Il circolo virtuoso

Bisogna fare qualcosa. È inutile lamentarsi. Se vogliamo che in Italia esista una maggiore cultura del mondo delle piante bisogna che tutti noi ci impegniamo per svilupparla e per diffonderla. Ognuno come può. Ognuno nel proprio ruolo. Non viene da sola.

Dopo i promettenti anni novanta c’è stata una graduale perdita di qualità e di quantità nella divulgazione delle informazioni legate alla botanica ed alla coltivazione. Questo nonostante tra gli addetti ai lavori i progressi ci siano stati.  Ciò che manca e che va creato è il pubblico; è un pubblico numeroso, colto ed interessato. Un settore economico-culturale senza il proprio pubblico è come un corpo senza sangue.

Servono iniziative, eventi, professionisti, personaggi, aziende, istituzioni, molti media che ne parlino, pubblicità che si rivolga al settore con profitti e un po’ di voglia di accendere il cervello e di buttarci dentro qualcosa di nuovo. Serve che ciò che accade nel settore sia più spesso considerato “notiziabile” e che allo stesso tempo l’informazione diffusa sia interessante e corretta.

Esiste uno strettissimo rapporto di causa ed effetto reciproco tra il pubblico e il contenuto che il pubblico “consuma”. Se lo si lascia andare liberamente si va verso contenuti via via più semplici e di basso rilievo. Se invece si forza un po’ la mano si riesce ad insegnare qualcosa di interessante. Qualcosa che sarà il presupposto per argomenti sempre più approfonditi. Insomma, l’ignoranza chiama l’ignoranza e il sapere chiama il sapere.

Chi ha un argomento interessante da trattare, scriva articoli, faccia video, fotografi e diffonda. Questo tenendo sempre presente la qualità e la correttezza dell’informazione.

Una volta avviato, il “motore” sarebbe in grado di girare autonomamente, sempre che non finisca il carburante, cioè la voglia di conoscere, di sperimentare e di scoprire. Desideri questi che devono essere tenuti alti dai media, i quali avrebbero l’onere, ma anche la convenienza, di creare e di mantenere la “moda”. Si creerebbe un indotto che coinvolgerebbe case editrici, vivai, negozi di attrezzatura, agenzie pubblicitarie, venditori di semi. Perfino gli orti botanici venderebbero più biglietti e gli incassi potrebbero essere usati per finanziare la ricerca botanica che ormai vivacchia abbandonata da anni. All’interno di alcuni orti botanici si potrebbero aprire un bar ed un negozio di articoli correlati alla botanica (libri, taccuini, semi, materiale per erbari, lenti di ingrandimento, piantine, souvenirs, ecc.). Tutto questo dobbiamo farlo partire noi. Noi “popolo delle piante”. Triste aspettare che succeda per caso o che ci pensi qualcun altro.

Gli inglesi sono senz’altro un esempio da cui prendere spunto. Dalle loro parti alle fiere di piante insolite i vivai vendono il triplo o il quadruplo di quanto non vendano qui; nelle librerie si trovano facilmente testi specialistici che qui non verrebbero venduti in quantità sufficienti da renderne conveniente la stampa; la televisione manda in onda programmi in cui si parla di piante creando meraviglia ed interesse nel pubblico che poi compra piante, libri, semi e attrezzatura. La BBC è stata l’unica televisione ad aver prodotto addirittura una serie di documentari sulle piante, grazie al mitico David Attenborough, eroe mondiale della divulgazione scientifica.

Serve far conoscere i personaggi esemplari, “i vip del settore”, capaci di far venire ai giovani la voglia di lavorare con le piante: come botanici, giardinieri, orticoltori, giornalisti, divulgatori, vivaisti, conservazionisti, agronomi, architetti, scrittori.

Dobbiamo molto alle piante eppure la loro conoscenza è così poco diffusa, a differenza di molti altri settori, talvolta anche meno importanti ma ampiamente conosciuti dal pubblico e capaci di generare grandi indotti economici. Ebbene, la colpa non è di come va il mondo; la colpa è nostra, del “popolo delle piante”. Siamo noi che non siamo stati capaci di creare interesse intorno a ciò che amiamo, che forse ci siamo separati troppo dal resto della società. Sport, spettacolo, gastronomia, turismo, musica, moda vanno alla grande mentre delle piante interessa solo a pochi, pur avendo le stesse potenzialità di partenza.

Quindi ora smettiamo di lamentarci ed iniziamo ad investire nel prossimo. Crediamoci. Facciamoci portatori di nuove tendenze, ognuno con le persone che riesce a raggiungere.

La produzione di semi

Le piante superiori si riproducono sessualmente attraverso i semi.

Questi vengono prodotti, solitamente, dopo l’impollinazione. Dico “solitamente” poiché i semi apomittici non vengono prodotti dallo sviluppo dell’ovulo fecondato, ma dallo sviluppo di cellule ad esso vicine e portanti il solo patrimonio genetico della pianta madre che, quindi, viene clonata.

L’impollinazione può avvenire con il polline della stessa pianta su cui si trova l’ovulo o con il polline di un altro individuo.

L’evoluzione ha spesso fatto in modo che, con diversi meccanismi, sia favorita l’impollinazione incrociata perché questa consente uno scambio genico mentre l’autoimpollinazione consente solo una ricombinazione dello stesso DNA.

L’impollinazione incrociata dà generalmente piante più forti, anche se alcune specie sono più resistenti all’indebolimento da autoimpollinazione. Ti faccio un esempio con due piante alimentari: lo zucchino, che può essere autoimpollinato senza che si indebolisca granché, e il mais, che invece ha bisogno di essere coltivato in grandi quantità di individui che si scambino vicendevolmente il polline.

Anche in coltivazione è consigliabile provvedere all’impollinazione incrociata ogni qual volta sia possibile. In alcuni casi sarà addirittura necessario: quando si hanno specie dioiche (ogni individuo è o maschile o femminile) e quando si hanno specie autosterili (nonostante che ogni individuo porti sia polline che ovuli questi maturano in tempi diversi oppure ogni individuo non permette al proprio polline di sviluppare il tubulo pollinico sui propri stigmi o comunque con diversi meccanismi impedisce l’autoimpollinazione).

Mi piace raccontarti, a questo punto, ciò che fa Hibiscus coccineus. I fiori di questa specie restano per alcuni giorni con i lobi dello stigma protesi verso l’esterno per farsi impollinare con polline che possa facilmente provenire da altri individui. Solo se non impollinato, come ultima spiaggia, prima di appassire il fiore rivolta i lobi dello stigma all’indietro fino a farli toccare sulle antere ed autoimpollinarsi.

Se coltivi piante i cui agenti impollinatori siano assenti nella tua zona dovrai provvedere all’impollinazione manuale, dovrai quindi semplicemente mettere del polline sullo stigma. Puoi stappare un’antera e strusciarla sullo stigma, puoi avvicinare due fiori fino a far in modo che il polline resti attaccato allo stigma, puoi impolverarti un dito con il polline e strusciarlo poi sullo stigma, ecc. Se usi un pennellino ricordati di lavarlo con alcool prima di usarlo su un’altra specie che potrebbe involontariamente ibridarsi con quella precedente (magari due specie diverse ma dello stesso genere).

Puoi anche ricorrere all’impollinazione manuale per assicurarti una buona e sicura fecondazione, ma ricordati che l’impollinazione manuale non esclude che poi avvenga anche un’impollinazione naturale con polline indesiderato, magari di una specie simile ma diversa. Per evitare ibridi non voluti e/o casuali io metto i bocci dei fiori dentro un sacchettino di rete finissima, attendo che si aprano lì dentro, li impollino manualmente e li richiudo lasciandoli poi nel sacchettino fino ad appassire. In questo modo sono sicuro di averli impollinati solo con il polline della stessa specie o comunque solo con il polline desiderato. Nessun insetto sarà intervenuto nell’impollinazione apportando ulteriore polline. A questo punto basterà attendere lo sviluppo del frutto e la maturazione dei semi.

A differenza di quanto avviene nelle collezioni, in natura è invece difficile che due specie si incrocino ed eventuali semi raccolti in habitat possono essere considerati puri con poche possibilità d’errore. Anzi sarà bene conservare i dati della località di raccolta insieme alle piante che ne deriveranno: costituirà un valore in più e saranno utilizzabili per un’eventuale reintroduzione o per altri lavori scientifici.

Una volta raccolti e ben asciutti i semi andranno conservati in bustine di carta. In caso di lunga conservazione si possono mettere in barattoli ermetici e preservati poi in un surgelatore per diversi anni o decenni.