Sansevieria

Un genere con molte incertezze tassonomiche, quello delle sansevierie. Infatti non si può dire con certezza da quante specie sia composto, se alcune entità siano ibridi o specie nuove o solo varianti di specie già descritte. Bisogna farsene una ragione.

Pare che servirebbero almeno sette anni di studi sul campo per finalmente poter scrivere una monografia che rivedesse e ordinasse tutto il genere.

Vediamo quindi di parlare di cosa è certo, evitando di discutere di argomenti ancora non chiariti scientificamente.

Esistono sansevierie a foglie piatte e sansevierie a foglie a sezione circolare o ellittica. Tra quelle a foglie piatte alcune lo sono solo nella parte superiore, avendo una forma a cucchiaio.

Un’altra variabile è la crescita del rizoma e dell’eventuale fusto eretto. Il rizoma può essere sotterraneo o aereo. Se aereo le radici sono a trampolo, robuste e verticali nella parte emersa. Si diramano solo una volta raggiunto il suolo. Il fusto eretto è presente in poche specie, come S. arborescens, S. frutescens e S. powellii.

Le infiorescenze possono essere a spiga, a racemo o capitate ed i fiori sono sempre tubulari e di colore biancastro. Il frutto è una bacca vagamente sferica, ruvida e di colore arancione a maturità.

Le foglie appaiono in rosette e, anche con il passare del tempo, non aumentano di numero all’interno della singola rosetta. Crescendo si formeranno semplicemente altre rosette che, fin dall’inizio avranno un numero determinato di foglie.

Se coltivate in vaso, una volta che questo sarà pieno di rosette la crescita si fermerà, oppure il vaso si romperà. Inutile aspettare foglie nuove. Bisognerà dividere la pianta o almeno metterla in un vaso di dimensioni maggiori. Se i rizomi dovranno essere tagliati sarà bene attendere che il taglio si asciughi bene e si cicatrizzi prima di interrarli di nuovo.

Durante l’inverno necessitano di quanta più luce possibile ed una siccità completa per resistere meglio alle temperature più basse, mentre in estate amano annaffiature abbondanti ma ben distanziate in modo che il terreno si asciughi completamente fino in profondità prima di effettuare una nuova irrigazione. Sempre in estate sarà meglio tenerle in luce filtrata per evitare bruciature. In natura crescono anche in pieno sole, risultando però un po’ giallognole.

Per molte specie la fioritura avviene in occasione del riposo asciutto invernale o subito dopo, ma alcune fioriscono in estate.

La concimazione è consigliabile durante la stagione di crescita (estate), annaffiandole con una soluzione di fertilizzante per succulente ogni due-tre irrigazioni.

Si adattano facilmente alla coltivazione come “piante da appartamento” riuscendo a vivere in ambienti con poca luce ed aria secca. Durante l’estate è però consigliabile far loro prendere un po’ di luce solare abituandole gradualmente (e sottolineo “gradualmente”) ad una situazione di mezz’ombra o, meglio, di luce filtrata.

Il terreno deve essere di tipo adatto alle succulente e, se acquistate in un supermercato o in un vivaio “commerciale”, saranno spesso da rinvasare subito togliendo completamente la torba in cui vengono distribuite e sostituendola con un substrato giusto, come spiego nel minicorso sui terreni.

Tra le specie più insolite e mirabili voglio citare S. masoniana, a foglie enormi, larghe fino a 25 cm ed alte fino a 60 cm; S. singularis, con le rosette, se così si possono ancora chiamare, composte da una sola foglia cilindrica, eretta e rigidissima; S. aubrytiana, con foglie piatte, molto lunghe, fino quasi ad un metro, e meravigliosamente maculate; S. kirkii, con una bellissima fioritura e foglie che nella cultivar ‘Coppertone’ della var. pulchra sono maculate di bianco, verde e rosa-arancio; S. pinguicula, con rosette piccole ma estremamente succulente; S. eilensis, le cui piante sembrano ventagli di banane a bande sfumate verdi e biancastre.

La propagazione è facilissima per divisione, l’importante è lasciare asciugare bene i tagli effettuati sui rizomi, come già detto sopra. La talea di foglia è possibile, con risultati variabili: le piante che se ne originano potrebbero essere diverse dalla pianta madre, a seconda delle caratteristiche dei tessuti fogliari nel punto in cui si formano le nuove piantine. Un fenomeno, questo, conosciuto come “sport”. La semina è ovviamente sempre fattibile, ma bisogna prestare attenzione all’impollinazione per non avere ibridi indesiderati. Quando si hanno diverse specie l’ibridazione è piuttosto frequente. I semi si interrano a inizio estate in un terreno da succulente alla profondità di circa 1 cm e si trattano come le piante adulte, solo annaffiando un po’ più frequentemente finché non avviene la germinazione.

È bene ricordare che le sansevierie da seme hanno una loro forma giovanile e che prenderanno l’aspetto definitivo solo dopo aver prodotto diverse rosette. Questo è soprattutto evidente nelle specie con foglia a sezione circolare od ellittica, che inizialmente hanno rosette di foglie piatte.

Sansevieria concinna
Sansevieria kirchii var. pulchra ‘Coppertone’
Sansevieria trifasciata ‘Moonshine’
Fiori a livello del suolo di Sansevieria singularis
Sansevieria aubrytiana

Tephrocactus

Il nome deriva da tephra, che in greco significa cenere, a causa del loro colore spesso grigiastro o forse perché crescono anche sulle ceneri di alcuni vulcani. 

La storia tassonomica ha visto Tephrocactus come sottogenere del genere Opuntia e come genere a sé stante. Anticamente alcune specie erano addirittura incluse nel genere Cereus. Recentemente si è comunque avuto un generale consenso nel riconoscere Tephrocactus come genere.

Si tratta di piccoli arbusti a fusto succulento e fotosintetizzante, privi di foglie, formati da diversi articoli generalmente brevi, cilindrici, ovoidali, ovati, sferici o a botte. Sono dotati di glochidi e spesso anche di spine di forma e dimensione variabili. Si va dalle spine aghiformi lunghe pochi centimetri alle spine piatte, papiracee e flessibili di Tephrocactus articulatus var. papyracanthus a quelle lunghe 15 cm di Tephrocactus aoracanthus var. paediophilus. Gli articoli crescono uno sull’altro, formando masse sempre più grandi. Spesso qualche articolo si stacca (basta un piccolo urto), cade e radica altrove. La fioritura avviene quando sono presenti almeno due o tre articoli ed è apicale. I fiori, a corolla gialla, bianca, rosa e fino a rossa, sono simili a quelli di Opuntia, ma il frutto che ne deriva è privo di polpa, rivestito della sola epidermide, contenente i soli semi pressati tra di loro. I semi sono di circa 5-7 mm, di forma irregolare, dotati di un arillo spugnoso ma molto duro. La loro germinazione è erratica e può avvenire anche dopo molti anni dalla fuoriuscita dal frutto. Questo lungo periodo può essere utile affinché i semi si disperdano, nel frattempo, su una superficie maggiore.

Crescono sulle Ande centro-meridionali, più frequentemente sul versante orientale, in ambienti come i deserti di alta quota e le steppe di montagna. La loro esposizione è in pieno sole o comunque sempre molto luminosa.

Il clima dei loro ambienti ha un’ampia escursione termica, sia annuale che giornaliera. Per questo alcune specie possono resistere anche a temperature sotto lo zero, ma quando questo avviene il terreno e l’aria sono sempre molto asciutti. Le piogge sono esclusivamente estive in quei luoghi. Li ho visti in natura e questo mi ha fatto capire, in un linguaggio senza parole, ciò di cui queste piante affascinanti hanno bisogno.

In orticoltura queste specie sono coltivate per le loro forme e per i loro fiori, oltre che come piante di interesse botanico. Inoltre coltivandole si contribuisce alla loro conservazione ex-situ, specialmente se si mantengono i dati di località. Càpita spesso, infatti, che alcune stazioni naturali vengano distrutte durante la costruzione di opere o la lavorazione dei terreni.

Si coltivano facilmente in terreni da succulente (vedi minicorso sui terreni), in pieno sole o, meglio, in luce un po’ filtrata (le piante più esposte sono un po’ bruciacchiate anche in natura). Le annaffiature si effettuano solamente durante la stagione calda e devono essere abbondanti (il terreno deve essere bagnato fino in fondo) ma rade (non prima che il substrato sia rimasto completamente asciutto per almeno una settimana). Quindi più o meno ogni 15-20 giorni in estate e mai in inverno. Ogni anno io le bagno per la prima volta a fine marzo e per l’ultima volta a metà settembre. Per la concimazione si procede con un fertilizzante liquido per succulente (NPK circa 1-3-5 o multipli + microelementi), a metà della dose consigliata, durante la stagione di maggior crescita e subito prima.

La semina è una vera sfida alla pazienza ed alla capacità di sapersi accontentare delle poche piante che presumibilmente otterremo. Consiglio di seminare a primavera, nel solito terreno adatto alla crescita delle piante adulte, affondando i semi nel substrato (pressandoli) e coprendoli poi con uno strato di 8-10 mm di lapillo puro o ghiaietto da acquario. Questo a differenza di quanto si fa con i semi di molte Cactaceae, che invece non si coprono ma si pressano soltanto. Annaffiare molto delicatamente a doccia (senza far venire all’aria i semi) o per immersione parziale del contenitore (con l’acqua a circa 2 cm sotto il livello del terreno). I primi semi possono nascere entro un mese, ma altri potrebbero farlo anche negli anni successivi, dopo diversi cicli di umido e di asciutto. Germinazioni del 5-10% sono già un successo e ti potrai accontentare, anche perché poi sarà facilissimo propagarli agamicamente staccandone gli articoli e ponendoli a radicare.

Tephrocactus alexanderi
Tephrocactus aoracanthus var. paediophilus
Tephrocactus curvispinus
Tephrocactus sphaericus
Tephrocactus fauxianus
Tephrocactus reicheanus
Tephrocactus articulatus var. papyracanthus
Tephrocactus aoracanthus var. paediophilus
Tephrocactus aoracanthus var. paediophilus
Tephrocactus sphaericus
Tephrocactus weberi
Tephrocactus molinensis
Tephrocactus atroviridis
Tephrocactus alexanderi
Tephrocactus geometricus, forma scura. Un semenzale di circa 6 mesi.

Come annaffiare le succulente

Alcune tra le domande più frequenti che ricevo dal pubblico riguardano le annaffiature delle succulente. Spesso la gente perde le proprie piante succulente perché non le annaffia correttamente.

Le annaffiature sbagliate insieme all’esposizione a temperature inadatte sono sicuramente la causa principale di insuccesso.

Si dice “le succulente vanno annaffiate poco”, quindi c’è chi le annaffia ogni volta che annaffia ma dando loro solo pochissima acqua. Questo scarso apporto idrico fa in modo che la parte alta del terriccio sia sempre umida mentre la parte bassa (dove sono le radici) sia perennemente secca. Così facendo infatti l’acqua non arriva fino in fondo al vaso, ma bagna sempre e solo il colletto della pianta, spesso fino a farla marcire. Le radici costantemente in un substrato asciutto non permettono mai alla pianta di crescere.

L’acqua viene poi somministrata sia in inverno che in estate: altro errore.

Ricordi quando parlavo di fare riferimento alle condizioni ambientali che ogni specie ha in natura? Bene! Anche in questo caso vale la solita regola.

Molte succulente crescono in zone semiaride dove le poche e rare piogge cadono solo durante l’estate. L’inverno è in quei luoghi una stagione più fresca e molto asciutta, in cui le succulente fanno affidamento sulla loro, appunto, succulenza, sgonfiandosi un po’ via via che si disidratano.

Le piogge estive cadono spesso sotto forma di acquazzoni e bagnano in profondità il terreno, solitamente ben drenato.

Potrai quindi ora capire che le succulente amano generalmente essere annaffiate solo nella stagione calda, raramente ma abbondantemente. In questo modo l’acqua ha tempo di asciugare in superficie e di permanere più a lungo in profondità. Risultato: i fusti delle piante restano quasi sempre a contatto con un terreno sano e asciutto, mentre le radici si godono periodi alterni di umidità e siccità, permettendo alle piante di assorbire la poca acqua di cui hanno comunque bisogno.

Ricorda che anche in estate è bene annaffiare solo dopo che il terriccio è rimasto asciutto fino in profondità per almeno una settimana.

In inverno, con le basse temperature e la poca luce, le piante non metabolizzano e abbassano le loro difese immunitarie. Se a queste condizioni aggiungi anche l’umidità, marciscono.

Un inverno passato al fresco (da 5 a 10°C) e all’asciutto (le piante si devono raggrinzire un po’) favorisce la salute e la fioritura che avverrà alla ripresa vegetativa.

Le succulente delle zone più prossime all’equatore non hanno in natura una vera stagionalità termica, ma dovendo comunque nei nostri climi affrontare un periodo più freddo e più buio saranno molto facilitate da condizioni ambientali asciutte. Richiedono comunque temperature minime di almeno 10°C.

Nelle zone a piogge invernali o a piogge in tutte le stagioni le succulente sono poche, resistono comunque ad inverni asciutti crescendo eventualmente in primavera ed in autunno.

Esistono poi le succulente alpine. Queste passano spesso tutto l’inverno coperte da neve o a temperature sotto lo zero. Anche se sono circondate dall’acqua questa non è disponibile poiché è sotto forma di ghiaccio o neve e non può essere assorbita. Anche queste quindi si trovano a dover passare l’inverno senza assorbire acqua. Se abiti dove non nevica e dove non ghiaccia, in inverno lasciale comunque senza acqua o quasi. Questo è il caso, ad esempio del genere Sempervivum e di alcuni cacti di montagna.

Io annaffio le succulente da fine marzo a inizio settembre. La frequenza è di ogni 15-20 giorni circa in estate e più raramente a primavera. L’autunno lo passano assorbendo l’ultima acqua che ancora trovano nel terriccio, asciugandolo bene e preparandosi ad affrontare l’inverno forti ed asciutte.

Alle annaffiature puoi aggiungere un concime NPK con aggiunta di microelementi, alla metà delle dosi consigliate dal produttore. Il concime deve avere una bassa percentuale di azoto (N), una medio-alta di fosforo (P) ed una alta di potassio (K). Un tipo NPK 1-3-5 (o multipli in proporzione, approssimativamente) + microelementi andrà benissimo.