Le Cycadales

Rappresentano l’unico ordine delle Cycadopsida e sono piante dalle caratteristiche arcaiche apparse sulla terra intorno ai 280 milioni di anni fa. Si suddividono in tre famiglie: Cycadaceae, Zamiaceae e Stangeriaceae. Oggi ne esistono 326 specie sparse nelle zone tropicali e subtropicali del mondo.

Le loro radici possono essere carnose e succulente nelle specie a fusto sotterraneo oppure legnose e sottili nelle specie a fusto emerso. Altre specie hanno un fusto sotterraneo privo dei residui basali delle foglie e piuttosto liscio, detto lignotubero. Intorno al colletto hanno poi un’ulteriore tipo di radici dalla forma simile a dei coralli (radici coralloidi) sulle quali vivono in simbiosi dei cianobatteri che fissano l’azoto atmosferico rendendo possibile la vita di queste piante anche in terreni molto poveri di nutrienti.

I fusti, nelle specie che li hanno emersi dal suolo, possono raggiungere in casi eccezionali altezze di 15 m (Lepidozamia hopei), ma possono anche essere striscianti.

Le foglie sono quasi sempre pennate, raramente bipennate o con rachide secondario o terziario multifido (Bowenia spp., Cycas multipinnata e Cycas debaoensis).

I loro organi riproduttivi sono strobili (coni) formati da foglie modificate che se portano ovuli sono dette macrosporofilli e che se portano polline vengono dette microsporofilli. Solo i macrosporofilli del genere Cycas non compongono un vero cono e si vede benissimo che sono foglie solo leggermente modificate che però riescono a portare fino a 10 ovuli ciascuna, mentre negli altri generi delle Cycadales non si superano i 2 ovuli per macrosporofillo. Da qui si capisce che il genere Cycas è anche quello con le caratteristiche più arcaiche di tutte le Cycadales.

Le Cycadales sono tutte dioiche. Cioè, ogni individuo è o solo maschile o solo femminile. Non sono mai state osservate piante con sporofilli di entrambi i sessi. È però accaduto che alcune piante in seguito a traumi da freddo o a danni fisici abbiano cambiato sesso spontaneamente. È ciò che si spera che accada a qualche pianta di Encephalartos woodii, di cui si conosce un solo clone maschile propagato agamicamente ed ormai estinto in natura.

L’impollinazione, al di là di ciò che si potrebbe pensare, avviene solo parzialmente ad opera del vento e le specie ricorrono spesso all’involontaria collaborazione degli insetti. Al momento della recettività, per poche ore al giorno e per alcuni giorni consecutivi, sugli ovuli si forma una piccola goccia sulla quale si ferma il polline. Questa goccia viene poi riassorbita e, se su di essa è caduto del polline, la fecondazione ha inizio.

In Macrozamia lucida è stato documentato che insetti della specie Cycadothrips chadwicki vengono attratti dagli strobili di notte e scacciati di giorno attraverso l’aumento di temperatura per termogenesi degli strobili stessi (soprattutto di quelli maschili in cui aumenta fino a 12°C rispetto all’aria circostante, il quintuplo di quelli femminili) e la contemporanea emissione di gas tossici. In questo modo si favorisce l’andirivieni di insetti carichi di polline tra differenti strobili maschili e femminili.

I semi hanno dimensioni variabili da 8 mm a 8 cm, a seconda della specie. Possiedono un tegumento esterno detto sarcotesta, carnoso e colorato, utile ad attrarre gli animali che li disperdono. Sotto ad esso si trova un guscio legnoso detto sclerotesta e che serve a dare protezione fisica. Andando ancora verso il centro del seme troviamo l’endotesta al cui interno si trova l’embrione. Quando il seme è ancora un ovulo non fecondato l’embrione è sostituito dal gametofita femminile aploide. In Cycas rumphii ed in alcune altre specie, tra la sclerotesta e l’endotesta si trova uno stato spugnoso che serve a consentire ai semi di galleggiare e di diffondersi tramite le correnti marine.

Vediamo ora come sono distribuite in natura per generi:

Macrozamia, Lepidozamia e Bowenia sono presenti in Australia.

Zamia, Dioon, Ceratozamia e Microcycas si trovano in America.

Encephalartos e Stangeria vivono in Africa.

Cycas è presente dall’Oceano Indiano al Pacifico occidentale, passando per tutto il Sud Est Asiatico.

La propagazione può avvenire, come in natura, tramite seme, che deve essere appoggiato sul terreno senza sotterrarlo. In coltivazione la sarcotesta deve prima essere tolta manualmente o tramite immersione in acido solforico per 20-30 minuti. In natura la sarcotesta si degrada per vari motivi durante o dopo la dispersione.

Si può operare anche agamicamente tramite il distacco di polloni basali o che appaiano lungo il tronco. Una volta piantati radicheranno e daranno origine a nuove piante.

Sia partendo da seme che utilizzando la propagazione agamica la crescita è generalmente molto lenta e per ottenere individui adulti servono spesso parecchi anni, cosa che spiega il costo apparentemente elevato di queste preziose piante.

La loro lenta crescita le rende anche bisognose di habitat intatti e non disturbati in cui arrivare all’età riproduttiva che può giungere anche verso i 20 anni dalla nascita.

La distruzione dei loro habitat e la raccolta di piante in natura rende alcune specie molto vulnerabili ed a rischio di estinzione.

In coltivazione crescono generalmente senza particolari necessità di terreno, anche se alcune specie del genere Zamia crescono in natura in terreni molto acidi (fino a pH 5), l’importante è che sia ottimamente drenato ed aerato, umido ma mai saturo d’acqua. Anche il momento in cui si annaffia è abbastanza determinante. È consigliabile prefereire la parte centrale della mattina e del pomeriggio, perché i residui di acqua sulle foglie possono causare danni nelle ore più calde e nelle ore più fredde. Con temperature massime sotto i 22°C è bene lasciare le Cycadales relativamente asciutte o, nei periodi più freddi, completamente asciutte.

Per la coltivazione all’aperto bisogna controllare la rusticità facendo riferimento alle temperature che ogni specie riscontra in natura e tenendo presente che possono tollerare qualche grado in meno.

Chi volesse produrne semi in coltivazione può provvedere all’impollinazione artificiale con due metodi:

Metodo secco: si fa cadere del polline nelle fessure che si aprono negli strobili femminili.

Metodo bagnato: si spruzza acqua mista a polline nelle stesse fessure; ad esempio, con una siringa. Questo metodo è generalmente più funzionale, e solo nelle specie di Encephalartos a foglie glauche è preferibile il metodo secco perché nel loro caso l’acqua può impedire lo sviluppo degli ovuli in semi.

Gli strobili maschili sono pronti quando rilasciano il polline ed emettono un odore acre (possono essere raccolti e lasciati o scossi su un foglio bianco su cui cadrà il polline) e quelli femminili sono ricettivi quando, a seconda delle specie, appaiano alcuni di questi fenomeni: emanazione di profumo, sofficità, apertura delle fessure, apertura “a fiore” dei macrosporofilli. Nel genere Cycas si riescono talvolta anche a vedere gli ovuli, che sono ricettivi quando hanno una gocciolina su di essi, come già detto.

Per chi volesse approfondire la loro coltivazione lascio questo link ad un libro in pdf scaricabile gratuitamente: clicca qui

Per chi invece desideri acquistare alcune di queste piante lascio un link al vivaio specializzato del mio amico Simon Lavaud, che ha anche fornito le foto di questo articolo e che ringrazio per la preziosa collaborazione: clicca qui.

Zamia imperialis in habitat, Panama.
Zamia huilensis, maschio a sinistra e femmina a destra, in habitat, Colombia.
Zamia encephalartoides in habitat, Colombia.
Zamia neurophyllidia in habitat, Costa Rica.
Nuova foglia di Zamia splendens.
Nuove foglie di Encephalartos ferox. Il colore bruno-rossastro, come in altre specie, serve a farle sembrare foglie morte quando sono ancora tenere e rischiano di essere mangiate.
Dioon edule. Piante appena ripiantate e radicate che stanno rimettendo le foglie.
Coni non impollinati di Encephalartos natalensis, E. altensteinii ed E. transvenosus.
Dioon caputoi, con radici succulente che funzionano da riserva di amido e di acqua.
Cono femminile quasi ricettivo di Cycas hainanensis.
Cono non impollinato di Dioon edule ‘Rio Verde’.
Zamia integrifolia ‘Palatka Giant’. Cono femminile pieno di semi.
Zamia pygmaea. Una delle Cycadales più piccole.
Ovuli di Cycas revoluta con la gocciolina micropilare che ha il compito di catturare il polline.
Metodo “tradizionale” di impollinazione artificiale in Cycas panzhihuaensis.
Cycas revoluta x Cycas multifrondis. Un ibrido rustico con foglie piumose coltivato all’aperto in Francia meridionale.
Encephalartos latifrons in habitat, Sud Africa. Piante secolari che probabilmente sono polloni di un fusto ormai morto.
Cono femminile con semi di Cycas fugax. Pianta coltivata in Vietnam ed ormai estinta in natura. L’epiteto “fugax” è dovuto proprio alla sua sparizione dall’habitat.

Adenium

Con un areale di distribuzione che va dalle zone aride dell’Africa subsahariana alla Penisola Arabica meridionale e fino al Sud Africa e all’Angola le piante del genere Adenium, famiglia delle Apocynaceae, sono variabili nella forma del fusto, delle foglie, dei fiori e nei colori dei fiori. Tutte le specie sono velenose e vengono addirittura utilizzate per preparare frecce avvelenate, concentrandone il succo ed applicandolo sulle punte dei dardi.

La specie più comune è Adenium obesum, pachicaule con rami più o meno brevi a seconda dell’ambiente e dell’ecotipo. Ha foglie obovate, quasi troncate all’apice, lucide, lunghe circa 8 cm e larghe circa 3 cm e fiori rosa sfumati di bianco verso l’interno, gamopetali, con tubo centrale e lobi ad apice ottuso disposti su un piano. Il frutto è costituito da due follicoli fusiformi lunghi circa 12-15 cm e del diametro di circa 1,5 cm contenenti dei semi cilidrici lunghi circa 12 mm e dal diametro di 3 mm portanti un pappo sericeo ad ogni estremità che ne permette la dispersione ad opera del vento. I fiori vengono impollinati da Lepidotteri a lunga proboscide, come gli Sfingidi. La fioritura avviene generalmente in estate.

Si può propagare riproducendolo da seme. I semi si pongono in terreno da succulente molto ben drenato e si coprono con circa 5 mm dello stesso. Si annaffiano bene per immersione e si espongono a temperature con massime di 35°C e minime di 20°C. Germineranno in meno di una settimana. Subito dopo la germinazione bisogna provvedere a far asciugare rapidamente il substrato che inizialmente deve invece essere mantenuto umidissimo. Se non asciuga subito dopo si rischiano marciumi totali.

Anche la talea è un metodo di propagazione possibile, ma le piante così ottenute non avranno l’aspetto di una pachicaule, cioè il fusto non sarà particolarmente succulento alla base.

Si coltiva in terreno da succulente e deve essere annaffiato con molta attenzione e cognizione di causa. Le annaffiature si effettuano in tarda primavera ed estate e devono essere abbondanti (in modo da bagnare tutto il terreno fino in fondo al vaso) ma rade (in modo che il terreno asciughi fino in fondo al vaso e resti così asciutto per almeno una decina di giorni). Dovendo scegliere, meglio saltare un’annaffiatura che farne una troppo presto. Può stare anche mesi senz’acqua (crescerà meno ma non morirà). Durante la stagione fredda niente acqua! Le piante possono anche sgonfiarsi alla base per la siccità invernale, ma questo è normale. La temperatura minima invernale che possono reggere senza rischi eccessivi è di 12°C. In inverno perdono le foglie. Se le mantengono significa che sono troppo all’umido.

Anche in coltivazione producono semi, impollinati naturalmente. Si possono anche impollinare manualmente utilizzando una setola di pennello o qualcosa di simile.

Recentemente sono state create numerose cultivars con fiori insoliti: doppi, gialli, nerastri, violacei, anche in combinazioni bicolori. Se li trovate blu è una truffa.

Altre specie di Adenium sono:

Adenium boehmianum: a foglie più grosse, vellutate e con fiori color rosa pastello più scuri all’interno del tubo. Namibia e Angola.

Adenium swazicum: piccolo arbusto con caudice fusiforme sotterraneo molto sviluppato. Foglie opache e involute. Fiori rosa piuttosto uniformi. Africa meridionale orientale ecluse le coste.

Adenium socotranum: Arbusto o alberetto molto pachicaule, con tronchi molto succulenti fino ad oltre un metro di altezza. Foglie obovate e lucide. Fiori rosa con tonalità piuttosto uniformi. Soqotra.

Adenium multiflorum: Arbusto pachicaule con fiori a lobi più acuti e più nettamente bordati di rosso su una base bianca. Foglie leggermente più strette di A. obesum. Africa meridionale interna orientale.

Adenium dhofarense: arbusto pachicaule con fiori molto variabili ma piuttosto più piccoli che nelle altre specie. Foglie ellittiche. Penisola Arabica meridionale orientale.

Adenium oleifolium: piante basse e compatte con foglie strette e involute (=con margini ripiegati verso l’alto, “a canaletta”). Fiori rosa più o meno intenso, a lobi più o meno acuti ma sempre poco variabili nel colore nelle diverse zone della corolla. Africa meridionale interna.

Adenium somalense: piante compatte con foglie molto sottili. Lobi della corolla particolarmente stretti e ad apice molto acuto, rosa con evidenti strie rosse. Corno d’Africa.

Adenium multiflorum (Photo info)
Adenium boehmianum (Photo info)
Adenium swazicum (Photo info)
Adenium obesum
Frutto di Adenium obesum con i due follicoli aperti a rilasciare i semi

Hippeastrum

Ancora troppo spesso queste meravigliose bulbose sono erroneamente chiamate Amaryllis. Hippeastrum è invece un genere tutto sudamericano che si differenzia dal sudafricano Amaryllis soprattutto per i propri semi che sono piatti, papiracei, neri ed alati. Inoltre Hippeastrum ha gli scapi fiorali cavi, mentre Amaryllis li ha pieni.

L’etimologia del nome di questo genere è da ricercarsi in hippeus (= cavaliere) e astron (= stella). Quindi il significato della parola Hippeastrum è “stella del cavaliere”, ma il motivo di tale scelta non è ben chiaro.

Si tratta di geofite a bulbo poco profondo o parzialmente esposto le cui specie sono solitamente diffuse in ambienti semiaridi e con un perfetto drenaggio, come, ad esempio, su pendii erbosi con alcune rocce e sul ciglio di scarpate. Esistono però alcune specie originarie di ambienti molto diversi che vanno dalle paludi alle rupi assolate, dalle foreste e ai bordi dei torrenti.

 Nonostante questo genere sia diffuso dal Messico all’Argentina esistono due centri di biodiversità, cioè due zone in cui vivono un gran numero di specie: il Brasile sud-orientale e la regione degli Yungas, intorno al confine tra Bolivia e Perù.

Trovo molto affascinante che, nonostante la plurisecolare esplorazione botanica e, purtroppo, la forte distruzione degli habitat, si continuino ancora a trovare specie nuove mai descritte. Proprio in questi giorni è stato pubblicato Hippeastrum verdianum ad opera di un mio amico di Facebook.

Per non trattare dei comuni ibridi commerciali dei quali si è spesso persa ogni genealogia e che trovo molto poco interessanti da un punto di vista naturalistico, ti parlerò di alcune delle circa novanta specie botaniche, vere bellezze naturali.

In coltivazione è sempre utile cercare di ricreare le condizioni ambientali dei luoghi di distribuzione naturale, come sempre, ed allora ti indico qui di seguito un substrato adatto alla maggioranza delle specie, cioè a quelle che vivono in aree semiaride, più o meno luminose e ben drenate: 50% lapillo vulcanico a granulometria di circa 3-5 mm, 30% terriccio universale contenente anche compost, 20% sabbia ventilata (cioè senza polvere).

Questi che seguono sono invece alcuni degli habitat “insoliti” e le loro specie.

Paludi: Hippeastrum angustifolium, H. santacatarina, H. breviflorum.

Lungo i bordi di corsi d’acqua e cascate, talvolta temporaneamente inondati: Hippeastrum ramboi.

Rupi assolate: Hippeastrum mollevillquense

Foreste: Hippeastrum striatum, H. vittatum (margini di foreste), H. aulicum (epifita), H. papilio (epifita), H. calyptratum (epifita), H. arboricola (epifita).

Le specie epifite hanno bisogno di un substrato molto arieggiato e per le quali consiglio un 80% lapillo vulcanico e un 20% terriccio universale o anche un 100% lapillo vulcanico.

Per quanto riguarda la stagionalità bisogna dire che hanno generalmente bisogno di un riposo invernale piuttosto asciutto e a temperature minime di almeno 5°C ma alcune specie sopportano (ma non amano) un po’ di pioggia invernale e temperature minime fino a circa -2°C (Hippeastrum papilio, sempreverde, e H. aulicum, a vegetazione e fioritura invernali in clima mediterraneo).

Hippeastrum reginae pare (ma non lo ho testato) che resista fino a -7°C ed incrociato con H. vittatum ha dato origine a H. x johnsonii, ibrido abbastanza rustico creato nel 1799 da un orologiaio inglese di nome Arthur Johnson.

La coltivazione in vaso è meno problematica se il contenitore è piuttosto stretto e viene presto riempito dalle radici. Cosa, questa, comune a molte Amaryllidaceae.

Le specie del genere Hippeastrum si possono incrociare anche con il genere Sprekelia dando origine all’ibrido intergenerico ed apomittico x Hippeastrelia.

Per quanto riguarda l’impollinazione questa avviene generalmente ad opera di insetti e di colibrì ma in Hippeastrum calyptratum sono i pipistrelli a portare il polline da un fiore all’altro. Il pipistrello si appoggia al fiore che deve sostenerne il peso. Per questo i suoi peduncoli sono particolarmente robusti. I pipistrelli non hanno una buona vista ed i fiori, verdi e dall’odore di “plastica nuova”, possono fotosintetizzare piuttosto che attrarre impollinatori con colori vivaci.

Poche specie sono autofertili ed alcune lo sono solo in qualche individuo. L’impollinazione incrociata è sempre favorita con vari meccanismi e anche le specie autofertili si autoimpollinano solo come “ultima chance”.

I semi vengono dispersi dal vento, come si può facilmente immaginare data la loro forma. In coltivazione vengono spesso seminati facendoli galleggiare sull’acqua in un contenitore per poi trapiantare le plantule appena saranno maneggiabili. Alcuni affondano ma germinano ugualmente. Io preferisco seminarli su un substrato solido, uguale a quello adatto alla crescita delle piante adulte, poiché la crescita iniziale in acqua avviene utilizzando esclusivamente le riserve del seme e non anche i nutrienti prelevabili dal terreno. Inoltre il trapianto potrebbe causare alcune perdite e disturbare le piantine che dovrebbero abituarsi al substrato solido dopo essersi inizialmente sviluppate in acqua.

Alcune specie producono bulbi laterali (alcuni individui più di altri) ed altre invece no. Quando presenti, i bulbi laterali possono essere impiegati nella propagazione agamica, ma, ovviamente, costituiranno sempre un solito clone non autoimpollinabile nel caso di specie o di individui autosterili.

Nel caso ti servissero altre informazioni ti invito a contattarmi attraverso il modulo di contatto di questo sito, mentre per informazioni sui substrati in generale puoi scaricare il minicorso da qui.  

Qui di seguito ti metto alcune mie foto.

Hippeastrum papilio in piena terra, nonostante sia epifita.
Hippeastrum papilio
Hippeastrum puniceum
Hippeastrum roseum
Hippeastrum calyptratum
Hippeastrum calyptratum
Hippeastrum machupijchense in natura
Esempio di substrato adatto alla maggior parte delle specie del genere Hippeastrum

Iris sezione Iris

Fino al 2015 il genere Iris era vastissimo, troppo vasto, e comprendeva diverse specie che ora, dopo una profonda e motivata revisione, fanno parte di altri generi. In Iris sono ora rimaste solo le sezioni Oncocyclus, Hexapogon, Regelia, Iris, Pseudoregelia e Psammiris, caratterizzate dai fiori dotati di “barbe”. Se ti interessa approfondire la nuova classificazione del 2015 non esitare a contattarmi attraverso il modulo di contatto di questo sito. In questo articolo ti parlerò della sezione Iris che comprende le specie volgarmente conosciute in italiano come “giaggioli”. Mi occuperò qui delle specie botaniche e non dei numerosissimi ibridi artificiali.

Sono diffusi naturalmente in un areale che va dalla Cina occidentale al Portogallo e dalla Bielorussia allo Yemen, in ambienti molto diversi ma spesso caratterizzati da suolo ben drenato, calcareo e con scarsa vegetazione. Ho notato che spesso crescono su pendii, preferendo l’esposizione ad est. L’areale che vede il maggior numero di specie è rappresentato dalle tre penisole italiana, balcanica ed anatolica.

Sono geofite rizomatose, con rizoma scarsamente interrato o superficiale su cui sono inserite le foglie, distiche, cioè disposte su un unico piano, a formare un ventaglio. Le foglie sono formate quasi esclusivamente dalla loro pagina inferiore alla quale si sono saldati i due margini unendosi verso l’alto. La pagina superiore è ridotta alla breve scanalatura presente alla base e che avvolge il rizoma.

I loro fiori, caratterizzati da ali (tepali rivolti verso il basso) e vessilli (tepali rivolti verso l’alto), sono sorretti da fusti che vanno da 0 a 170 cm, più o meno ramificati a seconda delle specie. Possono essere blu, gialli e/o bianchi, con moltissime combinazioni e tonalità.

La loro determinazione non è sempre immediata ed agevole. Per riconoscere le varie specie bisogna infatti far riferimento alla proporzione tra il tubo fiorale e l’ovario, alla lunghezza delle brattee ed alla loro colorazione e consistenza, alle dimensioni delle foglie e del fusto, alla ramificazione eventuale del fusto, alle dimensioni delle varie parti del fiore. In molti casi si può avere una conferma solo dall’analisi del cariotipo, cioè della forma e dimensione di tutti i cromosomi.

In particolare in Italia negli ultimi cinquant’anni sono state scoperte nuove specie grazie al lavoro di Maretta Colasante che, sulla base di segnalazioni interessanti basate sulla morfologia, ha visto conferma delle sue ipotesi dalle analisi dei cariotipi. Così oggi sappiamo che l’Italia annovera tra le sue specie anche Iris marsica, Iris setina, Iris relicta, Iris revoluta, Iris bicapitata e Iris benacensis. Quest’ultima confermata come specie valida dopo esser stata ritenuta sinonimo di Iris aphylla per molti anni.  Inoltre, ciò che si riteneva una popolazione calabrese di Iris relicta è stato scoperto essere un’altra nuova specie: Iris calabra.

La ricerca è andata avanti anche in altre zone e così in Croazia è stata scoperta Iris adriatica, in Montenegro Iris orjenii e in Grecia Iris hellenica.

Purtroppo negli stessi anni ci siamo lasciati estinguere una specie: la siciliana Iris statellae. Ritenuta sinonimo di Iris lutescens è stata riconosciuta come specie a sé ma non è più stata trovata. Fu coltivata da Maretta Colasante per alcuni anni, ma poi morì e ci si accorse che quello era probabilmente l’ultimo esemplare.

Qui voglio spezzare una lancia in favore della conservazione ex situ (cioè fuori dalle popolazioni naturali, in coltivazione) da alcuni ritenuta inutile o dannosa senza che però nessuno mi abbia ancora validamente spiegato il perché. Certamente è una pratica che va fatta con tutte le dovute attenzioni per mantenere la massima biodiversità e la purezza specifica, tenendo anche memoria dei dati di località dei vari cloni coltivati.

Per questo io utilizzo il metodo dell’impollinazione manuale sotto rete. Lascio sbocciare i fiori dentro sacchetti di rete finissima, li tolgo solo nel momento in cui li impollino manualmente (con altri cloni della medesima specie e località o, in mancanza, con sé stessi) e li ricopro subito con gli stessi sacchetti senza che nessun insetto partecipi all’impollinazione. La sola impollinazione manuale che taluni operano non garantisce affatto che i fiori non vengano impollinati anche da insetti con il polline di chissà quale altra specie/clone compatibile.

La coltivazione ex situ è importante perché ho visto come alcune delle specie più rare e con distribuzione puntiforme siano fortemente minacciate (uso di diserbanti, pascolo eccessivo, ecc.). Bisogna che orti botanici e custodi privati qualificati la adottino ogni qual volta sia possibile. Ad essa può eventualmente essere affiancata anche la reintroduzione in natura di individui puri, qualora se ne verificasse la necessità.

In coltivazione amano i terreni calcarei (ma in natura crescono talvolta, soffrendo un po’, anche su terreni acidi e su serpentini), ben drenati (soprattutto le specie asiatiche), con poco materiale organico, sabbiosi e sassosi. Non gradiscono i terricci commerciali a base di torba e compost. Risulta preferibile la coltivazione in piena terra, meglio se in pendio, poiché nei vasi sono troppo suscettibili alle variazioni di temperatura ed umidità, soprattutto nei vasi di plastica lasciati al sole per ore durante l’estate.

Evitare gli afidi significa soprattutto evitare che questi trasmettano dei virus che possono indebolire le piante e per i quali non esiste alcun rimedio se non la distruzione immediata delle piante con virosi. La virosi si riconosce nelle iris per la presenza, soprattutto in primavera, di striature longitudinali biancastre e traslucide sulle foglie. L’unica cosa che si può fare è utilizzare i semi delle piante virotiche poiché è difficile che il virus si trasmetta alla discendenza (meglio comunque bagnare i semi in una blanda soluzione di candeggina per pochi minuti, poi sciacquarli e seminarli).

Puoi provvedere alla concimazione con un fertilizzante per succulente, quindi poco azotato e ricco in potassio, da somministrare in autunno ed un mese prima della fioritura.

La propagazione è facilissima da divisione dei rizomi, come potrai ben immaginare e come sicuramente già saprai. Meno facile è la propagazione per seme. Per questa occorre raccogliere i semi alla fine della primavera o all’inizio dell’estate e conservarli fino all’autunno, quando saranno seminati all’aperto, preferibilmente sotto una rete a maglia fine (ombreggiante) che nebulizzi gli acquazzoni e in vaso. I semi andranno affondati parzialmente nel substrato, coperti con uno strato di circa 5-10 mm di ghiaietto fine, annaffiati e lasciati al freddo ed alla pioggia invernali. Nasceranno la primavera successiva, ma qualcuno potrebbe nascere anche subito, in autunno, o con un anno di ritardo.

Iris cengialti, in natura.

Iris relicta

Iris setina

Iris pumila

Iris lutescens, in natura.

Iris lutescens, in natura.

Iris sicula, l’iris più grande.

Iris pallida subsp. dalmatica

Iris pallida subsp. illyrica

La produzione di semi

Le piante superiori si riproducono sessualmente attraverso i semi.

Questi vengono prodotti, solitamente, dopo l’impollinazione. Dico “solitamente” poiché i semi apomittici non vengono prodotti dallo sviluppo dell’ovulo fecondato, ma dallo sviluppo di cellule ad esso vicine e portanti il solo patrimonio genetico della pianta madre che, quindi, viene clonata.

L’impollinazione può avvenire con il polline della stessa pianta su cui si trova l’ovulo o con il polline di un altro individuo.

L’evoluzione ha spesso fatto in modo che, con diversi meccanismi, sia favorita l’impollinazione incrociata perché questa consente uno scambio genico mentre l’autoimpollinazione consente solo una ricombinazione dello stesso DNA.

L’impollinazione incrociata dà generalmente piante più forti, anche se alcune specie sono più resistenti all’indebolimento da autoimpollinazione. Ti faccio un esempio con due piante alimentari: lo zucchino, che può essere autoimpollinato senza che si indebolisca granché, e il mais, che invece ha bisogno di essere coltivato in grandi quantità di individui che si scambino vicendevolmente il polline.

Anche in coltivazione è consigliabile provvedere all’impollinazione incrociata ogni qual volta sia possibile. In alcuni casi sarà addirittura necessario: quando si hanno specie dioiche (ogni individuo è o maschile o femminile) e quando si hanno specie autosterili (nonostante che ogni individuo porti sia polline che ovuli questi maturano in tempi diversi oppure ogni individuo non permette al proprio polline di sviluppare il tubulo pollinico sui propri stigmi o comunque con diversi meccanismi impedisce l’autoimpollinazione).

Mi piace raccontarti, a questo punto, ciò che fa Hibiscus coccineus. I fiori di questa specie restano per alcuni giorni con i lobi dello stigma protesi verso l’esterno per farsi impollinare con polline che possa facilmente provenire da altri individui. Solo se non impollinato, come ultima spiaggia, prima di appassire il fiore rivolta i lobi dello stigma all’indietro fino a farli toccare sulle antere ed autoimpollinarsi.

Se coltivi piante i cui agenti impollinatori siano assenti nella tua zona dovrai provvedere all’impollinazione manuale, dovrai quindi semplicemente mettere del polline sullo stigma. Puoi stappare un’antera e strusciarla sullo stigma, puoi avvicinare due fiori fino a far in modo che il polline resti attaccato allo stigma, puoi impolverarti un dito con il polline e strusciarlo poi sullo stigma, ecc. Se usi un pennellino ricordati di lavarlo con alcool prima di usarlo su un’altra specie che potrebbe involontariamente ibridarsi con quella precedente (magari due specie diverse ma dello stesso genere).

Puoi anche ricorrere all’impollinazione manuale per assicurarti una buona e sicura fecondazione, ma ricordati che l’impollinazione manuale non esclude che poi avvenga anche un’impollinazione naturale con polline indesiderato, magari di una specie simile ma diversa. Per evitare ibridi non voluti e/o casuali io metto i bocci dei fiori dentro un sacchettino di rete finissima, attendo che si aprano lì dentro, li impollino manualmente e li richiudo lasciandoli poi nel sacchettino fino ad appassire. In questo modo sono sicuro di averli impollinati solo con il polline della stessa specie o comunque solo con il polline desiderato. Nessun insetto sarà intervenuto nell’impollinazione apportando ulteriore polline. A questo punto basterà attendere lo sviluppo del frutto e la maturazione dei semi.

A differenza di quanto avviene nelle collezioni, in natura è invece difficile che due specie si incrocino ed eventuali semi raccolti in habitat possono essere considerati puri con poche possibilità d’errore. Anzi sarà bene conservare i dati della località di raccolta insieme alle piante che ne deriveranno: costituirà un valore in più e saranno utilizzabili per un’eventuale reintroduzione o per altri lavori scientifici.

Una volta raccolti e ben asciutti i semi andranno conservati in bustine di carta. In caso di lunga conservazione si possono mettere in barattoli ermetici e preservati poi in un surgelatore per diversi anni o decenni.