Intervista a Roberto Pellegrini

Sono andato ad intervistare Roberto Pellegrini, senza dubbio il maggior esperto nazionale di piante acquatiche, e non solo. Un grande professionista che ha fatto di “Area Palustre” un’eccellenza ed un sogno reso realtà.

Oltre all’eventuale “utilità” (alimentare, industriale, ecc.), qual è il senso più profondo del coltivare piante?

Coltivare piante è, per prima cosa, prendersi cura di un essere vivente che senza di noi, in quella condizione artificiale, probabilmente non riuscirebbe a sopravvivere. Ancora più straordinario, dal mio punto di vista, è poter contribuire alla riproduzione o alla moltiplicazione della pianta stessa, mettendo la nostra passione e il nostro impegno nell’ottenimento di una nuova vita. Mantenendo una pianta possiamo anche provare con mano tutte quelle nozioni, magari un po’ astratte, imparate a scuola fin da bambini: come avviene la fotosintesi? Perché le foglie cercano la luce? Come germina un seme? E così via. Allo stesso modo è un po’ come evocare gli habitat o i luoghi lontani dai quali una certa pianta proviene, forse per viaggiare con la fantasia o per approfondire meglio un ambiente che magari è a migliaia di km da noi e che, probabilmente, non vedremo mai dal vivo. Come produttore vivaista, poi, per me offrire una pianta è un po’ come donare al cliente una parte di me stesso, della mia passione, della fatica e, perché no, anche dei miei insuccessi. Mi piace pensare che quello che produco possa donare gioia, ammirazione per il mondo naturale e anche un po’ di bellezza a chi riceve le mie piante.

Perché pensi che in Italia quella che gli inglesi chiamano botanical horticulture sia poco diffusa e sviluppata?

In parte potrebbe esserci una mancanza culturale di base, il non dare importanza a certe tematiche e a certi aspetti, privilegiandone altri considerati più concreti o remunerativi. Anche una visione molto settoriale, a partire dall’istruzione universitaria, che si concentra, magari a livelli massimi, sullo studio e sull’approfondimento di uno solo degli aspetti che riguardano le piante, non considerando in maniera pluridisciplinare tutti gli altri, potrebbe essere una delle cause dello scarso sviluppo della botanical horticulture in Italia. E’ giusto che un botanico non abbia idea di come coltivare e mantenere in vita una pianta che studia e, allo stesso modo, che un vivaista o anche un giardiniere, magari, non conosca e non sappia scrivere correttamente il nome scientifico della piante che produce?

Pensi che il collezionista possa avere un ruolo particolare?

Spesso al termine collezionista, ancora di più se riferito ad esseri viventi, viene data un’accezione in parte negativa. Il collezionismo, anche di piante, se svolto nel giusto modo e con le giuste finalità, soprattutto senza quella componente ossessiva e fine a sé stessa “del celo, mi manca”, può essere molto utile. Ho notato che vi è sempre stato un dualismo e una contrapposizione, per me sbagliata, fra il collezionismo privato e quello “ufficiale” ed “istituzionale” portato avanti da orti botanici e centri di ricerca: nel mondo, ad esempio, ci sono musei d’arte privati di fama internazionale, così come tutti i giardini zoologici italiani sono privati. Il collezionismo pubblico e quello privato sono due facce della stessa medaglia che devono correre nella medesima direzione. Pensiamo alla funzione didattica e, perché no, anche ricreativa che la visita ad una bella raccolta di piante vive, privata ma visitabile magari nel periodo della fioritura, potrebbe avere nei confronti di un pubblico generico. Il collezionista, poi, mediamente è un vero appassionato, che si informa, si documenta, ama le piante che coltiva e spesso è in grado di dialogare e di confrontarsi con gli “addetti ai lavori” e con i “botanici di professione”, tanto da poter collaborare e fornire campioni per ricerche e studi. Bisogna anche rendersi conto che, perlomeno nella situazione italiana, il collezionista privato spesso è in grado di dedicare risorse e attenzioni alle sue piante che, purtroppo, le collezioni istituzionali non sono in grado di fare. Non da ultimo, considerati tutti gli aspetti sopra elencati, uno dei fini più importanti e più nobili di una collezione privata, dovrebbe essere quello della conservazione ex-situ, quindi in coltivazione e al di fuori dell’habitat originario di una specie, delle piante selvatiche in via d’estinzione. Ma non solo: pensiamo alle centinaia di cultivar di interesse alimentare ed ornamentale che, nei secoli, sono scomparse per sempre una volta che la loro utilità era venuta meno. Per comprendere questo aspetto basta consultare un catalogo o un’enciclopedia di orticoltura di 200 anni fa per rendersi subito conto di quanto patrimonio botanico sia andato perduto.

Perché hai scelto di coltivare piante acquatiche?

Il primo innamoramento deve essere scoccato dall’osservazione degli ambienti umidi naturali che, fin da bambino, ho avuto la fortuna di poter vedere e frequentare. Osservavo gli habitat e mi veniva automatico ricrearli in maniera artificiale, seppur in piccolo e a misura d’uomo, probabilmente per farli miei e, indirettamente, apprezzarli meglio e comprenderne il funzionamento e l’ecologia.
Prima sono stato attirato dagli animali acquatici, sicuramente più immediati e stimolanti di una pianta, e, da lì, sono passato ai vegetali: queste due parti, però, sono sempre delle componenti indissolubili e complementari, sia in un lago naturale che in un mini-pond artificiale, ed ho continuato a portarle avanti di pari passo. Il mondo acquatico ha avuto per me un qualcosa di misterioso, probabilmente perchè è molto diverso dal mezzo terrestre in cui siamo abituati a vivere: lì non valgono le regole ed i meccanismi che sono validi per la terraferma. Ho sempre avuto anche una sorta di riverenza e, addirittura di rispetto verso gli ambienti acquatici: noi essere umani non potremmo mai vivere in certe situazioni o subire quelle variazioni ecologiche che, per le piante acquatiche, sono normali. Ancora di più, mi affascinava quella zona di transizione fra terra e acqua che è il regno delle piante palustri: non sono acquatiche obbligate ma, allo stesso modo, non possono vivere senza l’acqua e, per fare questo, hanno elaborato tutta una seria di adattamenti e strategie per sopravvivere in quello strano mondo anfibio. Gli ambienti acquatici, poi, dalla pozzanghera stagionale creata dal solco di uno pneumatico al grande lago profondo decine di metri, sono sempre ricchi di vita, magari microscopica ed invisibile, ma molto interessante da scoprire ed osservare.

Se ti dicessi di lanciare un messaggio a chi si appresta ad interessarsi di piante, cosa diresti?

Il primo passo è informarsi bene, su internet ma ancora di più sui libri, farsi domande e cercare di trovare risposte. Io dico sempre che è meglio comprare un libro in più ed una pianta di meno. Anche la curiosità e la voglia di scoprire non devono mai mancare, altrimenti è finito tutto. Bisogna andare a vedere (e magari anche ad acquistare) le piante nei vivai ma, di pari passo e potendolo fare, frequentare anche i giardini storici, gli orti botanici e le aree naturali. Per quanto riguarda i vivai, sono consapevole, e tutto sommato favorevole, al fatto che le piante da “supermercato” possano essere il primo approdo facile ed economico che un neo-appassionato possa trovare ma, dopo una prima infarinatura, è necessario anche capire cosa c’è dietro alla produzione industriale delle piante ornamentali (o di quelle alimentari) e, magari, fare acquisti più ponderati, rivolgendosi anche a vivai specializzati.

Oggi sei probabilmente il maggior esperto di piante acquatiche che abbiamo in Italia ed il tuo vivaio è ormai diventato un’eccellenza. Qual è stato il motivo che ti ha portato a tanto? Potresti dare dei consigli generali utili ai giovani che si avviano ad una professione anche diversa?

Io mi sono fatto guidare dalla passione e questo, a volte, può portare anche a doversi scontrare con quello che sarebbe più “conveniente”, più facile e, magari, remunerativo. Come in una sorta di “vocazione”, per me è stata un po’ come una missione: studiare e cercare di capire il mondo delle piante acquatiche, provare a mantenerle in coltivazione e convidere questi risultati con tutti gli altri interessati, sia sotto forma di divulgazione che di piante in vendita. La realtà è che non si finisce mai di imparare, ci sono tante piante che non riesco ancora a far sopravvivere (ma non dermordo…), bisogna cercare sempre nuovi input, documentarsi il più possibile, anche per le cose che apparentemente non sembrano necessarie, e non bisogna mai perdere la passione. Ripeto sempre che la volta che non mi emozionerò più di fronte ad un seme che nasce o ad un fiore che sboccia, smetterò di coltivare piante.

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Nymphoides coreana, insolita pianta acquatica rustica interessante per le sue ridotte dimensioni.

Nymphaea alba, il fiore simbolo delle paludi.

Drosera rotundifolia, pianta carnivora autoctona sempre più rara nelle torbiere toscane.

Caldesia parnassifolia, pianta palustre in passato diffusa anche in Italia e, oggi, considerata estinta.

Iris ensata ‘Taka No Tsume’ (‘Artiglio di falco’), antica cultivar di iris giapponese.

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Attenzione alle piante “pompate”

Nel gergo dei vivaisti si dicono “pompate” quelle piante che hanno subito dei trattamenti per raggiungere una bellezza artificiale. Si tratta di una pratica scorretta, sia per la salute delle piante (nonostante sembrino in gran forma) sia commercialmente. Una mezza truffa. Vediamo insieme come riconoscerle e, se proprio vogliamo acquistarle, come recuperarle.

Si riconoscono per diversi fattori che possono anche non apparire contemporaneamente: fioritura molto vistosa e fuori stagione, altezza insolita per la specie (nanizzata o ingigantita), foglie verdissime in tutte le posizioni (sia alla base che all’apice dei rami), vegetazione eccessivamente tenera.

Dopo poche settimane dall’acquisto inizia la crisi “post-pompatura” e le piante, prima così belle, diventano inspiegabilmente sofferenti, nonostante tutte le cure adatte alle varie specie.

Probabilmente il terreno di coltura sarà torba pura o quasi pura. Leggera e poco costosa è ideale per diminuire le spese di trasporto, ma nella torba il nutrimento per le piante è pari a zero. Ci vivono perché è torba concimata. Dopo alcune annaffiature il fertilizzante se ne va e le piante si ritrovano senza nutrimento in un terreno in cui, in natura, vivono solo le piante carnivore e poco altro. Infatti le piante carnivore lo sono proprio perché nel terreno trovano scarsissimi nutrienti e devono recuperarli a spese degli insetti.

Bisogna anche controllare che nel vaso sia presente una sola pianta; questo perché spesso ne vengono inserite diverse per dare un aspetto più folto.

Quindi la prima cosa da fare è cercare di rimuovere la torba e sostituirla con un terreno adatto alla specie; questa è un’operazione basilare. Inoltre consiglio di separare eventuali piantine aggiuntive. Una pianta per vaso va solitamente benissimo se si vuole vederla crescere ben formata. Fanno naturalmente eccezione le specie accestenti.

Dopo il rinvaso le piante vanno tenute in ambiente senza correnti di aria asciutta e con luce filtrata, in modo da attecchire facilmente. Per le succulente bisogna anche evitare le annaffiature dopo il trapianto perché potrebbero portare a marciumi che partirebbero proprio dalle ferite sulle radici causate dal rinvaso.

In secondo luogo bisognerà controllare se la pianta è esageratamente alta e rigogliosa (spesso alcune specie erbacee vengono trattate con auxina per aumentarne l’altezza) o esageratamente compatta (questo càpita invece alle specie arbustive trattate con nanizzanti). Per questi trattamenti l’unica cura è il tempo e la pazienza. Bisogna attendere la fine degli effetti degli squilibri ormonali: servono almeno una ventina di mesi.

La cosa più pericolosa è la fioritura fuori stagione. Le piante vengono indotte con ormoni a fiorire quando invece i segnali ambientali (durata della notte e del dì, temperature, intensità della luce solare, ecc.) le porterebbero naturalmente a non fiorire in quel momento. Questi trattamenti causano uno stress fisiologico enorme che può portare anche alla morte della pianta. L’unica cosa che si può fare è attendere, ponendo la pianta in condizioni non estreme (evitare luce eccessiva, ombra eccessiva, carenze di acqua, carenze di concimazioni, eccessi di concimazioni, ristagni d’acqua, ecc.). Forse sarebbe opportuno anche rimuovere i fiori, o almeno impedire lo sviluppo dei frutti che ne derivano. Nel caso di fioritura fuori stagione consiglio di non procedere al rinvaso, anche se il terreno è inadatto, oppure di effettuarlo senza disfare eccessivamente il pane di terra intorno alle radici. Questo perché aggiungere uno stress da rinvaso a quello per la fioritura forzata sarebbe micidiale. Il rinvaso sarà fatto l’anno successivo o alla ripresa vegetativa dopo un periodo di riposo.

Un’altra cosa a cui bisogna prestare attenzione è la quantità di luce solare a cui le piante sono state sottoposte nell’ultimo periodo. Può facilmente accadere che una pianta, nelle ultime due o tre settimane sia stata esposta in un edificio, lontano dalla luce solare oppure che sia appena stata tolta da un container o da una scatola. Queste piante, abituate al buio, possono facilmente bruciarsi se immediatamente esposte al sole diretto. Consiglio quindi una settimana di luce morbida e filtrata prima di passare all’eventuale sole diretto o ad un’illuminazione comunque più intensa. L’illuminazione necessaria varia molto da una specie all’altra ed alcune non necessitano mai di sole diretto o di luce troppo forte. Nessuna pianta può però vivere a lungo al buio o sullo scaffale di un supermercato dove può sostare solo per qualche giorno.