Adenium

Con un areale di distribuzione che va dalle zone aride dell’Africa subsahariana alla Penisola Arabica meridionale e fino al Sud Africa e all’Angola le piante del genere Adenium, famiglia delle Apocynaceae, sono variabili nella forma del fusto, delle foglie, dei fiori e nei colori dei fiori. Tutte le specie sono velenose e vengono addirittura utilizzate per preparare frecce avvelenate, concentrandone il succo ed applicandolo sulle punte dei dardi.

La specie più comune è Adenium obesum, pachicaule con rami più o meno brevi a seconda dell’ambiente e dell’ecotipo. Ha foglie obovate, quasi troncate all’apice, lucide, lunghe circa 8 cm e larghe circa 3 cm e fiori rosa sfumati di bianco verso l’interno, gamopetali, con tubo centrale e lobi ad apice ottuso disposti su un piano. Il frutto è costituito da due follicoli fusiformi lunghi circa 12-15 cm e del diametro di circa 1,5 cm contenenti dei semi cilidrici lunghi circa 12 mm e dal diametro di 3 mm portanti un pappo sericeo ad ogni estremità che ne permette la dispersione ad opera del vento. I fiori vengono impollinati da Lepidotteri a lunga proboscide, come gli Sfingidi. La fioritura avviene generalmente in estate.

Si può propagare riproducendolo da seme. I semi si pongono in terreno da succulente molto ben drenato e si coprono con circa 5 mm dello stesso. Si annaffiano bene per immersione e si espongono a temperature con massime di 35°C e minime di 20°C. Germineranno in meno di una settimana. Subito dopo la germinazione bisogna provvedere a far asciugare rapidamente il substrato che inizialmente deve invece essere mantenuto umidissimo. Se non asciuga subito dopo si rischiano marciumi totali.

Anche la talea è un metodo di propagazione possibile, ma le piante così ottenute non avranno l’aspetto di una pachicaule, cioè il fusto non sarà particolarmente succulento alla base.

Si coltiva in terreno da succulente e deve essere annaffiato con molta attenzione e cognizione di causa. Le annaffiature si effettuano in tarda primavera ed estate e devono essere abbondanti (in modo da bagnare tutto il terreno fino in fondo al vaso) ma rade (in modo che il terreno asciughi fino in fondo al vaso e resti così asciutto per almeno una decina di giorni). Dovendo scegliere, meglio saltare un’annaffiatura che farne una troppo presto. Può stare anche mesi senz’acqua (crescerà meno ma non morirà). Durante la stagione fredda niente acqua! Le piante possono anche sgonfiarsi alla base per la siccità invernale, ma questo è normale. La temperatura minima invernale che possono reggere senza rischi eccessivi è di 12°C. In inverno perdono le foglie. Se le mantengono significa che sono troppo all’umido.

Anche in coltivazione producono semi, impollinati naturalmente. Si possono anche impollinare manualmente utilizzando una setola di pennello o qualcosa di simile.

Recentemente sono state create numerose cultivars con fiori insoliti: doppi, gialli, nerastri, violacei, anche in combinazioni bicolori. Se li trovate blu è una truffa.

Altre specie di Adenium sono:

Adenium boehmianum: a foglie più grosse, vellutate e con fiori color rosa pastello più scuri all’interno del tubo. Namibia e Angola.

Adenium swazicum: piccolo arbusto con caudice fusiforme sotterraneo molto sviluppato. Foglie opache e involute. Fiori rosa piuttosto uniformi. Africa meridionale orientale ecluse le coste.

Adenium socotranum: Arbusto o alberetto molto pachicaule, con tronchi molto succulenti fino ad oltre un metro di altezza. Foglie obovate e lucide. Fiori rosa con tonalità piuttosto uniformi. Soqotra.

Adenium multiflorum: Arbusto pachicaule con fiori a lobi più acuti e più nettamente bordati di rosso su una base bianca. Foglie leggermente più strette di A. obesum. Africa meridionale interna orientale.

Adenium dhofarense: arbusto pachicaule con fiori molto variabili ma piuttosto più piccoli che nelle altre specie. Foglie ellittiche. Penisola Arabica meridionale orientale.

Adenium oleifolium: piante basse e compatte con foglie strette e involute (=con margini ripiegati verso l’alto, “a canaletta”). Fiori rosa più o meno intenso, a lobi più o meno acuti ma sempre poco variabili nel colore nelle diverse zone della corolla. Africa meridionale interna.

Adenium somalense: piante compatte con foglie molto sottili. Lobi della corolla particolarmente stretti e ad apice molto acuto, rosa con evidenti strie rosse. Corno d’Africa.

Adenium multiflorum (Photo info)
Adenium boehmianum (Photo info)
Adenium swazicum (Photo info)
Adenium obesum
Frutto di Adenium obesum con i due follicoli aperti a rilasciare i semi

Bromeliaceae

Sono circa 3600 le specie di questa interessante famiglia di monocotiledoni, raggruppate in 75 generi e diffuse esclusivamente in America, con l’unica eccezione di Pitcairnia feliciana che è rinvenibile in Africa centro-occidentale. Il loro centro di diffusione sembra essere la Mata Atlântica del Brasile meridionale, dove la biodiversità di questa famiglia è ai massimi livelli.

Esistono, dal punto di vista ecologico, due grandi gruppi di Bromeliaceae: le xerofile e le igrofile. Tali caratteristiche influiscono notevolmente sull’aspetto esteriore e sulla fisiologia. Anzi, sono proprio il loro aspetto e la loro fisiologia che le rendono xerofile od igrofile. Molte, soprattutto tra le igrofile, sono epifite.

Diamo ora uno sguardo veloce ai generi principali:

Bromelia: piante terrestri, a foglie nastriformi, spinose, piuttosto orizzontali. Fiori al centro, spesso circondati da brattee rosse o dalle basi delle foglie che diventano rosse alla fioritura. L’unico genere di Bromeliaceae con frutti (singoli) commestibili, oltre ad Ananas.

Tillandsia: genere vastissimo. Molte specie sono epifite o litofite, sono coperte di tricomi bianchi che sono capaci di assimilare acqua e nutrimenti. Le radici, se presenti, hanno soprattutto una funzione di mero ancoraggio. Alcune specie sono invece prive o quasi di tricomi e hanno un aspetto più verdeggiante e foglie ampie. Una specie, Tillandsia usneoides, si trova dagli Stati Uniti meridionali al Cile ed all’Argentina centro-settentrionali ed il suo areale di distribuzione ricopre ed eccede quello di tutte le altre Bromeliaceae americane.

Aechmea: piante a rosette di foglie rigide ed ampie al cui centro raccolgono l’acqua piovana come scorta e probabilmente anche a fini simbiontici. Infiorescenze spesso vistose, che emergono dal serbatoio d’acqua.

Billbergia: Vagamente simile nell’aspetto a Aechmea ma le cui rosette non sono in grado di trattenere acqua. Botanicamente è un genere abbastanza diverso per la differente morfologia dei fiori.

Neoregelia: rosette epifite in grado di trattenere un po’ d’acqua. Fiori centrali in infiorescenze basse che non si allungano oltre le foglie. Brattee rosse centrali sono talvolta presenti al momento della fioritura.

Dyckia: piante xerofile con foglie molto rigide, succulente e spinose. Infiorescenze erette e piuttosto lunghe con fiori a tre petali separati ma formanti un tubo, solitamente gialli o arancioni.

Hechtia: molto simile nell’aspetto a Dyckia si differenzia per i fiori ampiamente aperti, più numerosi e biancastri.

Puya: piante terrestri con foglie sottili, numerose, spinose, riunite in rosette semisferiche. Fiori in infiorescenze semplici (P. mirabilis) o ramificate, di colori che vanno dal verde al bianco all’azzurro metallico. Puya raimondii è monocarpica ma le sue infiorescenze sono enormi e densissime, portando una pianta in fioritura ad essere alta fino a 15 m

Deuterocohnia: piccolo genere xerofilo caratterizzato da rosette molto accestenti, formate da foglie succulente, rigide e spinose. Fiori con petali molto ravvicinati e paralleli in modo da renderli strettamente tubolari. In questo genere è confluito il genere Abromeitiella.

Brocchinia: genere molto antico che si è separato dalle altre Bromeliaceae 20 milioni di anni fa e che contiene specie molto diversamente adattate ad ambienti poco fertili e dilavati come lo scudo roccioso della Guyana (tepui, come il monte Roraima). Ne esistono specie carnivore, simbiontiche ed in grado di fissare azoto atmosferico tramite i cianobatteri presenti nell’acqua contenuta nella propra rosetta. Infiorescenze piuttosto lunghe, ramificate, con fiori densi, piuttosto aperti a tepali brevi.

Pitcairnia: fiori a petali molto stretti ed allungati, tubiformi (ma a petali separati), zigomorfi, affiancati a bratte rosse od arancioni. Foglie spesso nastriformi, raramente lanceolate, flaccide, spesso scompigliate e rivolte sottosopra nella parte apicale.

Ananas: genere di 6-7 specie simili, tra cui il ben conosciuto Ananas comosus, l’ananas commestibile comune. Infiorescenze compatte con brattee rosa e fiori azzurro-violacei. Seguono infruttescenze cilindriche commestibili, caratterizzate da un ciuffo di foglie apicali. I semi sono verso l’esterno di ogni carpello, piatti, bruni, di circa 3 mm di diametro e non sempre vengono prodotti.

Vriesea: rosette di foglie lineari. Infiorescenze talvolta ramificate, con brattee spesso vistose, imbricate, a formare spighe appiattite se distiche o affusolate se non distiche. Fiori a tre petali paralleli che formano un tubo.

Spesso sono facili da coltivare e molte epifite si adattano egregiamente ad essere coltivate in un terreno ben drenato ed aerato. Le xerofile terrestri amano un terreno da succulente. Quasi tutte le tillandsie sono piante aeree e non necessitano di alcun substrato.

Hanno esigenze di luce molto variabili e queste devono essere rispettate, variando da specie a specie in base al loro microhabitat naturale.

Si propagano generalmente da divisione dei polloni basali, ma ovviamente è sempre possibile la riproduzione partendo da seme fresco (i semi durano pochi mesi). Le terrestri si seminano su terreno umido lasciando i semi in superficie o coperti molto leggermente. Dopo un periodo iniziale difficile e di assestamento, in cui bisogna dosare l’acqua con precisione, iniziano a crescere senza troppi problemi. Le epifite si seminano su carta assorbente umida sigillata in sacchetti di plastica trasparente o in dischi Petri, lasciando le semine lontane dal sole diretto ma in posizione luminosa. Nasceranno in circa 2-3 settimane con temperature di circa 25°C.

Tillandsia machupicchuensis, cresce solo su questa parete vicino alle rovine archeologiche di Machu Picchu.
Particolare della falesia con Tillandsia machupicchuensis
Tillandsia fendleri, cresce come epifita lungo il Rio Urubamba, Perù
Puya sp., Tillandsia sp. e cactus a Sipia, sulle pareti del canyon di Cotahuasi, Perù
Bromeliacea non determinata a Inti Punku, Perù.
Questa specie di Tillandsia (macchie verde scuro) ricopre le montagne a Lomas de Lachay, Perù
Particolare delle montagne coperte di Tillandsia a Lomas de Lachay, Perù
Puya sp. a 3900 m a Sumbay, Perù
Brocchinia reducta, carnivora (Info foto)
Bromeliacea non determinata, Inti Punku, Perù
Cespo semisferico di Deuterocohnia brevifolia var. chlorantha, in coltivazione
Hechtia podantha, in coltivazione
Serbatoio d’acqua in Aechmea fasciata, in coltivazione
I polloni basali possono essere lasciati ad accestire il cespo o possono essere tagliati alla base ed usati per la propagazione agamica

Araceae tuberose tropicali

Ultimamente sta crescendo un certo interesse verso Amorphophallus e verso altre Araceae tuberose tropicali. Oltre le insolite infiorescenze e le grandi foglie penso che anche il tubero desti la nostra curiosità scientifica. In alcune specie tali organi sotterranei possono crescere fino a taglie ragguardevoli ed ogni anno, in occasione dell’eventuale svasamento, si può notare il cambio di forma e di dimensioni.

Le specie sono abbastanza numerose: il solo genere Amorphophallus contiene oltre 180 specie. Altri generi meno ricchi di specie sono Typhonium, Anchomanes, Dracontium, Caladium, Zamioculcas, Gonatopus, Taccarum, Gorgonidium, Pycnospatha, Sauromatum, ed altri ancora.

Io le coltivo in terreni molto ben drenati, ma abbastanza umidi in estate, composti da un 40% di lapillo vulcanico con granulometria di 3-5 mm, un 20% di sabbia ventilata (priva di polvere) ed un 40% di terriccio universale costituito da compost e torba. Per le specie più xerofile aumento un po’ le proporzioni di sabbia e lapillo (per esempio: Synandrospadix, Gorgonidium). In inverno faccio passare la stasi vegetativa ponendo i tuberi di quasi tutte le specie fuori terra, in sacchetti di carta, in luogo tiepido ed asciutto, aspettando che in primavera le gemme tornino ad allungarsi.

Alcune specie amano un minimo di umidità anche durante l’inverno e devono restare interrate (Hapaline, Colletogyne, Amorphophallus più settentrionali, ecc.)

Le specie prettamente equatoriali amano anch’esse umidità costante ed anche le temperature non devono variare granché durante l’anno, mantenendosi su valori di almeno 24°C. La loro stasi non è legata ad una stagionalità, ma si manifesta in maniera irregolare e diversa da pianta a pianta. Le piante giovani possono restare sempreverdi anche per due anni producendo una nuova foglia prima che la precedente sia morta e talvolta portandone anche diverse simultaneamente.

Tra queste specie maggiormente termofile basterà citare il mitico, ma ormai facilmente trovabile, Amorphophallus titanum, il cui picciolo può essere confuso con il tronco di un albero e la cui infiorescenza è la più grossa di tutte le Araceae, potendo superare i 3 m di altezza.

Alcune di queste infiorescenze hanno colori rosso-brunastri, possono odorare terribilmente di carogna e producono calore. La cosa è contemporaneamente orribile e magnifica se si pensa che tanta pestilenza è prodotta per attirare gli insetti impollinatori: mosche e coleotteri che solitamente frequentano la carne in putrefazione. Questo tipico fenomeno olfattivo dura solitamente un solo giorno.

La propagazione avviene facilmente da seme fresco, in estate od in terrario caldo e in numerose specie anche per via agamica tramite talea di foglia (diverse specie di Amorphophallus, Gonatopus, Zamioculcas) e distacco dei tuberetti laterali (nelle specie che li producono).

Un fenomeno che ho notato è che le Araceae tuberose non soffrono in vasi sovraddimensionati (come ad esempio farebbero molte Amaryllidaceae) ma ne approfittano per sviluppare velocemente i loro tuberi.

In coltivazione gradiscono una luce filtrata ma abbondante, mentre per quanto riguarda le concimazioni consiglio un fertilizzante bilanciato con microelementi all’inizio della stagione vegetativa ed un fertilizzante da succulente con microelementi verso la fine dell’estate e in autunno. Il primo tipo di fertilizzante favorirà la crescita generale ed il secondo tipo farà produrre tuberi grandi e forti.

Se infine dei tuberi di Amorphophallus vorrai sentire anche il sapore ti consiglio di cucinare un piatto giapponese, dietetico e delicato: shirataki. Si tratta di una specie di spaghetti prodotti con i tuberi di Amorphophallus konjac. Condiscili con il tuo sugo preferito e fammi sapere cosa ne pensi.

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Le piante carnivore

Cominciamo con il capire perché le piante carnivore sono diventate specializzate nel nutrirsi di insetti e di altri piccoli animali: vivono su substrati poverissimi che non contengono nutrimenti sufficienti. Questi substrati sono spesso costituiti da torba, sfagno, acqua, sabbia e/o rocce.

Si sono evolute a partire dalle cosiddette piante protocarnivore: specie che, per qualche motivo, trattenevano sulle loro foglie alcuni piccoli animali. Poteva accadere perché le foglie erano leggermente viscose o perché le spine trattenevano topi e lucertole. Qualcosa di simile a quanto accade ancor oggi con le foglie di Nicotiana e Martinia e con le spine uncinate di Puya mirabilis e di alcune specie del genere Mammillaria. Le prede, durante la loro decomposizione, vanno a fertilizzare il terreno sotto le piante oppure rilasciano nutrimenti che vengono assimilati dalle foglie.

Le piante che avevano foglie dalla morfologia leggermente diversa e più utili a questo scopo si sono trovate avvantaggiate ed in alcuni habitat si sono evolute in foglie tubolari o vischiose o addirittura capaci di chiudersi a scatto.

L’evoluzione non si ferma mai e forse un giorno anche quelle che oggi sono le attuali protocarnivore diventeranno delle vere carnivore che utilizzeranno chissà quale strana strategia di cattura. Questo potrà forse avvenire solo se non distruggeremo prima questo pianeta.

Vediamo ora quali sono i principali generi di piante carnivore.

Heliamphora (Sarraceniaceae): piante con foglie tubulari in cui resta un po’ di acqua ed in cui annegano insetti che vengono poi assorbiti. Si vede bene come queste foglie abbiano semplicemente i loro margini saldati assieme. I fiori sono a 4-5 petali appuntiti, bianchi o rosa ed hanno un diametro di circa6 cm. Crescono sui tepui, i famosi altopiani rocciosi dalle pareti a strapiombo delle foreste pluviali sudamericane, come il Monte Roraima.

Heliamphora chimantensis

Sarracenia (Sarraceniaceae): sono il passo successivo. Qui le foglie sono a forma di lungo imbuto con delle finestre più chiare che lasciano passare la luce e che rappresentano una falsa via di fuga per gli insetti. Al loro apice si trova un opercolo che impedisce che le foglie si riempano d’acqua (tranne che in S. purpurea in cui l’opercolo è verticale). I fiori, a cinque petali e rivolti verso il basso, sono sorretti da peduncoli di 30-50 cm, hanno un diametro di circa 6 cm e posseggono uno stigma molto grande che occupa quasi tutta la superfici fiorale. Lo stigma è recettivo sul suo lato posteriore. Il colore del fiore va dal giallastro al rossastro. Si trovano nelle torbiere del Nord America.

Sarracenia leucophylla (Foto info)

Darlingtonia (Sarraceniaceae): genere monotipico rappresentato esclusivamente da Darlingtonia californica. Simile a Sarracenia ma con gli ascidii dotati di apertura rivolta verso il basso e terminanti con due appendici rivolte anch’esse verso il basso. Anche il fiore è simile, ma il suo stigma non è enorme. I petali restano inizialmente chiusi ed appressati al grande ovario; sono rivolti verso il basso e tra uno e l’altro si apre un buco (ogni petalo ha mezzo buco su entrambi i lati) per lasciar passare gli impollinatori che raggiungono il polline sulle antere. In seguito si aprono normalmente per gli impollinatori che raggiungono lo stigma. Meccanismi simili esistono per favorire l’impollinazione incrociata ed evitare l’autoimpollinazione.

Darlingtonia californica (Info foto)

Drosera (Droseraceae): un genere quasi cosmopolita e con numerose specie le cui foglie sono coperte da grandi peli ghiandolari la cui ghiandola apicale secerne un liquido vischioso. Qui restano appiccicati piccoli insetti che poi vengono assorbiti dalle foglie. Interessante notare come i peli vicini si pieghino anch’essi verso la preda e come la foglia possa talvolta quasi avvolgerla. I fiori sono regolari, a cinque petali, bianchi, rosa, o arancioni ed hanno un diametro di circa 1-3,5 cm, portati numerosi in infiorescenze.

Drosera rotundifolia (Info foto)

Dionaea (Droseraceae): la più famosa delle piante carnivore. Il genere è monotipico ed annovera solo Dionaea muscipula. Le foglie hanno un’appendice le cui due metà si chiudono a scatto sopra gli insetti che abbiano toccato per tre volte i peli sensibili che si trovano al centro. I margini sono “a rastrello” e impediscono la fuga della preda. La pagina superiore della “trappola” è rossa ed attrae gli insetti. I fiori sono di forma regolare, bianchi, di circa 3 cm di diametro, prodotti in piccoli gruppi apicali su scapi di circa 20-30 cm.

Dionaea muscipula (Info foto)

Nepenthes (Nepenthaceae): sono specie dioiche (ogni individuo produce solo fiori maschili o solo fiori femminili) del Sud-Est Asiatico e le foglie presentano una grande appendice “a sacco” coperta da un opercolo. Qui piccoli animali vengono digeriti dai liquidi ricchi di enzimi. Sono molto finemente specializzate ed evolute. Ogni specie ha vari particolari morfologici che la aiutano a trattenere le prede. In questo genere esistono anche diverse simbiosi con alcuni animali che lasciano i loro escrementi negli ascidii senza essere catturati. Il genere Nepenthes ha moltissime specie e molte devono probabilmente ancora essere scoperte. Alcune sono molto localizzate e di queste qualcuna si sarà sicuramente estinta nella continua deforestazione dell’Indonesia. I fiori appaiono in lunghe infiorescenze a spiga, hanno un diametro di pochi millimetri, una forma regolare a quattro petali e colori non sgargianti. Una bellissima collezione si trova nelle serre del MUSE di Trento (Museo delle Scienze), curata dal mio amico Andrea L. Bianchi.

Nepenthes villosa

Pinguicula (Lentibulariaceae): piante con rosette di foglie dal diametro di 5-10 cm. Le foglie sono appiccicose e catturano piccolissimi insetti. I fiori sono solitamente blu o rosa e vistosi, zigomorfi, dotati di sperone. Crescono soprattutto in Sud America, ma anche in Nord America, Europa e Siberia. Gli habitat preferiti sono torbiere e rocce stillicidiose sempre umide.

Pinguicula moranensis (Info foto)

Cephalotus (Cephalotaceae): questo genere ha solo una specie: Cephalotus follicularis. Si tratta di una piccola pianta con ascidii a sacco coperti da un opercolo parapioggia, molto simili a quelli del genere Nepenthes. Gli insetti restano negli ascidii e vengono digeriti dai liquidi ricchi di enzimi. Questa specie vive in Australia del Sud-Ovest su sabbie umide. I fiori sono raggruppati in piccole infiorescenze, hanno sei petali biancastri, regolari ed un diametro di pochi millimetri.

Cephalotus follicularis

Utricularia (Lentibulariaceae): circa 220 specie diffuse in tutto il mondo tranne in Antartide. Sono piante acquatiche galleggianti oppure immerse in terreni fangosi. Non hanno organi differenziati in radici, fusti e foglie (alcune specie hanno però anche vere foglie) ma presentano delle strutture molto ramificate, verde-giallastro chiaro, dotate di utricoli. Questi sono organi molto specializzati, a forma di sacco, costantemente in pressione più bassa di quella dell’ambiente circostante, dotati di peli ramificati sensibili che li fanno aprire a scatto facendo loro risucchiare l’acqua davanti ad essi insieme alle sue piccole prede per poi richiudersi in soli 10-15 millisecondi. I fiori sono zigomorfi, bianchi, gialli, rosa od azzurri, grandi pochi centimetri, portati sovente in infiorescenze. Gli utricoli variano da 0,2 mm a 1,2 cm a seconda delle specie e catturano piccoli animali acquatici come dafnie, larve di zanzara, piccoli girini, ecc. Le specie terrestri catturano invece i microorganismi che vivono nel fango, come rotiferi e protozoi. Alcune specie sudamericane vivono su rami e su muschi umidissimi ed alcune anche nelle rosette delle bromeliacee riempite d’acqua.

Utricularia vulgaris

Aldrovanda (Droseraceae): Un genere monotipico che comprende la sola specie Aldrovanda vesiculosa, ma che in passato era ben più ricco di specie. La pianta è senza radici, acquatica e liberamente flottante. I suoi fusti sono lunghi circa una quindicina di centimetri ed hanno dei verticilli formati da 6-8 foglie per metà quasi lineari e per metà formate da lacinie filiformi e da una trappola simile a quella di Dionaea muscipula. Questa scatta velocissima su dafnie, larve di zanzara e altri piccoli animali alla propria portata. Il fiore è regolare, a coppa, a cinque petali, bianco-verdastro e dal diametro di 1 cm scarso. La specie vive in circa cinquanta popolazioni suddivise in Europa, Asia, Africa ed Australia. La variabilità genetica è molto bassa a causa della sua capacità di propagarsi soprattutto per via vegetativa (raramente e solo in clima tropicale si riproduce da seme). In inverno nei climi temperati si riduce a dei turioni che riprendono a svilupparsi in primavera.

Aldrovanda vesiculosa (Info foto)

Genlisea (Lentibulariaceae): Piccole piante erbacee di terreni molto umidi, prive di radici. Hanno foglie normali a rosetta, solitamente obovate, e foglie sotterranee, bianche, estramamente modificate e a forma di forcella. I due rami terminali della forcella sono tubolari, spiralati e dotati di aperture laterali in cui entrano piccole prede che vivono nel terreno. A causa di peli interni rivolti in una sola direzione queste prede possono proseguire solo verso una vescicola presente alla base della forcella in cui vengono digerite. I fiori sono zigomorfi, pentalobati, grandi circa 1 cm, gialli, malva e/o bianchi.

Genlisea subglabra (Info foto)

Brocchinia (Bromeliaceae): un genere di bromeliacee con diverse specie ma di cui solo due sono carnivore: Brocchinia reducta e Brocchinia hechtioides. Come molte altre specie della famiglia hanno una raccolta d’acqua al centro della rosetta, ma in queste due specie le foglie sono verticali e strette l’una contro l’altra a formare un tubo in cui vengono attratte vespe e formiche per mezzo di odori dolci. L’acqua all’interno è resa molto acida (pH 3) e ricca di un enzima digestivo (fosfatase) per l’assimilazione delle prede. Vive nella regione dei tepui, come Heliamphora, nel nord del Sud America.

Brocchinia reducta (Info foto)

Drosophyllum (Drosophyllaceae): genere monotipico con la sola specie Drosophyllum lusitanicum. Si tratta di una specie erbosa, alta circa 20 cm. Ha foglie filiformi, con ghiandole viscose che catturano e digeriscono gli insetti attratti dall’odore dolce della pianta. I fiori appaiono in infiorescenze ramificate, sono regolari, gialli, vistosi e di circa 4 cm di diametro. La specie è diffusa in Marocco, Portogallo e Spagna ed è una delle poche carnivore che vivono in un ambiente arido.

Drosophyllum lusitanicum (Info foto)

Ci sarebbe molto altro da approfondire per ogni genere, magari ve ne parlerò a voce in un corso di orticoltura botanica che sto lentamente ed accuratamente preparando, ma questo è un inizio per conoscere le piante carnivore e per capire il loro funzionamento.

Vi lascio dei link interessanti: Genlisea che preda un anellide, Aldrovanda contro larve di zanzara, Il MUSE.

Le piante impossibili

Càpita spesso che qualcuno mi contatti per un aiuto nella coltivazione di una specie un po’ “rognosa”. Talvolta posso aiutare e talvolta posso solo sperare di far capire che, date le condizioni ambientali che ognuno ha, non tutto è coltivabile. Basta. Non è questione di “bravura”. Anzi, sono proprio la conoscenza e l’esperienza che ci fanno sapere che alcune (moltissime!) specie non sono proprio mantenibili nel nostro ambiente.

Così ci sono quelli che si sentono ai tropici e, siccome abitano in una zona a clima mite, si mettono a piantare cocchi in giardino; tanto non va mai sottozero. Ma avete presente di quanto calore continuo ha bisogno il cocco? Di quanta intensità di luce? Di quanta durata minima del dì rispetto alla notte? Non si può essere soddisfatti, poi, se a giugno il cocco piantato a novembre emette una nuova foglia ed è sopravvissuto, almeno all’inverno passato. Sarà sempre una pianta sofferente, che si rovinerà ogni anno, finché un inverno “eccezionale” la farà fuori.

Oltre alle piante tropicali, che eventualmente si possono coltivare abbastanza facilmente in una serra riscaldata durante l’inverno, esistono quelle ben più difficili che il caldo proprio non lo vogliono.

Piante di montagna o di alte latitudini, che non hanno problemi a passare l’inverno, ma che durante l’estate avrebbero bisogno di temperature molto più fresche di quelle che chi abita a basse quote può garantir loro. Stelle alpine a Roma? Crescono alte e molli, poi collassano. I loro tessuti non riescono a raffreddarsi traspirando, si surriscaldano e cuociono a temperature che invece sono tollerate, ad esempio, dalle piante mediterranee. Lo stesso vale, naturalmente, per molte specie della flora montana. Qualcuna può comunque essere più adattabile di altre.

Un’altro gruppo di piante qui in Italia spesso incoltivabili e che, tra l’altro, annovera specie molto interessanti, è quello delle piante tropicali di montagna. Queste sono doppiamente rognose. Hanno bisogno di fresco perché in natura crescono ad alte quote, ma non tollerano nemmeno temperature troppo basse perché ai tropici la differenza di temperature che abbiamo qui tra estate ed inverno non esiste per il fatto che il sole non cala mai più di tanto sull’orizzonte e quindi si ha poca variabilità stagionale. Queste sono specie che starebbero bene a Catania in inverno e a Courmayeur in estate. In questo gruppo ci sarebbero piante come molte fuchsie, come alcune impatiens delle montagne africane, come diversi cactus delle Ande, come Ullucus tuberosus, come Oxalis tuberosa, come Gunnera manicata, come la mitica Worsleya procera, come i rododendri della Nuova Guinea.

Oltre al problema della temperatura si ha quello legato al fotoperiodo, cioè del rapporto tra ore di luce ed ore di buio giornaliere che si ha durante l’anno. Questo fattore può influenzare la sopravvivenza stessa della pianta (alcune piante tropicali non sopportano le nostre lunghe giornate estive e/o le nostre lunghe notti invernali) ma soprattutto regola la fioritura, la fruttificazione e l’entrata in riposo di molte specie con conseguente formazione di tuberi. Ricordo, ad esempio, i miei tentativi di coltivazione di Oxalis tuberosa, conosciuta anche come “oca”, che in estate aveva la parte interrata dei fusti che cuoceva perché la terra era troppo calda, mentre in autunno-inverno, quando l’accorciarsi del dì avrebbe dovuto stimolare la formazione dei deliziosi tuberi, questi si formavano ma rimanevano piccoli perché le temperature erano troppo basse per farli crescere a sufficienza. Stessa cosa con Ullucus tuberosus e con alcune patate interessanti (e buonissime!) che portai da un viaggio in Perù.

Morale della favola: bisogna capire serenamente ciò che si può coltivare e ciò che non può dare buoni risultati. Bisogna sì provare e sperimentare (non si sa mai!) ma bisogna anche rinunciare ad alcune cose che risultino impossibili o che si prevede che siano tali alla luce della nostra conoscenza. Non è che se si è esperti si può coltivare tutto; anzi, è proprio quando si è esperti che si sa anche cosa non si può coltivare.

Certamente sapere ciò di cui una specie ha bisogno ci potrebbe anche rendere in grado di ricreare in maniera artificiale tutte le condizioni ambientali adatte, ma… conviene? Va bene una serra riscaldata in inverno, va bene un ombrario per l’estate, ma sarebbe folle un ambiente condizionato, con molta luce durante il giorno ma sempre buio dalle 18.00 alle 6.00, sempre umido al punto giusto. Si può fare in piccolo per condurre esperimenti limitati nel tempo e nello spazio (ad esempio in un box per qualche mese), ma non si può fare per mantenere una collezione di rododendri ad Agrigento o per produrre ananas a Cortina, seppur tecnicamente possibile.

Conviene piuttosto rendersi conto delle condizioni ambientali che abbiamo, o che comunque possiamo ricreare, e concentrarsi sul cercare le specie interessanti che possiamo mantenere senza troppi problemi. Il mondo è grande e può comunque permetterci di trovare, di coltivare, di osservare e di studiare un grande numero di piante senza aver continuamente a che fare con stragi invernali ed ecatombi estive.

Asarum, stranezze in ombra

Un genere diffuso in Europa, Asia e Nord America che ama le zone ombrose, umide, fertili ma drenate è Asarum, spesso sconosciuto ma molto interessante. Comprende oltre 120 specie e fa parte dell’altrettanto insolita famiglia delle Aristolochiaceae.

Si tratta di piante a rizoma strisciante e sotterraneo, con foglie cordate ed ad apice più o meno ottuso, piuttosto coriacee, talvolta pelose, talvolta lucide e in molte specie variamente maculate di bianco o di verde più chiaro. I fiori sono trilobati a base urceolata, cuoiosi, di colori non vistosi e solitamente sui toni del bruno, del verde e del bianco, eventualmente compresenti. Ricordano vagamente quelli delle Stapeliae, ma a tre lobi. Da esperimenti fatti su Asarum europaeum (Kugler, 1934) e Asarum canadense (Wildman, 1950) risulta che almeno queste due specie si autoimpollinano quasi sempre. Le dimensioni dei fiori variano molto e, insieme alla colorazione, li rendono più o meno vistosi nelle varie specie.

Alcune hanno fiori molto attraenti per la loro forma e per i loro colori insoliti, mentre altre presentano piccoli fiori bruni e quasi invisibili.

La fioritura avviene a livello del terreno, spesso sotto le foglie. Tra le specie a fiori più strani e vistosi posso citare Asarum maximum, Asarum sieboldii, Asarum splendens, Asarum speciosum, Asarum asaroides, Asarum hatsushimae, Asarum fudsinoi, Asarum kiusianum, Asarum insigne, Asarum megacalyx, Asarum minamitanianum, Asarum yaeyamense, Asarum macranthum. Non dimentichiamo che anche le foglie fanno la loro bella presenza anche quando i fiori non risultino molto attraenti. Alcune specie possono comportarsi da tappezzanti, mentre altre risultano di estrema lentezza nella crescita e nell’accestimento.

Si trovano molto raramente in commercio e quando la bellezza sta insieme alla rarità ed alla lentezza il prezzo può essere piuttosto alto, anche per un piccolo pezzo di rizoma.

I semi sono dotati di eleosoma, una struttura accessoria ad essi attaccata che attira molto le formiche e che le porta ad agire come insetti dispersori. Sono quindi piante mirmecocore, cioè i cui semi sono dispersi dalle formiche. La loro germinazione avviene in superficie ed in presenza di luce (la pur scarsa luce che può esserci in una zona comunque ombreggiata).

Le foglie, se stropicciate, emettono un odore particolare e sono molto appetite dalle lumache per cui è opportuno provvedere a difendere le piante dall’essere smangiucchiate da questi gasteropodi.

Alcune specie sono sempreverdi, mentre altre hanno una certa stagionalità e possono restare senza foglie in estate od in inverno, a seconda delle temperature.

Alcuni cloni di alcune specie possono essere meno ricchi di pigmenti ed i loro fiori risultano biancastri o verdastri. Questi possono essere selezionati e coltivati come cultivars atipiche. Uno di questi è Asarum sieboldii ‘Jade Dragon’, ma esiste anche Asarum maximum nei cui fiori il nero è sostituito dal verde ed altri esempi ancora.

Se quindi qualcuno avesse una zona ombrosa in cui non sapesse cosa coltivare, una bella collezione di asari potrebbe risultare un’interessante soluzione.

Asarum maximum in coltivazione. Una pianta di oltre 10 anni.
Ambiente in cui cresce Asarum europaeum

Sansevieria

Un genere con molte incertezze tassonomiche, quello delle sansevierie. Infatti non si può dire con certezza da quante specie sia composto, se alcune entità siano ibridi o specie nuove o solo varianti di specie già descritte. Bisogna farsene una ragione.

Pare che servirebbero almeno sette anni di studi sul campo per finalmente poter scrivere una monografia che rivedesse e ordinasse tutto il genere.

Vediamo quindi di parlare di cosa è certo, evitando di discutere di argomenti ancora non chiariti scientificamente.

Esistono sansevierie a foglie piatte e sansevierie a foglie a sezione circolare o ellittica. Tra quelle a foglie piatte alcune lo sono solo nella parte superiore, avendo una forma a cucchiaio.

Un’altra variabile è la crescita del rizoma e dell’eventuale fusto eretto. Il rizoma può essere sotterraneo o aereo. Se aereo le radici sono a trampolo, robuste e verticali nella parte emersa. Si diramano solo una volta raggiunto il suolo. Il fusto eretto è presente in poche specie, come S. arborescens, S. frutescens e S. powellii.

Le infiorescenze possono essere a spiga, a racemo o capitate ed i fiori sono sempre tubulari e di colore biancastro. Il frutto è una bacca vagamente sferica, ruvida e di colore arancione a maturità.

Le foglie appaiono in rosette e, anche con il passare del tempo, non aumentano di numero all’interno della singola rosetta. Crescendo si formeranno semplicemente altre rosette che, fin dall’inizio avranno un numero determinato di foglie.

Se coltivate in vaso, una volta che questo sarà pieno di rosette la crescita si fermerà, oppure il vaso si romperà. Inutile aspettare foglie nuove. Bisognerà dividere la pianta o almeno metterla in un vaso di dimensioni maggiori. Se i rizomi dovranno essere tagliati sarà bene attendere che il taglio si asciughi bene e si cicatrizzi prima di interrarli di nuovo.

Durante l’inverno necessitano di quanta più luce possibile ed una siccità completa per resistere meglio alle temperature più basse, mentre in estate amano annaffiature abbondanti ma ben distanziate in modo che il terreno si asciughi completamente fino in profondità prima di effettuare una nuova irrigazione. Sempre in estate sarà meglio tenerle in luce filtrata per evitare bruciature. In natura crescono anche in pieno sole, risultando però un po’ giallognole.

Per molte specie la fioritura avviene in occasione del riposo asciutto invernale o subito dopo, ma alcune fioriscono in estate.

La concimazione è consigliabile durante la stagione di crescita (estate), annaffiandole con una soluzione di fertilizzante per succulente ogni due-tre irrigazioni.

Si adattano facilmente alla coltivazione come “piante da appartamento” riuscendo a vivere in ambienti con poca luce ed aria secca. Durante l’estate è però consigliabile far loro prendere un po’ di luce solare abituandole gradualmente (e sottolineo “gradualmente”) ad una situazione di mezz’ombra o, meglio, di luce filtrata.

Il terreno deve essere di tipo adatto alle succulente e, se acquistate in un supermercato o in un vivaio “commerciale”, saranno spesso da rinvasare subito togliendo completamente la torba in cui vengono distribuite e sostituendola con un substrato giusto, come spiego nel minicorso sui terreni.

Tra le specie più insolite e mirabili voglio citare S. masoniana, a foglie enormi, larghe fino a 25 cm ed alte fino a 60 cm; S. singularis, con le rosette, se così si possono ancora chiamare, composte da una sola foglia cilindrica, eretta e rigidissima; S. aubrytiana, con foglie piatte, molto lunghe, fino quasi ad un metro, e meravigliosamente maculate; S. kirkii, con una bellissima fioritura e foglie che nella cultivar ‘Coppertone’ della var. pulchra sono maculate di bianco, verde e rosa-arancio; S. pinguicula, con rosette piccole ma estremamente succulente; S. eilensis, le cui piante sembrano ventagli di banane a bande sfumate verdi e biancastre.

La propagazione è facilissima per divisione, l’importante è lasciare asciugare bene i tagli effettuati sui rizomi, come già detto sopra. La talea di foglia è possibile, con risultati variabili: le piante che se ne originano potrebbero essere diverse dalla pianta madre, a seconda delle caratteristiche dei tessuti fogliari nel punto in cui si formano le nuove piantine. Un fenomeno, questo, conosciuto come “sport”. La semina è ovviamente sempre fattibile, ma bisogna prestare attenzione all’impollinazione per non avere ibridi indesiderati. Quando si hanno diverse specie l’ibridazione è piuttosto frequente. I semi si interrano a inizio estate in un terreno da succulente alla profondità di circa 1 cm e si trattano come le piante adulte, solo annaffiando un po’ più frequentemente finché non avviene la germinazione.

È bene ricordare che le sansevierie da seme hanno una loro forma giovanile e che prenderanno l’aspetto definitivo solo dopo aver prodotto diverse rosette. Questo è soprattutto evidente nelle specie con foglia a sezione circolare od ellittica, che inizialmente hanno rosette di foglie piatte.

Sansevieria concinna
Sansevieria kirchii var. pulchra ‘Coppertone’
Sansevieria trifasciata ‘Moonshine’
Fiori a livello del suolo di Sansevieria singularis
Sansevieria aubrytiana

Tephrocactus

Il nome deriva da tephra, che in greco significa cenere, a causa del loro colore spesso grigiastro o forse perché crescono anche sulle ceneri di alcuni vulcani. 

La storia tassonomica ha visto Tephrocactus come sottogenere del genere Opuntia e come genere a sé stante. Anticamente alcune specie erano addirittura incluse nel genere Cereus. Recentemente si è comunque avuto un generale consenso nel riconoscere Tephrocactus come genere.

Si tratta di piccoli arbusti a fusto succulento e fotosintetizzante, privi di foglie, formati da diversi articoli generalmente brevi, cilindrici, ovoidali, ovati, sferici o a botte. Sono dotati di glochidi e spesso anche di spine di forma e dimensione variabili. Si va dalle spine aghiformi lunghe pochi centimetri alle spine piatte, papiracee e flessibili di Tephrocactus articulatus var. papyracanthus a quelle lunghe 15 cm di Tephrocactus aoracanthus var. paediophilus. Gli articoli crescono uno sull’altro, formando masse sempre più grandi. Spesso qualche articolo si stacca (basta un piccolo urto), cade e radica altrove. La fioritura avviene quando sono presenti almeno due o tre articoli ed è apicale. I fiori, a corolla gialla, bianca, rosa e fino a rossa, sono simili a quelli di Opuntia, ma il frutto che ne deriva è privo di polpa, rivestito della sola epidermide, contenente i soli semi pressati tra di loro. I semi sono di circa 5-7 mm, di forma irregolare, dotati di un arillo spugnoso ma molto duro. La loro germinazione è erratica e può avvenire anche dopo molti anni dalla fuoriuscita dal frutto. Questo lungo periodo può essere utile affinché i semi si disperdano, nel frattempo, su una superficie maggiore.

Crescono sulle Ande centro-meridionali, più frequentemente sul versante orientale, in ambienti come i deserti di alta quota e le steppe di montagna. La loro esposizione è in pieno sole o comunque sempre molto luminosa.

Il clima dei loro ambienti ha un’ampia escursione termica, sia annuale che giornaliera. Per questo alcune specie possono resistere anche a temperature sotto lo zero, ma quando questo avviene il terreno e l’aria sono sempre molto asciutti. Le piogge sono esclusivamente estive in quei luoghi. Li ho visti in natura e questo mi ha fatto capire, in un linguaggio senza parole, ciò di cui queste piante affascinanti hanno bisogno.

In orticoltura queste specie sono coltivate per le loro forme e per i loro fiori, oltre che come piante di interesse botanico. Inoltre coltivandole si contribuisce alla loro conservazione ex-situ, specialmente se si mantengono i dati di località. Càpita spesso, infatti, che alcune stazioni naturali vengano distrutte durante la costruzione di opere o la lavorazione dei terreni.

Si coltivano facilmente in terreni da succulente (vedi minicorso sui terreni), in pieno sole o, meglio, in luce un po’ filtrata (le piante più esposte sono un po’ bruciacchiate anche in natura). Le annaffiature si effettuano solamente durante la stagione calda e devono essere abbondanti (il terreno deve essere bagnato fino in fondo) ma rade (non prima che il substrato sia rimasto completamente asciutto per almeno una settimana). Quindi più o meno ogni 15-20 giorni in estate e mai in inverno. Ogni anno io le bagno per la prima volta a fine marzo e per l’ultima volta a metà settembre. Per la concimazione si procede con un fertilizzante liquido per succulente (NPK circa 1-3-5 o multipli + microelementi), a metà della dose consigliata, durante la stagione di maggior crescita e subito prima.

La semina è una vera sfida alla pazienza ed alla capacità di sapersi accontentare delle poche piante che presumibilmente otterremo. Consiglio di seminare a primavera, nel solito terreno adatto alla crescita delle piante adulte, affondando i semi nel substrato (pressandoli) e coprendoli poi con uno strato di 8-10 mm di lapillo puro o ghiaietto da acquario. Questo a differenza di quanto si fa con i semi di molte Cactaceae, che invece non si coprono ma si pressano soltanto. Annaffiare molto delicatamente a doccia (senza far venire all’aria i semi) o per immersione parziale del contenitore (con l’acqua a circa 2 cm sotto il livello del terreno). I primi semi possono nascere entro un mese, ma altri potrebbero farlo anche negli anni successivi, dopo diversi cicli di umido e di asciutto. Germinazioni del 5-10% sono già un successo e ti potrai accontentare, anche perché poi sarà facilissimo propagarli agamicamente staccandone gli articoli e ponendoli a radicare.

Tephrocactus alexanderi
Tephrocactus aoracanthus var. paediophilus
Tephrocactus curvispinus
Tephrocactus sphaericus
Tephrocactus fauxianus
Tephrocactus reicheanus
Tephrocactus articulatus var. papyracanthus
Tephrocactus aoracanthus var. paediophilus
Tephrocactus aoracanthus var. paediophilus
Tephrocactus sphaericus
Tephrocactus weberi
Tephrocactus molinensis
Tephrocactus atroviridis
Tephrocactus alexanderi
Tephrocactus geometricus, forma scura. Un semenzale di circa 6 mesi.

Hippeastrum

Ancora troppo spesso queste meravigliose bulbose sono erroneamente chiamate Amaryllis. Hippeastrum è invece un genere tutto sudamericano che si differenzia dal sudafricano Amaryllis soprattutto per i propri semi che sono piatti, papiracei, neri ed alati. Inoltre Hippeastrum ha gli scapi fiorali cavi, mentre Amaryllis li ha pieni.

L’etimologia del nome di questo genere è da ricercarsi in hippeus (= cavaliere) e astron (= stella). Quindi il significato della parola Hippeastrum è “stella del cavaliere”, ma il motivo di tale scelta non è ben chiaro.

Si tratta di geofite a bulbo poco profondo o parzialmente esposto le cui specie sono solitamente diffuse in ambienti semiaridi e con un perfetto drenaggio, come, ad esempio, su pendii erbosi con alcune rocce e sul ciglio di scarpate. Esistono però alcune specie originarie di ambienti molto diversi che vanno dalle paludi alle rupi assolate, dalle foreste e ai bordi dei torrenti.

 Nonostante questo genere sia diffuso dal Messico all’Argentina esistono due centri di biodiversità, cioè due zone in cui vivono un gran numero di specie: il Brasile sud-orientale e la regione degli Yungas, intorno al confine tra Bolivia e Perù.

Trovo molto affascinante che, nonostante la plurisecolare esplorazione botanica e, purtroppo, la forte distruzione degli habitat, si continuino ancora a trovare specie nuove mai descritte. Proprio in questi giorni è stato pubblicato Hippeastrum verdianum ad opera di un mio amico di Facebook.

Per non trattare dei comuni ibridi commerciali dei quali si è spesso persa ogni genealogia e che trovo molto poco interessanti da un punto di vista naturalistico, ti parlerò di alcune delle circa novanta specie botaniche, vere bellezze naturali.

In coltivazione è sempre utile cercare di ricreare le condizioni ambientali dei luoghi di distribuzione naturale, come sempre, ed allora ti indico qui di seguito un substrato adatto alla maggioranza delle specie, cioè a quelle che vivono in aree semiaride, più o meno luminose e ben drenate: 50% lapillo vulcanico a granulometria di circa 3-5 mm, 30% terriccio universale contenente anche compost, 20% sabbia ventilata (cioè senza polvere).

Questi che seguono sono invece alcuni degli habitat “insoliti” e le loro specie.

Paludi: Hippeastrum angustifolium, H. santacatarina, H. breviflorum.

Lungo i bordi di corsi d’acqua e cascate, talvolta temporaneamente inondati: Hippeastrum ramboi.

Rupi assolate: Hippeastrum mollevillquense

Foreste: Hippeastrum striatum, H. vittatum (margini di foreste), H. aulicum (epifita), H. papilio (epifita), H. calyptratum (epifita), H. arboricola (epifita).

Le specie epifite hanno bisogno di un substrato molto arieggiato e per le quali consiglio un 80% lapillo vulcanico e un 20% terriccio universale o anche un 100% lapillo vulcanico.

Per quanto riguarda la stagionalità bisogna dire che hanno generalmente bisogno di un riposo invernale piuttosto asciutto e a temperature minime di almeno 5°C ma alcune specie sopportano (ma non amano) un po’ di pioggia invernale e temperature minime fino a circa -2°C (Hippeastrum papilio, sempreverde, e H. aulicum, a vegetazione e fioritura invernali in clima mediterraneo).

Hippeastrum reginae pare (ma non lo ho testato) che resista fino a -7°C ed incrociato con H. vittatum ha dato origine a H. x johnsonii, ibrido abbastanza rustico creato nel 1799 da un orologiaio inglese di nome Arthur Johnson.

La coltivazione in vaso è meno problematica se il contenitore è piuttosto stretto e viene presto riempito dalle radici. Cosa, questa, comune a molte Amaryllidaceae.

Le specie del genere Hippeastrum si possono incrociare anche con il genere Sprekelia dando origine all’ibrido intergenerico ed apomittico x Hippeastrelia.

Per quanto riguarda l’impollinazione questa avviene generalmente ad opera di insetti e di colibrì ma in Hippeastrum calyptratum sono i pipistrelli a portare il polline da un fiore all’altro. Il pipistrello si appoggia al fiore che deve sostenerne il peso. Per questo i suoi peduncoli sono particolarmente robusti. I pipistrelli non hanno una buona vista ed i fiori, verdi e dall’odore di “plastica nuova”, possono fotosintetizzare piuttosto che attrarre impollinatori con colori vivaci.

Poche specie sono autofertili ed alcune lo sono solo in qualche individuo. L’impollinazione incrociata è sempre favorita con vari meccanismi e anche le specie autofertili si autoimpollinano solo come “ultima chance”.

I semi vengono dispersi dal vento, come si può facilmente immaginare data la loro forma. In coltivazione vengono spesso seminati facendoli galleggiare sull’acqua in un contenitore per poi trapiantare le plantule appena saranno maneggiabili. Alcuni affondano ma germinano ugualmente. Io preferisco seminarli su un substrato solido, uguale a quello adatto alla crescita delle piante adulte, poiché la crescita iniziale in acqua avviene utilizzando esclusivamente le riserve del seme e non anche i nutrienti prelevabili dal terreno. Inoltre il trapianto potrebbe causare alcune perdite e disturbare le piantine che dovrebbero abituarsi al substrato solido dopo essersi inizialmente sviluppate in acqua.

Alcune specie producono bulbi laterali (alcuni individui più di altri) ed altre invece no. Quando presenti, i bulbi laterali possono essere impiegati nella propagazione agamica, ma, ovviamente, costituiranno sempre un solito clone non autoimpollinabile nel caso di specie o di individui autosterili.

Nel caso ti servissero altre informazioni ti invito a contattarmi attraverso il modulo di contatto di questo sito, mentre per informazioni sui substrati in generale puoi scaricare il minicorso da qui.  

Qui di seguito ti metto alcune mie foto.

Hippeastrum papilio in piena terra, nonostante sia epifita.
Hippeastrum papilio
Hippeastrum puniceum
Hippeastrum roseum
Hippeastrum calyptratum
Hippeastrum calyptratum
Hippeastrum machupijchense in natura
Esempio di substrato adatto alla maggior parte delle specie del genere Hippeastrum

Il circolo virtuoso

Bisogna fare qualcosa. È inutile lamentarsi. Se vogliamo che in Italia esista una maggiore cultura del mondo delle piante bisogna che tutti noi ci impegniamo per svilupparla e per diffonderla. Ognuno come può. Ognuno nel proprio ruolo. Non viene da sola.

Dopo i promettenti anni novanta c’è stata una graduale perdita di qualità e di quantità nella divulgazione delle informazioni legate alla botanica ed alla coltivazione. Questo nonostante tra gli addetti ai lavori i progressi ci siano stati.  Ciò che manca e che va creato è il pubblico; è un pubblico numeroso, colto ed interessato. Un settore economico-culturale senza il proprio pubblico è come un corpo senza sangue.

Servono iniziative, eventi, professionisti, personaggi, aziende, istituzioni, molti media che ne parlino, pubblicità che si rivolga al settore con profitti e un po’ di voglia di accendere il cervello e di buttarci dentro qualcosa di nuovo. Serve che ciò che accade nel settore sia più spesso considerato “notiziabile” e che allo stesso tempo l’informazione diffusa sia interessante e corretta.

Esiste uno strettissimo rapporto di causa ed effetto reciproco tra il pubblico e il contenuto che il pubblico “consuma”. Se lo si lascia andare liberamente si va verso contenuti via via più semplici e di basso rilievo. Se invece si forza un po’ la mano si riesce ad insegnare qualcosa di interessante. Qualcosa che sarà il presupposto per argomenti sempre più approfonditi. Insomma, l’ignoranza chiama l’ignoranza e il sapere chiama il sapere.

Chi ha un argomento interessante da trattare, scriva articoli, faccia video, fotografi e diffonda. Questo tenendo sempre presente la qualità e la correttezza dell’informazione.

Una volta avviato, il “motore” sarebbe in grado di girare autonomamente, sempre che non finisca il carburante, cioè la voglia di conoscere, di sperimentare e di scoprire. Desideri questi che devono essere tenuti alti dai media, i quali avrebbero l’onere, ma anche la convenienza, di creare e di mantenere la “moda”. Si creerebbe un indotto che coinvolgerebbe case editrici, vivai, negozi di attrezzatura, agenzie pubblicitarie, venditori di semi. Perfino gli orti botanici venderebbero più biglietti e gli incassi potrebbero essere usati per finanziare la ricerca botanica che ormai vivacchia abbandonata da anni. All’interno di alcuni orti botanici si potrebbero aprire un bar ed un negozio di articoli correlati alla botanica (libri, taccuini, semi, materiale per erbari, lenti di ingrandimento, piantine, souvenirs, ecc.). Tutto questo dobbiamo farlo partire noi. Noi “popolo delle piante”. Triste aspettare che succeda per caso o che ci pensi qualcun altro.

Gli inglesi sono senz’altro un esempio da cui prendere spunto. Dalle loro parti alle fiere di piante insolite i vivai vendono il triplo o il quadruplo di quanto non vendano qui; nelle librerie si trovano facilmente testi specialistici che qui non verrebbero venduti in quantità sufficienti da renderne conveniente la stampa; la televisione manda in onda programmi in cui si parla di piante creando meraviglia ed interesse nel pubblico che poi compra piante, libri, semi e attrezzatura. La BBC è stata l’unica televisione ad aver prodotto addirittura una serie di documentari sulle piante, grazie al mitico David Attenborough, eroe mondiale della divulgazione scientifica.

Serve far conoscere i personaggi esemplari, “i vip del settore”, capaci di far venire ai giovani la voglia di lavorare con le piante: come botanici, giardinieri, orticoltori, giornalisti, divulgatori, vivaisti, conservazionisti, agronomi, architetti, scrittori.

Dobbiamo molto alle piante eppure la loro conoscenza è così poco diffusa, a differenza di molti altri settori, talvolta anche meno importanti ma ampiamente conosciuti dal pubblico e capaci di generare grandi indotti economici. Ebbene, la colpa non è di come va il mondo; la colpa è nostra, del “popolo delle piante”. Siamo noi che non siamo stati capaci di creare interesse intorno a ciò che amiamo, che forse ci siamo separati troppo dal resto della società. Sport, spettacolo, gastronomia, turismo, musica, moda vanno alla grande mentre delle piante interessa solo a pochi, pur avendo le stesse potenzialità di partenza.

Quindi ora smettiamo di lamentarci ed iniziamo ad investire nel prossimo. Crediamoci. Facciamoci portatori di nuove tendenze, ognuno con le persone che riesce a raggiungere.