Le piante carnivore

Cominciamo con il capire perché le piante carnivore sono diventate specializzate nel nutrirsi di insetti e di altri piccoli animali: vivono su substrati poverissimi che non contengono nutrimenti sufficienti. Questi substrati sono spesso costituiti da torba, sfagno, acqua, sabbia e/o rocce.

Si sono evolute a partire dalle cosiddette piante protocarnivore: specie che, per qualche motivo, trattenevano sulle loro foglie alcuni piccoli animali. Poteva accadere perché le foglie erano leggermente viscose o perché le spine trattenevano topi e lucertole. Qualcosa di simile a quanto accade ancor oggi con le foglie di Nicotiana e Martinia e con le spine uncinate di Puya mirabilis e di alcune specie del genere Mammillaria. Le prede, durante la loro decomposizione, vanno a fertilizzare il terreno sotto le piante oppure rilasciano nutrimenti che vengono assimilati dalle foglie.

Le piante che avevano foglie dalla morfologia leggermente diversa e più utili a questo scopo si sono trovate avvantaggiate ed in alcuni habitat si sono evolute in foglie tubolari o vischiose o addirittura capaci di chiudersi a scatto.

L’evoluzione non si ferma mai e forse un giorno anche quelle che oggi sono le attuali protocarnivore diventeranno delle vere carnivore che utilizzeranno chissà quale strana strategia di cattura. Questo potrà forse avvenire solo se non distruggeremo prima questo pianeta.

Vediamo ora quali sono i principali generi di piante carnivore.

Heliamphora (Sarraceniaceae): piante con foglie tubulari in cui resta un po’ di acqua ed in cui annegano insetti che vengono poi assorbiti. Si vede bene come queste foglie abbiano semplicemente i loro margini saldati assieme. I fiori sono a 4-5 petali appuntiti, bianchi o rosa ed hanno un diametro di circa6 cm. Crescono sui tepui, i famosi altopiani rocciosi dalle pareti a strapiombo delle foreste pluviali sudamericane, come il Monte Roraima.

Heliamphora chimantensis

Sarracenia (Sarraceniaceae): sono il passo successivo. Qui le foglie sono a forma di lungo imbuto con delle finestre più chiare che lasciano passare la luce e che rappresentano una falsa via di fuga per gli insetti. Al loro apice si trova un opercolo che impedisce che le foglie si riempano d’acqua (tranne che in S. purpurea in cui l’opercolo è verticale). I fiori, a cinque petali e rivolti verso il basso, sono sorretti da peduncoli di 30-50 cm, hanno un diametro di circa 6 cm e posseggono uno stigma molto grande che occupa quasi tutta la superfici fiorale. Lo stigma è recettivo sul suo lato posteriore. Il colore del fiore va dal giallastro al rossastro. Si trovano nelle torbiere del Nord America.

Sarracenia leucophylla (Foto info)

Darlingtonia (Sarraceniaceae): genere monotipico rappresentato esclusivamente da Darlingtonia californica. Simile a Sarracenia ma con gli ascidii dotati di apertura rivolta verso il basso e terminanti con due appendici rivolte anch’esse verso il basso. Anche il fiore è simile, ma il suo stigma non è enorme. I petali restano inizialmente chiusi ed appressati al grande ovario; sono rivolti verso il basso e tra uno e l’altro si apre un buco (ogni petalo ha mezzo buco su entrambi i lati) per lasciar passare gli impollinatori che raggiungono il polline sulle antere. In seguito si aprono normalmente per gli impollinatori che raggiungono lo stigma. Meccanismi simili esistono per favorire l’impollinazione incrociata ed evitare l’autoimpollinazione.

Darlingtonia californica (Info foto)

Drosera (Droseraceae): un genere quasi cosmopolita e con numerose specie le cui foglie sono coperte da grandi peli ghiandolari la cui ghiandola apicale secerne un liquido vischioso. Qui restano appiccicati piccoli insetti che poi vengono assorbiti dalle foglie. Interessante notare come i peli vicini si pieghino anch’essi verso la preda e come la foglia possa talvolta quasi avvolgerla. I fiori sono regolari, a cinque petali, bianchi, rosa, o arancioni ed hanno un diametro di circa 1-3,5 cm, portati numerosi in infiorescenze.

Drosera rotundifolia (Info foto)

Dionaea (Droseraceae): la più famosa delle piante carnivore. Il genere è monotipico ed annovera solo Dionaea muscipula. Le foglie hanno un’appendice le cui due metà si chiudono a scatto sopra gli insetti che abbiano toccato per tre volte i peli sensibili che si trovano al centro. I margini sono “a rastrello” e impediscono la fuga della preda. La pagina superiore della “trappola” è rossa ed attrae gli insetti. I fiori sono di forma regolare, bianchi, di circa 3 cm di diametro, prodotti in piccoli gruppi apicali su scapi di circa 20-30 cm.

Dionaea muscipula (Info foto)

Nepenthes (Nepenthaceae): sono specie dioiche (ogni individuo produce solo fiori maschili o solo fiori femminili) del Sud-Est Asiatico e le foglie presentano una grande appendice “a sacco” coperta da un opercolo. Qui piccoli animali vengono digeriti dai liquidi ricchi di enzimi. Sono molto finemente specializzate ed evolute. Ogni specie ha vari particolari morfologici che la aiutano a trattenere le prede. In questo genere esistono anche diverse simbiosi con alcuni animali che lasciano i loro escrementi negli ascidii senza essere catturati. Il genere Nepenthes ha moltissime specie e molte devono probabilmente ancora essere scoperte. Alcune sono molto localizzate e di queste qualcuna si sarà sicuramente estinta nella continua deforestazione dell’Indonesia. I fiori appaiono in lunghe infiorescenze a spiga, hanno un diametro di pochi millimetri, una forma regolare a quattro petali e colori non sgargianti. Una bellissima collezione si trova nelle serre del MUSE di Trento (Museo delle Scienze), curata dal mio amico Andrea L. Bianchi.

Nepenthes villosa

Pinguicula (Lentibulariaceae): piante con rosette di foglie dal diametro di 5-10 cm. Le foglie sono appiccicose e catturano piccolissimi insetti. I fiori sono solitamente blu o rosa e vistosi, zigomorfi, dotati di sperone. Crescono soprattutto in Sud America, ma anche in Nord America, Europa e Siberia. Gli habitat preferiti sono torbiere e rocce stillicidiose sempre umide.

Pinguicula moranensis (Info foto)

Cephalotus (Cephalotaceae): questo genere ha solo una specie: Cephalotus follicularis. Si tratta di una piccola pianta con ascidii a sacco coperti da un opercolo parapioggia, molto simili a quelli del genere Nepenthes. Gli insetti restano negli ascidii e vengono digeriti dai liquidi ricchi di enzimi. Questa specie vive in Australia del Sud-Ovest su sabbie umide. I fiori sono raggruppati in piccole infiorescenze, hanno sei petali biancastri, regolari ed un diametro di pochi millimetri.

Cephalotus follicularis

Utricularia (Lentibulariaceae): circa 220 specie diffuse in tutto il mondo tranne in Antartide. Sono piante acquatiche galleggianti oppure immerse in terreni fangosi. Non hanno organi differenziati in radici, fusti e foglie (alcune specie hanno però anche vere foglie) ma presentano delle strutture molto ramificate, verde-giallastro chiaro, dotate di utricoli. Questi sono organi molto specializzati, a forma di sacco, costantemente in pressione più bassa di quella dell’ambiente circostante, dotati di peli ramificati sensibili che li fanno aprire a scatto facendo loro risucchiare l’acqua davanti ad essi insieme alle sue piccole prede per poi richiudersi in soli 10-15 millisecondi. I fiori sono zigomorfi, bianchi, gialli, rosa od azzurri, grandi pochi centimetri, portati sovente in infiorescenze. Gli utricoli variano da 0,2 mm a 1,2 cm a seconda delle specie e catturano piccoli animali acquatici come dafnie, larve di zanzara, piccoli girini, ecc. Le specie terrestri catturano invece i microorganismi che vivono nel fango, come rotiferi e protozoi. Alcune specie sudamericane vivono su rami e su muschi umidissimi ed alcune anche nelle rosette delle bromeliacee riempite d’acqua.

Utricularia vulgaris

Aldrovanda (Droseraceae): Un genere monotipico che comprende la sola specie Aldrovanda vesiculosa, ma che in passato era ben più ricco di specie. La pianta è senza radici, acquatica e liberamente flottante. I suoi fusti sono lunghi circa una quindicina di centimetri ed hanno dei verticilli formati da 6-8 foglie per metà quasi lineari e per metà formate da lacinie filiformi e da una trappola simile a quella di Dionaea muscipula. Questa scatta velocissima su dafnie, larve di zanzara e altri piccoli animali alla propria portata. Il fiore è regolare, a coppa, a cinque petali, bianco-verdastro e dal diametro di 1 cm scarso. La specie vive in circa cinquanta popolazioni suddivise in Europa, Asia, Africa ed Australia. La variabilità genetica è molto bassa a causa della sua capacità di propagarsi soprattutto per via vegetativa (raramente e solo in clima tropicale si riproduce da seme). In inverno nei climi temperati si riduce a dei turioni che riprendono a svilupparsi in primavera.

Aldrovanda vesiculosa (Info foto)

Genlisea (Lentibulariaceae): Piccole piante erbacee di terreni molto umidi, prive di radici. Hanno foglie normali a rosetta, solitamente obovate, e foglie sotterranee, bianche, estramamente modificate e a forma di forcella. I due rami terminali della forcella sono tubolari, spiralati e dotati di aperture laterali in cui entrano piccole prede che vivono nel terreno. A causa di peli interni rivolti in una sola direzione queste prede possono proseguire solo verso una vescicola presente alla base della forcella in cui vengono digerite. I fiori sono zigomorfi, pentalobati, grandi circa 1 cm, gialli, malva e/o bianchi.

Genlisea subglabra (Info foto)

Brocchinia (Bromeliaceae): un genere di bromeliacee con diverse specie ma di cui solo due sono carnivore: Brocchinia reducta e Brocchinia hechtioides. Come molte altre specie della famiglia hanno una raccolta d’acqua al centro della rosetta, ma in queste due specie le foglie sono verticali e strette l’una contro l’altra a formare un tubo in cui vengono attratte vespe e formiche per mezzo di odori dolci. L’acqua all’interno è resa molto acida (pH 3) e ricca di un enzima digestivo (fosfatase) per l’assimilazione delle prede. Vive nella regione dei tepui, come Heliamphora, nel nord del Sud America.

Brocchinia reducta (Info foto)

Drosophyllum (Drosophyllaceae): genere monotipico con la sola specie Drosophyllum lusitanicum. Si tratta di una specie erbosa, alta circa 20 cm. Ha foglie filiformi, con ghiandole viscose che catturano e digeriscono gli insetti attratti dall’odore dolce della pianta. I fiori appaiono in infiorescenze ramificate, sono regolari, gialli, vistosi e di circa 4 cm di diametro. La specie è diffusa in Marocco, Portogallo e Spagna ed è una delle poche carnivore che vivono in un ambiente arido.

Drosophyllum lusitanicum (Info foto)

Ci sarebbe molto altro da approfondire per ogni genere, magari ve ne parlerò a voce in un corso di orticoltura botanica che sto lentamente ed accuratamente preparando, ma questo è un inizio per conoscere le piante carnivore e per capire il loro funzionamento.

Vi lascio dei link interessanti: Genlisea che preda un anellide, Aldrovanda contro larve di zanzara, Il MUSE.

Le piante impossibili

Càpita spesso che qualcuno mi contatti per un aiuto nella coltivazione di una specie un po’ “rognosa”. Talvolta posso aiutare e talvolta posso solo sperare di far capire che, date le condizioni ambientali che ognuno ha, non tutto è coltivabile. Basta. Non è questione di “bravura”. Anzi, sono proprio la conoscenza e l’esperienza che ci fanno sapere che alcune (moltissime!) specie non sono proprio mantenibili nel nostro ambiente.

Così ci sono quelli che si sentono ai tropici e, siccome abitano in una zona a clima mite, si mettono a piantare cocchi in giardino; tanto non va mai sottozero. Ma avete presente di quanto calore continuo ha bisogno il cocco? Di quanta intensità di luce? Di quanta durata minima del dì rispetto alla notte? Non si può essere soddisfatti, poi, se a giugno il cocco piantato a novembre emette una nuova foglia ed è sopravvissuto, almeno all’inverno passato. Sarà sempre una pianta sofferente, che si rovinerà ogni anno, finché un inverno “eccezionale” la farà fuori.

Oltre alle piante tropicali, che eventualmente si possono coltivare abbastanza facilmente in una serra riscaldata durante l’inverno, esistono quelle ben più difficili che il caldo proprio non lo vogliono.

Piante di montagna o di alte latitudini, che non hanno problemi a passare l’inverno, ma che durante l’estate avrebbero bisogno di temperature molto più fresche di quelle che chi abita a basse quote può garantir loro. Stelle alpine a Roma? Crescono alte e molli, poi collassano. I loro tessuti non riescono a raffreddarsi traspirando, si surriscaldano e cuociono a temperature che invece sono tollerate, ad esempio, dalle piante mediterranee. Lo stesso vale, naturalmente, per molte specie della flora montana. Qualcuna può comunque essere più adattabile di altre.

Un’altro gruppo di piante qui in Italia spesso incoltivabili e che, tra l’altro, annovera specie molto interessanti, è quello delle piante tropicali di montagna. Queste sono doppiamente rognose. Hanno bisogno di fresco perché in natura crescono ad alte quote, ma non tollerano nemmeno temperature troppo basse perché ai tropici la differenza di temperature che abbiamo qui tra estate ed inverno non esiste per il fatto che il sole non cala mai più di tanto sull’orizzonte e quindi si ha poca variabilità stagionale. Queste sono specie che starebbero bene a Catania in inverno e a Courmayeur in estate. In questo gruppo ci sarebbero piante come molte fuchsie, come alcune impatiens delle montagne africane, come diversi cactus delle Ande, come Ullucus tuberosus, come Oxalis tuberosa, come Gunnera manicata, come la mitica Worsleya procera, come i rododendri della Nuova Guinea.

Oltre al problema della temperatura si ha quello legato al fotoperiodo, cioè del rapporto tra ore di luce ed ore di buio giornaliere che si ha durante l’anno. Questo fattore può influenzare la sopravvivenza stessa della pianta (alcune piante tropicali non sopportano le nostre lunghe giornate estive e/o le nostre lunghe notti invernali) ma soprattutto regola la fioritura, la fruttificazione e l’entrata in riposo di molte specie con conseguente formazione di tuberi. Ricordo, ad esempio, i miei tentativi di coltivazione di Oxalis tuberosa, conosciuta anche come “oca”, che in estate aveva la parte interrata dei fusti che cuoceva perché la terra era troppo calda, mentre in autunno-inverno, quando l’accorciarsi del dì avrebbe dovuto stimolare la formazione dei deliziosi tuberi, questi si formavano ma rimanevano piccoli perché le temperature erano troppo basse per farli crescere a sufficienza. Stessa cosa con Ullucus tuberosus e con alcune patate interessanti (e buonissime!) che portai da un viaggio in Perù.

Morale della favola: bisogna capire serenamente ciò che si può coltivare e ciò che non può dare buoni risultati. Bisogna sì provare e sperimentare (non si sa mai!) ma bisogna anche rinunciare ad alcune cose che risultino impossibili o che si prevede che siano tali alla luce della nostra conoscenza. Non è che se si è esperti si può coltivare tutto; anzi, è proprio quando si è esperti che si sa anche cosa non si può coltivare.

Certamente sapere ciò di cui una specie ha bisogno ci potrebbe anche rendere in grado di ricreare in maniera artificiale tutte le condizioni ambientali adatte, ma… conviene? Va bene una serra riscaldata in inverno, va bene un ombrario per l’estate, ma sarebbe folle un ambiente condizionato, con molta luce durante il giorno ma sempre buio dalle 18.00 alle 6.00, sempre umido al punto giusto. Si può fare in piccolo per condurre esperimenti limitati nel tempo e nello spazio (ad esempio in un box per qualche mese), ma non si può fare per mantenere una collezione di rododendri ad Agrigento o per produrre ananas a Cortina, seppur tecnicamente possibile.

Conviene piuttosto rendersi conto delle condizioni ambientali che abbiamo, o che comunque possiamo ricreare, e concentrarsi sul cercare le specie interessanti che possiamo mantenere senza troppi problemi. Il mondo è grande e può comunque permetterci di trovare, di coltivare, di osservare e di studiare un grande numero di piante senza aver continuamente a che fare con stragi invernali ed ecatombi estive.

Sansevieria

Un genere con molte incertezze tassonomiche, quello delle sansevierie. Infatti non si può dire con certezza da quante specie sia composto, se alcune entità siano ibridi o specie nuove o solo varianti di specie già descritte. Bisogna farsene una ragione.

Pare che servirebbero almeno sette anni di studi sul campo per finalmente poter scrivere una monografia che rivedesse e ordinasse tutto il genere.

Vediamo quindi di parlare di cosa è certo, evitando di discutere di argomenti ancora non chiariti scientificamente.

Esistono sansevierie a foglie piatte e sansevierie a foglie a sezione circolare o ellittica. Tra quelle a foglie piatte alcune lo sono solo nella parte superiore, avendo una forma a cucchiaio.

Un’altra variabile è la crescita del rizoma e dell’eventuale fusto eretto. Il rizoma può essere sotterraneo o aereo. Se aereo le radici sono a trampolo, robuste e verticali nella parte emersa. Si diramano solo una volta raggiunto il suolo. Il fusto eretto è presente in poche specie, come S. arborescens, S. frutescens e S. powellii.

Le infiorescenze possono essere a spiga, a racemo o capitate ed i fiori sono sempre tubulari e di colore biancastro. Il frutto è una bacca vagamente sferica, ruvida e di colore arancione a maturità.

Le foglie appaiono in rosette e, anche con il passare del tempo, non aumentano di numero all’interno della singola rosetta. Crescendo si formeranno semplicemente altre rosette che, fin dall’inizio avranno un numero determinato di foglie.

Se coltivate in vaso, una volta che questo sarà pieno di rosette la crescita si fermerà, oppure il vaso si romperà. Inutile aspettare foglie nuove. Bisognerà dividere la pianta o almeno metterla in un vaso di dimensioni maggiori. Se i rizomi dovranno essere tagliati sarà bene attendere che il taglio si asciughi bene e si cicatrizzi prima di interrarli di nuovo.

Durante l’inverno necessitano di quanta più luce possibile ed una siccità completa per resistere meglio alle temperature più basse, mentre in estate amano annaffiature abbondanti ma ben distanziate in modo che il terreno si asciughi completamente fino in profondità prima di effettuare una nuova irrigazione. Sempre in estate sarà meglio tenerle in luce filtrata per evitare bruciature. In natura crescono anche in pieno sole, risultando però un po’ giallognole.

Per molte specie la fioritura avviene in occasione del riposo asciutto invernale o subito dopo, ma alcune fioriscono in estate.

La concimazione è consigliabile durante la stagione di crescita (estate), annaffiandole con una soluzione di fertilizzante per succulente ogni due-tre irrigazioni.

Si adattano facilmente alla coltivazione come “piante da appartamento” riuscendo a vivere in ambienti con poca luce ed aria secca. Durante l’estate è però consigliabile far loro prendere un po’ di luce solare abituandole gradualmente (e sottolineo “gradualmente”) ad una situazione di mezz’ombra o, meglio, di luce filtrata.

Il terreno deve essere di tipo adatto alle succulente e, se acquistate in un supermercato o in un vivaio “commerciale”, saranno spesso da rinvasare subito togliendo completamente la torba in cui vengono distribuite e sostituendola con un substrato giusto, come spiego nel minicorso sui terreni.

Tra le specie più insolite e mirabili voglio citare S. masoniana, a foglie enormi, larghe fino a 25 cm ed alte fino a 60 cm; S. singularis, con le rosette, se così si possono ancora chiamare, composte da una sola foglia cilindrica, eretta e rigidissima; S. aubrytiana, con foglie piatte, molto lunghe, fino quasi ad un metro, e meravigliosamente maculate; S. kirkii, con una bellissima fioritura e foglie che nella cultivar ‘Coppertone’ della var. pulchra sono maculate di bianco, verde e rosa-arancio; S. pinguicula, con rosette piccole ma estremamente succulente; S. eilensis, le cui piante sembrano ventagli di banane a bande sfumate verdi e biancastre.

La propagazione è facilissima per divisione, l’importante è lasciare asciugare bene i tagli effettuati sui rizomi, come già detto sopra. La talea di foglia è possibile, con risultati variabili: le piante che se ne originano potrebbero essere diverse dalla pianta madre, a seconda delle caratteristiche dei tessuti fogliari nel punto in cui si formano le nuove piantine. Un fenomeno, questo, conosciuto come “sport”. La semina è ovviamente sempre fattibile, ma bisogna prestare attenzione all’impollinazione per non avere ibridi indesiderati. Quando si hanno diverse specie l’ibridazione è piuttosto frequente. I semi si interrano a inizio estate in un terreno da succulente alla profondità di circa 1 cm e si trattano come le piante adulte, solo annaffiando un po’ più frequentemente finché non avviene la germinazione.

È bene ricordare che le sansevierie da seme hanno una loro forma giovanile e che prenderanno l’aspetto definitivo solo dopo aver prodotto diverse rosette. Questo è soprattutto evidente nelle specie con foglia a sezione circolare od ellittica, che inizialmente hanno rosette di foglie piatte.

Sansevieria concinna
Sansevieria kirchii var. pulchra ‘Coppertone’
Sansevieria trifasciata ‘Moonshine’
Fiori a livello del suolo di Sansevieria singularis
Sansevieria aubrytiana

Tephrocactus

Il nome deriva da tephra, che in greco significa cenere, a causa del loro colore spesso grigiastro o forse perché crescono anche sulle ceneri di alcuni vulcani. 

La storia tassonomica ha visto Tephrocactus come sottogenere del genere Opuntia e come genere a sé stante. Anticamente alcune specie erano addirittura incluse nel genere Cereus. Recentemente si è comunque avuto un generale consenso nel riconoscere Tephrocactus come genere.

Si tratta di piccoli arbusti a fusto succulento e fotosintetizzante, privi di foglie, formati da diversi articoli generalmente brevi, cilindrici, ovoidali, ovati, sferici o a botte. Sono dotati di glochidi e spesso anche di spine di forma e dimensione variabili. Si va dalle spine aghiformi lunghe pochi centimetri alle spine piatte, papiracee e flessibili di Tephrocactus articulatus var. papyracanthus a quelle lunghe 15 cm di Tephrocactus aoracanthus var. paediophilus. Gli articoli crescono uno sull’altro, formando masse sempre più grandi. Spesso qualche articolo si stacca (basta un piccolo urto), cade e radica altrove. La fioritura avviene quando sono presenti almeno due o tre articoli ed è apicale. I fiori, a corolla gialla, bianca, rosa e fino a rossa, sono simili a quelli di Opuntia, ma il frutto che ne deriva è privo di polpa, rivestito della sola epidermide, contenente i soli semi pressati tra di loro. I semi sono di circa 5-7 mm, di forma irregolare, dotati di un arillo spugnoso ma molto duro. La loro germinazione è erratica e può avvenire anche dopo molti anni dalla fuoriuscita dal frutto. Questo lungo periodo può essere utile affinché i semi si disperdano, nel frattempo, su una superficie maggiore.

Crescono sulle Ande centro-meridionali, più frequentemente sul versante orientale, in ambienti come i deserti di alta quota e le steppe di montagna. La loro esposizione è in pieno sole o comunque sempre molto luminosa.

Il clima dei loro ambienti ha un’ampia escursione termica, sia annuale che giornaliera. Per questo alcune specie possono resistere anche a temperature sotto lo zero, ma quando questo avviene il terreno e l’aria sono sempre molto asciutti. Le piogge sono esclusivamente estive in quei luoghi. Li ho visti in natura e questo mi ha fatto capire, in un linguaggio senza parole, ciò di cui queste piante affascinanti hanno bisogno.

In orticoltura queste specie sono coltivate per le loro forme e per i loro fiori, oltre che come piante di interesse botanico. Inoltre coltivandole si contribuisce alla loro conservazione ex-situ, specialmente se si mantengono i dati di località. Càpita spesso, infatti, che alcune stazioni naturali vengano distrutte durante la costruzione di opere o la lavorazione dei terreni.

Si coltivano facilmente in terreni da succulente (vedi minicorso sui terreni), in pieno sole o, meglio, in luce un po’ filtrata (le piante più esposte sono un po’ bruciacchiate anche in natura). Le annaffiature si effettuano solamente durante la stagione calda e devono essere abbondanti (il terreno deve essere bagnato fino in fondo) ma rade (non prima che il substrato sia rimasto completamente asciutto per almeno una settimana). Quindi più o meno ogni 15-20 giorni in estate e mai in inverno. Ogni anno io le bagno per la prima volta a fine marzo e per l’ultima volta a metà settembre. Per la concimazione si procede con un fertilizzante liquido per succulente (NPK circa 1-3-5 o multipli + microelementi), a metà della dose consigliata, durante la stagione di maggior crescita e subito prima.

La semina è una vera sfida alla pazienza ed alla capacità di sapersi accontentare delle poche piante che presumibilmente otterremo. Consiglio di seminare a primavera, nel solito terreno adatto alla crescita delle piante adulte, affondando i semi nel substrato (pressandoli) e coprendoli poi con uno strato di 8-10 mm di lapillo puro o ghiaietto da acquario. Questo a differenza di quanto si fa con i semi di molte Cactaceae, che invece non si coprono ma si pressano soltanto. Annaffiare molto delicatamente a doccia (senza far venire all’aria i semi) o per immersione parziale del contenitore (con l’acqua a circa 2 cm sotto il livello del terreno). I primi semi possono nascere entro un mese, ma altri potrebbero farlo anche negli anni successivi, dopo diversi cicli di umido e di asciutto. Germinazioni del 5-10% sono già un successo e ti potrai accontentare, anche perché poi sarà facilissimo propagarli agamicamente staccandone gli articoli e ponendoli a radicare.

Tephrocactus alexanderi
Tephrocactus aoracanthus var. paediophilus
Tephrocactus curvispinus
Tephrocactus sphaericus
Tephrocactus fauxianus
Tephrocactus reicheanus
Tephrocactus articulatus var. papyracanthus
Tephrocactus aoracanthus var. paediophilus
Tephrocactus aoracanthus var. paediophilus
Tephrocactus sphaericus
Tephrocactus weberi
Tephrocactus molinensis
Tephrocactus atroviridis
Tephrocactus alexanderi
Tephrocactus geometricus, forma scura. Un semenzale di circa 6 mesi.

Hippeastrum

Ancora troppo spesso queste meravigliose bulbose sono erroneamente chiamate Amaryllis. Hippeastrum è invece un genere tutto sudamericano che si differenzia dal sudafricano Amaryllis soprattutto per i propri semi che sono piatti, papiracei, neri ed alati. Inoltre Hippeastrum ha gli scapi fiorali cavi, mentre Amaryllis li ha pieni.

L’etimologia del nome di questo genere è da ricercarsi in hippeus (= cavaliere) e astron (= stella). Quindi il significato della parola Hippeastrum è “stella del cavaliere”, ma il motivo di tale scelta non è ben chiaro.

Si tratta di geofite a bulbo poco profondo o parzialmente esposto le cui specie sono solitamente diffuse in ambienti semiaridi e con un perfetto drenaggio, come, ad esempio, su pendii erbosi con alcune rocce e sul ciglio di scarpate. Esistono però alcune specie originarie di ambienti molto diversi che vanno dalle paludi alle rupi assolate, dalle foreste e ai bordi dei torrenti.

 Nonostante questo genere sia diffuso dal Messico all’Argentina esistono due centri di biodiversità, cioè due zone in cui vivono un gran numero di specie: il Brasile sud-orientale e la regione degli Yungas, intorno al confine tra Bolivia e Perù.

Trovo molto affascinante che, nonostante la plurisecolare esplorazione botanica e, purtroppo, la forte distruzione degli habitat, si continuino ancora a trovare specie nuove mai descritte. Proprio in questi giorni è stato pubblicato Hippeastrum verdianum ad opera di un mio amico di Facebook.

Per non trattare dei comuni ibridi commerciali dei quali si è spesso persa ogni genealogia e che trovo molto poco interessanti da un punto di vista naturalistico, ti parlerò di alcune delle circa novanta specie botaniche, vere bellezze naturali.

In coltivazione è sempre utile cercare di ricreare le condizioni ambientali dei luoghi di distribuzione naturale, come sempre, ed allora ti indico qui di seguito un substrato adatto alla maggioranza delle specie, cioè a quelle che vivono in aree semiaride, più o meno luminose e ben drenate: 50% lapillo vulcanico a granulometria di circa 3-5 mm, 30% terriccio universale contenente anche compost, 20% sabbia ventilata (cioè senza polvere).

Questi che seguono sono invece alcuni degli habitat “insoliti” e le loro specie.

Paludi: Hippeastrum angustifolium, H. santacatarina, H. breviflorum.

Lungo i bordi di corsi d’acqua e cascate, talvolta temporaneamente inondati: Hippeastrum ramboi.

Rupi assolate: Hippeastrum mollevillquense

Foreste: Hippeastrum striatum, H. vittatum (margini di foreste), H. aulicum (epifita), H. papilio (epifita), H. calyptratum (epifita), H. arboricola (epifita).

Le specie epifite hanno bisogno di un substrato molto arieggiato e per le quali consiglio un 80% lapillo vulcanico e un 20% terriccio universale o anche un 100% lapillo vulcanico.

Per quanto riguarda la stagionalità bisogna dire che hanno generalmente bisogno di un riposo invernale piuttosto asciutto e a temperature minime di almeno 5°C ma alcune specie sopportano (ma non amano) un po’ di pioggia invernale e temperature minime fino a circa -2°C (Hippeastrum papilio, sempreverde, e H. aulicum, a vegetazione e fioritura invernali in clima mediterraneo).

Hippeastrum reginae pare (ma non lo ho testato) che resista fino a -7°C ed incrociato con H. vittatum ha dato origine a H. x johnsonii, ibrido abbastanza rustico creato nel 1799 da un orologiaio inglese di nome Arthur Johnson.

La coltivazione in vaso è meno problematica se il contenitore è piuttosto stretto e viene presto riempito dalle radici. Cosa, questa, comune a molte Amaryllidaceae.

Le specie del genere Hippeastrum si possono incrociare anche con il genere Sprekelia dando origine all’ibrido intergenerico ed apomittico x Hippeastrelia.

Per quanto riguarda l’impollinazione questa avviene generalmente ad opera di insetti e di colibrì ma in Hippeastrum calyptratum sono i pipistrelli a portare il polline da un fiore all’altro. Il pipistrello si appoggia al fiore che deve sostenerne il peso. Per questo i suoi peduncoli sono particolarmente robusti. I pipistrelli non hanno una buona vista ed i fiori, verdi e dall’odore di “plastica nuova”, possono fotosintetizzare piuttosto che attrarre impollinatori con colori vivaci.

Poche specie sono autofertili ed alcune lo sono solo in qualche individuo. L’impollinazione incrociata è sempre favorita con vari meccanismi e anche le specie autofertili si autoimpollinano solo come “ultima chance”.

I semi vengono dispersi dal vento, come si può facilmente immaginare data la loro forma. In coltivazione vengono spesso seminati facendoli galleggiare sull’acqua in un contenitore per poi trapiantare le plantule appena saranno maneggiabili. Alcuni affondano ma germinano ugualmente. Io preferisco seminarli su un substrato solido, uguale a quello adatto alla crescita delle piante adulte, poiché la crescita iniziale in acqua avviene utilizzando esclusivamente le riserve del seme e non anche i nutrienti prelevabili dal terreno. Inoltre il trapianto potrebbe causare alcune perdite e disturbare le piantine che dovrebbero abituarsi al substrato solido dopo essersi inizialmente sviluppate in acqua.

Alcune specie producono bulbi laterali (alcuni individui più di altri) ed altre invece no. Quando presenti, i bulbi laterali possono essere impiegati nella propagazione agamica, ma, ovviamente, costituiranno sempre un solito clone non autoimpollinabile nel caso di specie o di individui autosterili.

Nel caso ti servissero altre informazioni ti invito a contattarmi attraverso il modulo di contatto di questo sito, mentre per informazioni sui substrati in generale puoi scaricare il minicorso da qui.  

Qui di seguito ti metto alcune mie foto.

Hippeastrum papilio in piena terra, nonostante sia epifita.
Hippeastrum papilio
Hippeastrum puniceum
Hippeastrum roseum
Hippeastrum calyptratum
Hippeastrum calyptratum
Hippeastrum machupijchense in natura
Esempio di substrato adatto alla maggior parte delle specie del genere Hippeastrum

Il circolo virtuoso

Bisogna fare qualcosa. È inutile lamentarsi. Se vogliamo che in Italia esista una maggiore cultura del mondo delle piante bisogna che tutti noi ci impegniamo per svilupparla e per diffonderla. Ognuno come può. Ognuno nel proprio ruolo. Non viene da sola.

Dopo i promettenti anni novanta c’è stata una graduale perdita di qualità e di quantità nella divulgazione delle informazioni legate alla botanica ed alla coltivazione. Questo nonostante tra gli addetti ai lavori i progressi ci siano stati.  Ciò che manca e che va creato è il pubblico; è un pubblico numeroso, colto ed interessato. Un settore economico-culturale senza il proprio pubblico è come un corpo senza sangue.

Servono iniziative, eventi, professionisti, personaggi, aziende, istituzioni, molti media che ne parlino, pubblicità che si rivolga al settore con profitti e un po’ di voglia di accendere il cervello e di buttarci dentro qualcosa di nuovo. Serve che ciò che accade nel settore sia più spesso considerato “notiziabile” e che allo stesso tempo l’informazione diffusa sia interessante e corretta.

Esiste uno strettissimo rapporto di causa ed effetto reciproco tra il pubblico e il contenuto che il pubblico “consuma”. Se lo si lascia andare liberamente si va verso contenuti via via più semplici e di basso rilievo. Se invece si forza un po’ la mano si riesce ad insegnare qualcosa di interessante. Qualcosa che sarà il presupposto per argomenti sempre più approfonditi. Insomma, l’ignoranza chiama l’ignoranza e il sapere chiama il sapere.

Chi ha un argomento interessante da trattare, scriva articoli, faccia video, fotografi e diffonda. Questo tenendo sempre presente la qualità e la correttezza dell’informazione.

Una volta avviato, il “motore” sarebbe in grado di girare autonomamente, sempre che non finisca il carburante, cioè la voglia di conoscere, di sperimentare e di scoprire. Desideri questi che devono essere tenuti alti dai media, i quali avrebbero l’onere, ma anche la convenienza, di creare e di mantenere la “moda”. Si creerebbe un indotto che coinvolgerebbe case editrici, vivai, negozi di attrezzatura, agenzie pubblicitarie, venditori di semi. Perfino gli orti botanici venderebbero più biglietti e gli incassi potrebbero essere usati per finanziare la ricerca botanica che ormai vivacchia abbandonata da anni. All’interno di alcuni orti botanici si potrebbero aprire un bar ed un negozio di articoli correlati alla botanica (libri, taccuini, semi, materiale per erbari, lenti di ingrandimento, piantine, souvenirs, ecc.). Tutto questo dobbiamo farlo partire noi. Noi “popolo delle piante”. Triste aspettare che succeda per caso o che ci pensi qualcun altro.

Gli inglesi sono senz’altro un esempio da cui prendere spunto. Dalle loro parti alle fiere di piante insolite i vivai vendono il triplo o il quadruplo di quanto non vendano qui; nelle librerie si trovano facilmente testi specialistici che qui non verrebbero venduti in quantità sufficienti da renderne conveniente la stampa; la televisione manda in onda programmi in cui si parla di piante creando meraviglia ed interesse nel pubblico che poi compra piante, libri, semi e attrezzatura. La BBC è stata l’unica televisione ad aver prodotto addirittura una serie di documentari sulle piante, grazie al mitico David Attenborough, eroe mondiale della divulgazione scientifica.

Serve far conoscere i personaggi esemplari, “i vip del settore”, capaci di far venire ai giovani la voglia di lavorare con le piante: come botanici, giardinieri, orticoltori, giornalisti, divulgatori, vivaisti, conservazionisti, agronomi, architetti, scrittori.

Dobbiamo molto alle piante eppure la loro conoscenza è così poco diffusa, a differenza di molti altri settori, talvolta anche meno importanti ma ampiamente conosciuti dal pubblico e capaci di generare grandi indotti economici. Ebbene, la colpa non è di come va il mondo; la colpa è nostra, del “popolo delle piante”. Siamo noi che non siamo stati capaci di creare interesse intorno a ciò che amiamo, che forse ci siamo separati troppo dal resto della società. Sport, spettacolo, gastronomia, turismo, musica, moda vanno alla grande mentre delle piante interessa solo a pochi, pur avendo le stesse potenzialità di partenza.

Quindi ora smettiamo di lamentarci ed iniziamo ad investire nel prossimo. Crediamoci. Facciamoci portatori di nuove tendenze, ognuno con le persone che riesce a raggiungere.

Gesneriaceae

Questa famiglia è caratterizzata da fiori zigomorfi (cioè a simmetria bilaterale, che si possono dividere longitudinalmente in due parti uguali), bisessuali, a corolla bilabiata formata da cinque petali fusi assieme; calici a cinque sepali; due o quattro antere (talvolta cinque) che sono unite tutte assieme od a coppie; con ovario supero o parzialmente infero, uniloculare, sulle cui pareti maturano numerosi semi, spesso finissimi. I frutti sono spesso dei follicoli (cioè frutti secchi deiscenti uniloculari ad almeno due semi) vagamente conici oppure più raramente bacche. Nel genere Streptocarpus i frutti sono capsule lunghe e ritorte. Le foglie sono spesso pelose o leggermente succulente.

Antere fuse assieme in un gruppo di quattro.

 

La famiglia è molto affine alle Scrophulariaceae e come essa appartiene all’ordine delle Lamiales, insieme ad altre 21 famiglie. Attualmente annovera 152 generi e 3540 specie, ma molte altre devono probabilmente ancora essere scoperte.

Sono distribuite in Africa, Asia, Europa e America, più frequentemente nelle zone intertropicali mentre sono molto più rare le specie che vivono nei climi temperati.

Alcune specie hanno organi di riserva attraverso i quali sopravvivono alla stagione avversa, solitamente l’inverno, più fresco e asciutto. Questi organi sono solitamente di due tipi: tuberi e rizomi scagliosi.

Tubero di Sinningia leucotricha

I tuberi sono l’allargamento della zona tra fusto e radici, si collocano al livello del terreno e sono solitamente parzialmente esposti. Sinningia tubiflora produce diversi tuberi completamente sotterranei.

Rizomi di Achimenes

I rizomi invece sono costituiti da stoloni sotterranei o aerei sui quali sono inserite delle foglie ridottissime e inspessite (scaglie), spesso a stretto contatto tra loro, che svolgono la funzione di riserva.

Le specie di questa famiglia possono essere anche arbustive, epifite (cioè che crescono su altre piante) e rosulate (cioè formanti una rosetta di foglie basali).

L’impollinazione viene operata generalmente da insetti, ma in America le specie a fiori rossi e strettamente tubulari sono impollinate dai colibrì. Anche i pipistrelli sono agenti impollinatori (vedi Sinningia brasiliensis).

I generi più conosciuti sono: Sinningia (tuberose), Kohleria (rizomatose), Saintpaulia (rosulate), Aeschynanthus (epifite), Columnea (epifite), Seemannia (rizomatose), Achimenes (rizomatose), Alsobia (piccole erbacee/ricadenti), Ramonda (rosulate), Streptocarpus (piccole arbustive o rosulate oppure monofille, cioè piante ad una sola foglia basale), Smithiantha (rizomatose).

Ti lascio ora a guardare alcune mie foto, mentre in futuro vedrò di affrontare il tema della loro coltivazione.

Sinningia speciosa ‘Pink Mutant’, con frutti in via di sviluppo.

Achimenes mexicana

Sinningia brasiliensis

 

Microchirita involucrata

Seemannia nematanthodes

 

Sinningia eumorpha

Smithiantha multiflora

 

Smithiantha zebrina

Sinningia speciosa ‘Carangola’

 

Sinningia guttata

 

Sinningia sellovii

Giovani tuberi di Sinningia magnifica

 

 

Kohleria eriantha

Jankaea heldreichii, rustica ed endemica del Monte Olimpo, Grecia.

 

Sinningia leucotricha

Sinningia sellovii ‘Purple Rain’

Sinningia speciosa

Kohleria bogotensis

Kohleria digitaliflora

 

 

 

Tecniche di semina

Inizio dicendoti che quanto scriverò qui di seguito non potrà essere sempre assolutamente certo poiché il processo della germinazione è delicato e legato a molteplici fattori, magari ancora sconosciuti alla scienza e spesso diversi da una specie all’altra. Chi semina continuerà quindi ad avere delle “sorprese” positive e negative e potrà sempre sviluppare metodi di semina migliori o comunque alternativi.

Lo scopo di questo articolo è quello di farti conoscere le tecniche di base e di insegnarti a modificarle individuando i fattori da considerare per ogni singola semina in modo da riuscire a sviluppare un metodo adatto a ciò che, di volta in volta, intenderai seminare.

I semi

È essenziale, ovviamente, che i semi siano vitali. La vitalità può mancare per varie cause (maturazione imperfetta, esposizione a temperature e livelli di umidità insopportabili, errati trattamenti chimici, parassiti, ecc.) ma spesso si hanno semi morti semplicemente perché troppo vecchi. La vitalità varia moltissimo a seconda delle condizioni ecologiche dell’areale naturale delle varie specie.

Tra i molti esempi possibili ti posso ricordare che i semi delle piante delle foreste equatoriali durano solo alcuni giorni poiché il loro ambiente naturale è continuamente adatto alla germinazione mentre quelli delle zone aride devono durare mesi od anni per aspettare le piogge e quelli delle zone fredde devono attendere in dormienza fino al termine dell’inverno prima di poter nascere avendo innanzi tutta la stagione calda per svilupparsi e rafforzarsi.

Inoltre esistono taxa che, quasi indipendentemente dagli areali naturali, tendono ad avere generalmente una diversa durata della germinabilità. Infatti, ad esempio, i semi delle leguminose durano mediamente molto più a lungo di tanti altri.

La vitalità può essere generalmente prolungata artificialmente diminuendo la temperatura senza che per questo aumenti 1’umidità relativa dei locali in cui sono conservati i semi. Per questo le banche dei semi sono delle celle frigorifere dotate di impianto di deumidificazione. Se il livello di umidità resta adatto, la durata dei semi raddoppia approssimativamente ogni 5°C in meno.

I contenitori

Questi devono essere sufficientemente spaziosi per ospitare almeno per un anno la quantità di piantine che ritieni possa derivare dalla semina. Dovrai considerare anche lo spazio necessario allo sviluppo corretto, verticale ed orizzontale, dell’apparato radicale in modo da rendere agevole il trapianto ed evitare traumi dovuti a mancanza d’acqua e nutrimento alle piante in concorrenza tra loro.

Ti consiglio che siano in materiale impermeabile ed isolante per evitare che asciughino troppo rapidamente e che risentano di temperature estreme.

II loro drenaggio deve essere quasi sempre ottimo. Se riciclati, devono essere privi di eventuali residui di parassiti.

Ogni contenitore deve ospitare un’unica specie, deve essere etichettato con cura e non posto vicino a specie simili per evitare che pioggia, vento, animali, ecc. scambino qualche seme senza che sia poi subito riconoscibile la pianta nata fuori posto.

I terricci

Il substrato di coltivazione rappresenta una delle maggiori cause di successo o di insuccesso nel crescere le piante ed è anche, giustamente, uno dei più frequenti argomenti dei quesiti che mi vengono posti.

Le piante in vaso che sono prodotte su grande scala hanno spesso un unico substrato di torba quasi pura; sia che si tratti di specie di foresta pluviale, di succulente, di bulbi mediterranei o di piante alpine. Questo substrato risulta leggero, pratico ed economico ma spesso, prima o poi, si rivela una minaccia per ciò che vi viene coltivato per un lungo periodo.

La torba può, in alcuni casi, essere un ottimo ingrediente ma non è generalmente consigliabile usarla in alte percentuali o addirittura pura poiché è poverissima di nutrienti, trattiene troppa umidità e se poi riesce comunque ad asciugare si compatta eccessivamente fino a diventare impermeabile.

L’ideale è un terriccio simile a quello che le varie piante hanno in natura e che di solito potrai ottenere miscelando vari ingredienti in percentuali diverse a seconda delle specie che si intende coltivare.

Molte piante sono, entro certi limiti, adattabili ed è quindi possibile formulare dei terricci base ognuno dei quali possa soddisfare le esigenze di varie specie con requisiti simili.

Potrai poi modificare leggermente questi terricci in base agli ingredienti che riuscirai a procurarti o per adattarli a piante dalle particolari necessità.

Vediamo alcuni ingredienti che possono essere utili per preparare diversi tipi di terriccio:

1-Terriccio di foglie, scarti vegetali tritati e decomposti e un po’ di torba (attenzione: molti terricci “universali” hanno troppa torba. La percentuale ideale di torba è di circa il 25-50%);

2-Materiale drenante e poroso (ottimo il lapillo vulcanico, oppure la sepiolite, cioè la lettiera per gatti, o altri materiali simili.) Diametro dei granelli assortito da 2 a 5 mm): rende il terriccio più aerato, meno compattabile, più drenato e ad umidità meno variabile. Potrai usare anche la pomice, leggerissima, ma tieni presente che questa ha le “bollicine” chiuse e quindi non assorbe e non cede poi alcuna umidità;

3-Sabbia (evitare che contenga granelli finissimi come polvere e granelli troppo grossi come sassolini. L’ideale sono i granelli di 0,2-0,5 mm di diametro. Ottima quella di quarzo, gialla, poiché non si compatta e non fa crosta in superficie. Mai usare quella di spiaggia marina perché è salata! Puoi trovarla facilmente presso i rivenditori di materiali per l’edilizia come “sabbia ventilata”.): rende il terriccio più drenato e povero;

4-Sabbia di marmo: rende il terriccio più calcareo;

5-Corteccia tritata di conifera (pezzatura di varie dimensioni a seconda dell’utilizzo): rende il terriccio più acido, ma anche più leggero ed essiccabile. Inoltre dopo un anno inizia a rilasciare sostanze tossiche e sarà meglio se deciderai di rinnovarla;

6-Terra argillosa di campo: rende il terriccio più pesante, meno drenato, più compatto e asfittico (in pratica serve solo per alcune piante palustri che hanno la germinazione basata sulla fermentazione in ambiente con scarsità di ossigeno).

Spesso si consiglia la sterilizzazione del terriccio. Questa è però praticamente inutile per le muffe le cui spore sono ovunque e ricadono immediatamente anche sul terriccio appena sterilizzato. Le muffe devono essere combattute evitando che si verifichino le condizioni per il loro sviluppo, cioè dando alle piante ventilazione e luce solare nelle giuste quantità.

I1 terriccio deve invece essere sterile per quanto riguarda la presenza di parassiti animali o di semi di infestanti.

Ti elenco qui di seguito alcune composizioni di terricci base adatti, ognuno, a un gruppo di piante (le percentuali dei vari ingredienti si riferiscono al volume e sono puramente indicative; potrai poi modificare e integrare ogni terriccio a seconda delle necessità):

Terriccio numero 1 (per piante di medie esigenze di drenaggio, di umidità e di nutrimento):

85% terriccio di foglie, scarti vegetali tritati e decomposti e un po’ di torba

15% materiale drenante e poroso

Terriccio numero 2 (per succulente, bulbose di zone aride e xerofite in genere):

30% terriccio di foglie, scarti vegetali tritati e decomposti e un po’ di torba

50% materiale drenante e poroso

20% sabbia

Terriccio numero 3 (per acidofile di medie esigenze di drenaggio, di umidità e di nutrimento):

40% terriccio di foglie, scarti vegetali tritati e decomposti e un po’ di torba

40% torba acida di sfagno (necessaria solo per acidofile e carnivore)

20% materiale drenante e poroso

Eventualmente quando poi le plantule saranno abbastanza grandi pacciamare in superficie tra le plantule stesse con corteccia di conifera tritata.

Terriccio numero 4 (per piante calciofile di medie esigenze di drenaggio, di umidità e di nutrimento):

70% terriccio di foglie, scarti vegetali tritati e decomposti e un po’ di torba

10% sabbia di marmo

20% materiale drenante e poroso

Terriccio numero 5 (per piante acquatiche e palustri):

40% terra argillosa di campo

10% sabbia (in caso di semine sommerse va inoltre messo uno strato di sabbia pura in superficie per evitare che altre parti di terriccio vengano a galla)

50% terriccio di foglie, scarti vegetali tritati e decomposti e un po’ di torba

Terriccio numero 6 (per epifite):

55% corteccia tritata di conifera in pezzi di varie dimensioni

35% terriccio di foglie, scarti vegetali tritati e decomposti e un po’ di torba

10% materiale drenante e poroso

Tenere il terriccio ben aerato, sciolto e non pressato, in vasi o cestini. Eventualmente aggiungere un po’ di carbone di legna tritato.

Altri terricci speciali restano comunque necessari per alcuni casi particolari; ad esempio per le piante carnivore che crescono in torba pura o sullo sfagno vivo, per le Proteaceae che non tollerano il fosforo nel terreno o per pochissimi altri tipi di piante.

Per ogni specie lo stesso terriccio va generalmente bene sia per la semina che per la successiva coltivazione. Per la semina di semi fini è però consigliabile togliere dall’ultimo strato del terriccio eventuali particelle troppo grosse, in modo da rendere più uniforme la superficie e facilitare il germogliamento e la penetrazione della radichetta nel substrato.

L’acqua 

La migliore è senz’altro 1’acqua piovana (pH 5,6) caduta direttamente sulle semine e che percola lentamente attraverso il terriccio. Alcuni semi germinano subito dopo una pioggia mentre restano invece dormienti anche dopo mesi di annaffiature artificiali. Eccellente è anche 1’acqua piovana raccolta in cisterne. Va comunque generalmente bene 1’acqua presa dalla falda sotterranea o da corsi d’acqua non inquinati, meglio se leggermente acida, mentre è sconsigliabile I’uso di acqua clorata degli acquedotti per uso civile.

Le strutture

Queste dipendono ovviamente da cosa si coltiva. Un ombrario sarà necessario per molte specie poiché da giovani molte piante non tollerano la luce solare diretta dei mesi più luminosi. Potrai costruirlo utilizzando del telo ombreggiante montato su dei telai, sugli archi delle serre o, se piccolo, semplicemente fissato a quattro pali. Il telo proteggerà le semine anche da acquazzoni e grandinate ma dovrai evitare di posizionare le semine sotto i punti da cui il telo stesso gocciola eccessivamente quando è fradicio (avvallamenti, cuciture, irregolarità, ecc.) altrimenti lo stillicidio insistente provoca buche nel terreno di semina.  

Ti sconsiglio 1’utilizzo dell’ombra di alberi in sostituzione dell’ombrario poiché durante le piogge 1’acqua percolata dal fogliame e da esso arricchita inibisce la germinazione per cause osmotiche (come succede con i terreni troppo ricchi di sali) o per cause ormonali (dovute alla presenza di acido abscissico, nelle foglie mature da cui cola 1’acqua, che è un ormone che inibisce la germinazione).

Una serra ti sarà di aiuto per anticipare le semine primaverili e per facilitare le semine autunnali che non devono essere vernalizzate all’aperto. Sarà inoltre necessaria per le semine non estive di specie tropicali. Alcune specie, però, non germinano in serra a causa della temperatura eccessiva e/o per la mancanza di una adeguata escursione termica giornaliera, vedi bulbose sudafricane a crescita invernale e a semina autunnale.

Potrai usare un germinatoio in mancanza di una serra o per avere un ambiente ancora più caldo. Alcuni semi per essere indotti a germinare rapidamente possono essere esposti a temperature di circa 40°C in substrato umido e, anche in questi casi, il germinatoio può essere utile. Potrai usarlo anche quando vieni in possesso, nella stagione fredda, di semi tropicali di breve durata che devono essere seminati immediatamente ma al caldo.

Puoi costruirlo inserendo in una scatola una resistenza elettrica (anche una lampadina) e collegandola ad un termostato. I modelli migliori però hanno sul fondo dei fili riscaldati che portano il terreno e 1’aria soprastante ad una temperatura alta ed uniforme, sono dotati pure di lampade a luce fotosintetizzabile ed in essi temperatura, fotoperiodo ed intensità della luce sono programmabili nell’arco delle 24 ore.

L’impianto di irrigazione sarà grande o piccolo a seconda delle necessità ma 1’importante è che 1’acqua giunga sulle semine a pioggia o nebulizzata e senza scrosci che smuovano il terreno. Per i semi molto fini è utile che i contenitori siano bagnati dal basso per immersione ed allora, se sono molti e non possono essere spostati in vasche d’acqua, ti consiglio di costruire un bancale allagabile/svuotabile in cui collocare le semine.

I prodotti chimici

Alcuni semi vengono trattati con acidi per essere scarificati o con solventi organici per rimuovere uno strato grasso o ceroso che li avvolge impedendo 1’imbibizione.

Altri trattamenti possono essere fatti con ormoni (gibberelline e/o citochinine) per interrompere la dormienza e avviare la divisione cellulare.

Per queste operazioni è indispensabile una certa esperienza ed una particolare attenzione nei dosaggi per cui ti consiglio di ricorrerci solo nei pochi casi di vera necessità.

Un altro prodotto consigliabile e molto più semplice da usare è 1’insetticida-lumachicida alla metaldeide, da spargere anche solamente intorno ai contenitori (3-4 granelli ogni dm² sono sufficienti).

I semi possono essere trattati anche con fungicidi ed insetticidi per una migliore conservazione prima della semina. Dopo la semina è però meglio attendere che le plantule siano già ben sviluppate, prima di applicarne ancora poiché a volte sono troppo tossici per i tessuti giovani e teneri.

Le dormienze

Le dormienze sono tutti quei fenomeni di ritardato germogliamento che portano un seme a sviluppare la plantula solo dopo un certo periodo più o meno lungo.

Consideriamone alcuni esempi tra i più diffusi cercando di capire l’utilità in natura di tali dormienze e consigliando una tecnica di semina per ognuno di essi.

Dormienza meccanica

La troviamo nei semi delle leguminose e in altre specie a tegumento esterno molto duro ed impermeabile. È necessario che, per azione microbica o meccanica, questo tegumento si intacchi permettendo all’acqua di entrare e alla plantula di iniziare a svilupparsi. Attendere che ciò si verifichi naturalmente significa aspettare anche alcuni anni. Per ridurre questi tempi a poche settimane è possibile intaccare artificialmente il seme con carta vetrata, lame, forbici, ecc. Tale intaccatura deve scoprire (al massimo) l’endosperma (cioè la parte interna del seme) ma non ferirlo perché ciò aumenterebbe di molto il rischio di marciumi. Un altro metodo consiste nel lasciare i semi in acqua a temperature massime di 40 – 50°C per un giorno o due, ad esempio mettendo i semi in un bicchiere d’acqua lasciato al sole. È anche possibile versare acqua quasi bollente (85°C) sui semi e lasciandoceli per un giorno o due, anche se dopo poco l’acqua sarà a temperatura ambiente. Questi trattamenti termici ammorbidiscono il tegumento e possono anche essere combinati con la scarificazione (intaccatura). Questo tipo di dormienza serve a permettere che i semi abbiano tempo per essere dispersi da animali o da altri fattori naturali. La resistenza del tegumento serve anche a permettere di germinare dopo che siano passati attraverso l’apparato digerente di un animale. Proprio per imitare il passaggio attraverso l’apparato digerente potrai anche immergere i semi in acido solforico per circa 20 minuti. (Fai attenzione perché è un forte corrosivo. Alla fine versa l’acido in acqua e non l’acqua nell’acido, altrimenti può schizzare pericolosamente per reazione). Ho usato l’acido solforico (un disgorgante idraulico) con dei “semi” di Zamia e posso dirti che il successo è stato buono.

Dormienza semplice

È presente in quei semi che germinano solo dopo l’esposizione a basse temperature per alcune settimane o per alcuni mesi. Per una buona germinazione è spesso meglio che le temperature, pur mantenendosi piuttosto basse, siano anche oscillanti. Per questo tipo di dormienza potrai ricorrere a semine autunnali che germoglieranno nella successiva primavera. In altre stagioni dovrai optare per la stratificazione in sabbia umida in frigorifero (almeno 1-2 mesi) e successiva semina in luogo caldo o tiepido con risultati immediati.

Potrai seminare questi semi all’aperto in qualsiasi stagione ma germoglieranno solo nella successiva primavera. A volte possono passare anche più inverni prima che inizino a farsi vedere le prime plantule oppure, nella stessa semina, alcuni semi possono germogliare subito ed altri dopo anni.

Questa dormienza riguarda moltissime specie di climi temperati e freddi e serve a permettere che le piante nascano solo in primavera, quando hanno davanti molti mesi caldi per crescere e rinforzarsi prima dell’inverno.

Dormienza per immaturità embrionale

Questa è quel tipo di dormienza che troviamo in alcuni semi che, solitamente, devono attendere alcune settimane a temperature medio-alte prima di germinare. Viene riscontrata, ad esempio, in molte specie dei climi mediterranei che attendono la fine della siccità per germogliare in autunno e crescere in inverno. L’embrione contenuto nei semi non è ancora sviluppato quando questi vengono dispersi dalla pianta madre e si accresce lentamente durante i mesi caldi. Potrai effettuare le semine di queste specie in qualsiasi momento dell’anno. Il processo di germinazione inizierà, come sempre, appena i semi assorbono acqua, ma il germogliamento avverrà solo nell’autunno successivo.

Alcune volte, se l’embrione non ha avuto tempo sufficiente per svilupparsi, il germogliamento può essere rimandato di un ulteriore anno.

Dormienza doppia

Già il nome fa paura! Dirai: “E chi li sveglia questi semi!?”. A parte gli scherzi; niente di preoccupante. Ti basterà aspettare e sapere che, laggiù nella terra, i semi stanno facendo il loro lavoro.

Troviamo questa dormienza quando i semi necessitano di un periodo caldo per far sviluppare l’embrione e, successivamente, devono attendere la fine di un periodo freddo per germogliare in primavera, quando cioè le piantine avranno tutta l’estate per crescere e rafforzarsi prima di affrontare l’inverno seguente.

Questo tipo di dormienza è tipico, ad esempio, delle Araliaceae, delle Lardizabalaceae e del genere Lilium.

Alcune volte il processo di germinazione necessita di vari cicli caldo/freddo e il germogliamento finale può avvenire “miracolosamente” anche dopo cinque o sette anni.

Dormienza chimica

Abbiamo questo tipo di dormienza quando i semi rallentano la germinazione a causa di inibitori chimici contenuti al loro interno (acido abscissico).

Questi vengono rimossi dalle piogge e, in misura inferiore, dalle annaffiature artificiali.

Spesso quindi assistiamo ad improvvisi germogliamenti dopo una pioggia su una semina fatta anche molti mesi prima.

Questo tipo di dormienza serve a permettere che i semi abbiano tempo per essere dispersi da animali o da altri fattori naturali. In alcuni casi gli inibitori sono rimossi anche dai succhi gastrici di animali che abbiano ingerito i semi interi e che poi provvedono alla dispersione.

Considerando l’esistenza delle dormienze posso quindi darti un semplicissimo consiglio:

“Se i semi non sono proprio marciti non bisogna mai buttare una semina. Neanche dopo un anno. Finché non otterrai la germinazione (o sarai sicuro della morte dei semi) continua a dare alla semina le condizioni (temperatura, umidità e regime delle annaffiature) che la specie avrebbe nel suo ambiente naturale.”