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Attenzione alle piante “pompate”

Nel gergo dei vivaisti si dicono “pompate” quelle piante che hanno subito dei trattamenti per raggiungere una bellezza artificiale. Si tratta di una pratica scorretta, sia per la salute delle piante (nonostante sembrino in gran forma) sia commercialmente. Una mezza truffa. Vediamo insieme come riconoscerle e, se proprio vogliamo acquistarle, come recuperarle.

Si riconoscono per diversi fattori che possono anche non apparire contemporaneamente: fioritura molto vistosa e fuori stagione, altezza insolita per la specie (nanizzata o ingigantita), foglie verdissime in tutte le posizioni (sia alla base che all’apice dei rami), vegetazione eccessivamente tenera.

Dopo poche settimane dall’acquisto inizia la crisi “post-pompatura” e le piante, prima così belle, diventano inspiegabilmente sofferenti, nonostante tutte le cure adatte alle varie specie.

Probabilmente il terreno di coltura sarà torba pura o quasi pura. Leggera e poco costosa è ideale per diminuire le spese di trasporto, ma nella torba il nutrimento per le piante è pari a zero. Ci vivono perché è torba concimata. Dopo alcune annaffiature il fertilizzante se ne va e le piante si ritrovano senza nutrimento in un terreno in cui, in natura, vivono solo le piante carnivore e poco altro. Infatti le piante carnivore lo sono proprio perché nel terreno trovano scarsissimi nutrienti e devono recuperarli a spese degli insetti.

Bisogna anche controllare che nel vaso sia presente una sola pianta; questo perché spesso ne vengono inserite diverse per dare un aspetto più folto.

Quindi la prima cosa da fare è cercare di rimuovere la torba e sostituirla con un terreno adatto alla specie; questa è un’operazione basilare. Inoltre consiglio di separare eventuali piantine aggiuntive. Una pianta per vaso va solitamente benissimo se si vuole vederla crescere ben formata. Fanno naturalmente eccezione le specie accestenti.

Dopo il rinvaso le piante vanno tenute in ambiente senza correnti di aria asciutta e con luce filtrata, in modo da attecchire facilmente. Per le succulente bisogna anche evitare le annaffiature dopo il trapianto perché potrebbero portare a marciumi che partirebbero proprio dalle ferite sulle radici causate dal rinvaso.

In secondo luogo bisognerà controllare se la pianta è esageratamente alta e rigogliosa (spesso alcune specie erbacee vengono trattate con auxina per aumentarne l’altezza) o esageratamente compatta (questo càpita invece alle specie arbustive trattate con nanizzanti). Per questi trattamenti l’unica cura è il tempo e la pazienza. Bisogna attendere la fine degli effetti degli squilibri ormonali: servono almeno una ventina di mesi.

La cosa più pericolosa è la fioritura fuori stagione. Le piante vengono indotte con ormoni a fiorire quando invece i segnali ambientali (durata della notte e del dì, temperature, intensità della luce solare, ecc.) le porterebbero naturalmente a non fiorire in quel momento. Questi trattamenti causano uno stress fisiologico enorme che può portare anche alla morte della pianta. L’unica cosa che si può fare è attendere, ponendo la pianta in condizioni non estreme (evitare luce eccessiva, ombra eccessiva, carenze di acqua, carenze di concimazioni, eccessi di concimazioni, ristagni d’acqua, ecc.). Forse sarebbe opportuno anche rimuovere i fiori, o almeno impedire lo sviluppo dei frutti che ne derivano. Nel caso di fioritura fuori stagione consiglio di non procedere al rinvaso, anche se il terreno è inadatto, oppure di effettuarlo senza disfare eccessivamente il pane di terra intorno alle radici. Questo perché aggiungere uno stress da rinvaso a quello per la fioritura forzata sarebbe micidiale. Il rinvaso sarà fatto l’anno successivo o alla ripresa vegetativa dopo un periodo di riposo.

Un’altra cosa a cui bisogna prestare attenzione è la quantità di luce solare a cui le piante sono state sottoposte nell’ultimo periodo. Può facilmente accadere che una pianta, nelle ultime due o tre settimane sia stata esposta in un edificio, lontano dalla luce solare oppure che sia appena stata tolta da un container o da una scatola. Queste piante, abituate al buio, possono facilmente bruciarsi se immediatamente esposte al sole diretto. Consiglio quindi una settimana di luce morbida e filtrata prima di passare all’eventuale sole diretto o ad un’illuminazione comunque più intensa. L’illuminazione necessaria varia molto da una specie all’altra ed alcune non necessitano mai di sole diretto o di luce troppo forte. Nessuna pianta può però vivere a lungo al buio o sullo scaffale di un supermercato dove può sostare solo per qualche giorno.

Sansevieria

Un genere con molte incertezze tassonomiche, quello delle sansevierie. Infatti non si può dire con certezza da quante specie sia composto, se alcune entità siano ibridi o specie nuove o solo varianti di specie già descritte. Bisogna farsene una ragione.

Pare che servirebbero almeno sette anni di studi sul campo per finalmente poter scrivere una monografia che rivedesse e ordinasse tutto il genere.

Vediamo quindi di parlare di cosa è certo, evitando di discutere di argomenti ancora non chiariti scientificamente.

Esistono sansevierie a foglie piatte e sansevierie a foglie a sezione circolare o ellittica. Tra quelle a foglie piatte alcune lo sono solo nella parte superiore, avendo una forma a cucchiaio.

Un’altra variabile è la crescita del rizoma e dell’eventuale fusto eretto. Il rizoma può essere sotterraneo o aereo. Se aereo le radici sono a trampolo, robuste e verticali nella parte emersa. Si diramano solo una volta raggiunto il suolo. Il fusto eretto è presente in poche specie, come S. arborescens, S. frutescens e S. powellii.

Le infiorescenze possono essere a spiga, a racemo o capitate ed i fiori sono sempre tubulari e di colore biancastro. Il frutto è una bacca vagamente sferica, ruvida e di colore arancione a maturità.

Le foglie appaiono in rosette e, anche con il passare del tempo, non aumentano di numero all’interno della singola rosetta. Crescendo si formeranno semplicemente altre rosette che, fin dall’inizio avranno un numero determinato di foglie.

Se coltivate in vaso, una volta che questo sarà pieno di rosette la crescita si fermerà, oppure il vaso si romperà. Inutile aspettare foglie nuove. Bisognerà dividere la pianta o almeno metterla in un vaso di dimensioni maggiori. Se i rizomi dovranno essere tagliati sarà bene attendere che il taglio si asciughi bene e si cicatrizzi prima di interrarli di nuovo.

Durante l’inverno necessitano di quanta più luce possibile ed una siccità completa per resistere meglio alle temperature più basse, mentre in estate amano annaffiature abbondanti ma ben distanziate in modo che il terreno si asciughi completamente fino in profondità prima di effettuare una nuova irrigazione. Sempre in estate sarà meglio tenerle in luce filtrata per evitare bruciature. In natura crescono anche in pieno sole, risultando però un po’ giallognole.

Per molte specie la fioritura avviene in occasione del riposo asciutto invernale o subito dopo, ma alcune fioriscono in estate.

La concimazione è consigliabile durante la stagione di crescita (estate), annaffiandole con una soluzione di fertilizzante per succulente ogni due-tre irrigazioni.

Si adattano facilmente alla coltivazione come “piante da appartamento” riuscendo a vivere in ambienti con poca luce ed aria secca. Durante l’estate è però consigliabile far loro prendere un po’ di luce solare abituandole gradualmente (e sottolineo “gradualmente”) ad una situazione di mezz’ombra o, meglio, di luce filtrata.

Il terreno deve essere di tipo adatto alle succulente e, se acquistate in un supermercato o in un vivaio “commerciale”, saranno spesso da rinvasare subito togliendo completamente la torba in cui vengono distribuite e sostituendola con un substrato giusto, come spiego nel minicorso sui terreni.

Tra le specie più insolite e mirabili voglio citare S. masoniana, a foglie enormi, larghe fino a 25 cm ed alte fino a 60 cm; S. singularis, con le rosette, se così si possono ancora chiamare, composte da una sola foglia cilindrica, eretta e rigidissima; S. aubrytiana, con foglie piatte, molto lunghe, fino quasi ad un metro, e meravigliosamente maculate; S. kirkii, con una bellissima fioritura e foglie che nella cultivar ‘Coppertone’ della var. pulchra sono maculate di bianco, verde e rosa-arancio; S. pinguicula, con rosette piccole ma estremamente succulente; S. eilensis, le cui piante sembrano ventagli di banane a bande sfumate verdi e biancastre.

La propagazione è facilissima per divisione, l’importante è lasciare asciugare bene i tagli effettuati sui rizomi, come già detto sopra. La talea di foglia è possibile, con risultati variabili: le piante che se ne originano potrebbero essere diverse dalla pianta madre, a seconda delle caratteristiche dei tessuti fogliari nel punto in cui si formano le nuove piantine. Un fenomeno, questo, conosciuto come “sport”. La semina è ovviamente sempre fattibile, ma bisogna prestare attenzione all’impollinazione per non avere ibridi indesiderati. Quando si hanno diverse specie l’ibridazione è piuttosto frequente. I semi si interrano a inizio estate in un terreno da succulente alla profondità di circa 1 cm e si trattano come le piante adulte, solo annaffiando un po’ più frequentemente finché non avviene la germinazione.

È bene ricordare che le sansevierie da seme hanno una loro forma giovanile e che prenderanno l’aspetto definitivo solo dopo aver prodotto diverse rosette. Questo è soprattutto evidente nelle specie con foglia a sezione circolare od ellittica, che inizialmente hanno rosette di foglie piatte.

Sansevieria concinna
Sansevieria kirchii var. pulchra ‘Coppertone’
Sansevieria trifasciata ‘Moonshine’
Fiori a livello del suolo di Sansevieria singularis
Sansevieria aubrytiana

Tephrocactus

Il nome deriva da tephra, che in greco significa cenere, a causa del loro colore spesso grigiastro o forse perché crescono anche sulle ceneri di alcuni vulcani. 

La storia tassonomica ha visto Tephrocactus come sottogenere del genere Opuntia e come genere a sé stante. Anticamente alcune specie erano addirittura incluse nel genere Cereus. Recentemente si è comunque avuto un generale consenso nel riconoscere Tephrocactus come genere.

Si tratta di piccoli arbusti a fusto succulento e fotosintetizzante, privi di foglie, formati da diversi articoli generalmente brevi, cilindrici, ovoidali, ovati, sferici o a botte. Sono dotati di glochidi e spesso anche di spine di forma e dimensione variabili. Si va dalle spine aghiformi lunghe pochi centimetri alle spine piatte, papiracee e flessibili di Tephrocactus articulatus var. papyracanthus a quelle lunghe 15 cm di Tephrocactus aoracanthus var. paediophilus. Gli articoli crescono uno sull’altro, formando masse sempre più grandi. Spesso qualche articolo si stacca (basta un piccolo urto), cade e radica altrove. La fioritura avviene quando sono presenti almeno due o tre articoli ed è apicale. I fiori, a corolla gialla, bianca, rosa e fino a rossa, sono simili a quelli di Opuntia, ma il frutto che ne deriva è privo di polpa, rivestito della sola epidermide, contenente i soli semi pressati tra di loro. I semi sono di circa 5-7 mm, di forma irregolare, dotati di un arillo spugnoso ma molto duro. La loro germinazione è erratica e può avvenire anche dopo molti anni dalla fuoriuscita dal frutto. Questo lungo periodo può essere utile affinché i semi si disperdano, nel frattempo, su una superficie maggiore.

Crescono sulle Ande centro-meridionali, più frequentemente sul versante orientale, in ambienti come i deserti di alta quota e le steppe di montagna. La loro esposizione è in pieno sole o comunque sempre molto luminosa.

Il clima dei loro ambienti ha un’ampia escursione termica, sia annuale che giornaliera. Per questo alcune specie possono resistere anche a temperature sotto lo zero, ma quando questo avviene il terreno e l’aria sono sempre molto asciutti. Le piogge sono esclusivamente estive in quei luoghi. Li ho visti in natura e questo mi ha fatto capire, in un linguaggio senza parole, ciò di cui queste piante affascinanti hanno bisogno.

In orticoltura queste specie sono coltivate per le loro forme e per i loro fiori, oltre che come piante di interesse botanico. Inoltre coltivandole si contribuisce alla loro conservazione ex-situ, specialmente se si mantengono i dati di località. Càpita spesso, infatti, che alcune stazioni naturali vengano distrutte durante la costruzione di opere o la lavorazione dei terreni.

Si coltivano facilmente in terreni da succulente (vedi minicorso sui terreni), in pieno sole o, meglio, in luce un po’ filtrata (le piante più esposte sono un po’ bruciacchiate anche in natura). Le annaffiature si effettuano solamente durante la stagione calda e devono essere abbondanti (il terreno deve essere bagnato fino in fondo) ma rade (non prima che il substrato sia rimasto completamente asciutto per almeno una settimana). Quindi più o meno ogni 15-20 giorni in estate e mai in inverno. Ogni anno io le bagno per la prima volta a fine marzo e per l’ultima volta a metà settembre. Per la concimazione si procede con un fertilizzante liquido per succulente (NPK circa 1-3-5 o multipli + microelementi), a metà della dose consigliata, durante la stagione di maggior crescita e subito prima.

La semina è una vera sfida alla pazienza ed alla capacità di sapersi accontentare delle poche piante che presumibilmente otterremo. Consiglio di seminare a primavera, nel solito terreno adatto alla crescita delle piante adulte, affondando i semi nel substrato (pressandoli) e coprendoli poi con uno strato di 8-10 mm di lapillo puro o ghiaietto da acquario. Questo a differenza di quanto si fa con i semi di molte Cactaceae, che invece non si coprono ma si pressano soltanto. Annaffiare molto delicatamente a doccia (senza far venire all’aria i semi) o per immersione parziale del contenitore (con l’acqua a circa 2 cm sotto il livello del terreno). I primi semi possono nascere entro un mese, ma altri potrebbero farlo anche negli anni successivi, dopo diversi cicli di umido e di asciutto. Germinazioni del 5-10% sono già un successo e ti potrai accontentare, anche perché poi sarà facilissimo propagarli agamicamente staccandone gli articoli e ponendoli a radicare.

Tephrocactus alexanderi
Tephrocactus aoracanthus var. paediophilus
Tephrocactus curvispinus
Tephrocactus sphaericus
Tephrocactus fauxianus
Tephrocactus reicheanus
Tephrocactus articulatus var. papyracanthus
Tephrocactus aoracanthus var. paediophilus
Tephrocactus aoracanthus var. paediophilus
Tephrocactus sphaericus
Tephrocactus weberi
Tephrocactus molinensis
Tephrocactus atroviridis
Tephrocactus alexanderi
Tephrocactus geometricus, forma scura. Un semenzale di circa 6 mesi.

Le peonie

Il genere Paeonia comprende circa 33 specie e si suddivide in tre sezioni: Paeonia (le peonie erbacee eurasiatiche), Moutan (le peonie legnose, principalmente diffuse in Cina) e Onaepia (le due peonie erbacee americane).

Le peonie erbacee hanno tutta la parte aerea decidua e presentano organi di riserva sotterranei che si accrescono con l’età. Le specie legnose hanno fusti poco ramificati ma il cui numero aumenta con l’età.

Le foglie sono variamente divise in lobi di diverse forme a seconda della specie mentre i fiori hanno la tipica forma a coppa con petali rotondeggianti bianchi, rosa, rossi o gialli. Gli stami hanno antere sagittate e contornano numerosi un disco centrale che accoglie i carpelli dotati di un brevissimo pistillo decorrente (a cresta). Il numero dei carpelli e quindi dei follicoli che possono derivarne varia con la specie da uno a quindici.

Il frutto è un insieme di follicoli che si aprono a maturità lungo una sutura esponendo i semi ovoidali o sferici, lucidi e nerastri. A questi semi si affiancano spesso dei semi sterili di colore rosa o rosso e leggermente più piccoli che servono per attrarre gli uccelli dispersori.

In natura crescono sempre in zone ben drenate e senza ristagni d’acqua, talvolta anche su terreni rocciosi ed impervi. Amano suoli con pH neutro o leggermente diverso, senza eccessiva alcalinità o acidità. Amano climi freschi, spesso montani e se coltivate in zone mediterranee o in pianura preferiscono la luce leggermente filtrata o la mezz’ombra.

In coltivazione gradiscono una miscela costituita da 40% lapillo, 50% terriccio universale poco torboso e 10% sabbia ventilata. Le annaffiature vanno somministrate regolarmente nella stagione vegetativa, soprattutto se in vaso, mentre in inverno può bastare la pioggia.

Le peonie hanno la crescita annualmente predeterminata. Ciò significa che dentro ogni gemma, in inverno, c’è già tutta la crescita dell’anno successivo e l’eventuale fioritura. In caso di rottura non si svilupperà nessuna gemma laterale fino all’anno successivo. Quindi sono sconsigliate le potature.

La propagazione si fa tramite semi, che devono essere seminati in autunno. Passato l’inverno all’aperto emetteranno una radichetta in primavera e con la sola radichetta passeranno un altro anno fuori per poi far apparire le loro prime foglie nella primavera successiva. Fioriranno dopo circa quattro anni.

Altri metodi di propagazione sono la divisione dei cespi per le specie erbacee e l’innesto su tubero di erbacea per le legnose. A queste ultime il tubero di una specie erbacea servirà solo per sopravvivere inizialmente, poi la parte legnosa tra il tubero e l’aria radicherà e il portainnesto sparirà lentamente.

I semi danno la possibilità di mantenere una certa variabilità genetica all’interno di una specie, soprattutto se prodotti da diversi individui incrociati tra di loro. Gli altri due metodi, agamici, servono soprattutto per propagare le cultivars e gli ibridi che si desidera che restino identici nel tempo ma che, anch’essi, sono il risultato di una semina iniziale.

Le specie, oltre che comunque ornamentali, rappresentano una ricchezza naturale ed hanno un interesse botanico, soprattutto se se ne coltivano individui con dati di località. Gli ibridi hanno un valore soprattutto estetico, se piacciono, e rappresentano il risultato di diversi incroci fatti tra individui particolari e aberranti (colori più intensi, trasformazione degli stami in petali o in stami petaloidi, ecc.). Alcuni ibridi, detti primari, sono l’incrocio tra due specie botaniche pure ed indicano una certa compatibilità genetica tra le due specie originarie.

Una nota speciale devo farla per le peonie americane, sezione Onaepia, perché i loro fiori sono più piccoli, di colore rosso-brunastro e rimangono parzialmente chiusi. Non sono forse molto ornamentali, ma testimoniano comunque un interessante risultato della colonizzazione e dell’evoluzione del genere Paeonia nel Nord America.

Paeonia ostii. Una pianta ottenuta dai semi ricevuti direttamente dal suo scopritore, Gianlupo Osti.
Paeonia ostii.
Paeonia peregrina.
Paeonia tenuifolia.
Paeonia clusii subsp. clusii, la rara peonia di Creta.
L’areale di distribuzione del genere Paeonia.

La melanzana

Il suo nome scientifico è Solanum melongena e appartiene alla famiglia delle Solanaceae insieme a pomodori, peperoni e patate. Fu domesticata separatamente in India e in Cina partendo dalla specie selvatica Solanum incanum. Si diffuse nelle terre circostanti. Fu poi coltivata dai persiani ed in seguito dagli arabi che la portarono nel Mediterraneo durante il Medioevo. Da qui in pochi secoli si diffuse in Europa e, con le grandi scoperte geografiche, in tutti i paesi temperato-caldi e tropicali che potessero ospitare la sua coltivazione.

È una specie perenne di breve durata ma è solitamente coltivata come annuale. I suoi frutti vengono raccolti acerbi poiché a piena maturazione sono gialli o giallastri e inmangiabili. Ne esistono un’infinità di cultivars (= varietà coltivate) variabili per forma e per colore, oltre che per altre caratteristiche meno appariscenti. Il colore dei frutti può andare dal viola quasi nero al viola chiaro, al bianco, al verde. Questi colori possono anche essere sfumati uno nell’altro o suddivisi in strisce sottili o perfino in pallini su fondo di altra tonalità. La forma va da depressa (= più larga che lunga) a sferica a piriforme a cilindrica e può variare anche nell’essere più o meno costoluta. La melanzana rossa è invece un’altra specie, di origine africana, ed anch’essa sarebbe meglio che fosse mangiata acerba (verde). Infatti, una volta a maturità, diventa, oltre che rossa, anche leggermente tossica. Scientificamente è Solanum aethiopicum.

Ho lavorato parecchio ad ibridare melanzane di diverse cultivars. Gli incroci si fanno togliendo le antere ed i petali ad un fiore non ancora aperto. Senza petali non sarà visitato dalle api e senza antere nemmeno si autoimpollinerà. Il giorno dopo, nella tarda mattinata, quando il fiore sarebbe aperto (se ancora avesse i petali), si deposita sullo stigma il polline preso dalle antere di un fiore di una cultivar diversa che si desidera incrociare con la prima pianta. Se tutto va bene si svilupperà un frutto con le caratteristiche della cultivar scelta come femmina, ma i cui semi saranno ibridi. L’anno successivo si avrà la prima generazione (detta F1) e le piante mostreranno tutte i caratteri dominanti di entrambe le cultivars prese come genitori. Un anno ancora più tardi avremo la seconda generazione, i “nipoti” dell’incrocio (detta F2) e stavolta appariranno tutte le combinazioni genetiche possibili. Tra queste prenderemo i semi solo da quelle che ci interessano ed andremo a coltivarle ed a selezionarle per alcuni anni scartando ad ogni generazione le piante che non continueranno ad avere le caratteristiche scelte. In questo modo riusciremo a stabilizzare le caratteristiche. Dopo due o tre anni che non appaiono più piante diverse possiamo dire di aver creato una nuova cultivar.

Conviene lavorare con un solo gene per volta, cioè con una sola caratteristica per volta, altrimenti sarà molto più difficile che appaia la combinazione desiderata. Alcuni tratti sono legati a molteplici geni ed hanno “gradazioni di intensità” (QTL) per cui bisogna regolarsi di conseguenza, mentre altri sono ancora più complessi e tra questi ci sono proprio i colori delle nostre melanzane. Impollinando una melanzana a frutti bianchi con una a frutti viola, oltre a tutte le sfumature intermedie di viola-rosa-bianco, appariranno anche frutti verdi e frutti di due tonalità di verde.

Per quanto riguarda la coltivazione bisogna tener presente che le melanzane amano molto il caldo e l’umidità nel terreno. Si seminano in serra a marzo-aprile e si trapiantano nell’orto a maggio. Amano inizialmente una concimazione azotata che ne favorisca la crescita ed in seguito una piuttosto ricca di fosforo per favorire la fruttificazione. Una posizione soleggiata è preferibile, anche se alcune cultivars cinesi hanno frutti che gradiscono un po’ di luce filtrata, altrimenti si scottano a causa della loro epidermide sottile. Inoltre bisognerà sostenere le piante a frutti più grandi e che potrebbero inclinarsi dal peso. Sarà anche utile evitare che i frutti più in basso tocchino il terreno, appoggiando il loro apice su sassi o pezzi di legno.

Può essere coltivata anche in vaso (un contenitore di circa 30 cm di diametro per ogni pianta), ma avendo l’accortezza di mettere detto vaso in uno leggermente più grande, in modo da proteggere le sue pareti dall’insolazione laterale che farebbe surriscaldare il terreno danneggiando le radici e favorendo l’insorgere di patogeni.

La raccolta dei frutti è un po’ particolare poiché non bisogna attendere la loro maturazione, ma solamente il momento in cui essi cessano di aumentare di dimensione. Nelle varietà violacee si può notare questo momento poiché intorno al calice sparisce la zona bianca che rappresenta l’accrescimento dell’ultimo giorno. Nelle altre varietà invece bisogna accontentarsi di fare questa operazione “ad occhio” rischiando di raccogliere un frutto che sarebbe ancora cresciuto qualche grammo.

Per finire aggiungo qui sotto alcune foto di frutti di melanzane insolite, alcune create da me.

Ibrido senza nome
‘Casper’
‘Listada de Gandía’
Ibrido senza nome.

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La patata dolce

In Italia la patata dolce, nota anche come patata americana, è conosciuta quasi esclusivamente per la sua cultivar completamente bianco-avorio coltivata in Veneto, ma ultimamente si stanno affacciando alcune delle numerose forme e colorazioni di questa variabilissima specie. I tuberi possono essere più o meno allungati, la loro pasta varia dal bianco all’arancione, al rosa per arrivare fino al viola scuro. La “buccia” può avere le stesse colorazioni, ma queste sono indipendenti dal colore della pasta. Anche il sapore varia e può andare dal sapore di zucca, tipico di molte cultivars a pasta arancione, a quello di castagna.

In cucina può essere impiegata sia in piatti salati che in pasticceria, ad esempio andando a sostituire le castagne nel famoso dolce Montebianco.

È una specie che si trova solamente in coltivazione e che probabilmente deriva dalla selvatica Ipomoea trifida, di cui la patata dolce sarebbe un’esaploide. Si tratta di un’erbacea perenne tuberosa (i tuberi si formano dall’ingrossamento di segmenti di radice e quindi possono trovarsi anche distanti dalla base delle piante) con fusti solitamente striscianti e raramente rampicanti. La crescita è molto vigorosa. Le foglie sono di circa 10 cm e variabili nelle numerose cultivars. Possono essere intere cuoriformi, lobate o palmatopartite. La fioritura può dipendere dalle condizioni ambientali e può non manifestarsi in alcuni cloni. Se l’infiorescenza è presente è costituita da pochi fiori. Ha sepali di 8-15 mm, leggermente cartacei, oblunghi od ovati, con apice solitamente acuminato. La corolla è di 4-7 cm, lilla, più scura alla base ma talvolta bianca. La fioritura è più probabile in posizione assolata e asciutta e con fotoperiodo non molto lungo (da agosto in poi). Il frutto è ovoidale, di circa 1 cm, deiscente e viene prodotto molto raramente perché per svilupparsi è necessaria l’impollinazione incrociata tra diversi cloni.

All’inizio della primavera, in casa o in serra, si mettono i tuberi per metà in acqua (o in terriccio o sabbia umidi) e si attende che producano cacciate di circa 20-30 cm. Nell’occasione bisogna prestare attenzione a non mettere i tuberi capovolti perché altrimenti potrebbero germogliare dalla parte immersa. Quando le cacciate saranno state prodotte ed avranno raggiunto una sufficiente lunghezza si tagliano alla base, si tolgono le foglie più in basso e si dimezzano quelle più in alto, poi si mettono a radicare le talee così ottenute direttamente nell’orto, non in vaso. Si interrano almeno 3 nodi e si annaffiando abbondantemente nei primi giorni, possibilmente ombreggiandole con cassette rovesciate, con telo ombreggiante o con altri metodi. Durante l’estate cresceranno moltissimo fino a ricoprire il terreno intorno a loro. Non serviranno nemmeno lavori per togliere le erbacce, tranne all’inizio, poiché queste verranno praticamente soffocate dalle patate dolci.

A fine estate o in autunno, a seconda della precocità delle cultivars che si hanno in coltivazione e di quando le talee sono state piantate, si procede alla raccolta dei tuberi appena le foglie iniziano ad ingiallire. Per la raccolta è bene preferire giornate arieggiate e asciutte, fare attenzione a non danneggiare molto i tuberi e cercare di far asciugare rapidamente le eventuali ferite dovute alla lavorazione. Una vanga-forca sarà l’attrezzo da preferire in quest’occasione. In condizioni di umidità, attraverso ferite e sbucciature possono svilupparsi marciumi. Appena i tuberi siano leggermente asciutti e disidratati (dopo circa una settimana dalla raccolta) si potranno conservare molto facilmente per diversi mesi, sempre in luogo asciutto. Con controlli periodici si potranno eliminare subito eventuali tuberi che inizino a marcire o ad ammuffire, in modo di tenere sempre sane le proprie scorte. Inoltre ricordiamoci di lasciare alcuni tuberi per la propagazione nell’anno successivo.

Questa specie necessita di terreno sciolto, profondo e non sassoso per un buono sviluppo dei tuberi. Solitamente non necessita di grandi concimazioni e in un buon terreno da orto queste possono anche essere evitate. Un eccesso di azoto produce solo una grande crescita di foglie a discapito dei tuberi. L’irrigazione sarà da effettuarsi quasi esclusivamente nel periodo di attecchimento delle talee, in cui bisogna annaffiare frequentemente per 10-15 giorni. In seguito non ha bisogno di irrigazioni, a meno che non si verifichino forti siccità o che venga coltivata in terreni troppo drenati.

Si tratta di una pianta tropicale che, in pieno sole, può essere coltivata anche in climi temperato-caldi e temperati, poiché riesce a produrre tuberi prima dell’arrivo dell’inverno. La durata della coltura varia da una cultivar all’altra e si va da 90 a 160 giorni. Occorre quindi fare un po’ di calcoli con la durata delle temperature accettabili. Può vivere anche come perenne se le si fornisce calore costante. Almeno una cultivar, la ‘Okinawan Purple’, non ricaccia dai tuberi e deve essere fatta svernare mantenendola in vegetazione, anche facendo talee autunnali da far radicare in serra. Da queste talee autunnali, una volta attecchite ed allungatesi, si potranno prendere altre talee da piantare nell’orto a primavera, entro aprile.

Originatasi in coltivazione nel Sudamerica occidentale si è diffusa nelle isole del Pacifico già in epoca precolombiana e da lì in Cina e in Giappone. Da questi luoghi è stata poi portata in tutti i paesi tropicali e temperati in tempi relativamente recenti.

La variabilità specifica è molto elevata ed esistono cultivars adatte a diverse condizioni ambientali, con diversi sapori, di diversi colori e a rese più o meno elevate. Alcune cultivars sono puramente ornamentali poiché producono tuberi piccoli e fibrosi, ma foglie e fiori notevoli.

Ho avuto il piacere di introdurre in Europa alcune cultivars a pasta viola come la ‘Purple’, la ‘Speckled Purple’ e la ‘Okinawan Purple’ e dopo averle diffuse tramite Vivaio Corazza mi ha fatto altrettanto piacere vederle in vendita tra le verdure di un supermercato di cibo biologico. Tra l’altro le varietà violacee, oltre che belle, sono ricche di antocianine, ottime come antiossidanti.

Attualmente sto tentando di ottenere, attraverso incroci e selezioni, una varietà che oltre a tuberi violacei e commestibili abbia anche foglie dello stesso interessante colore. Vedremo cosa riuscirò eventualmente a fare…

Per approfondimenti su botanica, coltivazione ed utilizzi (anche ricette) consiglio il libro, di cui sono coautore, “Piante alimentari insolite”, Edizioni Il Campano, Pisa. Ordinabile in tutte le librerie ed acquistabile direttamente dall’editore o qui a prezzo scontato.

Ipomoea batatas ‘Kotobuki’
Ipomoea batatas ‘Purple’
Ipomoea batatas ‘Okinawan Purple’
Ipomoea batatas ‘Radiosa’, cultivar che ho creato attraverso incroci.

Hippeastrum

Ancora troppo spesso queste meravigliose bulbose sono erroneamente chiamate Amaryllis. Hippeastrum è invece un genere tutto sudamericano che si differenzia dal sudafricano Amaryllis soprattutto per i propri semi che sono piatti, papiracei, neri ed alati. Inoltre Hippeastrum ha gli scapi fiorali cavi, mentre Amaryllis li ha pieni.

L’etimologia del nome di questo genere è da ricercarsi in hippeus (= cavaliere) e astron (= stella). Quindi il significato della parola Hippeastrum è “stella del cavaliere”, ma il motivo di tale scelta non è ben chiaro.

Si tratta di geofite a bulbo poco profondo o parzialmente esposto le cui specie sono solitamente diffuse in ambienti semiaridi e con un perfetto drenaggio, come, ad esempio, su pendii erbosi con alcune rocce e sul ciglio di scarpate. Esistono però alcune specie originarie di ambienti molto diversi che vanno dalle paludi alle rupi assolate, dalle foreste e ai bordi dei torrenti.

 Nonostante questo genere sia diffuso dal Messico all’Argentina esistono due centri di biodiversità, cioè due zone in cui vivono un gran numero di specie: il Brasile sud-orientale e la regione degli Yungas, intorno al confine tra Bolivia e Perù.

Trovo molto affascinante che, nonostante la plurisecolare esplorazione botanica e, purtroppo, la forte distruzione degli habitat, si continuino ancora a trovare specie nuove mai descritte. Proprio in questi giorni è stato pubblicato Hippeastrum verdianum ad opera di un mio amico di Facebook.

Per non trattare dei comuni ibridi commerciali dei quali si è spesso persa ogni genealogia e che trovo molto poco interessanti da un punto di vista naturalistico, ti parlerò di alcune delle circa novanta specie botaniche, vere bellezze naturali.

In coltivazione è sempre utile cercare di ricreare le condizioni ambientali dei luoghi di distribuzione naturale, come sempre, ed allora ti indico qui di seguito un substrato adatto alla maggioranza delle specie, cioè a quelle che vivono in aree semiaride, più o meno luminose e ben drenate: 50% lapillo vulcanico a granulometria di circa 3-5 mm, 30% terriccio universale contenente anche compost, 20% sabbia ventilata (cioè senza polvere).

Questi che seguono sono invece alcuni degli habitat “insoliti” e le loro specie.

Paludi: Hippeastrum angustifolium, H. santacatarina, H. breviflorum.

Lungo i bordi di corsi d’acqua e cascate, talvolta temporaneamente inondati: Hippeastrum ramboi.

Rupi assolate: Hippeastrum mollevillquense

Foreste: Hippeastrum striatum, H. vittatum (margini di foreste), H. aulicum (epifita), H. papilio (epifita), H. calyptratum (epifita), H. arboricola (epifita).

Le specie epifite hanno bisogno di un substrato molto arieggiato e per le quali consiglio un 80% lapillo vulcanico e un 20% terriccio universale o anche un 100% lapillo vulcanico.

Per quanto riguarda la stagionalità bisogna dire che hanno generalmente bisogno di un riposo invernale piuttosto asciutto e a temperature minime di almeno 5°C ma alcune specie sopportano (ma non amano) un po’ di pioggia invernale e temperature minime fino a circa -2°C (Hippeastrum papilio, sempreverde, e H. aulicum, a vegetazione e fioritura invernali in clima mediterraneo).

Hippeastrum reginae pare (ma non lo ho testato) che resista fino a -7°C ed incrociato con H. vittatum ha dato origine a H. x johnsonii, ibrido abbastanza rustico creato nel 1799 da un orologiaio inglese di nome Arthur Johnson.

La coltivazione in vaso è meno problematica se il contenitore è piuttosto stretto e viene presto riempito dalle radici. Cosa, questa, comune a molte Amaryllidaceae.

Le specie del genere Hippeastrum si possono incrociare anche con il genere Sprekelia dando origine all’ibrido intergenerico ed apomittico x Hippeastrelia.

Per quanto riguarda l’impollinazione questa avviene generalmente ad opera di insetti e di colibrì ma in Hippeastrum calyptratum sono i pipistrelli a portare il polline da un fiore all’altro. Il pipistrello si appoggia al fiore che deve sostenerne il peso. Per questo i suoi peduncoli sono particolarmente robusti. I pipistrelli non hanno una buona vista ed i fiori, verdi e dall’odore di “plastica nuova”, possono fotosintetizzare piuttosto che attrarre impollinatori con colori vivaci.

Poche specie sono autofertili ed alcune lo sono solo in qualche individuo. L’impollinazione incrociata è sempre favorita con vari meccanismi e anche le specie autofertili si autoimpollinano solo come “ultima chance”.

I semi vengono dispersi dal vento, come si può facilmente immaginare data la loro forma. In coltivazione vengono spesso seminati facendoli galleggiare sull’acqua in un contenitore per poi trapiantare le plantule appena saranno maneggiabili. Alcuni affondano ma germinano ugualmente. Io preferisco seminarli su un substrato solido, uguale a quello adatto alla crescita delle piante adulte, poiché la crescita iniziale in acqua avviene utilizzando esclusivamente le riserve del seme e non anche i nutrienti prelevabili dal terreno. Inoltre il trapianto potrebbe causare alcune perdite e disturbare le piantine che dovrebbero abituarsi al substrato solido dopo essersi inizialmente sviluppate in acqua.

Alcune specie producono bulbi laterali (alcuni individui più di altri) ed altre invece no. Quando presenti, i bulbi laterali possono essere impiegati nella propagazione agamica, ma, ovviamente, costituiranno sempre un solito clone non autoimpollinabile nel caso di specie o di individui autosterili.

Nel caso ti servissero altre informazioni ti invito a contattarmi attraverso il modulo di contatto di questo sito, mentre per informazioni sui substrati in generale puoi scaricare il minicorso da qui.  

Qui di seguito ti metto alcune mie foto.

Hippeastrum papilio in piena terra, nonostante sia epifita.
Hippeastrum papilio
Hippeastrum puniceum
Hippeastrum roseum
Hippeastrum calyptratum
Hippeastrum calyptratum
Hippeastrum machupijchense in natura
Esempio di substrato adatto alla maggior parte delle specie del genere Hippeastrum

Il circolo virtuoso

Bisogna fare qualcosa. È inutile lamentarsi. Se vogliamo che in Italia esista una maggiore cultura del mondo delle piante bisogna che tutti noi ci impegniamo per svilupparla e per diffonderla. Ognuno come può. Ognuno nel proprio ruolo. Non viene da sola.

Dopo i promettenti anni novanta c’è stata una graduale perdita di qualità e di quantità nella divulgazione delle informazioni legate alla botanica ed alla coltivazione. Questo nonostante tra gli addetti ai lavori i progressi ci siano stati.  Ciò che manca e che va creato è il pubblico; è un pubblico numeroso, colto ed interessato. Un settore economico-culturale senza il proprio pubblico è come un corpo senza sangue.

Servono iniziative, eventi, professionisti, personaggi, aziende, istituzioni, molti media che ne parlino, pubblicità che si rivolga al settore con profitti e un po’ di voglia di accendere il cervello e di buttarci dentro qualcosa di nuovo. Serve che ciò che accade nel settore sia più spesso considerato “notiziabile” e che allo stesso tempo l’informazione diffusa sia interessante e corretta.

Esiste uno strettissimo rapporto di causa ed effetto reciproco tra il pubblico e il contenuto che il pubblico “consuma”. Se lo si lascia andare liberamente si va verso contenuti via via più semplici e di basso rilievo. Se invece si forza un po’ la mano si riesce ad insegnare qualcosa di interessante. Qualcosa che sarà il presupposto per argomenti sempre più approfonditi. Insomma, l’ignoranza chiama l’ignoranza e il sapere chiama il sapere.

Chi ha un argomento interessante da trattare, scriva articoli, faccia video, fotografi e diffonda. Questo tenendo sempre presente la qualità e la correttezza dell’informazione.

Una volta avviato, il “motore” sarebbe in grado di girare autonomamente, sempre che non finisca il carburante, cioè la voglia di conoscere, di sperimentare e di scoprire. Desideri questi che devono essere tenuti alti dai media, i quali avrebbero l’onere, ma anche la convenienza, di creare e di mantenere la “moda”. Si creerebbe un indotto che coinvolgerebbe case editrici, vivai, negozi di attrezzatura, agenzie pubblicitarie, venditori di semi. Perfino gli orti botanici venderebbero più biglietti e gli incassi potrebbero essere usati per finanziare la ricerca botanica che ormai vivacchia abbandonata da anni. All’interno di alcuni orti botanici si potrebbero aprire un bar ed un negozio di articoli correlati alla botanica (libri, taccuini, semi, materiale per erbari, lenti di ingrandimento, piantine, souvenirs, ecc.). Tutto questo dobbiamo farlo partire noi. Noi “popolo delle piante”. Triste aspettare che succeda per caso o che ci pensi qualcun altro.

Gli inglesi sono senz’altro un esempio da cui prendere spunto. Dalle loro parti alle fiere di piante insolite i vivai vendono il triplo o il quadruplo di quanto non vendano qui; nelle librerie si trovano facilmente testi specialistici che qui non verrebbero venduti in quantità sufficienti da renderne conveniente la stampa; la televisione manda in onda programmi in cui si parla di piante creando meraviglia ed interesse nel pubblico che poi compra piante, libri, semi e attrezzatura. La BBC è stata l’unica televisione ad aver prodotto addirittura una serie di documentari sulle piante, grazie al mitico David Attenborough, eroe mondiale della divulgazione scientifica.

Serve far conoscere i personaggi esemplari, “i vip del settore”, capaci di far venire ai giovani la voglia di lavorare con le piante: come botanici, giardinieri, orticoltori, giornalisti, divulgatori, vivaisti, conservazionisti, agronomi, architetti, scrittori.

Dobbiamo molto alle piante eppure la loro conoscenza è così poco diffusa, a differenza di molti altri settori, talvolta anche meno importanti ma ampiamente conosciuti dal pubblico e capaci di generare grandi indotti economici. Ebbene, la colpa non è di come va il mondo; la colpa è nostra, del “popolo delle piante”. Siamo noi che non siamo stati capaci di creare interesse intorno a ciò che amiamo, che forse ci siamo separati troppo dal resto della società. Sport, spettacolo, gastronomia, turismo, musica, moda vanno alla grande mentre delle piante interessa solo a pochi, pur avendo le stesse potenzialità di partenza.

Quindi ora smettiamo di lamentarci ed iniziamo ad investire nel prossimo. Crediamoci. Facciamoci portatori di nuove tendenze, ognuno con le persone che riesce a raggiungere.

L’evoluzione delle Cactaceae

Fino ad oggi non è stato trovato nessun cactus fossile. I processi di sedimentazione, che portano alla formazione dei fossili, richiedono un rapido seppellimento e la circolazione all’interno di questo di acqua, in modo da permettere la sostituzione del materiale organico con materiale minerale.

La maggior parte dei cactus però vive nei deserti o in ambienti subdesertici dove l’acqua è scarsa e piove di rado.

Per tali motivi, al giorno d’oggi, non sono ancora stati rinvenuti cactus fossili.

Non conoscendo esemplari fossili, ossia antichi, per determinare le relazioni esistenti tra i vari cactus si deve ricorrere alla morfologia esterna delle piante e a dati biochimici e cromosomici (DNA).

Da alcuni studi molto recenti sulla variabilità del DNA e sull’anatomia vascolare dei cactus, è risultato che la famiglia delle Angiospermae più vicina sistematicamente alle Cactaceae è quella delle Portulacaceae (e non quella delle Mesembryanthemaceae come si pensava precedentemente).

Dalle Portulacaceae si originò, nel Cenozoico, quando il grande continente del Gondwana (costituito da Africa, Sud America, Antartide, Madagascar e India) iniziò a frammentarsi, una stirpe xerofitica, (amante dei luoghi aridi), dotata di un metabolismo CAM/C4, presenza di cellule acquifere (capaci di accumulare acqua), riduzione delle foglie, trasferimento della fotosintesi ai fusti e riduzione della superficie esterna, che fu capace di diffondersi e di dare origine a molte specie. Questi antenati possedevano anche i 2 principali caratteri distintivi delle Cactaceae: le areole (strutture pubescenti da cui si sviluppano le gemme ascellari) e le gemme ascellari (particolari gemme che possono dare origine a fiori o a spine).

Il centro esatto dell’origine dei cactus è stato discusso per molti anni e oggi persistono ancora 2 centri dei speciazione più probabili: le isole caraibiche e il Sud America meridionale. La seconda ipotesi è quella più accreditata.

 

Oggi la grande famiglia delle Cactaceae (la seconda famiglia più grande del Nuovo Mondo dopo le Bromeliaceae) comprende approssimativamente 1500-2200 specie ed è diffusa esclusivamente nelle Americhe (dal Canada centrale alla Patagonia). Una sola specie è presente in Africa: Rhipsalis baccifera.

In base ai caratteri morfologici la maggior parte dei botanici distingue 3 sottofamigie, che si pensa si siano distinte circa 20 milioni di anni fa, qui indicate in ordine evolutivo: Pereskioideae, Opuntioideae e Cactoideae.

Andiamo a scoprirle una per una…

SOTTOFAMIGLIA Pereskioideae

È la più piccola famiglia delle Cactaceae comprendendo solo 18 specie ed è l’unica i cui componenti possiedono foglie ben distinte e persistenti oltre a grandi semi neri e lucidi e semenzali con cotiledoni carnosi.

Ci sono solo 2 generi: Pereskia (16 specie) e Maihuenia (2 specie) e sono diffuse maggiormente in Sud America.

Le Pereskia, originarie dell’America centrale e dei Caraibi, sono piante generalmente arbustive o arboree, legnose e scarsamente succulente; solo una specie (P. aculeata) ha portamento sarmentoso. Alcune specie hanno fiori grandi ed appariscenti (P. aculeata, P. sacharosa), mentre altre hanno fiori minuti (P. humboldtii).

Maihuenia vive a quote relativamente elevate sulle Ande argentine e cilene. Sono piante di alta montagna con un portamento a cuscinetto aggrovigliato ed hanno una crescita molto lenta. Il loro aspetto è estremamente diverso dalle loro cugine Pereskia e per questo originariamente erano state poste vicino al genere Opuntia (o in alcuni casi all’interno).

Entrambi questi generi si trovano su una linea evolutiva indipendente dagli altri cactus, ma non hanno avuto lo stesso successo in termini di speciazione e di diffusione geografica che hanno invece avuto le altre 2 sottofamiglie. Sono probabilmente un gruppo relitto molto simile alle “Protocactaceae” ancestrali.

Pereskia aculeata. Pereskioideae. Una specie sarmentosa.

Pereskia sacharosa. Pereskioideae. Una specie arbustiva.

SOTTOFAMIGLIA Opuntioideae

È una sottofamiglia molto vasta i cui componenti posseggono tutti una struttura morfologica esclusiva: i glochidi.

I glochidi sono delle areole (strutture da cui si sviluppano delle gemme che possono dare origine a spine o a fiori) costituite da piccolissime e finissime spine simili a setole che si distaccano al minimo contatto.

Molte specie inoltre hanno foglie decidue che si disseccano precocemente e cadono.

Altra caratteristica sono i semi neri racchiusi in un involucro funicolare grigio-avorio costituito da tessuti accessori che in alcune specie si induriscono divenendo simili a sassolini.

Infine i semenzali hanno cotiledoni carnosi simili a quelli delle Pereskioideae.

La sottofamiglia è costituita da 13 generi e circa 300 specie: Opuntia (con più di 200 specie), Cylindropuntia (42 specie), Austrocylindropuntia (12 specie), Brasiliopuntia (1 specie), Tephrocactus (10 specie), Pterocactus (9 specie), Corynopuntia (15 specie), Salmonopuntia (1 specie), Puna (2 specie), Pereskiopsis (con circa 9 specie), Quiabentia (con 2-4 specie), Tacinga (con 2 specie) e Maihueniopsis (con 5 specie).

Questa sottofamiglia è la più diffusa sul territorio delle altre 2 essendo presente sia in Nord che in Sud America (dal Canada centrale fino alla Patagonia). Si è inoltre diffusa abbondantemente in Sud Africa e in Australia (dove sta diventando infestate).

Ha inoltre un valore economico molto importante poiché alcune specie (come Opuntia ficus-indica) sono coltivate, soprattutto nell’area mediterranea, per la produzione di frutti, mentre in Sud America, in Messico, in Egitto e in Sicilia vengono usate come supporto per le cocciniglie dalle quali si ricava un colorante rosso impiegato per tingere i tessuti.

Quiabentia pflanzii. Opuntioideae. Una specie arborescente.

Cylindropuntia tunicata. Opuntioideae. Una specie arbustiva.

SOTTOFAMIGLIA Cactoideae

Questa sottofamiglia concentra circa l’86% della biodiversità di tutte le Cactaceae.

I suoi componenti caratterizzano, nella maggior parte dei casi, fino al 99% delle collezioni di Cactus.

Questa sottofamiglia è abbondantemente diffusa sia in Nord che in Sud America e mostra un’incredibile variabilità morfologica: si va da cactus globosi o allungati coperti di spine a forme arboree di notevoli dimensioni a piccoli cactus a rosetta privi di spine, fino ad arrivare a forme epifite con fusti piatti ed allungati che crescono nelle umide foreste pluviali.

Non possiedono foglie, che non si sviluppano mai nel corso del loro ciclo biologico.

I fiori sono generalmente imbutiformi. Le spine, quando presenti, variano nella struttura, nel colore, nella densità e nella disposizione.

I cotiledoni sono microscopici nei semi, in quanto non crescono in proporzione alla crescita dell’embrione.

Data la notevole variabilità, oggi si riconoscono da 8 a 10 linee evolutive indipendenti dette tribù che contano complessivamente da 1000 a 2000 specie.

4 tribù si sono sviluppate in Nord America e sono:

  1. Cacteae: la più grande caratterizzata da cactus globosi con molte costolature, areole ovali e fiori subapicali, originari di USA, Messico, Canada, Caraibi, Venezuela e Colombia. Comprende i seguenti generi: Ariocarpus, Astrophytum, Aztekium, Coryphantha, Echinocactus, Echinofossolocactus, Epithelantha, Escobaria, Ferocactus, Geohintonia, Leuchtembergia, Lophophora, Mammillaria, Neolloydia, Obregonia, Ortegocactus, Pediocactus, Peleciphora, Sclerocactus, Stenocereus, Strombocactus, Thelocactus.
  2. Pachycereeae: cactus colonnari con fiori generalmente notturni, dell’America Centrale, Messico, Stati Uniti sud-occidentali, Caraibi e Sud America (fino al Venezuela). Comprende i seguenti generi: Bergerocactus, Carnegia, Cephalocereus, Escontria, Myrtillocactus, Neobuxbaumia, Pachycereus, Polaskia e Stenocereus.
  3. Echinocereeae: Cactus cilindrici dotati di numerose coste spinose, originari del Sud America. Comprende i seguenti generi: Acanthocereus, Echinocereus, Harrisia, Leptocereus e Peniocereus.
  4. Hylocereeae: cactus epifiti, striscianti o rampicanti dotati di radici avventizie, originari di luoghi umidi e scarsamente soleggiati dell’America centrale e meridionale. Comprende i seguenti generi: Disocactus, Epiphyllum, Hylocereus, Selenicereus e Weberocereus.

5 tribù si sono sviluppate in Sud America e mostrano gli stessi adattamenti morfologici dei loro consimili nord-americani:

  1. Notocacteae: cactus cilindrici o globosi dotati di numerose coste con areole setolose e fiori apicali, originari del Sud America e delle Galápagos. Comprende i seguenti generi: Austrocactus, Blossfeldia, Copiapoa, Corryocactus, Eriosyce, Eulychnia, Frailea, Parodia, Ubelmannia e Yavia.
  2. Thrichocereeae: cactus colonnari, cilindrici o globosi con molte coste , originari del Sud America e delle Galápagos. Comprende i generi: Acanthocalycium, Brachycereus, Cintia, Cleistocactus, Deincoza, Discocactus, Echinopsis, Espostoa, Facheiroa, Gymnocalycium, Harrisia, Lasiocereus, Leocereus, Lobivia, Matucana, Mila, Neowerdermannia, Oreocerus, Oroya, Pygmoeocereues, Rebutia, Samaipaticereus e Weberbauerocereus.
  3. Browningieae: cactus colonnari fortemente spinosi con fiori notturni, originari del Sud America (Ande) e delle Galápagos. Comprende i seguenti generi: Amatocereus, Browningia, Calymnanthium, Jasminocereus, Pseudoacanthocereus e Stetsonia.
  4. Cereeae: cactus con fusti colonnari, spine robuste, poco costolati, originari del Sud America orientale (Brasile, Uruguay, Argentina). Comprende i seguenti generi: Arrojadia, Austrocephalocereus, Brasioliocereus, Cereus, Cipocereus, Coleocephalocereus, Micranthocereus, Pilosocereus e Stephanocereus.
  5. Rhipsalideae: specie epifite con fusti allungati penduli o striscianti e fiori diurni, ma che restano aperti anche di notte. Comprende i seguenti generi: Hatiora, Lepismium, Rhipsalis, Rhipsalidopsis e Schlumbergera.

In questa ultima tribù vi è una specie originaria dell’Africa tropicale. Non si sa esattamente come il progenitore di questa specie vi sia arrivato e quindi diversificato, ma si pensa che ciò possa essere dovuto al trasporto di semi da parte di uccelli migratori o da parte di correnti oceaniche.

Alcuni pensano che potrebbero essere stati anche antichi navigatori partiti dall’Africa alla volta delle Americhe e poi tornati indietro; oppure antichi navigatori partiti dalle Americhe e arrivati in Africa portando con essi i semi di questa pianta.

Echinocactus grusonii. Cactoideae, Cacteae. Una specie globosa.

Rhipsalis puniceodiscus. Cactoideae, Rhipsalideae. Una specie epifita.

Epiphyllum oxypetalum. Cactoideae, Hylocereeae. Una specie epifita.

Eopuntia douglasii: il mito del cactus fossile

 Nel 1944 venne ritrovato, in depositi eocenici provenienti dalle formazioni del Green River nello stato dello Utah (USA), un fossile molto particolare che venne ritenuto inizialmente un cactus e fu denominato Eopuntia douglasii.

Ci furono in seguito molte controversie sul fatto che questo fossile fosse indubbiamente un cactus. Oggi si ritiene infatti più probabile che non si tratti di una cactacea, ma di un Cyperus (un’erbacea palustre).

A causa dei rizomi tuberosi la specie è stata determinata come Cyperus filiferus, una monocotiledone con fusti dicotomici alla cui biforcazione si trovano dei lobi, allargati in una massa globosa, dotati di una fossetta sulle appendici distali.

Il fossile di Cyperus filiferus classificato erroneamente come Eopuntia douglasii

LE TEORIE ALTERNATIVE

 La teoria delle Maihuenia

Alcuni considerano il genere Maihuenia come il cactus più primitivo, cioè quello più simile all’antenato delle Cactaceae.

Ci sono in effetti delle somiglianze tra Maihuenia e Portulaca e molti caratteri di Maihuenia sono ritenuti primitivi nella famiglia delle Cactaceae, per cui alcuni pensano che le tre sottofamiglie attuali si siano evolute da un antenato simile alle specie di questo genere.

I cactus della sottofamiglia Opuntioideae sud-americani (Austrocylindropuntia e Maihueniopsis) sono probabilmente gli opuntioidi più primitivi: essi non sono molto diversi morfologicamente da Maihuenia, ma hanno in più i glochidi e gli arilli ossei nei semi.

Tra i cactus della sottofamiglia Cactoideae, le Copiapoa sono probabilmente le più primitive, producendo semi neri la cui morfologia si avvicina a quella delle Pereskioideae.

La teoria delle Pereskia

Il genere Pereskia è generalmente considerato il più primitivo a causa della sua scarsità di succulenza e la presenza di foglie che la fanno somigliare ad una pianta “ordinaria”, ma con in più le areole e le gemme ascellari tipiche delle Cactaceae.

Secondo questa teoria le prime Cactaceae erano piante fogliose che in risposta a un maggior inaridimento dell’habitat divennero più succulente, trasformando le loro foglie in spine.

Secondo alcuni scienziati invece le Pereskia possono rappresentare una devoluzione: cioè si possono essere separate precocemente durante l’evoluzione dei cactus, adattandosi a vivere in un ambiente meno arido e più piovoso, divenendo così piante fogliose. Esse avrebbero scelto cioè la “via più facile”.

La teoria dei Rhipsalis

 Rhipsalis è l’unico cactus rinvenuto naturalmente in Africa, al di fuori delle Americhe.

Alcuni pensano che possa essere stato introdotto in questo continente dall’uomo: antichi navigatori Africani arrivarono fino in America e poi ritornarono indietro portando con sé questa pianta; o, al contrario, alcuni antichi navigatori americani arrivarono fino in Africa e portarono con loro questa pianta che per essi poteva avere un qualche utilizzo etnobotanico.

Poiché la distanza tra Africa e America è notevole i semi di tale pianta possono anche essere stati introdotti dagli uccelli migratori, oppure dalle correnti oceaniche.

Un’altra teoria è invece quella che si basa sul fatto che i cactus si possano essere evoluti a partire proprio dai Rhipsalis prima della frammentazione del Gondwana. Per cui i Rhipsalis rimasti in Africa non si sarebbero evoluti ulteriormente a differenza dei loro cugini americani che si sarebbero dovuti adattare a condizioni climatiche sempre più avverse. I Rhipsalis quindi potrebbero essere gli antenati di tutti i cactus.

 

Hoya

Fino all’inizio del nuovo millennio era difficile trovare molte specie del genere Hoya in coltivazione, tranne Hoya carnosa e Hoya bella.

Ne esistono circa 300 specie, ma la loro tassonomia è piuttosto complicata, incompleta e talvolta anche errata, nel senso che alcune specie sono state descritte più di una volta ed alcune sono state pubblicate come specie nuove ma senza seguire metodi scientifici. Oggi possiamo basare gli studi sia sulla tradizionale morfologia che sulle nuove tecniche genomiche. Questo potrebbe portare molti cambiamenti, ma la cosa più auspicabile sarebbe una completa revisione di questo gruppo di piante che potrebbe anche finire con il riconoscimento di alcuni nuovi generi nei quali rientrerebbero alcune specie dalla morfologia e dal comportamento anomali per il genere Hoya. Ugualmente andrebbe verificato se alcuni generi affini oggi esistenti sarebbero da confermare come separati o se andrebbero fatti ricadere anch’essi nel genere Hoya.

Ad esempio Hoya multiflora ha fiori sufficientemente diversi per poter essere classificata in un nuovo genere, Centrostemma, secondo alcuni. Al contrario si discute se i generi Absolmia, Madangia e Micholitzia debbano invece essere inseriti nel genere Hoya. Il genere Dischidia è invece sufficientemente e chiaramente diverso e può senza dubbio essere tenuto separato.

Molte piante vengono introdotte in coltivazione facilmente come talee, ma non sempre si riesce a determinarne la specie esatta. Così se ne indica solo il nome del raccoglitore ed il fieldnumber o la località di raccolta (es.: Hoya sp. IML 1036, oppure Hoya sp. Doi Inthanon, Thailandia).

Il loro areale va dal Pakistan all’Australia del Nord Est e questo si ripercuote anche sulle necessità da soddisfare alle diverse specie in coltivazione.

Si possono tracciare due grandi gruppi per quanto concerne la loro orticoltura: le equatoriali e le tropicali. Pur se coltivabili tutte dello stesso substrato, più o meno, che più avanti vedremo, le tropicali possono sopportare minime intorno ai 5-10°C mentre le equatoriali necessitano di temperature sempre sopra i 15-20°C e non hanno mai una stasi vegetativa. Le tropicali possono svernare in una serra mediamente riscaldata, mentre le equatoriali necessitano di ambienti con le temperature di un’abitazione ma con l’umidità di una foresta. Tra le equatoriali si trovano però alcune delle specie dai fiori più grandi e vistosi: Hoya macgillivrayii, H. imperialis, H. campanulata, H. onychoides, H. archboldiana e H. megalaster.

In coltivazione può essere utile osservare le foglie in quanto le specie di ambienti più aridi hanno foglie più succulente che ci fanno capire di distanziare maggiormente le annaffiature in modo da lasciare il substrato asciutto più a lungo tra un’irrigazione e l’altra.

Le specie di questo genere vengono impollinate dagli insetti. I fiori offrono nettare, talvolta in copiose gocce, incolori o colorate. Il profumo è variabile ed appare soprattutto quando gli impollinatori sono in giro, soprattutto durante la notte. Il polline non è in granuli ma in pollinii che restano attaccati agli insetti e che vengono poi involontariamente depositati dagli stessi nelle apposite aree della corona presente al centro dei fiori.

Crescono facilmente e bene in un substrato poroso che può essere ottenuto mescolando un 50% di terriccio universale torboso, un 40% di lapillo in granulometria di 3-6 mm e un 10% di sabbia ventilata da intonaci (cioè senza polvere). Questa formula potrà poi essere variata a seconda del gradimento delle varie specie. Aggiungere sabbia porta ad una più rapida asciugatura e aggiungere lapillo porta ad una maggiore aerazione.

Tutte amano la luce filtrata dalle foglie di un albero, da una tenda o da un apposito telo ombreggiante.

Si consiglia di non tagliare le infiorescenze sfiorite, poiché dallo stesso peduncolo potranno formarsi nuovi pedicelli con nuovi fiori durante gli anni successivi. Ovviamente sono piante in grado di produrre semi, ma in coltivazione raramente vengono prodotti i frutti a causa della loro particolare strategia impollinatoria.

Un ultimo consiglio: evitare di far morire parte delle radici poiché difficilmente saranno rigenerate prima della disidratazione della pianta. Le radici possono morire dall’eccesso di acqua, dalla scarsità di acqua o dalla poca aerazione del terreno. Se dovesse succedere consiglio di fare talee con la parte aerea e di porle a radicare in un substrato molto aerato, leggermente umido ed in atmosfera molto umida.

Hoya wayetii, fiori con gocce di nettare.

Hoya carnosa

Hoya arnottiana

Hoya obovata

 

Hoya kerrii

Hoya kerrii, foglie obcordate.

Hoya fraterna, foglie lunghe fino a 20 cm.