risenta, mentre invece il mais ha bisogno di ricevere polline da molte piante diverse (almeno 200), pur se della stessa cultivar. Addirittura pare che le cultivars antiche, che hanno più biodiversità, siano un po’ meno sensibili alla inbreeding depression rispetto alle nuove cultivars originatesi da un numero più ristretto di piante (e quindi con un pool genetico meno variato).

Spesso, ho già detto, gli ibridi sono sterili e questo avviene perché durante la fecondazione i cromosomi non riescono a riformarsi correttamente, essendo le loro due metà presenti nei due gameti (maschile e femminile) troppo diverse tra loro e non riunibili.

Se un ibrido tra due specie è fertile può esserlo perché i cromosomi sono riusciti comunque a riformarsi o perché si sono uniti due gameti che insolitamente non abbiano fatto la meiosi, cioè non si è unito metà DNA del padre e metà DNA della madre, ma tutto il DNA del padre e tutto il DNA della madre. In questo ultimo caso si è originato un allotetraploide: quattro metà di DNA di due specie diverse.

Da un ibrido tra due specie, se la progenie è stabile, si può anche generare una nuova specie, descrivibile come tutte le altre attraverso la pubblicazione di un articolo scientifico, anche nel caso in cui l’ibrido sia artificiale. Questa specie di origine ibrida può talvolta venire denominata con un segno “x” tra il nome del genere e l’epiteto specifico. Se invece l’ibrido è formato da due specie di due generi diversi il segno “x” verrà posto all’inizio del nome botanico, prima del genere.

Gli ibridi all’interno della specie non hanno generalmente difficoltà riproduttive; alla prima generazione (detta F1) verranno semplicemente a manifestarsi tutti gli eventuali caratteri dominanti presenti nei genitori, dalla seconda generazione (F2) in poi si avrà il manifestarsi di tutte le combinazioni possibili. Se da queste combinazioni andremo a selezionarne una e la riprodurremo per diverse generazioni sempre scartando tutte le piante che non avranno le caratteristiche scelte potremmo arrivare ad un punto in cui non appariranno più individui con caratteri diversi. A quel punto avremo creato una nuova cultivar stabile originata da un ibrido intraspecifico e successiva selezione.

Le cultivars possono essere registrate e se ne possono anche ottenere i diritti in modo che nessun altro possa venderle, propagarle, ecc. Operazione da diverse migliaia di euro, solitamente intrapresa da grandi aziende e che a me non piace molto per motivi etici.

Gli ibridi di prima generazione (F1) vengono spesso commercializzati per il loro (talvolta solo presunto) hybrid vigor di cui ho già parlato più sopra. Se riseminati non daranno risultati omogenei, daranno invece una variata seconda generazione (F2), anche se ci sarà stata impollinazione tra piante del solito ibrido o addirittura anche nel caso di autoimpollinazione. Io alcune volte li ho riseminati ugualmente ed in alcuni casi la F2 non è stata affatto variata ma bella stabile. Così ho scoperto che alcune piante o sementi sono false F1, un po’ per pubblicizzare una qualità che non esiste ed un po’ per dissuadere il coltivatore dalla risemina e portarlo piuttosto ad acquistare nuovamente.

Quando invece sono vere F1 si possono comunque disibridare. Basterà selezionare, nelle successive generazioni, solo le piante che presentano le stesse caratteristiche delle originali F1 fino a quando nasceranno solo piante con quelle caratteristiche. Si può però anche scegliere di selezionare una caratteristica diversa dall’originale F1.

Gli ibridi vengono spesso indotti dall’uomo nelle piante in coltivazione, ma esistono anche in natura: i cosiddetti ibridi naturali.

Di questi ultimi alcuni sono sterili e fine a sé stessi, altri risultano fertili. Quelli fertili partecipano all’evoluzione in vario modo (introgressione tra due specie) e, tra questi, quelli allotetraploidi, ormai non più in grado di reincrociarsi nemmeno con le specie che li hanno originati perché il loro numero di cromosomi è troppo diverso, sono un mezzo di speciazione relativamente comune. Le piante ad un livello più alto di ploidìa possono avere caratteristiche diverse dai loro progenitori diploidi in quanto possono essere più resistenti in alcuni ambienti e risultare quindi avvantaggiate. Tipicamente, più è alto il numero di cromosomi e più una specie è mediamente resistente al freddo. Le specie tropicali infatti hanno generalmente meno cromosomi di quelle rustiche, anche se la rusticità dipende pure da altri fattori.

L’uomo ha iniziato a “capire” gli ibridi solo da due o tre secoli, ma ne ha ben presto sfruttato il loro potenziale, talvolta in maniera poco etica, mescolando il lavoro dei biologi con quello dei giuristi.