Le Cycadales

Rappresentano l’unico ordine delle Cycadopsida e sono piante dalle caratteristiche arcaiche apparse sulla terra intorno ai 280 milioni di anni fa. Si suddividono in tre famiglie: Cycadaceae, Zamiaceae e Stangeriaceae. Oggi ne esistono 326 specie sparse nelle zone tropicali e subtropicali del mondo.

Le loro radici possono essere carnose e succulente nelle specie a fusto sotterraneo oppure legnose e sottili nelle specie a fusto emerso. Altre specie hanno un fusto sotterraneo privo dei residui basali delle foglie e piuttosto liscio, detto lignotubero. Intorno al colletto hanno poi un’ulteriore tipo di radici dalla forma simile a dei coralli (radici coralloidi) sulle quali vivono in simbiosi dei cianobatteri che fissano l’azoto atmosferico rendendo possibile la vita di queste piante anche in terreni molto poveri di nutrienti.

I fusti, nelle specie che li hanno emersi dal suolo, possono raggiungere in casi eccezionali altezze di 15 m (Lepidozamia hopei), ma possono anche essere striscianti.

Le foglie sono quasi sempre pennate, raramente bipennate o con rachide secondario o terziario multifido (Bowenia spp., Cycas multipinnata e Cycas debaoensis).

I loro organi riproduttivi sono strobili (coni) formati da foglie modificate che se portano ovuli sono dette macrosporofilli e che se portano polline vengono dette microsporofilli. Solo i macrosporofilli del genere Cycas non compongono un vero cono e si vede benissimo che sono foglie solo leggermente modificate che però riescono a portare fino a 10 ovuli ciascuna, mentre negli altri generi delle Cycadales non si superano i 2 ovuli per macrosporofillo. Da qui si capisce che il genere Cycas è anche quello con le caratteristiche più arcaiche di tutte le Cycadales.

Le Cycadales sono tutte dioiche. Cioè, ogni individuo è o solo maschile o solo femminile. Non sono mai state osservate piante con sporofilli di entrambi i sessi. È però accaduto che alcune piante in seguito a traumi da freddo o a danni fisici abbiano cambiato sesso spontaneamente. È ciò che si spera che accada a qualche pianta di Encephalartos woodii, di cui si conosce un solo clone maschile propagato agamicamente ed ormai estinto in natura.

L’impollinazione, al di là di ciò che si potrebbe pensare, avviene solo parzialmente ad opera del vento e le specie ricorrono spesso all’involontaria collaborazione degli insetti. Al momento della recettività, per poche ore al giorno e per alcuni giorni consecutivi, sugli ovuli si forma una piccola goccia sulla quale si ferma il polline. Questa goccia viene poi riassorbita e, se su di essa è caduto del polline, la fecondazione ha inizio.

In Macrozamia lucida è stato documentato che insetti della specie Cycadothrips chadwicki vengono attratti dagli strobili di notte e scacciati di giorno attraverso l’aumento di temperatura per termogenesi degli strobili stessi (soprattutto di quelli maschili in cui aumenta fino a 12°C rispetto all’aria circostante, il quintuplo di quelli femminili) e la contemporanea emissione di gas tossici. In questo modo si favorisce l’andirivieni di insetti carichi di polline tra differenti strobili maschili e femminili.

I semi hanno dimensioni variabili da 8 mm a 8 cm, a seconda della specie. Possiedono un tegumento esterno detto sarcotesta, carnoso e colorato, utile ad attrarre gli animali che li disperdono. Sotto ad esso si trova un guscio legnoso detto sclerotesta e che serve a dare protezione fisica. Andando ancora verso il centro del seme troviamo l’endotesta al cui interno si trova l’embrione. Quando il seme è ancora un ovulo non fecondato l’embrione è sostituito dal gametofita femminile aploide. In Cycas rumphii ed in alcune altre specie, tra la sclerotesta e l’endotesta si trova uno stato spugnoso che serve a consentire ai semi di galleggiare e di diffondersi tramite le correnti marine.

Vediamo ora come sono distribuite in natura per generi:

Macrozamia, Lepidozamia e Bowenia sono presenti in Australia.

Zamia, Dioon, Ceratozamia e Microcycas si trovano in America.

Encephalartos e Stangeria vivono in Africa.

Cycas è presente dall’Oceano Indiano al Pacifico occidentale, passando per tutto il Sud Est Asiatico.

La propagazione può avvenire, come in natura, tramite seme, che deve essere appoggiato sul terreno senza sotterrarlo. In coltivazione la sarcotesta deve prima essere tolta manualmente o tramite immersione in acido solforico per 20-30 minuti. In natura la sarcotesta si degrada per vari motivi durante o dopo la dispersione.

Si può operare anche agamicamente tramite il distacco di polloni basali o che appaiano lungo il tronco. Una volta piantati radicheranno e daranno origine a nuove piante.

Sia partendo da seme che utilizzando la propagazione agamica la crescita è generalmente molto lenta e per ottenere individui adulti servono spesso parecchi anni, cosa che spiega il costo apparentemente elevato di queste preziose piante.

La loro lenta crescita le rende anche bisognose di habitat intatti e non disturbati in cui arrivare all’età riproduttiva che può giungere anche verso i 20 anni dalla nascita.

La distruzione dei loro habitat e la raccolta di piante in natura rende alcune specie molto vulnerabili ed a rischio di estinzione.

In coltivazione crescono generalmente senza particolari necessità di terreno, anche se alcune specie del genere Zamia crescono in natura in terreni molto acidi (fino a pH 5), l’importante è che sia ottimamente drenato ed aerato, umido ma mai saturo d’acqua. Anche il momento in cui si annaffia è abbastanza determinante. È consigliabile prefereire la parte centrale della mattina e del pomeriggio, perché i residui di acqua sulle foglie possono causare danni nelle ore più calde e nelle ore più fredde. Con temperature massime sotto i 22°C è bene lasciare le Cycadales relativamente asciutte o, nei periodi più freddi, completamente asciutte.

Per la coltivazione all’aperto bisogna controllare la rusticità facendo riferimento alle temperature che ogni specie riscontra in natura e tenendo presente che possono tollerare qualche grado in meno.

Chi volesse produrne semi in coltivazione può provvedere all’impollinazione artificiale con due metodi:

Metodo secco: si fa cadere del polline nelle fessure che si aprono negli strobili femminili.

Metodo bagnato: si spruzza acqua mista a polline nelle stesse fessure; ad esempio, con una siringa. Questo metodo è generalmente più funzionale, e solo nelle specie di Encephalartos a foglie glauche è preferibile il metodo secco perché nel loro caso l’acqua può impedire lo sviluppo degli ovuli in semi.

Gli strobili maschili sono pronti quando rilasciano il polline ed emettono un odore acre (possono essere raccolti e lasciati o scossi su un foglio bianco su cui cadrà il polline) e quelli femminili sono ricettivi quando, a seconda delle specie, appaiano alcuni di questi fenomeni: emanazione di profumo, sofficità, apertura delle fessure, apertura “a fiore” dei macrosporofilli. Nel genere Cycas si riescono talvolta anche a vedere gli ovuli, che sono ricettivi quando hanno una gocciolina su di essi, come già detto.

Per chi volesse approfondire la loro coltivazione lascio questo link ad un libro in pdf scaricabile gratuitamente: clicca qui

Per chi invece desideri acquistare alcune di queste piante lascio un link al vivaio specializzato del mio amico Simon Lavaud, che ha anche fornito le foto di questo articolo e che ringrazio per la preziosa collaborazione: clicca qui.

Zamia imperialis in habitat, Panama.
Zamia huilensis, maschio a sinistra e femmina a destra, in habitat, Colombia.
Zamia encephalartoides in habitat, Colombia.
Zamia neurophyllidia in habitat, Costa Rica.
Nuova foglia di Zamia splendens.
Nuove foglie di Encephalartos ferox. Il colore bruno-rossastro, come in altre specie, serve a farle sembrare foglie morte quando sono ancora tenere e rischiano di essere mangiate.
Dioon edule. Piante appena ripiantate e radicate che stanno rimettendo le foglie.
Coni non impollinati di Encephalartos natalensis, E. altensteinii ed E. transvenosus.
Dioon caputoi, con radici succulente che funzionano da riserva di amido e di acqua.
Cono femminile quasi ricettivo di Cycas hainanensis.
Cono non impollinato di Dioon edule ‘Rio Verde’.
Zamia integrifolia ‘Palatka Giant’. Cono femminile pieno di semi.
Zamia pygmaea. Una delle Cycadales più piccole.
Ovuli di Cycas revoluta con la gocciolina micropilare che ha il compito di catturare il polline.
Metodo “tradizionale” di impollinazione artificiale in Cycas panzhihuaensis.
Cycas revoluta x Cycas multifrondis. Un ibrido rustico con foglie piumose coltivato all’aperto in Francia meridionale.
Encephalartos latifrons in habitat, Sud Africa. Piante secolari che probabilmente sono polloni di un fusto ormai morto.
Cono femminile con semi di Cycas fugax. Pianta coltivata in Vietnam ed ormai estinta in natura. L’epiteto “fugax” è dovuto proprio alla sua sparizione dall’habitat.

Colocasia

Colocasia è un genere della famiglia delle Araceae e la sua specie Colocasia esculenta rappresenta una pianta piuttosto diffusa in coltivazione, sia come ornamentale che come alimentare. Molti non sanno però che esistono anche altre specie nel genere Colocasia e che la specie Colocasia esculenta ha centinaia di cultivars che differiscono per il colore delle foglie e dei piccioli, per la forma dei rizomi, per le dimensioni, per la rusticità e per diverse altre caratteritiche.

Colocasia esculenta è stata, ed in parte lo è tuttora, molto diffusa nelle isole dell’Oceano Pacifico, principalmente come specie alimentare. Le sue cultivars non sono fissate geneticamente (sono eterozigoti) ed ognuna è spesso rappresentata da un solo clone propagato agamicamente. Se propagate per seme otterremmo diverse nuove cultivars monoclonali e magari qualcuna potrebbe anche essere interessante, ma anche queste dovrebbero poi essere propagate solo agamicamente affinché restino uguali.

Le cultivar alimentari che producono rizomi corti ed a forma di uovo sono conosciute con il nome di ‘Eddo’ (Cina e Giappone), mentre quelle che producono lunghi rizomi striscianti e cilindrici (da tagliare a tranci) si chiamano ‘Dasheen’ o ‘Taro’ (Sud Est Asiatico ed India meridionale) e sono di peggiore qualità organolettica.

Alle Hawaii, e probabilmente anche in altri luoghi, esistono cultivars che producono rizomi dalla polpa viola, molto apprezzati per la preparazione di ricette locali.

Vediamo ora alcune delle cultivars di Colocasia esculenta più diffuse:

  1. Colocasia esculenta ‘Black Magic’: ha foglie e piccioli color porpora scurissimo, quasi nere, opache.
  2. Colocasia esculenta ‘Fontanesii’: antica cultivar con piccioli e venature porpora scuro. La lamina fogliare, lucida, è anch’essa piuttosto scura, pur se verde.
  3. Colocasia esculenta ‘Mojito’: riconoscibile per la presenza sulla lamina fogliare di macchie porpora-nerastro, verde scuro e verde chiaro disposte a caso, di diverse forme e dimensioni su ogni foglia. I piccioli sono scuri.
  4. Colocasia esculenta ‘Illustris’: altra cultivar antica caratterizzata da piccioli e venature verdi, mentre il resto della lamina è porpora scuro o solo sfumato di tale colore quando si trovi in luce poco intensa.
  5. Colocasia esculenta ‘Black Beauty’: simile a ‘Illustris’ ma più scura.
  6. Colocasia esculenta ‘Nancy’s Revenge’: foglie completamente verdi ma, nelle foglie mature, su di esse si forma una macchia bianca al centro che si allarga col tempo, soprattutto lungo le venature principali. Sopporta il freddo meno di molte altre.
  7. Colocasia esculenta ‘Black Runner’: simile a ‘Black Magic’ ma leggermente più scura, con margini fogliari ondulati e con numerosi stoloni.
  8. Colocasia esculenta ‘Black Coral’: anche questa è simile a ‘Black Magic’ ma le foglie sono un po’ corrugate e insolitamente lucide.
  9. Colocasia esculenta ‘Pink China’: verde come la specie tipo ma con il picciolo rosa.
  10. Colocasia esculenta ‘Coffee Cups’: ha lamina fogliare verde lucido e nervature porpora scuro, ma la sua caratteristica principale sono i margini della foglia che si trovano ad essere molto più in alto del suo centro, così da sembrare vagamente una tazza o, meglio, un ampio cono rovesciato.

Parlando invece di specie, e non più di cultivars, entriamo in un mondo secondo me ancora più affascinante in cui ciò di cui ci meravigliamo ed appreziamo è stato creato dall’evoluzione naturale, senza lo zampino dell’uomo che incrocia e seleziona.

Abbiamo così Colocasia formosana, con foglie più ovali e meno astate; Colocasia affinis, piccola e con lo spazio tra le venature principali riempito di porpora e con una macchia centrale biancastra (ma l’intensità dei toni varia da clone a clone e secondo la stagione); Colocasia heterochroma, una splendida miniatura dai colori ancora più accesi di quelli presenti in Colocasia affinis e con le foglie piuttosto rotondeggianti (di questa specie esiste anche la cultivar ‘Dark Shadows’, ancora più scura e con un tono color peltro); Colocasia fallax, non molto grande e caratterizzata da una zona argentata al centro della foglia; Colocasia gaoligongensis con buona rusticità e con un punto nero-violaceo sulla pagina superiore della foglia, in corrispondenza del picciolo.

Colocasia gigantea è stata recentemente inclusa nel genere Leucocasia diventando Leucocasia gigantea, ma vale la pena dire che è una specie molto rigogliosa ed attraente, ma purtroppo molto sensibile al freddo.

Andiamo ora ad analizzare le cure necessarie a mantenere sane le nostre piante di Colocasia esculenta in coltivazione. Le altre specie hanno necessità simili ma con alcune specificità ancora da chiarire.

Durante l’estate amano luce, acqua a volontà e molto fertilizzante. Possono stare immerse con 5 cm di acqua sopra il colletto e se l’acqua è fertilizzata ancora meglio. In autunno iniziano a gradire terreno semplicemente umido e non più sommerso. Durante l’inverno le cultivars che producono rizomi molto tuberosi (tipicamente alimentari) possono stare all’asciutto ed i rizomi possono anche essere scavati e tenuti in luogo fresco ed asciutto per poi essere ripiantati in primavera ed avviarsi gradualmente a regimi idrici sempre più abbondanti. Alcune cultivars producono invece rizomi sottili (tipicamente solo ornamentali) che non sopravviverebbero ad uno svernamento all’asciutto per cui vanno tenute vegetanti, in terreno leggermente umido ed a temperature minime di almeno 8-10°C.

Almeno ogni 2-3 anni si raccomanda di rinvasarle e di affondare il colletto nel nuovo terreno. Questo poiché la parte vecchia e bassa del fusto muore naturalmente e si biodegrada mentre all’altro lato si forma nuovo tessuto e così facendo si arriva ad un punto in cui le piante si staccano dal terreno e cadono. Il colletto può essere affondato fino a 15 cm. In questo modo le piante saranno sempre ben stabili e abbondantemente radicate.

Il terreno deve essere drenato ma fertile e ricco. Se coltivate in vaso questo deve essere proporzionato alla grandezza della pianta, in modo da essere esplorato completamente dalle radici ma senza che ne resti di inesplorato poiché durante l’inverno l’acqua non risucchiata dalle radici tenderebbe a far marcire i rizomi. (Per informazioni sui terreni di coltivazione puoi scaricare il minicorso gratuito dal menù di questo sito.)

In clima mite (Z9) alcune delle cultivars più rustiche possono essere coltivate anche in piena terra, soprattutto se in inverno si dà loro una bella pacciamatura di foglie secche sbriciolate.

La propagazione si fa per divisione di rizoma o per distacco degli stoloni, ma naturalmente si può procedere anche da seme, difficilmente prodotto se non si interviene con l’impollinazione manuale. In questo modo si può però far apparire qualcosa di nuovo ed interessante: una nuova cultivar?

Colocasia affinis, dell’India nordorientale.
Colocasia formosana, di Taiwan.
Colocasia esculenta ‘Fontanesii’ in controluce.
Colocasia esculenta ‘Black Magic’.
(Image kindly from: https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/3/3a/Colocasia_esculenta_Black_Magic_1.jpg)
Colocasia esculenta ‘Black Petiole’.
(Image kindly from: https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Starr_060329-6825_Colocasia_esculenta.jpg)

Adenium

Con un areale di distribuzione che va dalle zone aride dell’Africa subsahariana alla Penisola Arabica meridionale e fino al Sud Africa e all’Angola le piante del genere Adenium, famiglia delle Apocynaceae, sono variabili nella forma del fusto, delle foglie, dei fiori e nei colori dei fiori. Tutte le specie sono velenose e vengono addirittura utilizzate per preparare frecce avvelenate, concentrandone il succo ed applicandolo sulle punte dei dardi.

La specie più comune è Adenium obesum, pachicaule con rami più o meno brevi a seconda dell’ambiente e dell’ecotipo. Ha foglie obovate, quasi troncate all’apice, lucide, lunghe circa 8 cm e larghe circa 3 cm e fiori rosa sfumati di bianco verso l’interno, gamopetali, con tubo centrale e lobi ad apice ottuso disposti su un piano. Il frutto è costituito da due follicoli fusiformi lunghi circa 12-15 cm e del diametro di circa 1,5 cm contenenti dei semi cilidrici lunghi circa 12 mm e dal diametro di 3 mm portanti un pappo sericeo ad ogni estremità che ne permette la dispersione ad opera del vento. I fiori vengono impollinati da Lepidotteri a lunga proboscide, come gli Sfingidi. La fioritura avviene generalmente in estate.

Si può propagare riproducendolo da seme. I semi si pongono in terreno da succulente molto ben drenato e si coprono con circa 5 mm dello stesso. Si annaffiano bene per immersione e si espongono a temperature con massime di 35°C e minime di 20°C. Germineranno in meno di una settimana. Subito dopo la germinazione bisogna provvedere a far asciugare rapidamente il substrato che inizialmente deve invece essere mantenuto umidissimo. Se non asciuga subito dopo si rischiano marciumi totali.

Anche la talea è un metodo di propagazione possibile, ma le piante così ottenute non avranno l’aspetto di una pachicaule, cioè il fusto non sarà particolarmente succulento alla base.

Si coltiva in terreno da succulente e deve essere annaffiato con molta attenzione e cognizione di causa. Le annaffiature si effettuano in tarda primavera ed estate e devono essere abbondanti (in modo da bagnare tutto il terreno fino in fondo al vaso) ma rade (in modo che il terreno asciughi fino in fondo al vaso e resti così asciutto per almeno una decina di giorni). Dovendo scegliere, meglio saltare un’annaffiatura che farne una troppo presto. Può stare anche mesi senz’acqua (crescerà meno ma non morirà). Durante la stagione fredda niente acqua! Le piante possono anche sgonfiarsi alla base per la siccità invernale, ma questo è normale. La temperatura minima invernale che possono reggere senza rischi eccessivi è di 12°C. In inverno perdono le foglie. Se le mantengono significa che sono troppo all’umido.

Anche in coltivazione producono semi, impollinati naturalmente. Si possono anche impollinare manualmente utilizzando una setola di pennello o qualcosa di simile.

Recentemente sono state create numerose cultivars con fiori insoliti: doppi, gialli, nerastri, violacei, anche in combinazioni bicolori. Se li trovate blu è una truffa.

Altre specie di Adenium sono:

Adenium boehmianum: a foglie più grosse, vellutate e con fiori color rosa pastello più scuri all’interno del tubo. Namibia e Angola.

Adenium swazicum: piccolo arbusto con caudice fusiforme sotterraneo molto sviluppato. Foglie opache e involute. Fiori rosa piuttosto uniformi. Africa meridionale orientale ecluse le coste.

Adenium socotranum: Arbusto o alberetto molto pachicaule, con tronchi molto succulenti fino ad oltre un metro di altezza. Foglie obovate e lucide. Fiori rosa con tonalità piuttosto uniformi. Soqotra.

Adenium multiflorum: Arbusto pachicaule con fiori a lobi più acuti e più nettamente bordati di rosso su una base bianca. Foglie leggermente più strette di A. obesum. Africa meridionale interna orientale.

Adenium dhofarense: arbusto pachicaule con fiori molto variabili ma piuttosto più piccoli che nelle altre specie. Foglie ellittiche. Penisola Arabica meridionale orientale.

Adenium oleifolium: piante basse e compatte con foglie strette e involute (=con margini ripiegati verso l’alto, “a canaletta”). Fiori rosa più o meno intenso, a lobi più o meno acuti ma sempre poco variabili nel colore nelle diverse zone della corolla. Africa meridionale interna.

Adenium somalense: piante compatte con foglie molto sottili. Lobi della corolla particolarmente stretti e ad apice molto acuto, rosa con evidenti strie rosse. Corno d’Africa.

Adenium multiflorum (Photo info)
Adenium boehmianum (Photo info)
Adenium swazicum (Photo info)
Adenium obesum
Frutto di Adenium obesum con i due follicoli aperti a rilasciare i semi

Araceae tuberose tropicali

Ultimamente sta crescendo un certo interesse verso Amorphophallus e verso altre Araceae tuberose tropicali. Oltre le insolite infiorescenze e le grandi foglie penso che anche il tubero desti la nostra curiosità scientifica. In alcune specie tali organi sotterranei possono crescere fino a taglie ragguardevoli ed ogni anno, in occasione dell’eventuale svasamento, si può notare il cambio di forma e di dimensioni.

Le specie sono abbastanza numerose: il solo genere Amorphophallus contiene oltre 180 specie. Altri generi meno ricchi di specie sono Typhonium, Anchomanes, Dracontium, Caladium, Zamioculcas, Gonatopus, Taccarum, Gorgonidium, Pycnospatha, Sauromatum, ed altri ancora.

Io le coltivo in terreni molto ben drenati, ma abbastanza umidi in estate, composti da un 40% di lapillo vulcanico con granulometria di 3-5 mm, un 20% di sabbia ventilata (priva di polvere) ed un 40% di terriccio universale costituito da compost e torba. Per le specie più xerofile aumento un po’ le proporzioni di sabbia e lapillo (per esempio: Synandrospadix, Gorgonidium). In inverno faccio passare la stasi vegetativa ponendo i tuberi di quasi tutte le specie fuori terra, in sacchetti di carta, in luogo tiepido ed asciutto, aspettando che in primavera le gemme tornino ad allungarsi.

Alcune specie amano un minimo di umidità anche durante l’inverno e devono restare interrate (Hapaline, Colletogyne, Amorphophallus più settentrionali, ecc.)

Le specie prettamente equatoriali amano anch’esse umidità costante ed anche le temperature non devono variare granché durante l’anno, mantenendosi su valori di almeno 24°C. La loro stasi non è legata ad una stagionalità, ma si manifesta in maniera irregolare e diversa da pianta a pianta. Le piante giovani possono restare sempreverdi anche per due anni producendo una nuova foglia prima che la precedente sia morta e talvolta portandone anche diverse simultaneamente.

Tra queste specie maggiormente termofile basterà citare il mitico, ma ormai facilmente trovabile, Amorphophallus titanum, il cui picciolo può essere confuso con il tronco di un albero e la cui infiorescenza è la più grossa di tutte le Araceae, potendo superare i 3 m di altezza.

Alcune di queste infiorescenze hanno colori rosso-brunastri, possono odorare terribilmente di carogna e producono calore. La cosa è contemporaneamente orribile e magnifica se si pensa che tanta pestilenza è prodotta per attirare gli insetti impollinatori: mosche e coleotteri che solitamente frequentano la carne in putrefazione. Questo tipico fenomeno olfattivo dura solitamente un solo giorno.

La propagazione avviene facilmente da seme fresco, in estate od in terrario caldo e in numerose specie anche per via agamica tramite talea di foglia (diverse specie di Amorphophallus, Gonatopus, Zamioculcas) e distacco dei tuberetti laterali (nelle specie che li producono).

Un fenomeno che ho notato è che le Araceae tuberose non soffrono in vasi sovraddimensionati (come ad esempio farebbero molte Amaryllidaceae) ma ne approfittano per sviluppare velocemente i loro tuberi.

In coltivazione gradiscono una luce filtrata ma abbondante, mentre per quanto riguarda le concimazioni consiglio un fertilizzante bilanciato con microelementi all’inizio della stagione vegetativa ed un fertilizzante da succulente con microelementi verso la fine dell’estate e in autunno. Il primo tipo di fertilizzante favorirà la crescita generale ed il secondo tipo farà produrre tuberi grandi e forti.

Se infine dei tuberi di Amorphophallus vorrai sentire anche il sapore ti consiglio di cucinare un piatto giapponese, dietetico e delicato: shirataki. Si tratta di una specie di spaghetti prodotti con i tuberi di Amorphophallus konjac. Condiscili con il tuo sugo preferito e fammi sapere cosa ne pensi.

Scarica qui il tuo minicorso gratuito su come preparare i terreni di coltivazione!

La serra personale

Avere la disponibilità di una serra può fare una grandissima differenza per una persona che sia interessata alla coltivazione e alla conoscenza delle piante. Vediamo insieme diverse soluzioni ed alcuni consigli per costruire e gestire una serra personale che ci permetta di ottenere i risultati che sogniamo.

Per prima cosa bisogna tener presente che è bene abbondare il più possibile nelle dimensioni perché “una serra non è mai grande abbastanza” e prima o poi sarà strapiena. Ognuno saprà regolarsi in base alle proprie possibilità.

Esistono diversi tipi di serra: a tunnel, a pareti verticali arrotolabili e tetto in polietilene, rigide a casetta in vetro o in policarbonato, appoggiate ad una costruzione come una veranda, ecc.

A prescindere dal tipo che sceglierete vi consiglio di optare sempre per delle coperture a doppio strato poiché consentono il mantenimento di temperature più alte con consumi minori: doppie lastre o doppio tetto in polietilene gonfiabile.

A meno che non vogliamo coltivare direttamente nel terreno sarà molto più comodo dotare la propria serra di bancali su cui posare i vasi delle nostre preziose collezioni. In questo modo le piante saranno più facilmente osservabili e avremo libero ulteriore spazio sotto di esse per riporre materiale vario o piante ombrofile. Per le semine invernali esiste anche la possibilità di provvedere al riscaldamento di fondo di una parte dei bancali attraverso dei cavi-resistenza che, interrati nella sabbia, scalderanno il letto su cui saranno posati o affondati i vasi (“letto caldo”). Anche senza i cavi-resistenza alcuni collezionisti preferiscono avere comunque i bancali riempiti di sabbia umida (attento che pesa!) in cui affondare i vasi in terracotta porosa. Questo consente che le piante ospitate nei vasi non risentano degli sbalzi di umidità e di temperatura che subiscono invece le piante cresciute in contenitori dalle pareti esposte. Il metodo è particolarmente utile per le geofite che non amino la siccità invernale ma che nemmeno gradiscano essere fradice a momenti alterni.

L’inserimento nella propria serra di un apparecchio riscaldante permetterà di coltivare un maggior numero di specie. Bisognerà però valutare le temperature da impostare perché da queste dipenderanno le collezioni coltivabili ed i costi energetici. All’aumentare della temperatura diventeranno coltivabili piante più sensibili al freddo ma diventeranno non più coltivabili specie che invece necessitano di un po’ di freddo invernale.

Per una piccola serra da mantenere semplicemente senza gelo o a pochi gradi sopra zero si potrà optare per un termoventilatore con protezione antigoccia collegato ad un buon termostato digitale (non fidarti dei termostati meccanici incorporati nel termoventilatore, ti faranno solo spendere inutilmente perché hanno un elevato scarto termico tra lo spengere per il troppo calore e l’accendere per il troppo freddo).

Se la serra sarà invece più grande sarà opportuno un metodo più “professionale” come un generatore di aria calda a gasolio, a GPL o a metano. Ne esistono anche di portatili da collegare ad una bombola di gas, acquistabili per poche centinaia di euro. Un altro metodo è quello dei tubi riscaldanti provvisti di alette irradianti che passano sotto i bancali e tutto intorno alla serra: funzionano come dei termosifoni e vanno collegati ad una caldaia a loro dedicata.

L’aumento dei consumi all’aumento delle temperature impostate sarà esponenziale rispetto alla differenza tra la temperatura interna e quella esterna, anche perché maggiore sarà il calore desiderato più numerose saranno le occasioni in cui l’impianto dovrà accendersi. Cioè l’impianto non dovrà solo colmare una differenza termica maggiore, ma saranno anche più frequenti le occasioni in cui dovrà accendersi.

Un altro fenomeno di cui tener conto è che se di giorno, col sole, la serra si riscalda abbastanza e c’è una buona luce, di notte le piante saranno in grado di sopportare una temperatura leggermente inferiore. Col calore e con la luce le piante metabolizzano e si difendono dagli attacchi di muffe e marciumi, mentre se durante il giorno le temperature sono poco maggiori che di notte le piante possono non arrivare mai a riuscire a difendersi dai patogeni. Per questo, da febbraio in poi si può abbassare un po’ la temperatura minima di una serra.

L’umidità ambientale è un altro fattore importante: alcune piante la amano, altre la detestano. Se si vuole diminuire si può pavimentare la serra con materiale non traspirante, basta anche un semplice telo di polietilene, se non si vuole optare per un pavimento vero e proprio.

Ricordati sempre di arieggiare la serra durante le ore più luminose perché un ricambio d’aria è sempre salutare e previene i marciumi, a meno che tu non opti per una serra che imiti un clima equatoriale sempre caldo e sempre umido.

Per le aperture e le chiusure ci possiamo ormai affidare alla domotica e chiedere ad un installatore che ci ponga in essere porte e finestre chiudibili automaticamente o, tramite un’app, anche a distanza.

L’impianto di irrigazione dovrà essere diviso a settori, in modo da poter annaffiare contemporaneamente solo specie con esigenze simili.

Durante la primavera e l’estate la serrà dovrà essere ombreggiata ed aperta al massimo tutti i giorni per evitare surriscaldamenti letali e bruciatore da sole. Alcuni fornitori possono cucire i teli ombreggianti su misura per ogni serra, spendendo poco di più del prezzo del solo telo. Abbi cura di fissare bene il telo ombreggiante perché con il vento può “fare vela” e tirare parecchio.

Se installerai un impianto di illuminazione fallo con materiali “da esterno” perché in una serra sono sempre possibili gocciolamenti vari ed inoltre usalo solo quando ti serve: lasciarlo acceso tutte le notti non fa bene alle piante.

Ultimo consiglio: làsciati uno spazio per lavorare all’interno della serra. Ti permetterà di curare le tue piante anche in giornate grigie e piovose.

Amaryllis

È un genere di piante bulbose appartenente alla famiglia delle Amaryllidaceae, a cui dà il nome. Contiene due specie: Amaryllis belladonna ed Amaryllis paradisicola. La prima è molto comune mentre la seconda è rarissima ed “evanescente”.

Con il nome di Amaryllis vengono spesso ed erroneamente chiamate le specie del genere Hippeastrum: un genere simile, anche cariologicamente (cioè per quanto riguarda i cromosomi), ma con alcune ben definite differenze morfologiche e geobotaniche. Amaryllis è diffuso nell’Africa meridionale, mentre Hippeastrum è diffuso in America meridionale con due centri di diffusione: uno nel Brasile meridionale ed uno in Bolivia. Amaryllis ha lo scapo fiorale pieno; Hippeastrum lo ha cavo. Amaryllis produce semi carnosi, sferici e che germinano in poche settimane anche se non interrati; Hippeastrum ha semi piatti, nerastri, dotati di un’ala cartacea che ne favorisce la dispersione ad opera del vento.

Amaryllis belladonna cresce spontaneo nelle zone a clima mediterraneo dell’Africa meridionale occidentale ed è una specie decidua, a riposo estivo asciutto ed a crescita invernale. I bulbi sono piriformi, di circa 8 x 10 cm, accestenti e piuttosto superficiali, talvolta anche parzialmente esposti all’aria nella loro parte superiore. I fiori, in numero di circa 5-10, sono portati su scapi fiorali alti circa 50 cm e sono imbutiformi, larghi circa 8 cm e lunghi circa 10 cm. Nelle popolazioni selvatiche i singoli cloni possono avere foglie più o meno larghe (da 2 a 6 cm) e la colorazione dei fiori più o meno scura (da bianca a fuchsia), con molte varianti intermedie.

Approfitto dell’occasione e dell’argomento per raccontarti che queste varianti, come in diversi caratteri presenti in molte specie diversissime, sono regolate da QTL (Quantitative Trait Loci). Questi sono diversi “posti” (loci) nel DNA in cui può essere attivato o meno un gene che, insieme ad altri, porta un contributo alla gradazione di un carattere (trait). È un po’ come se avessimo diversi interruttori, ognuno dei quali collegato ad una singola lampada, e potessimo così variare la luminosità di una stanza accendendo tutte le lampade, nessuna o solo alcune. Ogni gene può poi avere uguali entrambi gli alleli (cioè la parte ereditata dal padre e la parte ereditata dalla madre), ed allora può replicarsi uguale nella discendenza o non averli uguali ed allora nella discendenza si avranno diverse combinazioni che rispetteranno le dominanze. Tutto questo moltiplicato per il numero di geni che regolano il solito carattere. Ecco come si spiegano diverse sfumature di carattere negli esseri viventi.

Tornando al nostro Amaryllis belladonna e per quanto riguarda la coltivazione bisogna raccomandare un distinto riposo estivo, un inverno umido, mite (a -4°C si “bruciano” le foglie) e luminoso; un terreno ben drenato ma non abbondante dove lasciare i bulbi indisturbati per molti anni (le Amaryllidaceae spesso non amano essere trapiantate) ed una concimazione poco azotata. Le piante iniziano a fiorire a fine estate o, se la siccità estiva è forte e prolungata, anche in autunno inoltrato. La specie è autofertile ed i fiori possono essere facilmente impollinati, cosa che consiglio di fare manualmente se si desidera ottenere molti semi.

La semina deve essere effettuata subito o comunque entro poche settimane dalla raccolta dei semi. Si pongono i semi in terra da succulente ma tenuta umida avendo cura di sotterrarli appena o di lasciarli anche leggermente esposti. Le foglie emergeranno in poche settimane ed i bulbetti ottenuti saranno pronti a fine primavera ad affrontare la loro prima siccità estiva. Fioriranno dopo circa 5-8 anni.

Amaryllis paradisicola è invece una specie descritta nel 1998 e già ricercatissima da chi arriva a sapere della sua esistenza. Speriamo che diventi disponibile in coltivazione e che non vengano danneggiate con la raccolta le scarse popolazione selvatiche. Anzi speriamo che le piante coltivate diventino una “scorta” delle popolazioni selvatiche (conservazione ex-situ).

Questa specie ha foglie più linguiformi ed obovate, più ottuse all’apice, meno scanalate e più appressate al suolo. I fiori presentano una tinta rosa più uniforme sulle varie zone dei tepali, lo stigma è trifido con lobi più lunghi e la specie è adattata ad un clima montano arido e più tropicale.

Le piante impossibili

Càpita spesso che qualcuno mi contatti per un aiuto nella coltivazione di una specie un po’ “rognosa”. Talvolta posso aiutare e talvolta posso solo sperare di far capire che, date le condizioni ambientali che ognuno ha, non tutto è coltivabile. Basta. Non è questione di “bravura”. Anzi, sono proprio la conoscenza e l’esperienza che ci fanno sapere che alcune (moltissime!) specie non sono proprio mantenibili nel nostro ambiente.

Così ci sono quelli che si sentono ai tropici e, siccome abitano in una zona a clima mite, si mettono a piantare cocchi in giardino; tanto non va mai sottozero. Ma avete presente di quanto calore continuo ha bisogno il cocco? Di quanta intensità di luce? Di quanta durata minima del dì rispetto alla notte? Non si può essere soddisfatti, poi, se a giugno il cocco piantato a novembre emette una nuova foglia ed è sopravvissuto, almeno all’inverno passato. Sarà sempre una pianta sofferente, che si rovinerà ogni anno, finché un inverno “eccezionale” la farà fuori.

Oltre alle piante tropicali, che eventualmente si possono coltivare abbastanza facilmente in una serra riscaldata durante l’inverno, esistono quelle ben più difficili che il caldo proprio non lo vogliono.

Piante di montagna o di alte latitudini, che non hanno problemi a passare l’inverno, ma che durante l’estate avrebbero bisogno di temperature molto più fresche di quelle che chi abita a basse quote può garantir loro. Stelle alpine a Roma? Crescono alte e molli, poi collassano. I loro tessuti non riescono a raffreddarsi traspirando, si surriscaldano e cuociono a temperature che invece sono tollerate, ad esempio, dalle piante mediterranee. Lo stesso vale, naturalmente, per molte specie della flora montana. Qualcuna può comunque essere più adattabile di altre.

Un’altro gruppo di piante qui in Italia spesso incoltivabili e che, tra l’altro, annovera specie molto interessanti, è quello delle piante tropicali di montagna. Queste sono doppiamente rognose. Hanno bisogno di fresco perché in natura crescono ad alte quote, ma non tollerano nemmeno temperature troppo basse perché ai tropici la differenza di temperature che abbiamo qui tra estate ed inverno non esiste per il fatto che il sole non cala mai più di tanto sull’orizzonte e quindi si ha poca variabilità stagionale. Queste sono specie che starebbero bene a Catania in inverno e a Courmayeur in estate. In questo gruppo ci sarebbero piante come molte fuchsie, come alcune impatiens delle montagne africane, come diversi cactus delle Ande, come Ullucus tuberosus, come Oxalis tuberosa, come Gunnera manicata, come la mitica Worsleya procera, come i rododendri della Nuova Guinea.

Oltre al problema della temperatura si ha quello legato al fotoperiodo, cioè del rapporto tra ore di luce ed ore di buio giornaliere che si ha durante l’anno. Questo fattore può influenzare la sopravvivenza stessa della pianta (alcune piante tropicali non sopportano le nostre lunghe giornate estive e/o le nostre lunghe notti invernali) ma soprattutto regola la fioritura, la fruttificazione e l’entrata in riposo di molte specie con conseguente formazione di tuberi. Ricordo, ad esempio, i miei tentativi di coltivazione di Oxalis tuberosa, conosciuta anche come “oca”, che in estate aveva la parte interrata dei fusti che cuoceva perché la terra era troppo calda, mentre in autunno-inverno, quando l’accorciarsi del dì avrebbe dovuto stimolare la formazione dei deliziosi tuberi, questi si formavano ma rimanevano piccoli perché le temperature erano troppo basse per farli crescere a sufficienza. Stessa cosa con Ullucus tuberosus e con alcune patate interessanti (e buonissime!) che portai da un viaggio in Perù.

Morale della favola: bisogna capire serenamente ciò che si può coltivare e ciò che non può dare buoni risultati. Bisogna sì provare e sperimentare (non si sa mai!) ma bisogna anche rinunciare ad alcune cose che risultino impossibili o che si prevede che siano tali alla luce della nostra conoscenza. Non è che se si è esperti si può coltivare tutto; anzi, è proprio quando si è esperti che si sa anche cosa non si può coltivare.

Certamente sapere ciò di cui una specie ha bisogno ci potrebbe anche rendere in grado di ricreare in maniera artificiale tutte le condizioni ambientali adatte, ma… conviene? Va bene una serra riscaldata in inverno, va bene un ombrario per l’estate, ma sarebbe folle un ambiente condizionato, con molta luce durante il giorno ma sempre buio dalle 18.00 alle 6.00, sempre umido al punto giusto. Si può fare in piccolo per condurre esperimenti limitati nel tempo e nello spazio (ad esempio in un box per qualche mese), ma non si può fare per mantenere una collezione di rododendri ad Agrigento o per produrre ananas a Cortina, seppur tecnicamente possibile.

Conviene piuttosto rendersi conto delle condizioni ambientali che abbiamo, o che comunque possiamo ricreare, e concentrarsi sul cercare le specie interessanti che possiamo mantenere senza troppi problemi. Il mondo è grande e può comunque permetterci di trovare, di coltivare, di osservare e di studiare un grande numero di piante senza aver continuamente a che fare con stragi invernali ed ecatombi estive.

Le peonie

Il genere Paeonia comprende circa 33 specie e si suddivide in tre sezioni: Paeonia (le peonie erbacee eurasiatiche), Moutan (le peonie legnose, principalmente diffuse in Cina) e Onaepia (le due peonie erbacee americane).

Le peonie erbacee hanno tutta la parte aerea decidua e presentano organi di riserva sotterranei che si accrescono con l’età. Le specie legnose hanno fusti poco ramificati ma il cui numero aumenta con l’età.

Le foglie sono variamente divise in lobi di diverse forme a seconda della specie mentre i fiori hanno la tipica forma a coppa con petali rotondeggianti bianchi, rosa, rossi o gialli. Gli stami hanno antere sagittate e contornano numerosi un disco centrale che accoglie i carpelli dotati di un brevissimo pistillo decorrente (a cresta). Il numero dei carpelli e quindi dei follicoli che possono derivarne varia con la specie da uno a quindici.

Il frutto è un insieme di follicoli che si aprono a maturità lungo una sutura esponendo i semi ovoidali o sferici, lucidi e nerastri. A questi semi si affiancano spesso dei semi sterili di colore rosa o rosso e leggermente più piccoli che servono per attrarre gli uccelli dispersori.

In natura crescono sempre in zone ben drenate e senza ristagni d’acqua, talvolta anche su terreni rocciosi ed impervi. Amano suoli con pH neutro o leggermente diverso, senza eccessiva alcalinità o acidità. Amano climi freschi, spesso montani e se coltivate in zone mediterranee o in pianura preferiscono la luce leggermente filtrata o la mezz’ombra.

In coltivazione gradiscono una miscela costituita da 40% lapillo, 50% terriccio universale poco torboso e 10% sabbia ventilata. Le annaffiature vanno somministrate regolarmente nella stagione vegetativa, soprattutto se in vaso, mentre in inverno può bastare la pioggia.

Le peonie hanno la crescita annualmente predeterminata. Ciò significa che dentro ogni gemma, in inverno, c’è già tutta la crescita dell’anno successivo e l’eventuale fioritura. In caso di rottura non si svilupperà nessuna gemma laterale fino all’anno successivo. Quindi sono sconsigliate le potature.

La propagazione si fa tramite semi, che devono essere seminati in autunno. Passato l’inverno all’aperto emetteranno una radichetta in primavera e con la sola radichetta passeranno un altro anno fuori per poi far apparire le loro prime foglie nella primavera successiva. Fioriranno dopo circa quattro anni.

Altri metodi di propagazione sono la divisione dei cespi per le specie erbacee e l’innesto su tubero di erbacea per le legnose. A queste ultime il tubero di una specie erbacea servirà solo per sopravvivere inizialmente, poi la parte legnosa tra il tubero e l’aria radicherà e il portainnesto sparirà lentamente.

I semi danno la possibilità di mantenere una certa variabilità genetica all’interno di una specie, soprattutto se prodotti da diversi individui incrociati tra di loro. Gli altri due metodi, agamici, servono soprattutto per propagare le cultivars e gli ibridi che si desidera che restino identici nel tempo ma che, anch’essi, sono il risultato di una semina iniziale.

Le specie, oltre che comunque ornamentali, rappresentano una ricchezza naturale ed hanno un interesse botanico, soprattutto se se ne coltivano individui con dati di località. Gli ibridi hanno un valore soprattutto estetico, se piacciono, e rappresentano il risultato di diversi incroci fatti tra individui particolari e aberranti (colori più intensi, trasformazione degli stami in petali o in stami petaloidi, ecc.). Alcuni ibridi, detti primari, sono l’incrocio tra due specie botaniche pure ed indicano una certa compatibilità genetica tra le due specie originarie.

Una nota speciale devo farla per le peonie americane, sezione Onaepia, perché i loro fiori sono più piccoli, di colore rosso-brunastro e rimangono parzialmente chiusi. Non sono forse molto ornamentali, ma testimoniano comunque un interessante risultato della colonizzazione e dell’evoluzione del genere Paeonia nel Nord America.

Paeonia ostii. Una pianta ottenuta dai semi ricevuti direttamente dal suo scopritore, Gianlupo Osti.
Paeonia ostii.
Paeonia peregrina.
Paeonia tenuifolia.
Paeonia clusii subsp. clusii, la rara peonia di Creta.
L’areale di distribuzione del genere Paeonia.

La patata dolce

In Italia la patata dolce, nota anche come patata americana, è conosciuta quasi esclusivamente per la sua cultivar completamente bianco-avorio coltivata in Veneto, ma ultimamente si stanno affacciando alcune delle numerose forme e colorazioni di questa variabilissima specie. I tuberi possono essere più o meno allungati, la loro pasta varia dal bianco all’arancione, al rosa per arrivare fino al viola scuro. La “buccia” può avere le stesse colorazioni, ma queste sono indipendenti dal colore della pasta. Anche il sapore varia e può andare dal sapore di zucca, tipico di molte cultivars a pasta arancione, a quello di castagna.

In cucina può essere impiegata sia in piatti salati che in pasticceria, ad esempio andando a sostituire le castagne nel famoso dolce Montebianco.

È una specie che si trova solamente in coltivazione e che probabilmente deriva dalla selvatica Ipomoea trifida, di cui la patata dolce sarebbe un’esaploide. Si tratta di un’erbacea perenne tuberosa (i tuberi si formano dall’ingrossamento di segmenti di radice e quindi possono trovarsi anche distanti dalla base delle piante) con fusti solitamente striscianti e raramente rampicanti. La crescita è molto vigorosa. Le foglie sono di circa 10 cm e variabili nelle numerose cultivars. Possono essere intere cuoriformi, lobate o palmatopartite. La fioritura può dipendere dalle condizioni ambientali e può non manifestarsi in alcuni cloni. Se l’infiorescenza è presente è costituita da pochi fiori. Ha sepali di 8-15 mm, leggermente cartacei, oblunghi od ovati, con apice solitamente acuminato. La corolla è di 4-7 cm, lilla, più scura alla base ma talvolta bianca. La fioritura è più probabile in posizione assolata e asciutta e con fotoperiodo non molto lungo (da agosto in poi). Il frutto è ovoidale, di circa 1 cm, deiscente e viene prodotto molto raramente perché per svilupparsi è necessaria l’impollinazione incrociata tra diversi cloni.

All’inizio della primavera, in casa o in serra, si mettono i tuberi per metà in acqua (o in terriccio o sabbia umidi) e si attende che producano cacciate di circa 20-30 cm. Nell’occasione bisogna prestare attenzione a non mettere i tuberi capovolti perché altrimenti potrebbero germogliare dalla parte immersa. Quando le cacciate saranno state prodotte ed avranno raggiunto una sufficiente lunghezza si tagliano alla base, si tolgono le foglie più in basso e si dimezzano quelle più in alto, poi si mettono a radicare le talee così ottenute direttamente nell’orto, non in vaso. Si interrano almeno 3 nodi e si annaffiando abbondantemente nei primi giorni, possibilmente ombreggiandole con cassette rovesciate, con telo ombreggiante o con altri metodi. Durante l’estate cresceranno moltissimo fino a ricoprire il terreno intorno a loro. Non serviranno nemmeno lavori per togliere le erbacce, tranne all’inizio, poiché queste verranno praticamente soffocate dalle patate dolci.

A fine estate o in autunno, a seconda della precocità delle cultivars che si hanno in coltivazione e di quando le talee sono state piantate, si procede alla raccolta dei tuberi appena le foglie iniziano ad ingiallire. Per la raccolta è bene preferire giornate arieggiate e asciutte, fare attenzione a non danneggiare molto i tuberi e cercare di far asciugare rapidamente le eventuali ferite dovute alla lavorazione. Una vanga-forca sarà l’attrezzo da preferire in quest’occasione. In condizioni di umidità, attraverso ferite e sbucciature possono svilupparsi marciumi. Appena i tuberi siano leggermente asciutti e disidratati (dopo circa una settimana dalla raccolta) si potranno conservare molto facilmente per diversi mesi, sempre in luogo asciutto. Con controlli periodici si potranno eliminare subito eventuali tuberi che inizino a marcire o ad ammuffire, in modo di tenere sempre sane le proprie scorte. Inoltre ricordiamoci di lasciare alcuni tuberi per la propagazione nell’anno successivo.

Questa specie necessita di terreno sciolto, profondo e non sassoso per un buono sviluppo dei tuberi. Solitamente non necessita di grandi concimazioni e in un buon terreno da orto queste possono anche essere evitate. Un eccesso di azoto produce solo una grande crescita di foglie a discapito dei tuberi. L’irrigazione sarà da effettuarsi quasi esclusivamente nel periodo di attecchimento delle talee, in cui bisogna annaffiare frequentemente per 10-15 giorni. In seguito non ha bisogno di irrigazioni, a meno che non si verifichino forti siccità o che venga coltivata in terreni troppo drenati.

Si tratta di una pianta tropicale che, in pieno sole, può essere coltivata anche in climi temperato-caldi e temperati, poiché riesce a produrre tuberi prima dell’arrivo dell’inverno. La durata della coltura varia da una cultivar all’altra e si va da 90 a 160 giorni. Occorre quindi fare un po’ di calcoli con la durata delle temperature accettabili. Può vivere anche come perenne se le si fornisce calore costante. Almeno una cultivar, la ‘Okinawan Purple’, non ricaccia dai tuberi e deve essere fatta svernare mantenendola in vegetazione, anche facendo talee autunnali da far radicare in serra. Da queste talee autunnali, una volta attecchite ed allungatesi, si potranno prendere altre talee da piantare nell’orto a primavera, entro aprile.

Originatasi in coltivazione nel Sudamerica occidentale si è diffusa nelle isole del Pacifico già in epoca precolombiana e da lì in Cina e in Giappone. Da questi luoghi è stata poi portata in tutti i paesi tropicali e temperati in tempi relativamente recenti.

La variabilità specifica è molto elevata ed esistono cultivars adatte a diverse condizioni ambientali, con diversi sapori, di diversi colori e a rese più o meno elevate. Alcune cultivars sono puramente ornamentali poiché producono tuberi piccoli e fibrosi, ma foglie e fiori notevoli.

Ho avuto il piacere di introdurre in Europa alcune cultivars a pasta viola come la ‘Purple’, la ‘Speckled Purple’ e la ‘Okinawan Purple’ e dopo averle diffuse tramite Vivaio Corazza mi ha fatto altrettanto piacere vederle in vendita tra le verdure di un supermercato di cibo biologico. Tra l’altro le varietà violacee, oltre che belle, sono ricche di antocianine, ottime come antiossidanti.

Attualmente sto tentando di ottenere, attraverso incroci e selezioni, una varietà che oltre a tuberi violacei e commestibili abbia anche foglie dello stesso interessante colore. Vedremo cosa riuscirò eventualmente a fare…

Per approfondimenti su botanica, coltivazione ed utilizzi (anche ricette) consiglio il libro, di cui sono coautore, “Piante alimentari insolite”, Edizioni Il Campano, Pisa. Ordinabile in tutte le librerie ed acquistabile direttamente dall’editore o qui a prezzo scontato.

Ipomoea batatas ‘Kotobuki’
Ipomoea batatas ‘Purple’
Ipomoea batatas ‘Okinawan Purple’
Ipomoea batatas ‘Radiosa’, cultivar che ho creato attraverso incroci.

Hippeastrum

Ancora troppo spesso queste meravigliose bulbose sono erroneamente chiamate Amaryllis. Hippeastrum è invece un genere tutto sudamericano che si differenzia dal sudafricano Amaryllis soprattutto per i propri semi che sono piatti, papiracei, neri ed alati. Inoltre Hippeastrum ha gli scapi fiorali cavi, mentre Amaryllis li ha pieni.

L’etimologia del nome di questo genere è da ricercarsi in hippeus (= cavaliere) e astron (= stella). Quindi il significato della parola Hippeastrum è “stella del cavaliere”, ma il motivo di tale scelta non è ben chiaro.

Si tratta di geofite a bulbo poco profondo o parzialmente esposto le cui specie sono solitamente diffuse in ambienti semiaridi e con un perfetto drenaggio, come, ad esempio, su pendii erbosi con alcune rocce e sul ciglio di scarpate. Esistono però alcune specie originarie di ambienti molto diversi che vanno dalle paludi alle rupi assolate, dalle foreste e ai bordi dei torrenti.

 Nonostante questo genere sia diffuso dal Messico all’Argentina esistono due centri di biodiversità, cioè due zone in cui vivono un gran numero di specie: il Brasile sud-orientale e la regione degli Yungas, intorno al confine tra Bolivia e Perù.

Trovo molto affascinante che, nonostante la plurisecolare esplorazione botanica e, purtroppo, la forte distruzione degli habitat, si continuino ancora a trovare specie nuove mai descritte. Proprio in questi giorni è stato pubblicato Hippeastrum verdianum ad opera di un mio amico di Facebook.

Per non trattare dei comuni ibridi commerciali dei quali si è spesso persa ogni genealogia e che trovo molto poco interessanti da un punto di vista naturalistico, ti parlerò di alcune delle circa novanta specie botaniche, vere bellezze naturali.

In coltivazione è sempre utile cercare di ricreare le condizioni ambientali dei luoghi di distribuzione naturale, come sempre, ed allora ti indico qui di seguito un substrato adatto alla maggioranza delle specie, cioè a quelle che vivono in aree semiaride, più o meno luminose e ben drenate: 50% lapillo vulcanico a granulometria di circa 3-5 mm, 30% terriccio universale contenente anche compost, 20% sabbia ventilata (cioè senza polvere).

Questi che seguono sono invece alcuni degli habitat “insoliti” e le loro specie.

Paludi: Hippeastrum angustifolium, H. santacatarina, H. breviflorum.

Lungo i bordi di corsi d’acqua e cascate, talvolta temporaneamente inondati: Hippeastrum ramboi.

Rupi assolate: Hippeastrum mollevillquense

Foreste: Hippeastrum striatum, H. vittatum (margini di foreste), H. aulicum (epifita), H. papilio (epifita), H. calyptratum (epifita), H. arboricola (epifita).

Le specie epifite hanno bisogno di un substrato molto arieggiato e per le quali consiglio un 80% lapillo vulcanico e un 20% terriccio universale o anche un 100% lapillo vulcanico.

Per quanto riguarda la stagionalità bisogna dire che hanno generalmente bisogno di un riposo invernale piuttosto asciutto e a temperature minime di almeno 5°C ma alcune specie sopportano (ma non amano) un po’ di pioggia invernale e temperature minime fino a circa -2°C (Hippeastrum papilio, sempreverde, e H. aulicum, a vegetazione e fioritura invernali in clima mediterraneo).

Hippeastrum reginae pare (ma non lo ho testato) che resista fino a -7°C ed incrociato con H. vittatum ha dato origine a H. x johnsonii, ibrido abbastanza rustico creato nel 1799 da un orologiaio inglese di nome Arthur Johnson.

La coltivazione in vaso è meno problematica se il contenitore è piuttosto stretto e viene presto riempito dalle radici. Cosa, questa, comune a molte Amaryllidaceae.

Le specie del genere Hippeastrum si possono incrociare anche con il genere Sprekelia dando origine all’ibrido intergenerico ed apomittico x Hippeastrelia.

Per quanto riguarda l’impollinazione questa avviene generalmente ad opera di insetti e di colibrì ma in Hippeastrum calyptratum sono i pipistrelli a portare il polline da un fiore all’altro. Il pipistrello si appoggia al fiore che deve sostenerne il peso. Per questo i suoi peduncoli sono particolarmente robusti. I pipistrelli non hanno una buona vista ed i fiori, verdi e dall’odore di “plastica nuova”, possono fotosintetizzare piuttosto che attrarre impollinatori con colori vivaci.

Poche specie sono autofertili ed alcune lo sono solo in qualche individuo. L’impollinazione incrociata è sempre favorita con vari meccanismi e anche le specie autofertili si autoimpollinano solo come “ultima chance”.

I semi vengono dispersi dal vento, come si può facilmente immaginare data la loro forma. In coltivazione vengono spesso seminati facendoli galleggiare sull’acqua in un contenitore per poi trapiantare le plantule appena saranno maneggiabili. Alcuni affondano ma germinano ugualmente. Io preferisco seminarli su un substrato solido, uguale a quello adatto alla crescita delle piante adulte, poiché la crescita iniziale in acqua avviene utilizzando esclusivamente le riserve del seme e non anche i nutrienti prelevabili dal terreno. Inoltre il trapianto potrebbe causare alcune perdite e disturbare le piantine che dovrebbero abituarsi al substrato solido dopo essersi inizialmente sviluppate in acqua.

Alcune specie producono bulbi laterali (alcuni individui più di altri) ed altre invece no. Quando presenti, i bulbi laterali possono essere impiegati nella propagazione agamica, ma, ovviamente, costituiranno sempre un solito clone non autoimpollinabile nel caso di specie o di individui autosterili.

Nel caso ti servissero altre informazioni ti invito a contattarmi attraverso il modulo di contatto di questo sito, mentre per informazioni sui substrati in generale puoi scaricare il minicorso da qui.  

Qui di seguito ti metto alcune mie foto.

Hippeastrum papilio in piena terra, nonostante sia epifita.
Hippeastrum papilio
Hippeastrum puniceum
Hippeastrum roseum
Hippeastrum calyptratum
Hippeastrum calyptratum
Hippeastrum machupijchense in natura
Esempio di substrato adatto alla maggior parte delle specie del genere Hippeastrum