Come coltivare le Gesneriaceae

Anche in questo caso ricordiamoci di fare riferimento alle condizioni in cui le specie di questa famiglia crescono in natura.

Pur con qualche eccezione sono generalmente specie di sottobosco tropicale, che spesso crescono su pendii o su pareti quasi verticali, quindi necessitano di ombra e di un ottimo drenaggio. Alcune sono epifite, ma sempre di luoghi ombrosi.

Durante l’estate amano un terreno sempre umido, ma non fradicio, mentre in inverno, quando solitamente rimane solo la parte sotterranea hanno bisogno di un riposo all’asciutto, con qualche rara annaffiatura, tipo una volta al mese. Quindi verso maggio potrai iniziare ad annaffiare un po’ più spesso ed in ottobre potrai iniziare a tenerle più asciutte.

Non chiedermi “ogni quanto vanno annaffiate?” perché questo dipende da diversi fattori: umidità dell’aria, eventuale vento, grandezza del vaso rispetto alla pianta, capacità di trattenere e rilasciare l’umidità da parte del substrato di coltivazione, intensità della luce solare e naturalmente dalla specie.

Esistono anche le specie che amano le posizioni assolate ed asciutte e queste sono solitamente riconoscibili dagli speciali adattamenti ecologici che potrai facilmente notare, come foglie protette da una fitta peluria, tuberi molto grandi rispetto alla parte aerea della pianta o portamento compatto. Tra queste la più comune è forse Sinningia leucotricha.

Altre specie sono rustiche, a rosetta, e crescono su pareti rocciose o su superfici comunque in pendio e molto sassose. Tra queste potrai trovare alcuni generi diffusi in Cina e le poche specie europee di questa famiglia. Tra le europee voglio citarti Jankaea heldreichii, endemica delle zone più ombrose e fresche del Monte Olimpo. Questa cresce soprattutto in primavera ed autunno, mentre in inverno è quasi ferma per le basse temperature ed in estate si dissecca quasi completamente per poi reidratarsi e riprendersi con le prime piogge autunnali (adattamento al clima mediterraneo, clima insolito per le Gesneriaceae).

La propagazione è facile ed intuitiva nelle specie rizomatose e/o ramificate in quanto possono moltiplicarsi per divisione dei rizomi o per talea. Il genere Saintpaulia e Streptocarpus si propagano anche per talea di foglia. Titanotrichum oldhamii produce dei propaguli sull’asse dell’infiorescenza che, una volta distaccatisi, producono nuove piantine se arrivano a contatto con il suolo. Molte specie nel genere Sinningia rigenerano un tubero anche nel caso in cui ne avrai fatto talee di ramo. Tutte sono capaci di riprodursi da seme, da seminarsi in superficie e da tenere in condizioni ottimali e mai estreme. Per la produzione di frutti spesso hanno bisogno di impollinazione incrociata, anche se alcune specie fruttificano e danno semi fertili anche nel caso di autoimpollinazione di un singolo individuo.

Se vuoi, puoi chiedermi, come sempre, ulteriori consigli nei commenti qui sotto o sulla mia pagina di Facebook che potrai trovare al seguente link: https://www.facebook.com/gianlucacorazzablogger/

La propagazione agamica

La propagazione agamica è ciò che ci consente di clonare le piante. Non fa uso della loro capacità di riprodursi sessualmente. Si tratta di prendere una parte di una pianta e di ottenerne un nuovo individuo completo e geneticamente identico alla pianta madre. Questo può essere ottenuto tramite diverse tecniche che ti mostrerò di seguito. Non tutti i metodi riescono con tutte le piante ed alcune specie restano moltiplicabili solo da seme. Alcune caudiciformi se propagate da talea non formano un nuovo caudice, pur vivendo benissimo.

La stagione migliore è verso la fine del periodo di riposo vegetativo per i metodi che contemplano un disturbo delle radici e all’inizio o durante la fase di crescita per i metodi che implicano l’utilizzo di parti verdi.

Talea di legno maturo

Parti di rami sottili vengono tagliate e inserite nel terreno con la parte basale verso il basso. Possono radicare, a seconda delle specie, dalla superficie del taglio, dai nodi o da qualsiasi parte interrata. Dalle gemme cresceranno poi nuovi rami. Ha il vantaggio di non marcire o seccare facilmente, ma la durezza del legno può anche impedire lo sviluppo delle radici. Più adatta all’inverno.

Talea di legno tenero o erbacea

Praticamente è la stessa tecnica sopra descritta ma effettuata utilizzando parti di rami non (ancora) lignificate. I tessuti teneri radicano facilmente, ma altrettanto facilmente posso seccare o marcire. Può essere facilitata dall’atmosfera umida e dal terreno non troppo fradicio. Per questo si può coprire con un sacchetto o con un contenitore trasparente. A questo scopo sono utili le parti superiori delle bottiglie di plastica poiché hanno il tappo apribile per arieggiare leggermente le talee. Questo tipo di propagazione è più raccomandabile in estate.

Talea di foglia

Consiste nell’inserire nel terreno il picciolo tagliato lasciando la lamina (o una parte della lamina) all’esterno. Alla base del picciolo si formerà il callo da cui si origineranno radici e fusti. Questo metodo funziona bene con molte specie del genere Begonia. Pare che se i piccioli vengono inseriti intorno al bordo, a contatto con le pareti del vaso, la radicazione sia facilitata, forse per la maggior quantità di aria che si ha in quella sottile intercapedine che si viene a formare quando il terriccio si ritira leggermente.

Tra le talee di foglia rientrano anche due altri tipi di procedimenti. Con uno di essi si procede ad appoggiare una foglia distesa sul terreno avendo cura di effettuare dei tagli trasversali in corrispondenza delle venature principali. Da queste venature tagliate avranno origine delle plantule radicate (funziona ad esempio con Begonia rex). Con l’altro la foglia viene tagliata in diverse parti separate andando poi ad interrare la parte basale di ogni pezzo. Da questa si formeranno diverse plantule da separare in seguito (funziona ad esempio in Sansevieria, Eucomis, Kalanchoe).

Inoltre le foglie di diverse Crassulaceae radicano dalla base se semplicemente appoggiate sul terreno. Da esse si formerà poi una nuova piantina.

In alcune specie si ha un fenomeno curioso: la foglia radica ma non produce nuove piante (per es.: Camellia, Hoya).

Distacco di bulbilli

Questi possono essere sotterranei o aerei e se staccati dalla pianta madre e ripiantati formeranno una nuova piantina.

Si chiamano “bulbilli” anche se botanicamente non sempre sono piccoli bulbi. Possono essere anche tuberi, cormi od altri organi di riserva ma il loro nome resta “bulbilli”.

Tra questi ci sono, ad esempio, i bulbilli laterali di molte specie di Hippeastrum, i bulbilli aerei che si formano sulle infiorescenze di alcuni agli, i bulbilli aerei di alcune dioscoree, i bulbilli che si formano sulla parte esposta dei bulbi di Ornithogalum longibracteatum e i bulbilli a margine dei tuberi degli ari.

Divisione

Consiste nella semplice divisione di grossi cespi. Si può effettuare tagliando i cespi con una lama o, se la ramificazione è piuttosto grossa e rada, spezzando i singoli fusti in diversi punti.

Sarà bene cercare di lasciare quanta più terra possibile attaccata alle radici in modo da causare poco stress da trapianto.

Micropropagazione

Non è proprio una tecnica “casalinga” ma ti racconto comunque come funziona.

Consiste nel prendere piccole parti di piante (pezzetti di circa 2 cm di radici, foglie, fusti con nodi, ecc.) sterilizzarle in una soluzione 1:4 di candeggina e metterle in contenitori trasparenti in un substrato nutritivo sterilizzato composto da acqua, agar, zucchero, fertilizzante ed alcuni ormoni e sostanze diverse. Qui radicheranno e produrranno piantine. Tutto deve essere svolto in ambiente asettico in una camera sterile o in un flusso di aria sterile con materiali e utensili sterilizzati. L’eventuale contaminazione comporta la crescita di muffe poiché il substrato è ottimo anche per loro e i piccoli pezzi di piante sono quasi privi di difese. Per queso è preferibile lavorare in un laboratorio con tutta la strumentazione necessaria e i materiali a portata di mano. Questo metodo consente di produrre piante prive di infezioni da virus, funghi e batteri.

Propaguli

Alcune specie producono naturalmente degli speciali organi di diffusione che altro non sono che piante in miniatura o tessuti indifferenziati da cui poi si svilupperanno nuove piantine. Questi sono spesso presenti sulle infiorescenze, si staccano e radicano dove cadono o dove vengono messi.

Hanno propaguli piante come Chlorophytum comosum, Titanotrichum oldhamii, Haworthia spp., Phalaenopsis spp., ecc.

Scaglie di bulbi

I bulbi sono gemme sotterranee. Sono costituiti da un fusto conico ad internodi brevissimi su cui sono inserite delle foglie che hanno perso la loro funzione fotosintetizzante e si sono specializzate diventando organi di riserva (scaglie dei bulbi). Quando queste scaglie sono facilmente staccabili possono spesso radicare e formare un callo di tessuto indifferenziato da cui poi si origineranno radici e nuovi bulbi che in seguito cresceranno e potranno essere separati.

I generi Fritillaria e Lilium hanno specie che si prestano a questo metodo. Altre specie posseggono scaglie che sono più o meno avvolgenti o addirittura circolari (cipolle) per cui risulta più difficile distaccarle dal bulbo, ma questo non significa che se ci si riesce il sistema non dia risultati. Magari se ne può prendere solo una parte tagliandola con una lama molto affilata.

Le scaglie andranno poi messe in terriccio leggermente umido, non pressato e ben aerato dove formeranno i nuovi bulbetti. Conviene metterle in sacchetti o in barattoli chiusi, così da avere un’umidità costante senza mai bisogno di riannaffiare.

Divisione di bulbi

Questa metodologia viene utilizzata con i bulbi che sono restii a produrre bulbilli laterali. Si possono tagliare in diversi modi ed essi produrranno nuovi piccoli bulbi in due posizioni: alla base delle scaglie tagliate ma lasciate unite (cioè dalla parte inferiore della parte superiore di un bulbo tagliato trasversalmente) e dalle gemme dormienti ma presenti sul fusto breve e conico che è al centro di ogni bulbo.

La gemma apicale di questo breve fusto conico (cioè la gemma che di fatto costituisce il bulbo stesso) ha dominanza apicale e produce auxina (un ormone) che impedisce alle altre gemme laterali sottostanti di svilupparsi. Se questa gemma apicale viene tolta si possono svegliare le gemme laterali che inizieranno a svilupparsi producendo diversi bulbetti sopra il vecchio bulbo madre. In pratica è come capitozzare un fusto costringendolo a produrre diversi rami.

Anche questa pratica può essere svolta in sacchetti o in barattoli chiusi come per le scaglie di bulbi. In seguito si separeranno i bulbetti ottenuti.

Divisione di tuberi

Questi possono essere divisi, lasciati a cicatrizzare il taglio e ripiantati. Bisogna che ogni pezzo abbia almeno una gemma. Questa è la tecnica che si usa per la moltiplicazione e la piantagione delle patate.

Probabilmente non tutti i tuberi sono adatti a questo metodo di propagazione. Mi chiedo cosa succederebbe se tagliassi a pezzi un tubero di una specie di Araceae con una sola gemma come Symplocarpus foetidus o Synandrospadix vermitoxicus. Dovrei fare un esperimento rischiando di sacrificare un tubero prezioso. È pur vero che alcune specie del genere Amorphophallus possono produrre un tubero da talea di foglia, quindi ipotizzo che dovrebbero produrre un tubero anche da un pezzo di tubero. Solo una prova può dimostrarlo.

Divisione di rizomi

I rizomi sono fusti più o meno orizzontali che fungono da organi di riserva. Possono essere semplicemente divisi e propagati, come succede con le specie del genere Iris (sensu strictu, quindi non Juno, Xiphion o generi bulbosi) o del genere Canna.

Talea di radice

In alcuni casi le radici tagliate a pezzi sono in grado di generare piante intere. Questo metodo si applica con successo a molte piante erbacee che abbiano radici spesse come Acanthus, Verbascum, Phlox, Echinops ed altri generi come Solanum, Aralia, Clerodendron, Catalpa e Syringa.

Margotta e propàggine

Entrambi questi metodi sfruttano la capacità dei rami di alcune specie di radicare, come succede nel caso della talea. In questo caso però il ramo non viene staccato completamente e viene fatto radicare mentre è ancora parzialmente attaccato alla pianta madre. Quando un segmento del ramo viene avvolto in un foglio di plastica (o altro) a formare una tasca chiusa alle due estremità e riempita di terriccio si chiama margotta. Quando invece il ramo viene abbassato fino a metterne un segmento curvo sotto la terra del suolo e lasciandone emerso il segmento apicale si parla di propàggine.

In entrambi i casi si provvede solitamente ad effettuare un taglio obliquo e parziale nel segmento interrato. Questo favorisce la formazione del callo e successivamente delle radici. Allo stesso tempo limita l’accrescimento dell’apice evitando l’appassimento delle parti tenere dopo il definitivo distacco. Quando si stimerà che le radici avventizie emesse siano sufficienti a garantire la vita autonoma alla piantina ottenuta si potrà infatti staccare del tutto il ramo ormai radicato e trapiantarlo altrove. In un primo tempo lo si lascerà all’ombra e lo si annaffierà parecchio per evitarne lo shock da trapianto.

Innesto

Questo è un caso un po’ al limite della propagazione agamica in quanto non si propaga una pianta nella sua interezza ma ci si limita ad “attaccarne” una parte, detta marza, a una pianta diversa detta portainnesto. In seguito si lascerà, solitamente, che solo la marza vada a formare la chioma. Le radici e parte del fusto fino al punto d’innesto avranno invece il patrimonio genetico del portainnesto.

Esistono diversi tipi di innesto, ma tutti sono basati sulla capacità delle piante, solitamente di specie legnose, di rimarginare ferite. Sotto la corteccia si trova il cambio, cioè il tessuto che verso l’esterno genera la corteccia e che verso l’interno genera il legno. Quando il cambio del portainnesto viene a contatto con quello della marza si saldano come a rimarginare un taglio. Da quel momento due parti di piante diverse continueranno ad essere differenti ma saranno saldate.

Si ricorre all’innesto, ad esempio, quando si innesta una varietà di frutticolo non moltiplicabile da seme (i suoi semi germinano ma la ricombinazione del DNA, se autogama, o l’incrocio con un altro individuo, se allogama, producono piante con caratteristiche diverse e non desiderate) su un portainnesto nato da seme. Del portainnesto ci basterà che abbia radici forti e adattabili, mentre della marza ci interesserà che produca quella specifica varietà di frutti.

Sono innestabili piante di varietà diverse ma della stessa specie, più raramente di specie diverse ma dello stesso genere ed ancora più raramente piante di generi diversi ma della stessa famiglia.

Sono innestabili solo le dicotiledoni, tranne pochissime eccezioni.